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lunedì 5 settembre 2016

Giordano Bruno, quando la verità vale più della vita


E' il 17 febbraio del 1600. Una colonna di fumo nero sale nel cielo di Roma. A produrla è una pira posizionata in Campo de' Fiori, dove a distanza di quasi 300 anni verrà eretta una statua. Ma non è solo legna quella che brucia, c'è un uomo su quella pira. Un uomo denudato e zittito da una mordacchia, una sorta di museruola che gli impedisce di emettere alcun suono. Quell'uomo è Giordano Bruno, filosofo, scrittore e frate domenicano. La sua colpa? La libertà dello spirito. I suoi aguzzini? La Santa Inquisizione.

Giordano Bruno nasce nel 1548 a Nola, vicino Napoli. Il Mezzogiorno è allora sotto il controllo della monarchia spagnola, nel cui esercito milita il padre di Bruno, Giovanni. Figlio unico, viene battezzato col nome di Filippo, in onore dell'erede al trono di Spagna Filippo II. Impara a leggere e scrivere da un prete nolano e prosegue i suoi studi all'Università di Napoli, dove si dedica alle lettere, alla logica e alla dialettica. Coltiva, inoltre, lo studio dell'arte mnemonica, cosa che giocherà un ruolo decisivo nel suo futuro. Il 15 giugno 1565 entra a far parte dell'ordine domenicano nel monastero di S Domenico a Napoli. Il 16 giugno 1566 conclude il noviziato e prende i voti. Rinuncia al suo nome di battesimo, come imposto dalla regola domenicana, e assume il nome di Giordano. Che Bruno non tenga in gran considerazione l'ortodossia cattolica risulta subito evidente: all'età di 18 anni toglie dalla sua cella le immagini dei santi, conservando solo il crocifisso. L'ambiente in cui si viene a trovare, del resto, è ben lontano dalla spiritualità che ci immagineremmo: dal 1567 al 1570 nei confronti dei frati di San Domenico Maggiore vengono emesse diciotto sentenze di condanna per scandali sessuali, furti e perfino omicidi. Tuttavia il monastero ha i suoi vantaggi. Qui, infatti, Bruno ha accesso ad un'ampia cultura e legge Aristotele, Tommaso d'Aquino, san Gerolamo, san Giovanni Crisostomo, Marsilio Ficino, Raimondo Lullo, Nicola Cusano. Eppure non gli basta. Assetato di conoscenza, si procura di nascosto anche i libri di Erasmo da Rotterdam, messi all'indice dalla Chiesa. Intanto, nel 1573 diventa sacerdote e nel 1575 si laurea in teologia.

In quell'ambiente, però, l'indipendenza di pensiero di Bruno è come una bomba ad orologeria, che esplode nel 1576. Discutendo con Agostino da Montalcino, un frate domenicano ospite del monastero napoletano, mette in discussione il dogma della Trinità. Per Bruno il Figlio e lo Spirito Santo non sono disgiunti dal Padre: egli considera, neoplatonicamente, il Figlio come l'intelletto e, pitagoricamente, lo Spirito come l'amore del Padre. L'accusa di eresia non si fa attendere e Bruno fugge a Roma. Tuttavia quelli sono anni di gravi disordini e ben presto sorge un nuovo problema: egli viene ingiustamente accusato di aver ucciso e gettato nel Tevere un frate. Costretto nuovamente alla fuga, Bruno abbandona questa volta l'abito domenicano, riassume il nome di Filippo e cerca rifugio in Liguria. Questa è solo la prima tappa di una lunga serie di peregrinazioni, che lo portano a Savona, Torino, Venezia, Padova, Brescia, Bergamo, Milano e in Francia. In questi anni Bruno si guadagna da vivere dando lezioni a bambini e adulti e scrive dei trattati, molti dei quali andranno persi. Le prime opere pervenuteci vengono pubblicate a Parigi. Tra queste vi sono due trattati fondamentali: il De umbris ideaurum e l'Ars memoriae. Nel primo Bruno descrive l'universo come un unico corpo, organico, in cui tutte le parti sono connesse fra loro, e retto da un ordine ben preciso. Fondamento di questo ordine sono le idee, presenti nella loro totalità e simultaneità nella mente divina. E gli enti di cui il cosmo si compone non sono altro che ombre di tali idee, quelle stesse ombre che sono poi presenti anche nella mente umana. Tuttavia l'uomo, se fornito di un metodo conoscitivo adeguato, può raggiungere le idee. Questo metodo conoscitivo viene identificato nel secondo trattato nell'arte della memoria. Secondo Bruno, infatti, se le idee danno vita agli enti, che vengono percepiti dai nostri sensi come ombre, tramite la memoria possiamo compiere il percorso inverso, risalendo dalle ombre alle idee, dall'uomo a Dio.

Giordano_Bruno2

Nell'aprile 1583 Bruno lascia Parigi e si reca a Londra, dove viene ospitato dall'ambasciatore francese Michel de Castelnau. Nell'estate dello stesso anno viene accolto alla prestigiosa Università di Oxford, dove tiene alcune lezioni sulle teorie dell'astronomo polacco Nicolò Copernico. Queste novità non vengono però apprezzate, come testimonierà vent'anni dopo l'arcivescovo di Canterbury George Abbot: "Quell'omiciattolo italiano [...] intraprese il tentativo, tra moltissime altre cose, di far stare in piedi l'opinione di Copernico, per cui la terra gira e i cieli stanno fermi; mentre in realtà era la sua testa che girava e il suo cervello che non stava fermo". Le lezioni di Bruno vengono quindi interrotte ed egli fa ritorno a Londra, dove fra il 1584 e il 1585 pubblica alcune delle sue opere più importanti, i cosiddetti "dialoghi londinesi". Tra i più significativi abbiamo innanzitutto De la causa, principio et uno, in cui Bruno si propone di identificare i principi della realtà naturale. Il primo principio è quello formale, l'intelletto universale, ovvero l'anima delle cose che, proprio in quanto dotate tutte di anima, sono prive di imperfezioni. Il secondo principio è quello materiale, ovvero la sostanza di cui le cose del mondo sono formate. Ne deriva che il principio formale è una potenza attiva, la "potenza di fare, di produrre, di creare", mentre il principio materiale è una potenza passiva, la "potenza d'esser fatto, prodotto e creato", e l'uno non può esistere senza l'altro. Affermando ciò Bruno si pone in contrasto col dualismo aristotelico, che voleva distinti questi due principi. Egli giunge, inoltre, alla conclusione che tutta la materia è vita e che la vita è nella materia. Di conseguenza Dio non deve essere cercato al di fuori della materia, ma nella materia e quindi dentro di noi. Vi è poi De l'infinito, universo e mondi, in cui Bruno afferma che l'universo è eterno, infinito, composto di infiniti mondi e sprovvisto di un centro, ruolo che veniva attribuito dalla concezione aristotelica alla Terra. Viene così meno quella posizione privilegiata che l'uomo ricopre nelle religioni giudaico-cristiane all'interno della creazione. La creazione stessa, del resto, è ormai priva di senso agli occhi del filosofo, poichè egli ritiene che l'universo sia come un organismo vivente, in cui la vita è insita in una materia infinita che perennemente muta. Da ricordare è, infine, Spaccio de la bestia trionfante, in cui Bruno sostiene che il rapporto fra l'uomo e il mondo è quello tra l'uomo e un Dio che non sta "nell'alto dei cieli", ma nel mondo, perchè la "natura non è altro che dio nelle cose". Questo fa sì che l'uomo ricerchi nel mondo naturale la Conoscenza e nel mondo civile la Legge. Tale legame, però, è venuto a mancare a seguito di un processo di decadenza che è iniziato col Cristianesimo e ha raggiunto il culmine con la Riforma protestante di Lutero, definito "macchia del mondo". Per ristabilirlo occorre liberarsi delle bestie, ovvero di quei vizi che gravano sulle spalle degli uomini, e sostituirle con altrettante virtù.

Nel 1585 Castelnau viene richiamato a Parigi e Bruno lo segue, inaugurando una nuova stagione di peregrinazioni. Lasciata la Francia, si reca nel Sacro Romano Impero: insegna per due anni all'Università di Wittemberg, poi si ferma per sei mesi a Praga, quindi entra a far parte dell'Academia Julia, l'università di Helmstedt, ed infine è a Francoforte. Nel mentre continua a pubblicare le sue opere. Nel 1591 soggiorna per breve tempo in Svizzera e insegna all'Università di Zurigo, per poi tornare nuovamente a Francoforte. E' qui che Bruno riceve una lettera da un patrizio veneto, Giovanni Francesco Mocenigo, il quale lo invita a Venezia perchè gli insegni l'arte mnemonica. E' solo verso la fine del marzo 1592, però, che Bruno si stabilisce in casa di Mocenigo. Inizia così l'ultimo capitolo della sua esistenza.

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Il 21 maggio 1592 Bruno informa il suo ospite di volersi recare a Francoforte per stampare alcune opere, ma questi, già insoddisfatto degli insegnamenti, pensa che sia un pretesto per abbandonare le lezioni e il giorno seguente lo sequestra. Il 23 maggio Mocenigo presenta all'Inquisizione una denuncia scritta, in cui accusa Bruno di blasfemia, di disprezzare le religioni, di non credere nella Trinità divina e nella transustanziazione, di credere nell'eternità del mondo e nell'esistenza di mondi infiniti, di praticare arti magiche, di credere nella metempsicosi, di negare la verginità di Maria e le punizioni divine. La sera stessa il filosofo viene arrestato e condotto nelle carceri veneziane dell'Inquisizione, in San Domenico a Castello. Qui viene interrogato ripetutamente e, pur non ritrattando le idee espresse nelle sue opere, precisa che le affermazioni in contrasto con la dottrina cattolica non devono essere considerate eretiche, perchè formulate solo sul piano filosofico. Stando così le cose, l'Inquisizione veneziana non ha elementi sufficienti ad una condanna, ma Roma chiede l'estradizione di Bruno. Inizia così un braccio di ferro tra le autorità veneziane, che sono restie a concederla, e l'Inquisizione romana, che si conclude con la vittoria di quest'ultima. Il 27 febbraio 1593 Bruno viene incarcerato nel palazzo del Santo Uffizio.

A Roma gli interrogatori si protraggono per anni, spuntano nuove accuse di eresia, vengono minuziosamente esaminate le sue opere ed infine vengono isolate otto censure, ovvero otto teorie sostenute dall'imputato nei suoi scritti e giudicate eretiche dagli inquisitori. Gli viene quindi offerta la possibilità di abiurare e di avere così salva la vita. Inizialmente Bruno sembra voler cogliere questa possibilità, ma in realtà si tratta di un tentativo di confronto dialettico con i suoi accusatori. Egli, infatti, non accetta mai di abiurare tutte le censure, ma solo alcune, tentando così di intavolare un dibattito sul piano filosofico. La Chiesa però non ha il desiderio e non è in grado di sostenere un simile dibattito. Perciò arriva l'ultimatum: l'abiura o la condanna. E Bruno sceglie la condanna. Sceglie la morte. Ma sceglie anche la verità e la libertà. Una libertà che non è quella fisica, che non avrà mai più, ma quella spirituale e intellettuale, la libertà di poter pensare, dire e scrivere ciò in cui si crede. La condanna viene formalizzata l'8 gennaio del 1600: l'imputato è condannato ad essere arso vivo sul rogo. Eppure nemmeno dinanzi a questa terribile sentenza di morte Bruno accetta di chinare il capo. Conclusa la lettura, balza in piedi e pronuncia una frase destinata a diventare il suo testamento spirituale, un'ispirazione per tutti coloro che non accettano di vivere nella menzogna e sono pronti a rinunciare alla propria vita pur di non rinunciare a se stessi:

"Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis, quam ego accipiam"

"Tremate forse più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nel riceverla"

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