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lunedì 5 settembre 2016

Transilvania: una terra contesa

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Nell'immaginario comune la Transilvania rievoca la leggenda del conte Dracula, atmosfere spettrali e storie di vampiri sanguinari. Ma pochi sanno che la Transilvania è stata per quasi tutto il secolo scorso una terra contesa, fattore di rivalità fra due stati vicini, l'Ungheria e la Romania. E, pur non essendo coinvolti vampiri, il sangue non è mancato.

A partire dal XII e per otto lunghi secoli la Transilvania era stata parte dell'Impero Austro-Ungarico, ma a seguito della I Guerra Mondiale la situazione cambiò radicalmente. I trattati di pace che sancirono la fine della Grande Guerra apportarono, infatti, notevoli modifiche alla carta politica dell'Europa. Le perdite territoriali per le nazioni sconfitte furono ingenti e, come numerosi storici sia dell'epoca che contemporanei hanno sottolineato, spesso ingiuste. Tra le potenze più colpite ci fu proprio l'Austria-Ungheria. La fine della guerra era infatti coincisa con la dissoluzione dell'impero asburgico e solo alcuni dei territori che lo avevano costituito vennero conservati dai due nuovi stati che ne risultarono. I confini dell'Ungheria, in particolare, furono ridotti drasticamente col trattato del Trianon, firmato il 4 giugno 1920 a Versailles, come si può notare dalle mappe qui sotto (prima e dopo la guerra):


La perdita più sentita fu sicuramente quella della Transilvania, ceduta alla Romania, in quanto, secondo un censimento del 1910, la popolazione di etnia ungherese in questa regione raggiungeva almeno il 32%. Il passaggio della Transilvania dall'Ungheria alla Romania non fu per la popolazione solo causa di quei tipici disagi che si hanno quando si riscrivono le mappe senza tenere conto del fattore umano, ma segnò anche l'inizio di una vera e propria pulizia etnica ai danni dei cittadini ungheresi. Le prime discriminazioni riguardarono la questione della lingua e il sistema dell'istruzione. Dopo l'annessione alla Romania i cartelli bilingui, in romeno e ungherese, sparirono e fu addirittura emanata una legge che vietasse l'utilizzo dei nomi ungheresi delle città. Inoltre, le scuole e le università magiare vennero gradualmente assimilate all'interno di quelle romene, col risultato che l'ungherese continuò ad essere insegnato nelle scuole solo nelle poche città a maggioranza magiara, mentre nelle università il romeno divenne l'unica lingua ammessa.

La situazione rimase pressoché immutata durante tutta l'era sovietica. Il 1989 e la fine del regime comunista di Ceausescu, però, apportarono nuove speranze alla minoranza magiara. Gli Ungheresi avanzarono così alcune richieste alla neo-democrazia romena: il ripristino di un sistema scolastico in lingua ungherese, il bilinguismo e l'autonomia territoriale. Queste, però, non vennero accolte perchè percepite come minacce all'unità nazionale e fecerò sì che movimenti xenofobi e nazionalisti acquisissero grande seguito popolare. E' interessante a questo proposito notare come di tali gruppi entrarono a far parte molti ex esponenti della Securitate, la polizia politica di Ceausescu.


Ad ogni modo, l'apice di questo clima di tensione interetnica in Transilvania si registrò nel marzo del 1990, che sarebbe stato ricordato con l'appellativo di "fekete március" (marzo nero). Teatro della triste vicenda fu la città di Târgu Mureş (Marosvásárhely in ungherese), nella Transilvania orientale. Fino agli anni settanta la città aveva vantato una netta supremazia della componente magiara. Il governo socialista, però, intraprese poi una politica di urbanizzazione selettiva, incentivando il trasferimento di numerosi cittadini romeni nell'area e trasformando così anche qui gli ungheresi in una minoranza. E fu così che, il 19 marzo 1990, le due comunità si fronteggiarono in piazza. Gli scontri ebbero inizio dinanzi ad una farmacia, colpevole di aver esposto insegne bilingui, per culminare nell'assedio della sede dell’RMDSZ (Alleanza Democratica degli Ungheresi di Romania) ad opera di un gruppo di romeni. In questa circostanza molti politici ungheresi vennero malmenati, compreso il drammaturgo Sütő András. Il giorno seguente vide invece la reazione degli ungheresi, che occuparono la piazza centrale della città. L'ordine venne infine ristabilito il 21 marzo, grazie all'intervento dell'esercito, ma questo non impedì che dopo due soli giorni di scontri il bilancio fosse di 5 morti e centinaia di feriti. In seguito agli eventi del "marzo nero" molti cittadini di etnia ungherese decisero di abbandonare la Transilvania.

Gli ungheresi rimasti in territorio romeno, invece, si compattarono attorno al loro partito, l'RMDSZ, e fecero appello all'UE affinchè venissero rispettati i loro diritti. E nel 1996, finalmente, ci fu un cambiamento reale: dalle urne uscì una coalizione di governo di cui, per la prima volta nella storia, faceva parte anche l'RMDSZ. Il 1997 vennero fatti altri passi avanti: fu approvata una legge che garantisse il bilinguismo nelle municipalità in cui gli ungheresi superassero il 20% e fu rafforzata la presenza di scuole in lingua magiara.

Certo, ad oggi le due principali rivendicazioni della minoranza magiara, l'università ungherese e l'autonomia territoriale, non sono ancora state accolte, ma il clima che si respira in Transilvania è decisamente più sereno. Lo dimostra un evento di grande importanza simbolica avvenuto il 2 aprile 2011. Il governo rumeno e le istituzioni ungheresi hanno infatti inaugurato, al termine di un restauro condotto in maniera congiunta dai due paesi, il gruppo scultoreo dedicato a re Mattia il Corvino (1458-1490), importante sovrano ungherese del Rinascimento, nella piazza della Chiesa di San Michele della città rumena di Kolozsvár.

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