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martedì 27 dicembre 2016

Quando l'Islanda prese a pesci in faccia il Regno Unito

merluzzo barcaDell’Islanda, questa importante isola dell’Atlantico dominata da ghiacci e vulcani, ben poco si studia sulla sua storia nazionale, anche se ha sempre fatto parte, anche involontariamente, della vita europea.

L’isola fu cruciale in molti momenti dell’evento bellico più disastroso del secolo scorso e proprio a partire da questo momento, crescerà la sua volontà di affermazione sullo scenario europeo e non.

Con la fine della Seconda Guerra Mondiale si ritornò ad una lenta ripresa economica che, dopo anni di stenti, era simbolo di buon presagio per tutte le popolazioni coinvolte nel conflitto appena superato, mentre gli assetti politici delle varie nazioni coinvolte, anche indirettamente, cominciavano lentamente a stabilizzarsi. L’Islanda era una nazione che da sempre viveva del pescato giornaliero intorno alle sue coste, anche se la legislazione anglo-danese imponeva ai pescherecci, dal 1901, di potersi allontanare dalla battigia esclusivamente di tre miglia marine. Dopo 6 anni in cui pescare era diventato molto rischioso a causa della presenza tedesca e inglese nei mari a Nord, il settore primario islandese fu soggetto ad un boom di guadagni, grazie al fatto che il mare era stato ben a lungo a riposo dalla pesca intensiva. Il pesce maggiormente commerciato dagli islandesi era il merluzzo che abbondava nelle acque circondariali l’isola, ma anche nel mare di Bartens e nel Mare del Nord.


Nel 1950, scaduto nuovamente il rinnovo obbligatorio di due anni del trattato di inizio ‘900, il governo islandese, che aveva ottenuto intanto l’indipendenza nel 1944, decise di estendere il controllo marittimo fino a quattro miglia dalla costa. Allo stesso modo anche le altre nazioni marittime, quali Gran Bretagna, Danimarca, Norvegia e Svezia estero le loro miglia di competenza.

Nel ’58 la questione era molto attiva e sentita e la paura di poter perdere ingenti banchi di merluzzi, portò il governo ad estendere nuovamente le miglia fino ad arrivare a dodici. Inevitabilmente i pescherecci islandesi si sarebbero andati a scontrare con quelli inglesi, tanto che la tensione raggiunse l’apice sfociando in tre guerre mute tra i vari paesi coinvolti, in particolare il governo di Sua Maestà e quello di Reykjavík. Nel ’58 la prima, in cui gli islandesi scesero a patti dopo 5 mesi di trattative e infine l’accettazione da parte degli inglesi, nel 61’, delle dodici miglia imposte tre anni prima.

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Ma la questione non era ancora del tutto risolta e infatti, dieci anni più tardi, nel ’71, l’Islanda emanò un decreto di supremazia per cinquanta miglia nautiche, andando nuovamente a scontrarsi con le imbarcazioni inglesi, che con l’appoggio della Germania Occidentale la quale forniva solamente rifornimenti, richiesero l’intervento della Corte Internazionale, non riconosciuta la legittimità degli atti islandesi. Il governo di Reykjavík, dal canto suo, non si preoccupò assolutamente dell’intervento internazionale e come nella prima guerra, attuò una strategia per allontanare i pescherecci inglesi: nel ’58 erano soliti sparare contro le imbarcazioni, non ferendo alcun passeggero, nel ’71 iniziarono invece ad utilizzare una grossa tenaglia posta sotto la nave che tagliava le reti dei pescherecci britannici (vedi immagine a fianco) , facendo perder loro gran parte del pescato.

Questa tecnica risultò molto efficace; molte furono le aziende pescatrici che decisero di abbandonare completamente la zona, ora di unica competenza islandese. Tuttavia, altri decisero di non mollare la presa e iniziarono veri e propri scontri tra le navi coinvolte, con speronamenti e tattiche militari per evitare le incursioni islandesi. Ma i discendenti dei Vichinghi si erano incaparbiti così tanto che, in risposta agli attacchi inglesi, scagliavano le loro imbarcazioni munite a poppa di scafo rompi-ghiaccio contro i pescherecci “illegali”, dando luogo ad un autoscontro in mare aperto, che, fortunatamente non porterà mai né morti né feriti gravi, ma solo tanta tensione.

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Questa, difficilmente venne accettata dagli inglesi, che essendo insieme all’Islanda, parte della NATO, non potevano far agire la Royal Navy per la sicurezza del proprio commercio marittimo. Inoltre Reykjavík minacciava continuamente la NATO, quindi gli Stati Uniti, di far chiudere la base militare Keflavik, all’epoca di notevole importanza strategica per il controllo del traffico marittimo (e sottomarino) nell’Atlantico. La conclusione fu ovvia: gli inglesi dovettero nuovamente accettare le condizioni islandesi, rinunciando a gran parte del merluzzo e di pesce azzurro presenti in quelle acque. Tre anni più tardi il rospo ingoiato dai britannici fece di nuovo capolino: l’Islanda, causa la continua diminuzione dei banchi di merluzzo, decise di estendere nuovamente le sue miglia di competenza fino a raggiungere quota duecento. Anche in quest’occasione gli inglesi non desistettero immediatamente e ricominciarono gli speronamenti e il taglio delle reti dalla fazione opposta.

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La NATO intervenne nuovamente per sedare gli spiriti bollenti in mezzo a tutto quel ghiaccio e solo nel 1976, con l’intervento anche della Comunità Economica Europea si arrivò ad una soluzione tutta a favore di Reykjavík. Sua maestà venne nuovamente sconfitta e dovette accettare la supremazia islandese e si potette finalmente porre completamente la parola fine su queste guerre, mute e pacifiche, e tali solo grazie al buon senso dei piccoli pescatori coinvolti che cercarono, in ogni caso, una strada alternativa per evitare di uccidere inutilmente persone, che in fondo, cercavano solo di tornare a casa con uno stipendio.

Il cambio poi delle direttive europee sul pescato, quello delle abitudini alimentari e la pesca intensiva hanno contribuito ad evitare nuovamente scontri tra le due nazioni.


Di: Simona Amadori

Fonti:
Web

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