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martedì 27 dicembre 2016

I cuori han fame, così come i corpi: Pane e Rose! Pane e Rose!

«L’unione fa la forza»: recita così un noto proverbio popolare. E storicamente è riscontrabile e verificabile che quando un gruppo di persone, uomini o donne che siano, si uniscono insieme per una causa comune, il risultato è vedere, il più delle volte, l’obiettivo del gruppo realizzarsi. Gli scioperi sono una delle tante e più diffuse forme associative praticate dall’uomo, la storia ne è costellata, in particolare il XX secolo è stato un periodo storico in cui molte sono state la astensioni volontarie dal lavoro nei paesi industrializzati. In questo articolo vogliamo descrivervi uno sciopero poco noto alla cultura pubblica che ha cambiato radicalmente la posizione non solo delle lavoratrici della cittadina di Lawrence, nel Massachusetts, dove era presente la grande fabbrica di produzione tessile della American Company Woollen, ma è divenuto uno tra i più importanti scioperi della storia contemporeanea, in cui lavoratrici e lavoratori di ogni nazionalità ed etnia si sono riuniti insieme per cambiare la loro condizione lavorativa e sociale.

Intorno agli anni 10 del ‘900 erano ancora in vigore leggi che prevedevano lo sfruttamento femminile e infantile all’interno delle fabbriche, anche se piccoli passi verso un riconoscimento della condizione lavorativa di donne e bambini si stavano compiendo. Il 1° gennaio 1912, infatti, il governo dello stato del Massachusetts approvò una legge per la riduzione delle ore settimanali di queste due categorie, da 56 a 54. Ma sorsero problemi riguardanti lo stipendio: gli imprenditori imposero anche una riduzione salariale, decurtando 6 dollari dal compenso settimanale. All’epoca sottrarre una tale cifra significava non permettersi più l’acquisto del bene necessario alla sopravvivenza, precisamente il pane, alimento da sempre alla base della dieta proletaria. Questo, ovviamente, non piacque alle lavoratrici, già sfruttate e costrette a vivere in condizioni igieniche e di sicurezza precarie all’interno degli stabilimenti tessili e nelle proprie abitazioni, meglio definibili slums, le quali, stanche e indignate, indissero uno sciopero. Il 12 gennaio 1912 più di 30.000 scioperanti si riversarono per le strade della cittadina statunitense al grido del motto «Bread and Roses!», divenuto celebre grazie al poeta James Oppenheim, che riprese la celeberrima frase pronunciata dalla femminista Rose Schneiderman durante una manifestazione di suffragette a Cleveland:

«The worker must have bread, but she must have roses, too».

La frase non rivendicava solo la necessità di cibarsi, ma anche avere la possibilità di spendere parte dello stipendio per cose futili, oggetti che avrebbero permesso loro di godersi un po’ la vita. Le lavoratrici e i lavoratori furono affiancati dal sindacato dell’Industrial Workers of the World (IWW), e dai suoi due maggiori esponenti sindacali Joseph “Joe” Ettor e Arthur Giovannitti. Entrambi di origini italiane sostennero sin dal principio la manifestazione, organizzando un comitato formato da ogni rappresentanza etnica partecipante allo sciopero, essendo la maggior parte dei lavoratori immigrati. Gli incontri sindacali furono quindi traducibili in più di 25 lingue, allargando enormemente il bacino d’utenza alla protesta che si estese a molte altre fabbriche in tutto il Paese. La solidarietà tra i lavoratori e i sindacalisti delle varie fabbriche diede vita ad un imponente sciopero nazionale che aveva come obiettivo non solo un miglioramento delle condizioni lavorative (come l’aumento dello stipendio, la retribuzione degli straordinari e la riassunzione dei manifestanti che nel mentre erano stati licenziati in massa), ma anche quelle di vita. Ai manifestanti di Lawrence si deve, inoltre, il merito di aver inventato il picchetto in movimento: manifestare solo davanti ad uno stabilimento non era sufficiente e crearono così una manifestazione in continuo movimento intorno a tutte le fabbriche coinvolte, tutti i giorni e per 24 ore al giorno, ostacolando così la polizia che cercava, invano, di arrestare gli scioperanti per vagabondaggio, rifilando loro semplici multe, mai pagate.

La tensione sociale arrivò ai limiti a fine gennaio, quando i poliziotti spararono sulla folla di Lawrence uccidendo la 34enne Anna Maria Lopizzo, immigrata italiana. Chi sparò il proiettile non venne mai arrestato e furono invece incarcerati i sindacalisti Ettor e Giovannitti, accusati appunto di omicidio, nonostante non fossero neanche presenti quel giorno a Lawrence. Alla protesta si unirono anche molti bambini (circa un centinaio), mentre tanti altri, invece, denutriti e impauriti, furono inviati e ospitati da amici e parenti in altre città come New York o Philadelphia: questa fu una mossa vincente degli scioperanti che attirò così la stampa internazionale la quale si occupò della vicenda di Lawrence con passione. In particolare in Europa la manifestazione riscosse molto successo e solidali furono molti simpatizzanti che inviarono ingenti donazioni ai contestatori per finanziare il vitto e l’alloggio dei bambini fuori città. Alcuni di questi bambini, però, furono intercettati alla loro partenza per Philadelphia dalla polizia locale, che, come atto vendicativo, bastonarono le madri e circa 40 ragazzini presso la stazione cittadina, prelevando forzatamente quest’ultimi a bordo di mezzi militari. Nonostante gli animi abbattuti, le donne di Lawrence non desistettero e portarono avanti la protesta, utilizzando il rancore e il dolore come nuova fonte di energia per alimentare lo sciopero che andò avanti sino al 14 marzo, quando i lavoratori ottennero l’impegno degli imprenditori di attuare e rispettare le loro condizioni.

Tuttavia la rivolta non si era ancora del tutto sedata: ai festeggiamenti per la vittoria la mancanza di Ettor e Giovannitti era molto sentita e, nel mese di aprile, fu arrestato un altro attivista dello sciopero, l’italo-americano Joseph Caruso. I tre incarcerati furono costretti all’internamento senza cauzione e processati solo a settembre 1912. Il comitato di protesta dell’IWW, ancora in vita, non si dette per vinto e alimentò nuovamente i disordini sociali, indicendo nuove manifestazioni e proteste, raccogliendo fondi per la loro liberazione. Ma il sistema repressivo non tardò molto a farsi avanti, arrestando tutti gli aderenti: il 30 settembre 1912 15.000 lavoratori scesero nuovamente per le strade di Lawrence. Contemporaneamente la notizia del nuovo arresto circolò in tutto il mondo, raccogliendo la solidarietà di molti operai: in Europa i lavoratori svedesi e francesi minacciarono il boicottaggio dei prodotti lanieri statunitensi; gli italiani, evidentemente più coinvolti anche per questioni nazionaliste, invece, iniziarono picchetti di protesta davanti le sedi diplomatiche statunitensi a Roma. Lo sdegno e le pressioni internazionali permisero l’assoluzione dei tre a fine novembre 1912.

Lo sciopero di Lawrence, quindi, non è stato un semplice sciopero operaio. Ciò che hanno compiuto queste donne mai si era potuto immaginare prima; grazie alla loro volontà e alla loro tenacia sono riuscite a cambiare il corso della storia, aprendo la strada ad un importante riconoscimento alla dignità lavorativa, e in particolare a quella umana, anche se, ad oggi, in tutto il Mondo, assistiamo ad un ritorno di quest’ultima come diritto negabile nei contratti di lavoro. Di: Simona Amadori

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