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lunedì 5 settembre 2016

L'otto, ancora

L'8 marzo è la giornata internazionale della donna, in cui si ricordano le conquiste politiche, sociali ed economiche ottenute dalle donne a prezzo di strenue lotte, si condannano le violenze e le discriminazioni cui sono state e tuttora sono soggette e ci si impegna, o ci si dovrebbe impegnare, per raggiungere una piena parità di genere, che è ancora un'assente ingiustificata anche nei paesi cosiddetti avanzati. Prendiamo in considerazione l'Italia, per esempio. I recenti dati statistici rivelano una situazione contraddittoria, per cui, pur ottenendo risultati accademici migliori e in tempi più brevi, le donne faticano più degli uomini a trovare lavoro e spesso vengono pagate meno. Ecco quindi che, se le donne rappresentano il 58% dei laureati, le ricercatrici sono solo 10mila su 24mila, le professoresse associate 5.600 su 16mila, le ordinarie 3mila su 14.457 e sono soltanto 5 le donne su 78 rettori in tutta Italia. A fronte di grandi conquiste, dunque, restano ancora grandi nodi da sciogliere e battaglie da affrontare. E, guardando al futuro, vale forse la pena di ripensare anche al passato e a coloro che, per prime, hanno fatto del femminismo una bandiera.

Il 3 marzo ha debuttato nelle sale italiane il film "Suffragette", una produzione britannica con Carey Mulligan, Helena Bonham Carter e Meryl Streep, che mette in luce gli sforzi e i sacrifici compiuti dalle femministe inglesi per ottenere il diritto di voto, il suffragio appunto (da qui il nome "suffragette"). Il movimento delle suffragette affonda, però, le sue radici in Francia, dove si iniziò a parlare per la prima volta di diritti delle donne durante la Rivoluzione del 1789. Vennero infatti presentati all'Assemblea rivoluzionaria i "Cahier de Doléances des femmes", una prima richiesta formale di riconoscimento di diritti alle donne. Negli stessi anni la drammaturga Olympe de Gouges pubblicò la "Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina", ricalcata dalla "Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino", affermandovi l'uguaglianza dei diritti civili e politici tra i due sessi e la necessità di restituire alla donna quei diritti naturali che i pregiudizi le avevano sottratto. Oltre a pubblicare altri scritti femministi, Olympe iniziò anche ad organizzare gruppi di donne, ma la sua azione fu bruscamente interrotta nel 1793, quando fu ghigliottinata a causa delle critiche mosse a Robespierre. Ormai, però, il seme del femminismo era stato piantato e la pianta cominciò a crescere.

Quasi contemporaneamente a quanto avveniva in Francia, anche in Inghilterra si cominciò a parlare di emancipazione femminile e questo dibattito trovò una grande interprete in Mary Wollstonecraft. Quest'ultima pubblicò nel 1792 "A vindication of the rights of women", in cui contraddiceva coraggiosamente gli ideali della società patriarcale dell'epoca, sostenendo che la donna non fosse per natura inferiore all'uomo, ma che fosse la diversa educazione da lei ricevuta a porla in uno stato di subordinazione e inferiorità. Iniziarono, così, a formarsi i primi circoli femminili, che chiedevano a gran voce una parità di diritti fra i sessi. Una prima seppur debole vittoria la ottennero nel 1835 con la legge comunale Corporations Act, con cui si concesse alle donne il diritto di voto nelle elezioni locali. Rimaneva, però, ancora molta strada da fare, poiché le elezioni nazionali rimasero interdette loro e la legge praticamente non le considerava. Le donne, infatti, non potevano possedere nulla ed erano anzi considerate loro stesse proprietà prima del padre e poi del marito. Marito dal quale non avevano il diritto di divorziare, ma cui erano tenute ad essere fedeli. Inoltre, non avevano nessun diritto sui figli e non era loro concesso studiare all'università. Per non parlare, poi, dei Contagious Desease Acts, che prevedevano che le donne affette da malattie veneree dovessero essere internate in ospedali specifici, i lock hospitals, mentre gli uomini erano lasciati liberi di diffondere la malattia.

Un contributo fondamentale alla causa femminista fu apportato anche da alcuni uomini, come l'economista e filosofo John Stuart Mill, che nel 1865 presentò agli elettori un programma che proponeva il suffragio femminile. Quattro anni dopo vide finalmente la luce il movimento delle suffragette, che portò alla costituzione, nel 1897, della Società Nazionale per il suffragio femminile (National Union of Women's Suffrage). La sua fondatrice, Millicent Garett Fawcett, tentò di convincere proprio l'elettorato maschile ad appoggiare la sua causa, poiché essi erano i soli che avessero legalmente la capacità di concedere loro il voto. La Fawcett, la cui opera viene portata avanti ancora oggi dalla Fawcett Society, rinominata in suo onore nel 1953, non ottenne tuttavia i risultati sperati. Il movimento delle suffragette trovò nuovo vigore con Emmeline Pankhurst, che nel 1903 fondò l'Unione sociale e politica delle donne (Women's Social and Political Union - WSPU), appoggiata dal marito, l'avvocato Richard Marsden Pankhurst, e dalle loro tre figlie, Christabel, Sylvia e Adela. Con Emmeline il movimento divenne più militante e riuscì ad ottenere grande visibilità a livello mediatico. Le suffragette, che prima avevano perpetrato la loro causa in maniera pacifica, iniziarono ad attuare azioni dimostrative, come incatenarsi a ringhiere, incendiare cassette postali, tagliare i fili del telegrafo e rompere finestre e vetrine. Inoltre, diffondevano le proprie idee mediante scritte sui muri e striscioni con slogan come "Votes for women" o "Give me liberty or give me death",  attraverso il quotidiano The Suffragette e comizi in cui Emmeline Pankhurst infiammava le folle con frasi come "We are here, not because we are law-breakers; we are here in our efforts to become law-makers" (Non siamo qui perché vogliamo infrangere la legge; siamo qui perchè vogliamo fare la legge). Organizzavano, poi, poderose manifestazioni, che venivano spesso soffocate con la violenza da parte delle forze dell'ordine e portarono all'arresto di migliaia di militanti. In carcere le suffragette iniziarono a praticare lo sciopero della fame, su iniziativa di Marion Dunlop. Quest'ultima, dopo essere stata arrestata per aver imbrattato i muri della House of Commons e tirato pietre contro le finestre del numero 10 di Downing street, dichiarò che non avrebbe mangiato finché non fosse stata spostata nella divisione dei prigionieri politici. Ella venne in seguito emulata dalle altre suffragette e le autorità inglesi, per timore che, morendo, sarebbero diventate delle martiri, istituirono l'alimentazione forzata. Ma questo non le fermò. Si stima che la stessa Pankhurst, allora cinquantenne, abbia attuato lo sciopero della fame per ben dieci volte in 18 mesi.

Ad ogni modo, la maggiore visibilità mediatica le suffragette la ottennero a causa di un evento tragico: la morte dell'attivista Emily Davison. Il 4 giugno 1913, al derby di galoppo di Epsom, la Davison si slanciò verso il cavallo di re Giorgio V, nel tentativo di attaccare alle sue briglie la bandiera viola, bianca e verde del WSPU, per farla sventolare fino al traguardo, ma ne venne travolta. Le fratture riportate nell'incidente, tra le quali una al cranio, ne causarono la morte quattro giorni dopo. La cerimonia funebre organizzata in suo onore dalle suffragette attirò moltissime persone e sulla sua lapide venne scritto uno dei principali slogan del WSPU, "Atti, non parole". Il sacrificio di Emily Davison, così come gli sforzi delle altre militanti, venne finalmente ricompensato nel 1918, quando il parlamento del Regno Unito concesse il voto alle donne al di sopra dei 30 anni, per poi estenderlo a tutte il 2 luglio del 1928. Prima il suffragio femminile era già stato riconosciuto dalla Nuova Zelanda nel 1893, dall'Australia nel 1902, dalla Finlandia nel 1906, dalla Norvegia nel 1913, dalla Danimarca e dall'Islanda nel 1915 e dalla Russia e dal Canada nel 1917. Fu poi il turno dell'Austria, della Germania, dell'Irlanda e dell'Ungheria nel 1918, del Belgio e dei Paesi Bassi nel 1919, degli Stati Uniti nel 1920, della Svezia nel 1924, del Brasile nel 1932 e della Turchia nel 1934. In Francia si dovette, invece, attendere il 1945 e in Italia il 1946, quando le donne votarono per la prima volta il 2 giugno, in occasione del referendum per l'abrogazione della monarchia. Si va poi avanti, passando per la Cina e per l'India (1949), per il Messico (1953), per la Svizzera (1971), fino ad arrivare al Qatar (2003) e all'Arabia Saudita (2015).

Le ultime due date, recentissime, dimostrano che il suffragio femminile è ancora una grande conquista e che l'opera iniziata dalle suffragette è ancora ben lontana dall'essere stata ultimata. Per questo la loro causa deve essere abbracciata, con coraggio e con orgoglio, da tutte le donne del mondo. L'emancipazione femminile non può ancora considerarsi acquisita. La parità di genere non può ancora considerarsi acquisita. E lo sarà soltanto quando essere donna smetterà di essere una mancanza, un handicap, un difetto di fabbrica. Ricordiamocelo sempre. Lottiamo sempre. Non solo l'otto.

Di: Debora Vitulano


Fonti:

Web

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