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martedì 24 gennaio 2017

Hölderin: 'Compresi il silenzio dell’etere, le parole degli uomini no'

Friedrich Hölderin (1770-1843) è l’espressione indomita di un certo isolazionismo tormentato del contemporaneo ottocentesco in una fuga verso l’Altrove, in preda ad una sensibilità artistica insofferente e inquieta.

Nato in Svevia alla fine del Secolo dei Lumi, nel 1770, educato in un clima familiare religioso-pietisco, frequenta delle scuole di stampo protestante che creeranno in lui una struttura ben più razionale. La sua indole volge inevitabilmente verso un sentire intimo, che riflette le suggestioni di un romanticismo primordiale, tipicamente tedesco, come Schiller e Goethe. Proprio quest’ultimo quando lo vede per la prima volta ne riconosce l’Ängstlinchkeit, ovvero una inquieta timidità unita a un’umiltà nei gesti e nella persona, che svettano però verso un’insopprimibile ansia di Infinito e Sublime e connotano la sua personalità di un sentire epico. Un ossimoro di fragilità e impeto, Titano e “parvulus”.

Il suo misticismo ha radici ben solide, ma contrastando con il volere materno si oppone a una carriera ecclesiastica e seguendo l’ardore dello Sturm und drang, di un’appendice della rivoluzione francese e di un professato idealismo, con la compagnia di Hegel e Schelling, si dirige verso una carriera letteraria. Hölderin seppure toccando romanticismo, idealismo, dogmatismo protestante, li accoglie, ma elabora uno stile tutto personale che profonde in un neoclassicismo nostalgico, panteistico. Un eco di neoplatonismo che collima con la onnipresente percezione della divinità nel Creato che lo circonda. “Sensorium Dei”, come un cantico immerso in una profonda atmosfera cosmica. Il senso dell’eroico che avvolge i suoi versi pieni di lirismo e li aderge fino al senso “più profondo del cielo”. Il suo fine è l’elevazione del destino dell’uomo, un anelito struggente come il volo di Pindaro. Questo suo atteggiamento lo porta in una chiusura narcisistica di intolleranza misantropica. E’ proprio in questo individualismo sfrenato che nascono le più belle poesie testimoni di un’epoca primordiale e eterna allo stesso tempo, senza un luogo e senza un tempo. Nonostante rappresenti l’anima della classicità tedesca, il suo monito “non comprendo le voci degli uomini, ma il silenzio dell’etere” stigmatizza la sua singolarità artistica e la sua volontà di appartenenza ad una propria realtà scissa dal contesto in cui vive.

Momento culmine del suo iter spirituale sarà la definitiva separazione dal cristianesimo, avvenuta paradossalmente per un eccesso di fede che lo porterà a assumere la consapevolezza estrema dell’immensità e imponderabilità del Divino. Egli matura un desiderio di spingersi oltre i limiti del conoscibile impartito dalla dottrina cristiana. Il mondo dell’”Unitutto”, sotteso da un senso nostalgico di fusione con il Creato: “tutto tende e torna al Creatore”. Uno slancio verso una religiosità naturalistica e un’indagine del senso del Mistero che la avvolge, abbandonandosi a delle facoltà percettive e evocative. Il dio Etere persegue imboccando il sacro sentiero della poesia.

L’idealizzazione dell’epoca ellenica come il “non luogo”, immerso in un fluido atemporale, vivifica dentro di lui e colora la sua poetica, intrisa di una nostalgia possente di un mondo lontano in dialettica con un presente negato. L’autore si ribella a un universo contemporaneo dominato da un positivismo e una profanità dilaganti. Io raggelo e intirizzisco nell’inverno che mi circonda.

Come di ferro è il mio cielo, così io sono di sasso.

Così egli con una metafora descrive lo squallore e l’aridità del mondo dell’astrazione scientifica, opponendole con vigore “la priorità dell’Assoluto”. Il suo intento è di sfiorare la pace dell’assoluto, riecheggiando uno stato ideale di infanzia mitica, in una eterna primavera, che ghettizza il relativismo razionale imperante. Come una monade in un ritmo atemporale dà corpo con i suoi versi alla “voce elementare del cosmo”.

Di: Costanza Marana

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