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lunedì 5 settembre 2016

Atene: Una democrazia misogina?

A cosa pensate se vi dico Atene e Sparta? Lasciando da parte i 300 e gli addominali scolpiti di Gerald Butler, a tutti verrebbe spontanea l'equazione Atene uguale democrazia, Sparta uguale oligarchia. E non è sbagliato, per carità. La polis di Atene ha infatti costituito il primo esperimento democratico della storia, grazie alle riforme introdotte da Clistene nel 508-507 a.C. Ed è altrettanto vero che Sparta fosse invece retta da un governo oligarchico, in cui il potere era detenuto dalla gerusia, ossia il consiglio degli anziani, e da due sovrani, dicasi diarchia. Molto ci sarebbe da dire su queste due forme di governo, ma ora non ci dilungheremo su questo. Quello che ci interessa invece analizzare qui è la diversa condizione di cui le donne godevano nelle due poleis.

La parola "democrazia" ci porterebbe a credere che la polis ateniese costituisse un ambiente più favorevole alle donne rispetto a quella spartana, caratterizzata dal culto per la forza fisica, la virtù guerriera e la supremazia della nazione. E invece, inaspettatamente, era l'esatto contrario. Nella democrazia ateniese non c'era infatti spazio per la donna, che era esclusa dalla vita pubblica e viveva per lo più confinata nel microcosmo delle mura domestiche. Precluse le assemblee, preclusi i tribunali, preclusa essenzialmente la cultura, l'unico spazio della vita pubblica accessibile alle donne ateniesi erano le cerimonie religiose. Senofonte, storico ateniese, esemplifica molto bene questa condizione: "[la donna] doveva vedere meno cose possibili, udirne meno possibili e fare meno domande possibili". Eppure, nemmeno tra le mura domestiche le donne potevano muoversi liberamente. Esse non potevano infatti partecipare a banchetti e simposi con gli uomini, ma dovevano rimanere nella zona loro deputata, il gineceo, dove svolgevano mansioni domestiche con le ancelle come uniche compagne.

Del resto, la legge ateniese stessa non permetteva alla donna di essere libera e, per così dire, padrona di se stessa. Ella era infatti sottoposta a vita alla tutela di un uomo: prima il padre, poi il marito, poi il figlio. E non stupisce che il termine per indicare il tutore fosse "kyrios", padrone. Ne derivava che la donna non avesse alcuna voce in capitolo nella scelta del marito e che difficilmente le richieste di divorzio venissero accolte se provenienti solo dalla parte femminile. Nel matrimonio, poi, la fedeltà era richiesta solo alla moglie, mentre il marito poteva tranquillamente intrattenere relazioni con altre donne. Nella società ateniese vi erano infatti ben cinque diverse figure femminili che ruotavano intorno all'uomo. Percorrendo la scala sociale dall'alto verso il basso troviamo: la gynè, la moglie legittima; la pallaké, la concubina spesso straniera che aveva gli stessi doveri della moglie; l'etéra, una donna colta, che sapeva ballare, cantare, suonare e che si faceva pagare per la propria compagnia ritenuta "di lusso"; la porné, la prostituta che lavorava in strada o nelle case di tolleranza, e la doulé, la schiava di cui il padrone poteva disporre a proprio piacimento.

Ben altra aria tirava invece a Sparta, dove le donne erano tenute in più alta considerazione e godevano di maggiore libertà. Queste infatti ricevevano un'educazione molto simile a quella degli uomini, basata sul canto, sulla danza e, soprattutto, sugli esercizi ginnici. Solo all'età di sedici anni le loro strade si dividevano, in quanto i ragazzi venivano avviati alla carriera militare. Ciò nonostante, le donne spartane, a differenza di quelle ateniesi, non erano poi tenute ad occuparsi delle faccende domestiche, cui provvedevano le schiave, nè alla crescita dei figli, di cui si occupavano le nutrici fino a quando, all'età di sette anni, non venivano allontanati dalle famiglie per essere educati dalla polis. Esse potevano quindi trascorrere il tempo all'aria aperta, girare liberamente con gli uomini e dedicarsi ai loro passatempi preferiti.



85.58Inoltre, pur non godendo di diritti politici, le donne spartane venivano viste come figure chiave dello stato. Dovevano allenare i propri corpi per dare alla luce figli sani e forti, che avrebbero fatto la gloria della polis. Ed erano considerate le custodi dei valori e degli ideali della nazione, come testimonia la celebre cerimonia della consegna dello scudo. Prima di partire per la guerra i soldati si schieravano davanti alle proprie mogli e madri, le quali deponevano ai loro piedi gli scudi, emblema dell'onore del guerriero spartano, per poi porgerglieli con le parole "ἢ τὰν ἢ ἐπὶ τᾶς", "con questo o sopra a questo". In questo modo le donne auguravano ai propri figli e mariti di tornare a casa con onore, vivi o morti che fosse. Abbandonare lo scudo era infatti considerato un atto di codardia ed un grande disonore.

Tutto questo dimostra come mentre nella patria della democrazia le donne erano in tutto e per tutto sottomesse agli uomini, in una società che potrebbe istintivamente essere considerata maschilista, come quella spartana, queste godevano più del ruolo di dominatrici che di dominate. Lo dice chiaramente lo storiografo greco Plutarco in due passaggi. Così egli fa rivivere le parole del legislatore spartano Licurgo nella sua opera le "Virtù di Sparta": "Voglio che le ragazze seguano la stessa educazione dei maschi, in modo che non ne siano inferiori nè per vigoria fisica e salute, nè per dirittura morale e virtù, in grado di battersi sia per se stesse, sia per la patria, disinteressandosi di ciò che gli altri pensano di loro." E ancora, racconta che un giorno una straniera avrebbe detto a Gorgo, moglie del re Leonida: "Voi Spartane siete le sole donne che comandano i loro uomini." E Gorgo avrebbe risposto: ”Siamo le sole che generano uomini."

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