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mercoledì 14 dicembre 2016

Quando è l'uomo a creare disastri: la tragedia di Minamata

Negli ultimi anni il cambiamento dei gusti culinari mondiali si è diretto verso una cucina più salutista e, in alcuni casi crudista, tanto che abbiamo assistito ad un boom di diffusione e di consumo di sushi, il tradizionale piatto giapponese di pesce crudo. Ma è anche vero che ogni volta che addentiamo un nighiri di tonno, per quanto sappiamo possa essere povero di grassi, sappiamo anche di dover prestare molta attenzione, in quanto, se il pesce fosse di provenienza pacifica, potrebbe contenere mercurio. Soprattutto in Giappone il rischio di consumare pesce contaminato è diventato un fatto reale e quotidiano che a lungo andare ha portato a gravi conseguenze nella popolazione. Più precisamente l’insorgere di una malattia denominata Sindrome di Minamata, dal nome della cittadina sita sulla costa ovest dell’isola di Kyūshū, nel sud del Giappone, in cui un disastro ambientale causato dall’uomo ha generato conseguenze inimmaginabili.

Siamo negli anni ’30: Il governo giapponese concede a molte aziende la costruzione di impianti in ogni dove, vicino a centri abitati e non, avendo capito, già ben prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale, quanto sia necessario per la nazione una forte economia basata sull’industria. La Chisso Corporation, nota azienda di produzione di formaldeide, costruisce uno dei suoi più imponenti impianti nella Baia di Minamata, sita nella Prefettura di Kumamato, non lontano dalla tristemente nota Nagasaki.

La produzione di formaldeide procede senza intoppi fino ad anni ’50, ma nel 1956 iniziano i primi problemi per la Chisso, quando molte persone del posto mostrano i primi sintomi di una malattia ai medici sconosciuta: disturbi gastrointestinali acuti, disturbi neurologici di varia entità (in alcuni casi sfociati in gravi disordini mentali), atassia (perdita del coordinamento muscolare - impossibilità di muovere gli arti), parestesia (perdita del tatto), perdita dell’udito e riduzione del campo visivo. I medici indagano invano le cause che scatenano quello che sarà in breve tempo ribattezzato come Morbo di Minamata, e i casi, da pochi, diventano centinaia e poi migliaia. L’epidemia (sì, è giusto chiamarla così), colpisce sempre più persone, anche donne incinte che partoriscono bambini con evidenti malformazioni ossee, cutanee, deficit sensoriali e lesioni cerebrali.

L’allarme viene lanciato dai sanitari alle autorità che, incuranti del problema poiché più preoccupate a rilanciare l’economia dopo il disastroso conflitto mondiale, abbandonano la popolazione a sé stessa e ai suoi mali per altri dodici lunghi e critici anni in cui la malattia non è più circoscritta nell’area della Prefettura di Kumamoto, ma si estende anche in altre prefetture, dove si sono trasferite persone i cui genitori provenivano o avevano vissuto - almeno per alcuni anni – a Minamata. Nel 1968 scoppia definitivamente il caso e per la seconda volta viene puntato il dito contro la Chisso, ma in particolare contro il Governo giapponese: sì, perché, sin dalla comparsa dei primi casi (quindi dal 1956) un medico coscienzioso, il dott. Hajime Hosokawa, impiegato della Chisso, poi licenziatosi, scopre una correlazione tra i sintomi e le nefandezze che l’azienda stava commettendo da più di 30 anni.

Per la fabbricazione industriale di formaldeide è necessario l’utilizzo di metilmercurio, un composto derivato dalla metilazione di questo metallo, iperdannoso se a contatto con l’ambiente e con gli organismi. La Chisso, infatti, dal 1932 al 1968, aveva riversato nella baia di Minamata tonnellate di questo scarto industriale che è andato ad intaccare il fondale marino, mescolandosi coi fanghi, principale fonte di cibo di molluschi e crostacei, a loro volta principale pasto di una innumerevole varietà di pesci pelagici, inquinando così l’intera catena alimentare. Minamata, sin da inizio ‘900, era un modesto villaggio di pescatori che di pesca viveva e di pesca si cibava - e come da tradizione - il pesce, come tonno rosso o pesce spada, consumato anche crudo, era alla base della loro dieta. Inevitabile quindi il contagio dell’organismo umano. Le denunce del dott. Hosokawa e di tanti altri studiosi e collaboratori dell’Università di Kumamoto sono state a lungo inascoltate; ma nel 1968, ormai, non era più possibile chiudere gli occhi, neanche per il governo che finalmente correla sindrome di Minamata e inquinamento prodotto dalle acque reflue della fabbrica. Gli sversamenti si interrompono in questo anno: la Chisso condannata a risarcire i familiari delle vittime; la Baia circondata da reti per contenere il pesce contaminato, in modo che non raggiunga più il mare aperto – come già avvenuto per 30 anni.

Nel 1969 il governo, che per far fronte all’emergenza aveva istituito un programma di assistenza sanitaria a tutti i nati fino al 1968, dichiara conclusa l’emergenza, esonerando sé stesso e la Chisso da ogni altra accusa; ma la piaga della Sindrome di Minamata non era conclusa, come voleva far credere Tokyo, tutt’altro. Le conseguenze dell’avvelenamento da mercurio, anche per i nati dopo il 1968, sono ancora ben visibili, ma non potendo accedere al programma di medicalizzazione gratuita, ancora si ammalano o muoiono persone.

Nel 1995, secondo lo studio pubblicato da Masazumi Harada, del Dipartimento di Epidemiologia dell’Università di Kumamoto, sono 2.252 le vittime ufficialmente riconosciute, di cui 1.043 le decedute; ma solo 9 anni più tardi, nel 2004, la sentenza della Corte Suprema ha dichiarato totalmente responsabili, anche delle morti post-1968, sia governo che Chisso, costringendoli a risarcire più di 30.000 persone. Nonostante le direttive giudiziarie, nel 2009 il caso non è ancora concluso: il governo nipponico vara una nuova legge per ampliare la lista di sintomi riconducibili al morbo, permettendo, così, l’accesso al programma di assistenza sanitaria ai malati ancora esclusi, ma, scrupolosamente, protegge sé stesso, richiedendo ad ogni malato intenzionato a ricevere i sussidi governativi, di lasciar decadere ogni causa intentata contro pubblici poteri e Chisso Corporation.

Nel 2013 la comunità mondiale ha finalmente deciso di considerare il problema della contaminazione da mercurio per quello che è e, dopo due anni di negoziati, tra il 9 e l’11 ottobre, proprio a Minamata e Kumamoto, si è riunito in conferenza straordinaria l’UNEP, il Programma Ambientale delle Nazioni Unite, in cui 139 paesi hanno adottato, e 92 hanno firmato, la Convenzione di Minamata, ovvero il trattato che obbliga le Nazioni firmatarie a liberare i propri paesi dall’uso di mercurio nei processi industriali, ma anche dagli oggetti di uso quotidiano entro il 2020, come i vecchi termometri. Nel 2015 è stata finalmente ratificata e molti Paesi hanno iniziato lo stoccaggio e lo smaltimento del nocivo metallo. La strada da percorrere è ancora molto lunga, anche se passi da gigante, verso una maggiore consapevolezza ambientale, sono stati compiuti. Nel nostro piccolo, intanto, possiamo boicottare il consumo di pesce di dubbia provenienza, salvando così l’ambiente, ma soprattutto noi stessi.

Di: Simona Amadori

Fonti: Masazumi Harada, Minamata Disease: Methylmercury Poisoning in Japan Caused by Environmental Pollution, in Critical Reviews in Toxicology Vol. 25 , Iss. 1,1995
Andrew L. Jenks, The Minamata Disaster and the True Costs of Japanese Modernisation in Andrew L. Jenks, Perils of Progress: Environmental Disasters in the 20th Century, Pearson, 2010
http://www.mercuryconvention.org/Portals/11/documents/conventionText/Minamata%20Convention%20on%20Mercury_e.pdf
http://www.nimd.go.jp/archives/english/tenji/e_corner/etop.html

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