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lunedì 5 settembre 2016

Nel magico mondo degli slavi

Il filosofo tedesco Johann Gottfried Herder scrisse che i popoli slavi occupano più spazio sulla terra che nella storia. Dal punto di vista geografico, infatti, le popolazioni slave ricoprono un'area assai vasta, che dalle regioni dell'Europa centrale e le rive dell'Adriatico si estende fino all'oceano Pacifico. Tuttavia, nell'antichità e nel Medioevo, in Occidente circolavano scarse notizie sul loro conto, spesso erronee o frammiste ad elementi mitici e leggendari. Eppure, se ci si immerge nel folklore di questi popoli, sembra proprio di entrare in un mondo mitico, intriso di magia e avvolto da un alone di mistero. E ciò che più colpisce è che molte antiche tradizioni e credenze sono tutt'oggi profondamente radicate nella cultura popolare dell'est Europa. Iniziamo, dunque, il nostro viaggio alla scoperta del magico mondo degli slavi.

La civiltà slava delle origini era una civiltà contadina. Per questo, prima dell'introduzione del cristianesimo, si svilupparono miti, credenze e forme culturali legate alla natura, alla flora e alla fauna locali e al ciclo delle stagioni. Il folklore antico slavo affonda le sue radici nella terra. Letteralmente. La terra, infatti, soprannominata Mat'- syra - zemlja (madre - umida - terra), era considerata il principio femminile della creazione, mentre il cielo rappresentava quello maschile. Secondo la cosmogonia slava, la terra, "umida" e quindi fertile, sarebbe stata fecondata dal cielo mediante la pioggia, i fulmini o la caduta di meteoriti. Inoltre, essa era ritenuta depositaria della legge morale: di fronte ad atti sacrileghi avrebbe manifestato la propria indignazione rendendosi sterile o facendo tremare il suolo.

LeshyMolto stretto era poi il legame con la foresta, teatro di caccia e fonte di legname, principale materiale impiegato nella costruzione di edifici, utensili e imbarcazioni. Il ferro, di contro, era considerato un materiale tabù, tanto che tutt'oggi in Russia si usa "toccare legno", invece che ferro, come gesto scaramantico. Ecco, dunque, che tra gli alberi faceva capolino lo spirito della foresta, Lešij in russo (da les, "foresta") e Borowy in polacco (da bor, "foresta di conifere). Anticamente era considerato uno spirito buono: protettore del bestiame, custode e sovrano delle fiere, nonché garante del loro rapporto con l'uomo. In epoca storica, però, tese ad assumere tratti negativi, fino a trasformarsi in un essere diabolico, che fa smarrire i viandanti e rapisce e divora gli uomini. Nei pressi di laghi e fiumi ci si poteva invece imbattere nel Vodjanoj, lo spirito delle acque. In un cartone animato sovietico del 1979, "La nave volante" (Летучий корабль), appare nelle vesti di aiutante del protagonista, uno spazzacamino che deve costruire una nave volante per poter sposare la bella principessa di cui è innamorato.

Un'altra variante dello spirito delle acque è la Rusalka, simile alle sirene o alle ninfe della mitologia occidentale. Si tratta, infatti, di una giovane donna dalla voce suadente, con occhi verdi e lunghi capelli su cui posa una corona di fiori. E' stata resa celebre dall'omonimo dramma del grande poeta russo A.S. Puškin.

obereg-domovoiGli spiriti, però, sono anche tra le mura domestiche, non solo in natura. Nelle case degli antichi slavi vi era, infatti, un inquilino molto particolare, il Domovoj (dal russo dom, "casa"). Questo spiritello di bassa statura e coperto di peli era considerato parte integrante della famiglia, su cui vegliava e dalla quale era tenuto in altissima considerazione. Si era soliti lasciargli del cibo e invitarlo in caso di trasferimento, onde evitare conflitti col Domovoj dei nuovi coinquilini. Amava stare sotto la soglia di casa o dietro la stufa e poteva punire comportamenti scorretti facendo piccoli dispetti o veri e propri danni. Ancora oggi, in molte case russe, troverete bambole dalle sembianze di questo buffo personaggio a protezione delle famiglie che vi abitano.


Domovoj a parte, a tenere le redini dell'unità famigliare era la donna. Alle origini quella slava era, infatti, una società di stampo matriarcale, cosa che ebbe come conseguenza l'uniformarsi al principio del minorasco. Ciò significa che mentre nelle società patriarcali si privilegia nelle successioni il primogenito, presso gli antichi slavi era il figlio minore ad ereditare. Questa antica prassi, venuta meno con il passaggio al patriarcato conseguente alla conversione al cristianesimo, ha lasciato delle tracce nel folklore. Nelle fiabe popolari, ad esempio, l'eroe o l'eroina sono sempre i più giovani della famiglia. Ne "Il fiorellino scarlatto" (Аленький Цветочек) di Serghej Aksàkov, versione russa de "La bella e la bestia", la protagonista è la minore di tre sorelle. Allo stesso modo, Ivan Zarevič, eroe archetipico della fiabe russe, è il minore di tre fratelli. Fra i suoi principali antagonisti vi è un altro famoso personaggio del folklore slavo, Baba Jaga. Si tratta di una vecchia strega con una gamba sola o con una gamba in decomposizione, che vola su un mortaio utilizzando il pestello come timone e cancellando i sentieri nei boschi con una scopa di betulla. Di solito è sporca in tutto il corpo, cosa di cui si duole, ha gli occhi appiccicati e i denti neri e affilati. Vive nella foresta, in un'isba che si regge su zampe di gallina, con una bocca piena di denti taglienti al posto della serratura ed una staccionata fatta di ossa umane. In alcune favole l'isba gira ininterrottamente su se stessa e si ferma solo su esplicita richiesta dell'eroe, per consentirne l'ingresso. Il più delle volte Baba Jaga è un'antagonista, che rapisce altri esseri umani (spesso bambini) per mangiarli. Vi sono, però, anche fiabe in cui veste i panni dell'aiutante, dalla quale l'eroe o l'eroina si recano per ottenere un consiglio. Ella è, infatti, onniveggente e ha uno specchio in cui tutto vede. Nel folklore polacco, tuttavia, la sua figura si discosta leggermente da questa comune tradizione slava: la sua isba poggia su una sola zampa di gallina e con l'appellativo di Baba Jaga ci si riferisce anche a streghe buone che vivono in case di pan di zenzero.

Secondo gli slavi, comunque, la magia non era appannaggio esclusivo di streghe e spiriti, ma poteva essere praticata anche dai comuni mortali. Le donne, in particolare, erano solite fare incantesimi con strumenti facilmente reperibili fra le mura domestiche e alcune pratiche si sono conservate nella cultura popolare fino ai giorni nostri. Per predire il sesso e il numero dei propri figli, per esempio, basta usare ago e filo. Una donna tenderà la mano col palmo rivolto verso l'alto, mentre un'altra le farà passare per tre volte l'ago, legato al filo, tra il pollice e l'indice, dall'alto verso il basso, per poi lasciarlo oscillare sopra il palmo. Se l'ago oscillerà avanti e indietro, sarà un maschio. Se, invece, girerà in tondo, sarà una femmina. Si potrà poi ripetere l'operazione, fino a che a che l'ago smetterà di muoversi, così da predire anche il numero dei nascituri. Particolarmente gettonati sono poi gli incantesimi per scoprire il volto del cosiddetto "uomo del destino", da realizzare rigorosamente tra il 7 gennaio (Natale ortodosso) e il 19 (giorno del battesimo di Cristo e altra importante ricorrenza nel calendario ortodosso). Le due pratiche più diffuse sono quelle del corridoio di specchi e del ponte. La prima prevede che, a mezzanotte, la donna si sieda in mezzo a due specchi, in una stanza illuminata da due candele, e ripeta cinque volte "Mio promesso, mio promesso sposo, nello specchio a me mostrati, in esso riflettiti. E così sia. Amen" (Суженый мой, ряженый, ты в зеркале мне покажись, ты в нём отразись. Да будет так. Аминь). In questo modo dovrebbe apparirle il suo volto nello specchio. La seconda consiste, invece, nel costruire con dei fiammiferi un ponte sopra ad un bicchiere, che andrà poi posizionato sotto il letto della donna, all'altezza del cuscino. Prima di coricarsi dovrà recitare una filastrocca simile alla precedente: "Che il mio promesso, che il mio promesso sposo mi faccia attraversare il ponte" (Кто мой суженый, кто мой ряженый, тот перевидёт меня через мост). In tal modo la donna dovrebbe sognare di essere accompagnata aldilà del ponte dal suo futuro marito. Queste credenze hanno avuto così grande fortuna nella cultura popolare dei paesi slavi, che Irina Allegrova, famosa cantante russa contemporanea, cita queste due filastrocche in una sua canzone, "Mio promesso" (Суженый мой), che riporto di seguito:


 La sopravvivenza di questi e altri elementi della tradizione pagana e popolare, nonché la loro commistione con la religione cristiana, introdotta nel X secolo, ha portato la critica storica sovietica a parlare di Dvoeverie, "doppia fede". E proprio questa dicotomia tra sacro e profano, cristiano e pagano è alla base dell'identità culturale slava, come dimostra Tatiana, l'eroina dell' "Evgenij Onegin" di Puškin. Tatiana, definita "russa nell'anima", è una nobile, parla perfettamente francese e legge romanzi stranieri. Eppure crede nella magia e si lascia suggestionare dal folklore contadino, come leggiamo nel quinto capitolo del famoso poema:

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