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martedì 27 dicembre 2016

Enrico Mattei, l'ultimo petroliere italiano

images3Enrico Mattei nasce ad Acqualagna, in provincia di Pesaro e Urbino il 29 aprile 1906 da una famiglia di piccoli imprenditori. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, il giovane Mattei decide di arruolarsi nella Resistenza, combattendo fianco a fianco con molti personaggi che diventeranno futuri rappresentanti della politica italiana nella Prima Repubblica. Conclusosi il conflitto entrerà a far parte del grande panorama storico del dopo guerra italiano: nel 1945, nominato commissario liquidatore dell’AGIP, L’Azienda Generale Italia Petroli ormai sull’orlo del fallimento, deciderà contrariamente di investirci capitali, avendo compreso in anticipo le potenzialità della suddetta, salvandola dal crack finanziario.  Deciso nella sua missione Mattei intraprenderà una campagna di ricerca di metano e petrolio in tutta Italia nel tentativo di rilanciare l’azienda e, dopo anni di trivellamenti, nel ’49 gli sforzi fatti vennero egregiamente ricompensati con il ritrovamento di giacimenti petroliferi a Cortemaggiore, in provincia di Piacenza. Diventata ormai una multinazionale dal ’52 e cambiato nome da Agip ad ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), l’azienda di Mattei era al massimo del suo splendore e con a capo un eccellente dirigenza, in grado di competere con le altre grandi aziende petrolifere europee, ma in particolare con le “Sette Sorelle”, termine coniato dallo stesso Mattei per indicare le grandi aziende petrolifere mondiali racchiuse in un cartello, le quali domineranno il mercato mondiale per oltre 40 anni e costrette dallo stesso Mattei a cambiare linea di approccio nella vendita degli idrocarburi e nel stipulare accordi8980949_orig (Mattei era solito usate il sistema 75/25, ovvero il 75% del ricavato andava al Paese in cui venivano estratte le materie prime, il 25% all'Eni; al contrario le Sette Sorelle utilizzavano il 50/50).

Forse proprio l’approccio poco ortodosso della politica aziendale del Presidente dell’ENI, il quale pensava non solo a far accrescere la sua azienda, ma anche a fornire ai cittadini dei solidi servizi a prezzi più che onesti e a far emergere l’Italia nel panorama petrolifero dei Paesi Arabi, fu la causa della sua morte in un controverso incidente aereo: il 27 ottobre del 1962 il piccolo bimotore su cui stava viaggiando da Catania verso Milano precipitò nelle campagne pavesi, senza alcuna apparente spiegazione. Morirono tutti gli occupanti, dal pilota personale, al giornalista statunitense della rivista Time-Life incaricato di scrivere un articolo sull’attività di Mattei ed Enrico stesso. L’incidente fu bizzarro e alcune testimonianze riportarono il fatto che il bimotore non fosse precipitato, bensì esploso in volo.INT03F3_1355134F1_41_MGZOOM Immediatamente partirono le indagini e sin dal principio fu ben evidente che l’ipotesi di un complotto omicida, non era assolutamente da scartare. I primi accertamenti fecero risultare la presenza di materiale esplosivo sui resti e sugli oggetti degli occupanti, indice di una più che sicura deflagrazione. Nei vari processi susseguitisi nel corso degli anni (l’ultimo nel 2012) più volte i magistrati hanno dichiarato la veridicità di un attentato contro Mattei, non riuscendo (o forse non volendo) mai risalire ai mandanti di questa vicenda. Le ipotesi sui probabili assassini si sono susseguite negli anni: dalla congiura interna 123516810-130e04c9-4655-4bb0-8eda-bd68bd1ec3c6architettata da Eugenio Cefis, ex braccio destro dell’ENI, licenziato dal Presidente dopo aver scoperto interconnessioni tra questo e la CIA; il coinvolgimento delle Sette Sorelle; l’intervento della Mafia italiana per conto di mandanti stranieri occulti (Mattei era molto vicino all’Unione Sovietica e per tale ragione inviso agli statunitensi), tesi sostenuta veemente da Mauro de Mauro, famoso giornalista, rapito da Cosa Nostra proprio prima della pubblicazione di alcune notizie riguardo il caso Mattei e mai più ritrovato.

demauro 
Chiunque sia stato ad uccidere Mattei è evidente la sua scomodità nei confronti della politica italiana e internazionale: le sue parole rendono perfettamente l’idea di imprenditorialità e di nazionalismo che aveva in mente, parole che forse mai più risentiremo nella società volta alla massimizzazione della produzione e del consumo che ci circonda:   
"La geografia della fame è una leggenda: è legata solo alla passività, all'inerzia creata dal colonialismo nelle popolazioni autoctone. Faceva comodo al colonialismo incoraggiare la fatalità, la rassegnazione. Io leggo sempre i vostri discorsi e quello che più mi ha colpito è la lotta contro la fatalità e la rassegnazione. Ho lottato anch'io contro l'idea fissa che esisteva nel mio Paese: che l'Italia fosse condannata a essere povera per mancanza di materie prime e di fonti energetiche. Queste fonti energetiche le ho individuate e le ho messe in valore e ne ho tratto delle materie prime. Ma prima di far tutto questo: ho dovuto fare anch'io della decolonizzazione perché molti settori dell'economia italiana erano colonizzati, anzi, direi, che la stessa Italia meridionale era stata colonizzata dal Nord d'Italia! Il fatto coloniale non è solo politico: è anche, e soprattutto, economico. Esiste una condizione coloniale quando manca un minimo d'infrastruttura industriale per la trasformazione delle materie prime. Esiste una condizione coloniale quando il giuoco della domanda e dell'offerta per una materia prima vitale è alterato da una potenza egemonica: anche privata, di monopolio o di oligopolio? Nel settore del petrolio questa potenza egemonica oligopolistica è il cartello. Io lotto contro il cartello non solo perché è oligopolistico ma perché è maltusiano e maltusiano ai danni dei paesi produttori come ai danni dei paesi consumatori.” 
 
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