Ultimi Post

lunedì 5 settembre 2016

Il Maestro e Margherita: l’eredità di un grande

Il 15 maggio è stato l'anniversario della nascita di Michail Bulgakov (1891-1940), scrittore e drammaturgo oggi conteso tra Russia e Ucraina. Nacque, infatti, a Kiev, una città che allora faceva parte dell'Impero russo, ma che oggi è capitale dell'Ucraina. Lasciamo stare, però, queste dispute e concentriamoci piuttosto sull'eredità che Bulgakov ci ha lasciato. In particolare sul suo capolavoro, "Il Maestro e Margherita".

Scritto tra il 1928 e il 1940, il romanzo presenta una struttura assai complessa, basata sulla convergenza di tre diverse linee stilistico-narrative. La prima è quella del “sovrannaturale”, del demonico. Essa trova espressione nella comparsa del diavolo, nei suoi trasformismi e incantesimi che suscitano stupore, panico, follia e scombussolano la quotidiana routine di molte persone, di cui nel contempo sottolineano la pochezza morale, la sete di denaro, la loro inconsapevole funzione di marionette del male. Personaggio centrale di questo primo filone del romanzo è Satana-Woland, vero e proprio “demiurgo” della vicenda. Egli è un diavolo modernizzato, esperto di teatro, oltre che di magia nera, che a Mosca diventa prestigiatore, show-man, capo-comico, regista alla ricerca di un volto nuovo (Margherita), cui è pronto ad offrire favolosi compensi. Del resto sia il teatro che la magia nera costituiscono due diverse forme di seduzione e il diavolo, si sa, è prima di tutto un seduttore. Woland però non lavora in proprio, ma ha un incarico da svolgere: è un mediatore su più piani. In particolar modo tra la sfera divina e il mondo in generale e il Maestro in particolare. Il mondo cui Woland dà forma è infatti il riflesso di quello in cui egli irrompe. In più col suo amministrare, a Mosca, una giustizia di tipo punitivo, servendosi di compagni violenti, rozzi e fidatissimi, Woland ricorda irresistibilmente Stalin, che nel romanzo non viene mai nominato. Egli, come avverte l'epigrafe, tratta dal “Faust” di Goethe, “vuole il male” ma “opera per il bene”: fa del bene al Maestro innocente e del male ai suoi concittadini colpevoli. Allo stesso modo proprio Stalin, nel '30, era stato l'unico ad intervenire in favore di Bulgakov, offrendogli una professione e sottraendolo così alle grinfie dell'Intelligencija staliniana: l'autore era stato risparmiato mentre gli intellettuali sovietici perivano a migliaia. In secondo luogo Woland è mediatore tra il Maestro e il mondo meraviglioso che in lui palpita, è colui che trasforma il desiderio più struggente e irrealizzabile dell'artista in pura realtà: incontrare Ponzio Pilato, protagonista del suo romanzo. Bulgakov connette strettamente il reale con l'irrazionale, il quotidiano con l'inusitato, facendo sì che si determini una reciproca dilatazione simbolica e che la deformazione grottesca operata nella realtà dall'intervento del fantastico, usato come effetto di “straniamento”, finisca per enfatizzare ciò che nel reale è racchiuso e che non affiorerebbe per altro tramite.

Ed è proprio qui che si innesta la seconda linea d'azione, che ritrae il mondo di ogni giorno, gli squallidi e lussuosi ambienti moscoviti: la casa del “Massolit”, o Unione degli scrittori, un teatro, una clinica di malati di mente, un “appartamento poco simpatico”, ecc.; e le sordide figurette che popolano tali ambienti: dai letterati ingordi e parassiti ai teatranti truffaldini, dai critici bacchettoni ai delatori della polizia, dai burocrati ai pubblici creduloni, ecc. La vita di Mosca, ritratta da Bulgakov, sembra trascorrere come una pantomima, come uno spettacolo tragicomico, in modo fittizio ed evanescente. A questa sordida realtà quotidiana sfuggono soltanto Margherita, con la dedizione d'amore, e il Maestro, con la fedeltà non soltanto alla propria vocazione, ma ancor più alla verità da lui attinta mediante la composizione di un romanzo su Ponzio Pilato.



Margherita rappresenta la femminilità a tutto tondo: è amante e sposa, è strega e donna. Tale duplicità, che trova espressione nei suoi due nomi, Margherita e Regina Margot, è fatta di opposti non in contraddizione fra loro. A ricomporre la sua duplice natura, di strega e di donna, è l'amore. Margherita ama con tutta se stessa e ciò le consente di esprimere appieno la sua essenza, di vedere dove gli altri non vedono, di gioire fino all’esaltazione o di deprimersi sino agli abissi più funesti, di consolare il dolore più profondo e di vendicarsi con l’odio più feroce. In nome dell'amore ella è pronta a scendere a patti col Diavolo, perché amare è un rischio sul quale bisogna puntare tutto. E Margherita lo fa. Che la capacità di amare, senza riserve e senza limiti, sia il tratto peculiare di questo personaggio ce lo suggerisce Bulgakov stesso, che la introduce con queste parole: “Vieni con me, lettore! Chi ti ha detto che non esiste sulla terra un amore vero, fedele, eterno? Venga tagliata la ripugnante lingua al mentitore! Vieni con me, mio lettore, soltanto con me, e ti mostrerò questo amore!”. Eppure il momento più alto vissuto da Margherita è, a mio parere, il volo notturno che la condurrà da Woland. E' proprio allora, infatti, che la duplicità propria di questo personaggio appare più evidente e allo stesso tempo più armoniosa. Ella ha appena svestito i panni di Margherita e si appresta a indossare quelli della Regina Margot: la donna e la strega si fondono e si confondono, rappresentate rispettivamente dal corpo nudo, mostrato con naturalezza e senza volgarità, e dall'iconica scopa.

Il Maestro è, invece, l'alter ego di Bulgakov: uno scrittore ostracizzato dal regime e dall'Intelligencija sovietica perchè colpevole di avere scritto la cosa sbagliata nel posto sbagliato e al momento sbagliato. Il Maestro ebbe, infatti, l'ardire di scrivere un romanzo su Ponzio Pilato in uno stato dichiaratamente ateo e anticlericale, sotto un regime, quello staliniano, che aveva attuato una radicale opera di scristianizzazione della popolazione. Per questo nessun editore accettò di pubblicare la sua opera, che venne anzi bollata come un tentativo di “introdurre nella stampa un'apologia di Gesù Cristo”. Bulgakov ricevette critiche ancora più pesanti. Dopo l'uscita del suo dramma “I giorni dei Turbin” egli venne pubblicamente definito un individuo “posseduto da canina senescenza”, “un addetto alle pulizie della nostra letteratura”, intento a raccogliere gli avanzi “sputazzati da almeno una dozzina di commensali”. Sul n.44 della rivista culturale “La vita dell'arte” del 1927 un critico scrisse quanto segue: “Miška Bulgakov, il compare mio, che lui pure, se mi perdonate l'espressione, è  scrittore, fruga nel pattume vecchio... Ma dì, gli chiedo io, fratellino, che razza di grugno ci hai tu... Io sono una persona delicata, sai, sicchè pigliarlo bisognerebbe, e sbattergli ben forte la tempia contro la tazza del cesso... D'un piccoloborghese noialtri, anche senza i tuoi Turbin, non ne abbiamo proprio nessun bisogno, un po' come la cagna non ne ha d'un reggiseno... Guardalo lì com'è saltato fuori, questo figlio di cagna. E' saltato fuori 'sto Turbin, e per non aver né incasso né successo.” Sulla “Komsomol'skaja Pravda” del 14 ottobre 1926 si disse di Bulgakov che “quel che era prima è rimasto tuttora, un rampollo neoborghese, che schizza un'avvelenata ma impotente bava sulla classe operaia e i suoi ideali comunisti”. Ma cosa fece per meritarsi tutti questi insulti? E' lui stesso a spiegarlo nella lettera che, il 28 marzo del 1930, scrisse al governo dell'Urss, esasperato dall'impossibilità di trovare un impiego e dal fatto che tutte le sue opere erano state proibite. Qui egli afferma di esser voluto divenire uno scrittore satirico all'epoca in cui la satira vera in Urss era assolutamente impensabile. Dimostra anche di sapere che per migliorare la propria condizione sarebbe bastato scrivere “una pièce comunista” e rinnegare le opinioni espresse precedentemente. Eppure non lo fece mai. Proprio come il Maestro, non ne sarebbe stato capace. Il risultato fu che, per lui, come abbiamo già visto, non ci furono che insulti. Ma se con questi ultimi egli riusciva a convivere, affermando anzi che “l'insulto è la ricompensa abituale di un lavoro ben fatto”, ben diversa fu la sua reazione dinanzi all'impossibilità di pubblicare “Il Maestro e Margherita”.

Bulgakov fece la stessa scelta del Maestro, prese quella che per uno scrittore deve essere la decisione più dolorosa: buttò nella stufa la sua opera. Tuttavia se il Maestro, in seguito a questo gesto, si rifugiò in un manicomio, isolandosi dalla realtà contingente, Bulgakov non si nascose, ma affrontò anzi a testa alta i suoi inquisitori. Nella lettera, già citata, al Governo dell'Urss egli scrisse: “La lotta contro la censura, qualunque essa sia, e quale che sia il potere per il quale essa opera, è mio dovere di scrittore, così come anche l'appellarmi per la libertà di stampa. Io sono un fervente sostenitore di questa libertà e ritengo che se a un qualche scrittore venisse in mente di voler dimostrare che essa non gli occorra, non sarebbe diverso da un pesce che volesse dichiarare pubblicamente di non aver alcun bisogno dell'acqua.” Ad ogni modo se Bulgakov decise di attribuire al suo alter ego un rifiuto del mondo esterno, della vita quasi, non fu per farne un codardo, ma per esprimere quella tragica condizione di cui egli stesso era vittima e che viene ancora una volta descritta nella lettera: “l'impossibilità di scrivere equivale, per me, a essere sepolto vivo.” Eppure per i due uomini, quello di carne e quello d'inchiostro, vi era ancora speranza. Per il Maestro tale speranza è rappresentata da Margherita. Per Bulgakov da Elena Šilovskaja. Eh sì, anche Michail ebbe la sua Margherita. Si trattava della sua terza moglie, che lo aiutò a riscrivere e perfezionare il romanzo, dopo che il primo manoscritto era bruciato, e che ne ultimò e pubblicò la versione definitiva, la quarta, dopo la sua morte. Penso che proprio in questo parallelismo sia da ricercare il senso della citazione più famosa del romanzo, “i manoscritti non bruciano”, che Woland rivolge al Maestro. Essa non deve, infatti, essere interpretata in senso letterale, ma come una dimostrazione del fatto che, se la materia di quei manoscritti è veramente radicata nell'animo dell'autore, non vi è modo di distruggerla. Nulla possono le fiamme o la censura, le parole continueranno a riemergere prepotentemente non ci sarà bavaglio che regga.


Allo stesso modo, anche il romanzo del Maestro rappresenta per lui una ragione di vita. Non a caso, come si è detto, dinanzi all'impossibilità di pubblicarlo egli sceglie la via dell'isolamento, del rifiuto del mondo e della vita stessa, facendosi rinchiudere in un manicomio. Proprio il romanzo del Maestro permette l'innesto nell'assunto bulgakoviano di una terza linea narrativa, quella in cui l'autore risale al passato più lontano, alla storia-leggenda, e rievoca, col tono alto dell'annalista e con i modi pacati del testimone spassionato, il processo, il supplizio e la morte di Jeshua Hanozri (Cristo), la storia dell'antagonismo tra il “filosofo vagabondo”, Jeshua appunto, e il “cavaliere romano” e procuratore della Giudea Ponzio Pilato. Viene qui fornita da Bulgakov una lettura del mito evangelico diversa rispetto alla tradizione canonica, più vicina a quella degli apocrifi. A tal proposito è fondamentale ciò che l'autore fa dire a Jeshua Hanozri del suo discepolo Levi Matteo: “Un tale mi segue dappertutto con la sua pergamena di capra e trascrive di continuo le mie parole. Ma una volta ho dato un'occhiata a quella pergamena e sono rimasto inorridito. Di tutto quello che c'era scritto non avevo detto una parola.” Alla trasfigurazione mitica operata nel quotidiano fa così da specchio e si oppone, nella storia di Jeshua, la tendenza a dare quotidianità al mito, a far risaltare l'umanità del Cristo, a preferire agli aspetti religiosi gli elementi terreni, la sua fede in una società in cui non ci siano più né Cesari né potenti e la sua coraggiosa accettazione dello strapotere di Ponzio Pilato. Con grande forza si pone, in tale ambito, il problema della libertà interiore, della responsabilità morale a cui l'individuo non può né deve sottrarsi con il pretesto delle “circostanze”. Nella collisione tra Jeshua e Ponzio Pilato ritorna infatti, come un Leimotiv, il tema della viltà, esemplificato nella frase: “è la codardia il vizio più terribile”. Ma il ricorso alla storia-leggenda di Cristo-Pilato è anche motivato dall'intento di dare una dimensione di metaforica perennità al conflitto tra il bene e il male, indagato nel mondo contemporaneo. Il nucleo ideale de “Il Maestro e Margherita” è infatti da ricercare proprio nella visione, già citata all'inizio riguardo a Woland, del male come di un principio onnipotente, costretto però per esistere a creare in eterno il bene. Ed è lo stesso Bulgakov a suggerircelo attraverso l'epigrafe tratta dal “Faust” di Goethe“...Chi sei tu, dunque?” “Sono parte di quella forza che eternamente vuole il Male e eternamente opera per il Bene.” Woland inoltre, parlando con Levi Matteo, descrive il bene e il male come due facce della stessa medaglia, tanto differenti quanto dipendenti l'una dall'altra: “Hai pronunciato le tue parole come se non riconoscessi l'esistenza delle ombre e neppure del male. Non vorresti avere la bontà di riflettere sulla questione: che cosa farebbe il tuo bene, se non esistesse il male? E come apparirebbe la terra, se sparissero le ombre? Le ombre provengono dagli uomini e dalle cose. Ecco l'ombra della mia spada. E ci sono le ombre degli alberi e degli esseri viventi. Vuoi forse scorticare tutto il globo terrestre, portandogli via tutti gli alberi e tutto quanto c'è di vivo, per il tuo capriccio di vivere di nuda luce?”.

E' difficile riprendere la parola dopo una citazione così forte. Ci si sente come un bambino che scribacchia una frase in appendice al capolavoro di un grande. Eppure bisogna farlo. Bisogna farlo per sottolineare quale sia stato il più alto merito di Bulgakov come scrittore. Nel suo romanzo è riuscito a rappresentare la realtà nella sua universalità e, nel contempo, un periodo storico tanto controverso come quello del regime stalinista. E per giunta non l'ha fatto attraverso il realismo, bensì per mezzo del fantastico, che diventa così una sorta di chiave d'accesso alla realtà. Insomma, se non lo avete ancora fatto, correte a leggerlo!


Di: Debora Vitulano

Fonti:

Michail Bulgakov, “Il Maestro e Margherita”, postfazione di Igor Sibaldi, Mondadori, 2011.

Michail Bulgakov, “Al governo dell'Urss”, 1930.

Ignazio Ambrogio, “Romanzo sul diavolo” in “Ideologie e tecniche letterarie”, Editori riuniti, 1971.


Illustrazioni:

Progetto fotografico di Elena Martynjuk

Condividi questo articolo:

Posta un commento

 
Back To Top
Copyright © 2014-2017 Riscrivere la Storia. Designed by OddThemes | Distributed By Gooyaabi Templates