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lunedì 5 settembre 2016

Panagulis, un uomo che amava la libertà

Oggi voglio raccontarvi la storia di un uomo, piccolo di statura ma grande di spirito, che spese tutte le proprie energie nella lotta per la libertà e che, alla fine, le donò la sua stessa vita, perchè, come diceva lui, "Se per vivere, o Libertà / chiedi come cibo la nostra carne / e per bere / vuoi il nostro sangue e le nostre lacrime, / te li daremo / Devi vivere".

Quest'uomo si chiama Alexandros Panagulis, ma tutti lo chiamavano Alekos. Nacque nel 1939 a Glifada, nella periferia di Atene, e sempre ad Atene morì nel 1976. Detestato da alcuni e amato a dismisura da altri, Alekos fu un poeta, un politico e un eroe nazionale. Laureatosi in ingegneria elettronica al Politecnico nazionale di Atene, divenne poi un ufficiale dell'esercito greco. Lo stesso esercito che, dopo appena un anno, diserterà spinto dalle sue convinzioni democratiche. Nella notte fra il 20 e il 21 aprile 1967, infatti, i colonnelli Georgios PapadopoulosNikolaos Makarezos e Ioannidis Ladas insieme al brigadiere Stylianos Pattakos e al maggiore Georgios Kostantopoulos organizzarono un colpo di stato, col benestare del comandante in capo dell'esercito Georgios Spantidakis. Rifiutandosi di appoggiare il neonato regime, Panagulis abbandonò l'esercito e si unì alla resistenza. Decise poi di auto-esiliarsi a Cipro, dove, con la collaborazione del ministro degli interni cipriota Gheorgazis, mise a punto un piano per assassinare il tiranno Papadopoulos. Tale piano consisteva nel piazzare due mine sotto un ponticello su cui era solita passare la limousine del dittatore con la scorta, ma qualcosa, il 13 agosto del 1968, andò storto. Forse per un errore di calcolo o forse semplicemente per uno scherzo del destino, gli ordigni esplosero una manciata di secondi dopo il passaggio dell'auto, lasciando illeso Papadopoulos. Panagulis, in compenso, venne subito arrestato e condotto nella Sezione Investigativa Speciale dell'ESA, la polizia militare greca.

Le torture cominciarono già in auto, per poi intensificarsi sempre di più: pugni, calci, bruciature di sigaretta, soffocamento, manganellate, sprangate, sevizie sessuali. Le domande erano sempre le stesse: chi lo mandava? dove si nascondeva prima dell'attentato? chi erano i suoi complici?. Ma niente, Panagulis non apriva bocca, se non per insultare o deridere i suoi torturatori, primo fra tutti il maggiore Teofilojannacos, noto per la sua capacità di far parlare anche le statue. Inoltre in un primo momento Alekos godette di un vantaggio: lo avevano scambiato per il fratello maggiore, Giorgios Panagulis. Quest'ultimo era stato tenente dell'esercito ellenico, salvo poi essere congedato con disonore per aver rifiutato di appoggiare il regime. In seguito Giorgios era fuggito in Turchia, cercando invano rifugio presso l'ambasciata italiana, quindi in Siria, in Libano ed infine in Israele. Catturato dalle autorità israeliane fu imbarcato a Haifa su una nave diretta al Pireo, con lo scopo di restituirlo al governo greco. Tuttavia durante il tragitto scomparve misteriosamente.

Ben presto, però, venne scoperta la vera identità di Alekos e fu a questo punto che entrò in scena il maggiore Nicolas Hazizikis. Avendo compreso che il suo prigioniero non si sarebbe piegato con le torture fisiche, Hazizikis decise di procedere con le torture mentali. Gli disse che avevano avvisato la sua famiglia e che il padre aveva avuto un infarto, mentre la madre per poco non era impazzita. Gli disse che avevano messo a soqquadro tutta la casa sotto i loro occhi. Gli disse che li avevano arrestati e che li avrebbero trattenuti per qualche mese. Eppure Panagulis resitette anche questa volta e quelle successive. Non parlò mai e non accettò di firmare la confessione che gli prepararono. A novembre iniziò il processo.

La stampa era tutta a favore del regime e così la Corte. Le prove fornite dall'accusa, per giunta, erano false. Dissero infatti che l'imputato aveva ammesso le proprie colpe e denunciato i suoi complici in una confessione. A questo punto Panagulis si divincolò dalla stretta dei poliziotti e prese la parola: gridò che la sua firma non era agli atti, che era stato seviziato durante gli interrogatori e tentò di spogliarsi per fornirne le prove. Fu condannato seduta stante a due anni per offese alla Corte e alle Autorità. Il processo si protrasse per altri cinque giorni e il sesto giorno venne il momento dell'apologia dell'imputato. Il discorso di Panagulis fu potente e fece il giro del mondo. Ne riporto due momenti salienti: "Chiaro che accetto l'accusa. Non l'ho mai respinta, io. Né durante l'interrogatorio né dinanzi a voi. E ora ripeto con orgoglio: sì, ho sistemato io gli esplosivi, ho fatto saltare io le due mine. Ciò allo scopo di uccidere colui che chiamate presidente. E mi dolgo soltanto di non esser riuscito ad ucciderlo. Da tre mesi quella è la mia pena più grande, da tre mesi mi chiedo con dolore dove ho sbagliato e darei l'anima per tornare indietro, riuscirvi". [...] "Conoscevo i pericoli che mi attendevano. Proprio come, ora, conosco la pena che mi infliggerete. Io lo so, infatti, che mi condannerete a morte. Ma non mi tiro indietro, signori della Corte marziale. E anzi accetto fin d'ora questa condanna. Perchè il canto del cigno di un vero combattente è il rantolo che egli emette colpito dal plotone di esecuzione di una tirannia". E il verdetto dei giudici fu quello da lui preannunciato: la pena capitale.

Eppure Alekos non venne fucilato. Le pressioni della comunità internazionale e il timore di farne un martire, spinsero Papadopoulos ad ordinare che fosse detenuto nella prigione di Boiati. Quì egli rimase per cinque anni, tra sevizie, tentativi di fuga e scioperi della fame. Per passare il tempo scriveva poesie, studiava l'italiano e leggeva i libri e gli articoli di una donna, una giornalista italiana, Oriana Fallaci. Poi, nell'estate del 1973, la svolta: Panagulis ottenne l'amnistia e, seppur contro la sua volontà, fu rilasciato. Il giorno seguente alla sua scarcerazione, venne a casa sua, per intervistarlo, quella stessa giornalista i cui libri aveva letto in cella, quella stessa donna per parlare con la quale si era messo a studiare l'italiano. Con Oriana sarebbe nata una turbolenta storia d'amore, che si sarebbe protratta tra liti, pericoli e un aborto fino alla morte di lui, che le avrebbe detto, al loro ultimo incontro, "Sei stata una buona compagna. L'unica compagna possibile".

Fu proprio grazie alla Fallaci che Panagulis si auto-esiliò di nuovo, questa volta in Italia, a Firenze, per poi tornare in Grecia l'anno seguente. Nel 1974, infatti, il regime dei colonnelli cadde e furono indette libere elezioni. Lo stesso Panagulis si candidò e venne eletto con l'Unione di centro, un partito di ispirazione liberale progressista. Ben presto, però, si rese conto che non è tutto oro quello che luccica e abbandonò il partito, dopo che questo respinse la sua richiesta di epurare un membro che aveva intrattenuto rapporti col regime. Questa scoperta spinse Alekos ad indagare più a fondo sui rapporti fra la nuova democrazia e la vecchia dittatura ed infine giunse in possesso di documenti che, a suo dire, dimostravano che il nuovo governo era l'erede del regime dei colonnelli e che entrambi rispondevano alla CIA, erano insomma appoggiati tacitamente dagli USA. La figura più controversa risultò essere quella del ministro della difesa Evangelos Averoff, ritenuto responsabile di aver collaborato sia con la Giunta che con il Kyp (servizi segreti greci), nonchè di essere il regista del nuovo governo pseudo democratico, l'uomo che aveva deciso il nome del presidente, Karamanlis, allo scopo di manovrarlo. Panagulis si offrì quindi di consegnare questi documenti alla magistratura, ma ottenne risposta nagativa. Tentò quindi di farli pubblicare da un quotidiano locale, Ta nea, ma la magistratura, su pressione di Averoff, ne sospese la pubblicazione. Decise così che li avrebbe consegnati direttamente a Karamanlis, ma morì prima di riuscirci.

Nella notte fra il 30 aprile e l'1 maggio 1976 Alekos Panagulis, mentre ritornava alla sua casa a Glifada, rimase vittima di un misterioso incidente automobilistico avvenuto in via Vouliagmenis, ad Atene. La sua Fiat verde finì nello scivolo di un'autorimessa ed egli morì sul colpo. L'inchiesta ufficiale condotta dalla magistratura greca imputò l'incidente ad un errore dello stesso Panagulis, ma le perizie straniere e i racconti dei testimoni sembrarono puntare in un'altra direzione. Quattro persone, 3 tassisti e il passeggero di uno questi, si presentarono spontaneamente alla polizia affermando di aver visto sfrecciare un'auto verde inseguita da un'auto rossa e da una bianca. Secondo le ricostruzioni, l'auto rossa lo avrebbe speronato facendogli perdere il controllo del mezzo, al che quella bianca, affiancatolo, lo avrebbe spinto fuori strada. Alla guida dell'auto bianca ci sarebbe stato Michele Steffas, militante di sinistra con un passato di pilota professionista in Canada. Ciò fu confermato dallo stesso Steffas che, il 3 maggio, si presentò alla polizia affermando di aver visto una Fiat verde sfrecciargli accanto sbandando, per poi schiantarsi. Questa versione fu accolta dalle autorità greche, che lo condannarono semplicemente a pagare una multa per omissione di soccorso.

Un riscatto Panagulis lo trovò proprio nella morte. Mentre in vita aveva avuto più oppositori che sostenitori, i suoi funerali furono la più grande manifestazione di popolo della storia greca. Il 5 maggio 1976 un milione e mezzo di persone si riversò nelle strade di Atene, gridando ad una voce "Zi! Zi! Zi!" (Vive! Vive! Vive!). Ai funerali era presente anche Oriana Fallaci, cui Panagulis, consapevole evidentemente di essere tanto scomodo da avere in sorte una morte prematura, aveva chiesto di scrivere la propria biografia. Da tale richiesta nacque il libro "Un uomo", pubblicato da Rizzoli nel 1979.

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