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sabato 13 agosto 2016

Oriente ed Occidente: civiltà separate ma in costante contatto

Oriente ed occidente furono da sempre contrapposti dalla nostra tradizione storiografica che, fin dall'antichità, ha visto con notevole curiosità e un briciolo di paura l'avvicinarsi di diverse civiltà fino ad allora sconosciute al continente europeo.

Lo stesso Erodoto fu uno dei primi veri storiografi che si soffermò sul netto confronto tra la cultura greca (e quindi occidentale) e quella persiana (ovvero quella orientale) narrando le famose guerre persiane, il primo vero grande conflitto tra occidente ed oriente. Ma i confronti non si esauriscono qui. Sappiamo infatti che Impero Romano e Impero Cinese intrattennero, in un certo qual modo, rapporti commerciali più o meno costanti nel tempo, mentre non è una novità la paura condivisa delle genti d'Europa per il pericolo, successivo, degli Unni e dei Mongoli, guidati rispettivamente da Attila e da Gengis Khan, di origini orientali, provenienti dalle lontane steppe indoeuropee. Inoltre, il continuo confronto tra mondo islamico/orientale e mondo cristiano/occidentale costituirà poi il background politico, commerciale e quindi militare per più di sei secoli, fino allo scoppio della Grande Guerra, con il ridimensionamento dell'Impero Ottomano ed il suo definitivo collasso. Tuttavia, proprio a causa dell'importanza del forte blocco islamico nel cosiddetto Medio Oriente, il mondo occidentale ed il mondo più propriamente orientale furono privati a lungo di commerci diretti lungo quella che viene comunemente denominata “Via della Seta”, inaugurata proprio ai tempi del già citato Impero Romano.

Solo nell'800, con l'apertura forzata al commercio internazionale del Giappone ad opera del commodoro Matthew Perry e con la colonizzazione inglese, a seguito delle due strategiche Guerre dell'Oppio, i rapporti tra mondo occidentale e mondo orientale (o, per la precisione, estremo orientale) inizieranno a riprendere dopo più di un millennio di scambi interrotti e di mediazioni commerciali arabe. Secondo gli storici e gli archeologi tuttavia, i rapporti commerciali tra i due mondi non furono mai fissi, neanche prima del blocco mediorientale della civiltà islamica lungo la Via della Seta e per questo, quando gli europei inizieranno ad intrattenere i primi scambi commerciali con i sovrani orientali, scopriranno enormi differenze rispetto al metodo occidentale di comunicare e pensare. E queste enormi differenze di matrice antropologica/culturale si riscontrano ancora oggi nelle civiltà dell'Estremo Oriente, nonostante una quanto mai attuale tendenza alla globalizzazione che, all'inizio del XXI secolo, sembra risultare in continua evoluzione giorno dopo giorno.

A tal proposito risulta interessante concentrarsi in questa relazione sul particolare mondo confuciano e sulla sua ispirazione che porterà al fenomeno del collettivismo sociale, analizzando soprattutto i due concetti cardine della pietà filiale cinese e del rapporto padrino-figlioccio giapponese, per poi da qui stilare un breve confronto tra i due paesi per quel che riguarda lo sviluppo economico odierno. Il fine ultimo di tale elaborato consisterà nel cercare di evidenziare come, nell'attuale periodo storico, le differenze tra il mondo orientale e quello occidentale tendano sempre più ad assottigliarsi a causa di un sempre più forte processo di globalizzazione che sembra non avere di fronte a sé alcun tipo di confine storico e culturale pronto a fermarlo.

1) Le origini della tradizione confuciana e taoista in Asia orientale.

“Zengzi disse: Ogni giorno esamino me stesso su tre questioni: Se agendo per gli altri sono stato leale. Se trattando con gli amici sono stato sincero. Se metto in pratica ciò che trasmetto agli altri.”

La tradizione culturale dell'estremo oriente, trae le sue origini dalla dottrina filosofica ed etica confuciana 儒家, creatasi più di un millennio prima di Cristo principalmente in Cina (poi esportata in tutto il continente ed in Giappone) e portata avanti successivamente da uno dei più grandi pensatori asiatici di tutti i tempi: Confucio 孔夫子 (e dai suoi discepoli). Essa si basa sulla tradizione del monismo organicistico. Inoltre, i cardini principali (potremmo definirli basi filosofiche e norme di comportamento cui attenersi) di questa etica religiosa si sostanziano in: Yi (senso di giustizia), Li (rispetto dei rituali), Zhi (onorare la saggezza) e Xin (fiducia nel prossimo). Nel mondo confuciano non esiste, come in occidente, una separazione dualistica tra corpo e spirito, tra uomo e natura, tra res cogitans e res extensa ma al contrario un principio di continuità e di unione che non vede scindere il corpo dallo spirito, l'uomo dalla natura e la res cogitans dalla res extensa. Fondamentale, per spiegare meglio il concetto di monismo, risulta per questo motivo la figura del Tao 道, un cerchio diviso in due da una parte bianca e una parte nera, che hanno raffigurate in sé rispettivamente un piccolo puntino nero e un piccolo puntino bianco. Nato come simbolo della più famosa dottrina filosofico/religiosa taoista, si può utilizzare tale immagine per descrivere perfettamente la cultura e l'etica estremo orientale. Il taoismo infatti, riuscì solo per poco tempo ad avere prestigio politico e sociale all'interno della storia cinese: in particolare nell'VIII sec d.C., quando nella dinastia Zhou orientale i testi classici del taoismo vennero equiparati a quelli del confucianesimo per una più completa preparazione agli esami di stato.

Proprio per tale interscambio culturale tra le due dottrine, spesso simboli, citazioni ed ideologie taoiste vengono accomunate anche alla tradizione confuciana. Cosa sta a significare però la figura del Tao? Esso ci spiega essenzialmente che nel mondo confuciano non esiste il concetto di puro bene e puro male ma, al contrario, che esiste il bene, il quale però è in sé anche male ed il male, che in sé racchiude anche del bene. Per tale motivo i due caratteri dialettici ed iconografici in cui si riconosce il principio ontologico di base del Tao, che letteralmente potrebbe essere tradotto in italiano con «la via», sono Yin 陰e Yang 陽. Lo Yin è essenzialmente un principio femminile che riporta all'idea di ombroso, oscuro e freddo, così come potrebbe essere il carattere femminile, mentre lo Yang costituisce il principio maschile, il calore, il sole, il duro lavoro e la spontaneità. Entrambe queste due forze non si escludono a vicenda ma sono, come detto precedentemente, complementari e si equilibrano tra loro. L'origine di tale filosofia monistica potrebbe essere riconducibile alla vita campestre dei contadini della Cina continentale, i quali vedevano e testavano sulla propria pelle l'alternarsi del giorno e della notte e quindi il mutamento, nella quotidianità, di un eterno ritorno che si bilancia costantemente. Quindi alla notte si alterna sempre il giorno, il maschio esiste perché esiste la femmina e via dicendo. Il Tao in questo modo starebbe a significare la via intesa come vita, quotidianità e, soprattutto, armonia.

Lo stesso concetto di armonia nel mondo culturale confuciano, è estremamente importante e, come evidenziano gli studiosi Franco Mazzei e Vittorio Volpi: «Il Confucianesimo enfatizza l'importanza dell'armonia, dell'ordine sociale che nello stesso tempo è anche morale: un ordine consistente in un sistema gerarchizzato sulla base delle “cinque relazioni” (sovrano-popolo, padre-figlio, marito-moglie, fratello maggiore-fratello minore, amico-amico). Da queste relazioni derivano regole morali di tipo comunitaristico, che ubbidiscono non tanto alla coscienza individuale, la quale è scarsamente sviluppata, ma al giudizio della società, del gruppo d'appartenenza.» Ed è così che la citazione iniziale di Zengzi (o Tsengtzu) 曾子, famoso filosofo cinese e discepolo di Confucio, inizia ad avere agli occhi dei lettori occidentali un senso ben preciso. Nella sua citazione emergono tutti i punti chiave della dottrina confuciana: la riflessione filosofica, l'agire in funzione della società, degli amici e della famiglia secondo norme di comportamento legate al senso di giustizia (Yi) e al rispetto dei rituali (Li), avendo fiducia verso il prossimo (Xin) e onorando la propria e l'altrui saggezza (Zhi). Risulta inoltre importante e interessante considerare non solo la citazione in sé, ma anche il periodo storico in cui essa fu scritta. Infatti stiamo parlando di ben cinquecento anni prima di Cristo, durante la dinastia Zhou e l'imminente periodo dei regni combattenti, epoche cruciali per il successivo sviluppo politico/culturale del continente cinese.

Il Confucianesimo in secoli difficili ed incerti quali la Cina si stava apprestando ad attraversare, funse da catalizzatore, da collante sociale che aiutò la formazione di future dinastie, successive al periodo dei regni combattenti. Gli imperatori della dinastia Han 漢朝 (206 a.C. - 220 d.C.), dopo alcune esitazioni iniziali, elevarono il confucianesimo a dottrina ufficiale dello Stato e da allora il dominio ideologico della scuola dei letterati non conobbe che deboli e temporanee eclissi. Le trasformazioni sociali e politiche cui era andata incontro la Cina al tempo dell'unificazione (proprietà privata della terra, centralizzazione burocratica dell'amministrazione, selezione meritocratica dei funzionari) si consolidarono nelle loro grandi linee ed il confucianesimo se ne fece difensore. Non risulta quindi difficile ora comprendere come la cultura cinese (ed estremo orientale) sia intrisa capillarmente di Confucianesimo e, proprio per queste profonde radici, lo stesso Confucianesimo sia sopravvissuto ancora oggi e stenti a perdere la nuova lotta contro l'attuale globalizzazione occidentale.


2) Il Confucianesimo applicato al governo e alla società e l'affermazione del collettivismo in Asia orientale.

“La vita è veramente molto semplice, ma noi insistiamo per complicarla”

Lo stesso Confucio era solito ripetere una frase come questa per semplificare e far capire cosa fosse veramente il Confucianesimo e in che modo lo si dovesse applicare alla società e al governo, uno dei suoi punti chiave che cercò sempre di chiarire. E, su questo assunto si basa, potremmo dire in modo strutturale, l'etica e la cultura confuciana degli stati estremo orientali. Secondo lo storico F. Mazzei infatti, «per il confucianesimo il mondo – questo mondo – è il migliore dei mondi possibili e la natura umana è fondamentalmente buona. Pertanto, fondamentalmente, tutti gli uomini sono tra loro uguali perché tutti in grado, in linea di principio, di essere governati dai li (rituali), attraverso la pratica del continuo autoperfezionamento».

La collettività all'interno della società confuciana svolge un ruolo cruciale, tant'è che oggi, lo stesso governo cinese, ha stabilito come future linee guida politico/istituzionali alcuni cardini confuciani quali: la fiducia negli altri, la conoscenza, il rispetto di civiltà diverse e l'armonia sociale. Lo stesso cogito cartesiano (basato sulla distinzione tra bene e male) si dissolve nelle società confuciane, dove ciò che prevale è la netta appartenenza alla società, alla comunità che è considerata una grande famiglia da rispettare e da migliorare costantemente. L'individualismo non trova spazio nel ragionamento collettivistico orientale e l'azione del singolo in qualsiasi ambito sociale, economico e politico, sarà sempre messa in secondo piano dall'agire sociale, dalle decisioni e dai risultati raggiunti dal gruppo. Il concetto di vergogna è dunque completamente diverso dalla sua controparte occidentale. La peggior umiliazione per un asiatico non è il senso di colpa o il rimorso interiorizzato come in Occidente, ma al contrario la vergogna su base sociale, l'aver perso la faccia 面子 (mianzi) di fronte a chi più conta nella vita di tutti i giorni: il popolo! Come sottolinea nuovamente lo stesso Mazzei: «Questo atteggiamento, per forza di cose tendente al conformismo inteso positivamente come tensione morale per garantire l'armonia del gruppo, spinge il confuciano a una partecipazione sociale attiva giocando al meglio il proprio ruolo (di sovrano o di suddito, di padre o di figlio ecc.), ed è definito in cinese con l'espressione «entrare nella società» (rushi).» Ben evidenti sono le differenze con il pensiero classico Taoista che contrappone alla teoria del rushi quella del wuwei 無爲, ovvero della «non azione.» Ad un governo di stampo interventista e unitario fa da antagonista il governo taoista dell'isolazionismo e della non-azione, che spesso ha portato (soprattutto in Cina) a notevoli neo-dottrine che reinterpretarono ed unificarono i classici taoisti e confuciani a seconda della loro situazione socio/politica attuale. Importanti studiosi del concetto di determinismo geografico che, da tempo hanno cercato di spiegare oggettivamente i motivi della netta differenza culturale ed etica (soprattutto tra collettivismo ed individualismo) che esiste tra mondo orientale e mondo occidentale, sono spesso giunti a conclusioni riguardanti gli studi sulla differenza climatica tra i due continenti. In tal senso le popolazioni asiatiche, soggette spesso a forti mutamenti climatici, secche improvvise dei fiumi, desertificazione continua dei territori e a venti monsonici decisamente imponenti, sono sempre state considerate popolazioni remissive, che hanno spesso dovuto adattarsi necessariamente all'ambiente circostante in costante cambiamento.

Tale sviluppo societario in ottica remissiva nei confronti della natura ha contribuito a plasmare la cultura asiatica che, indubbiamente, ha influenzato in modo deterministico il carattere e le singole scelte dei suoi abitanti. Ad analizzare tale relazione uomo-natura si è soffermata la recente tradizione della scuola francese legata al possibilismo geostorico, con il suo capostipite Paul Vidal de la Blache ma anche influenti esponenti appartenenti all'ala del determinismo geografico come Ratzel o Haushofer, formatisi invece nell'ambiente culturale tedesco. Appartenente anch'egli al ramo del determinismo geografico (da lui però considerato riduttivo, al punto che preferì considerarsi un “costruttivista” in tal senso) troviamo anche uno dei più importanti filosofi contemporanei giapponesi: Watsuji Tetsurô. Il lavoro storico e filosofico su cui Watsuji basò la sua teoria, che utilizzò per descrivere in particolare l'etica collettivistica e la società giapponese in relazione alla diversa società individualistica occidentale, può essere riassunto in Fudo, uno dei suoi testi più famosi. Nel testo Watsuji Tetsurô e l'etica dell'inter-essere viene perfettamente riassunta la posizione del filosofo giapponese nei confronti del costruttivismo sociale basato sulle relazioni uomo – ambiente nel mondo occidentale così come in quello orientale. Per Watsuji infatti, il clima cui sono soggette le popolazioni del mondo occidentale ha giocato un ruolo cruciale nella diversificazione sociale e politica dei suoi modelli culturali. Egli stesso definì l'ambiente del Mediterraneo con il termine makiba ovvero temperato, grazie alla presenza di un clima umido ma allo stesso tempo secco, che consente alle terre di mantenersi fertili in ogni momento dell'anno. E sarà proprio la dolcezza e la mitezza di questo clima che consentirà, secondo il filosofo, lo sviluppo di un senso critico di osservazione della natura, il suo esplorarla nel profondo senza paura e la creazione di una logica (la theoria greca) e degli studi che la riguarderanno. Citando lo stesso Watsuji: «La Theoria era qualcosa che il monsone o il deserto non avrebbe potuto produrre». Lo sviluppo della logica razionale nel pensiero occidentale ed in particolare della logica aristotelica sarebbe in questo senso stata determinata dal clima che avrebbe così “costruito” le basi della moderna società europea. Nell'Asia orientale invece, Watsuji intravide un particolare elemento naturale e climatico, unico di queste terre. Come già ampiamente anticipato, si tratta del monsone, un vento caratteristico unicamente delle regioni asiatiche, che soffia dalle terre del sud-ovest d'estate e dal sud-est d'inverno. Così, a causa di questo fenomeno naturale, d'estate le terre da lui toccate risultano essere molto umide e calde e d'inverno perennemente bagnate. Il rapporto uomo – natura, come evidenzia O. Frattolillo nella sua opera su Watsuji , sarebbe contraddistinto da un sentimento di pura rassegnazione passiva, derivante esclusivamente dalla natura. Un caso particolare costituisce ad esempio il Giappone, una terra che da sempre è contraddistinta da un forte particolarismo culturale e, dunque secondo Watsuji, anche naturale. Analizzando le caratteristiche fisiche ed ambientali dell'arcipelago giapponese possiamo infatti notare, come afferma il filosofo in Climate and Culture: «La rassegnazione al monsone assume un carattere distintivo in Giappone… non esiste né la passiva acquiescenza delle zone tropicali, né la persistente e paziente tenacia delle zone fredde… Se i venti violenti e le piogge torrenziali rafforzano infine lo spirito di rassegnazione nell'uomo, la natura dei tifoni provoca in questi un carattere combattivo. Così, il giapponese non pensa né di sottomettersi passivamente alla natura né di resisterle, ma si attiene ad una sostenuta acquiescenza verso di essa». Il diffuso senso di passività e remissività che caratterizza la vita e la cultura giapponese troverebbe quindi la sua realizzazione nel mantenimento dell'armonia sociale, al fine di mantenere la giusta coesione collettiva per far fronte ai costanti pericoli naturali sotto forma di comunità coesa e indivisibile. Discorso simile per quel che riguarda la Cina, dove ad una caratteristica tipicamente insulare come quella del Giappone ne viene sostituita un'altra, di tipo esclusivamente continentale. Per tale motivo in Cina le unioni più solide e durature non si struttureranno prevalentemente sulle comunità o grandi città, ma su enormi reti familiari, soprattutto a causa della vicinanza geografica che rende tali unioni sempre più forti. Queste caratteristiche fondamentali dell'ambiente e del clima asiatico creeranno col tempo una forte diversificazione culturale tra la sfera orientale ed occidentale. Oltretutto, nel mondo europeo e americano, insieme all'influenza dei già citati fenomeni naturali studiati da Watsuji, si getteranno le basi per una modernizzazione basata esclusivamente sulla proprietà privata di terre e di immobili, retaggio storico proveniente dal nostro feudalesimo medievale e sostanziatosi solo successivamente, nel periodo dell'illuminismo.

3) Varianti culturali del collettivismo: La pietà filiale in Cina ed il rapporto Oyabun-Kobun in Giappone. All'interno di uno stesso panorama culturale condiviso, le varianti, come nel caso del Confucianesimo, possono essere molte. Le due variabili assai diffuse nel mondo asiatico estremo orientale che verranno qui analizzate sono: la pietà filiale (xiaoshun 孝顺) che consiste nel rispetto e nella massima obbedienza ai principi familiari, in particolar modo dei due genitori, considerati fondamentali per la giusta crescita dei figli; e il rapporto padrino-figlioccio (oyabun-kobun), un vincolo di sottomissione tra una figura (paterna o non) più esperta, che dispensi consigli e ordini al figlioccio, il quale obbedisce e ripone nel padrino una fiducia quasi illimitata. Ciò crea due diversi modelli sociali ed economici, riassumibili in: capitalismo cinese detto “delle reti familiari” e capitalismo giapponese detto “comunitaristico”. Indubbiamente, a livello antropologico, grazie agli studi sul diverso tipo di clima tra Cina e Giappone, le reti familiari formatesi grazie alla caratteristica continentale sinica hanno permesso che la variante culturale della pietà filiale diventasse col tempo predominante nella quotidianità in queste aree.

Mentre, per quel che riguarda il Giappone e il rito dell'oyabun-kobun, l'antico vincolo samuraico è legato ad una parentesi politica/culturale esclusiva del popolo nipponico. Infatti intorno alla fine del XII secolo il potere centrale dell'imperatore in Giappone si indebolì a tal punto che da allora, per circa 700 anni, il paese sarà governato da grandi clan e casati che basarono la loro strategia ed espansione sulla forza militare, creando di fatto le prime milizie armate stabili di questo arcipelago, i cosiddetti samurai侍. Durante il periodo Heian 平安時代 (794-1185) i samurai fecero per la prima volta la loro lenta e costante comparsa all'interno del panorama giapponese. La progressiva perdita di autorità centrale fu al centro del mutamento socio-culturale di questi secoli e fu dovuta essenzialmente a fattori come: la lontananza fisica degli ispettori imperiali dai territori da amministrare, la tendenza da parte dell'imperatore ad abdicare presto, l'utilizzo di reggenti e il continuo aumento di terre vergini acquisite e sfruttate dai nuovi ricchi clan locali che, in assenza di norme di tassazione rigide e controlli imperiali sulle terre pubbliche, riuscirono ben presto a frammentare la radicata autorità centrale giapponese. Fu a partire da questo periodo della storia nipponica che si affermarono i samurai, i «guerrieri». Costoro erano al servizio dei grandi signori terrieri (chiamati daimyo 大名), ai quali erano legati da un giuramento di fedeltà e da un rapporto di dedizione assoluta (il rapporto, che si conserva ancora oggi, chiamato oyabun-kobun), e beneficiavano di titoli, onori e possedimenti. Il loro compito era quello di proteggere ed espandere le terre dei loro signori e, quando questi venivano a mancare, la loro sicurezza sociale ed economica risultava compromessa (i samurai senza più un signore, spesso emarginati dalla società, erano chiamati ronin 浪人, cioè «uomini alla deriva»). Il daimyo (o padrino) poteva avere più samurai (o figliocci) al suo servizio ma il samurai non poteva servire contemporaneamente altri daimyo. E' in questo periodo che si fa risalire l'origine di varie casate all'interno delle comunità giapponesi, pronte a sfidarsi tra di loro in combattimenti tra samurai con le katane, al fine di conquistare le sfere d'influenza politiche dell'altro clan. Per il samurai il suo servizio al padrone non era considerato un duro lavoro, ma un onore ed un sacrificio necessario per il bene della sua nuova, grande famiglia e, in conseguenza di ciò, la concezione giapponese del lavoro risulterà essere molto diversa da quella occidentale anche al giorno d'oggi. A riassumerci la tragica epoca che si visse nel Giappone, in cui l'autorità centrale perse quasi completamente il suo potere temporale, è una poesia di Saigyo (1118-1190):

E' un tempo in cui la malinconia eterna domina su tutto il nostro mondo, sul quale tuttavia splende la luna sempre brillante.

Questa vista mi fa sprofondare in una tristezza ancora più grande. E' dunque questo il clima sociale e politico in cui si instaurerà lentamente la famosa classe dei samurai ed emergerà con forza la tradizione del rapporto padrino-figlioccio giapponese. In seguito alla Restaurazione Meiji (1866-1899) il ceto dei samurai venne abolito ma le relazioni parentali (ed in particolar modo quelle pseudo-parentali tra servo e padrone) continuarono a rivestire un ruolo fondamentale nella vita quotidiana. Sparendo infatti il ceto, vennero istituiti i primi lavori statali, aziende e proto-industrie su modello occidentale, tuttavia la base culturale che plasmò l'atteggiamento dei nuovi dipendenti al servizio di un nuovo capo resterà la medesima, ovvero il rapporto di sottomissione al maggiore, al più alto in grado così come lo si tramandava da secoli. Potremmo in questo senso sostenere che l'industrializzazione occidentale portò solo mutamenti di facciata e non di struttura a livello culturale nella società nipponica, la quale continuò a gestire il lavoro sotto forme più evolute e dinamiche dell'antico vincolo che univa l'oyabun al kobun, il padrino al figlioccio. Tuttavia, come evidenzia lo storico Henshall: «il cambiamento portato dalla restaurazione lasciò la maggior parte dei samurai senza una vera occupazione, nemmeno di carattere burocratico. Presto da loro ci si aspettò che si trovassero un nuovo tipo di impiego e che provvedessero a se stessi. Alcuni continuarono a lavorare come amministratori, questa volta per il governo, altri diventarono uomini d'affari di successo, oppure poliziotti o agricoltori, ma molti continuarono a contare sui propri stipendi, sempre più bassi. Tuttavia, nel 1873 - lo stesso anno in cui fu introdotta la coscrizione, in modo che gli uomini di ogni classe sociale diventassero ufficialmente potenziali soldati - il governo introdusse l'opzione del pagamento di una somma forfettaria finale sotto forma di obbligazioni statali, anziché la classica retribuzione. Questo sistema divenne obbligatorio nel 1876. Nel medesimo anno, agli shizoku (ex samurai) che non avevano già deciso di farlo volontariamente fu vietato di portare la spada.» I giapponesi (chi più, chi meno) in questo modo, dal 1868 sceglieranno la via della modernizzazione ma allo stesso tempo conserveranno per sempre le loro tradizioni, secondo la scelta del principio catalizzatore (fortemente voluto ed ideato dai vertici della dinastia imperiale) del Wakon + Yosai. Con questi termini che fecero da slancio, il Giappone riuscì senza problemi nell'impresa della modernizzazione a carattere occidentale e nell'industrializzazione forzata del paese. Spesso considerati dal popolo un vero e proprio motto ed incitamento allo sviluppo, con Wakon i giapponesi avrebbero mantenuto il rispetto delle tradizioni e dell’etica giapponese e allo stesso tempo con Yosai sarebbe stata aperta una nuova via, quella legata alla modernizzazione tramite tecniche prettamente occidentali. Con nuovi impieghi e nuovi settori industriali, il rapporto padrino-figlioccio si diversifica ed appare ancora oggi presente in una vastità di settori diversi, dalle grandi aziende di città ai piccoli negozi di provincia.

Come sottolineato anche da Antonietta Pastore nella sua opera “Nel Giappone delle donne”: «Dal dopoguerra in poi, all'interno di un processo particolarmente tumultuoso di trasformazione del sistema economico e produttivo, la popolazione giapponese continua a mantenere intatta sul lavoro la mentalità di abnegazione e fedeltà proprie del precedente rapporto feudale servo-padrone.» Oggi, nel mondo lavorativo nipponico, le relazioni tra padrino e figlioccio sono ancora profondamente diffuse e praticate. In ogni azienda, piccola o grande che sia, dal padrino che spesso può vestire i panni di un semplice collega più anziano ed esperto, un capo di reparto o d'ufficio, il figlioccio riceverà (come lo è sempre stato) protezione, consigli e possibilità di integrarsi all'interno dell'organo in cui si lavora costantemente. Come evidenziato dagli studiosi Mazzei e Volpi: «[…] il figlioccio riceverà senso di sicurezza e protezione anche in relazione alla sua vita privata e, se è giovane e timido, sarà aiutato anche a trovare moglie. In cambio egli offrirà al padrino aziendale massima lealtà e devozione, tendendo a considerare il proprio nucleo familiare come parte integrante dell'azienda». Diversa, come accennato precedentemente, appare la società e il modello economico cinese, basato sulle relazioni familiari e parentali. Come affermato da Sanjuan: «la società cinese attuale è strutturalmente attraversata da reti familiari, professionali e regionali, che azionano solidarietà tanto orizzontali che verticali che plasmano lo spazio politico, economico e sociale». Molto importanti in questo senso sono le “associazioni del luogo d'origine” con funzioni di mutua assistenza personale. La tradizione della pietà filiale in Cina è difficilmente riconducibile ad un periodo storico, così come lo si può invece fare per il rapporto oyabun-kobun in Giappone. I riti funebri e lo stretto rapporto di venerazione degli antenati costituiscono il caposaldo della struttura culturale di questo paese. L'origine del culto degli antenati si fa solitamente risalire al Liji, Il Libro dei Riti, in cui si spiegano e descrivono i vari spiriti da venerare e rispettare dopo la morte. Esistono infatti due tipi di spiriti fondamentali nella tradizione confuciana cinese: gli spiriti shen (神) letteralmente spiriti degli antenati o delle divinità ultraterrene e gli spiriti gui (鬼) ovvero gli spiriti materiali, terreni. Solo con il ricongiungimento dei due spiriti attraverso il rituale particolare della venerazione degli antenati si realizza quella che lo stesso Confucio chiama «la più elevata manifestazione della pietà verso i genitori». Storicamente si presume che l'origine di tali riti divinatori possa essersi sviluppata nel neolitico, con la dinastia Shang, nel II millennio a.C. circa. Gli Shang, come affermato da Mario Sabattini e Paolo Santangelo nel testo “Storia della Cina”: «ricorrevano alla divinazione con notevole frequenza. […] si andava dai riti sacrificali, dei quali si intendeva verificare il carattere fausto o infausto, alle campagne militari, per le quali si chiedevano indicazioni circa l'eventuale assistenza di Shangdi».

Risulta quindi molto complicato risalire alle origini di tale profondo rapporto familiare tra genitori/antenati e figli in Cina. Tuttavia, anche al giorno d'oggi, la pietà filiale assume una netta importanza tanto da diventare anche una apposita legge, denominata “legge per la tutela dei diritti e degli interessi degli anziani”, che “dovrebbero vivere nella casa di famiglia, dove i parenti sono tenuti a rispettarli e a prendersi cura di loro”. Non solo, la nuova misura impone anche che i membri più giovani della famiglia abbiano una particolare attenzione per i “bisogni psicologici degli anziani”, in modo che non si sentano trascurati, e dice che coloro che non vivono con i vecchietti debbano visitarli spesso e altrettanto spesso inviare loro cari saluti. A livello economico, questi comportamenti derivanti dalla grande tradizione confuciana di venerazione degli antenati, oggi si esprimono nel già citato “capitalismo delle reti familiari”. Infatti grazie agli studi ed esami basati su testi confuciani che ogni aspirante burocrate (ovvero il perno del sistema imperiale e oggi statale) doveva sostenere, in Cina la cultura e l'etica sociale influenzarono lentamente la politica e l'economia da essa costantemente stimolata. In questo complesso percorso intrecciato, che vede la tradizione rituale diventare un classico nel pensiero confuciano e nella cultura sociale per poi capillarmente inserirsi in ruoli di governo quali quelli dei burocrati, ecco come l'attuale società sinica è arrivata a sviluppare questo particolare tipo di capitalismo economico, con i suoi punti in comune al modello giapponese ed i suoi forti contrasti con il più diffuso modello occidentale.

4) Lo stato sviluppista confuciano e le sue diverse articolazioni. Entrambi i modelli di sviluppo economici giapponesi e cinesi si basano però su un sistema, che racchiude in sé molte caratteristiche condivise. La principale consiste nel fatto di essere entrambi considerati stati sviluppisti. Avendo infatti una forte base filosofica/religiosa e culturale in comune, il modello di sviluppo politico/economico differisce in pochi punti tra Cina e Giappone. Il sistema politico paternalistico/autoritario, fortemente burocratizzato e di stampo consensualistico crea la base condivisa del “Developmental State” tipico dei paesi asiatici. Esso consiste nell'essere pervasivamente interventista in quanto “stato forte” e nel perseguire un obiettivo condiviso da politici e società, ovvero la massimizzazione dei profitti economici per il massimo sviluppo economico del paese. Rinnegando infatti la teoria della crescita economica illimitata, tipica dei sistemi liberali occidentali fino alla grande crisi del 1929, la logica dello stato sviluppista confuciano si basa sulla profonda relazione e connessione tra politica ed economia, proprio come insegna da millenni la tradizione filosofico/religiosa del monismo organicistico del Tao (modello Yin-Yang), dove nell'uno è sempre compreso anche l'altro e viceversa. Il modello di sviluppo nippo-asiatico presenta inoltre altre fondamentali caratteristiche che lo rendono innovativo e diverso dagli altri sistemi di sviluppo: esso basa la sua strategia d'industrializzazione sulle esportazioni, conosciuta attraverso l'acronimo EOI (Export Oriented Industrialization), mentre si pone totalmente in contrapposizione alla strategia autarchica, basata sulla produzione e sull'autosufficienza interna, spesso adottata ad esempio dai regimi comunisti (Urss in particolare). Con la sua caratteristica di “strong state”, che gli permette di avere una grande autonomia nei confronti dei potentati economici nazionali ed internazionali, lo stato sviluppista rema totalmente verso il suo unico fine: lo sviluppo della nazione sotto ogni punto di vista. Infine, la caratteristica fondamentale consiste in una colta ed elitaria burocrazia che gestisce tali manovre di sviluppo. Si potrebbe in un certo senso affermare che i politici governino al pari dei burocrati, che hanno in mano le direttive per lo sviluppo nazionale. Anche questa caratteristica deriva dalla tradizione confuciana, dove i burocrati (soprattutto in Cina) detenevano enormi responsabilità presso la corte imperiale. Tale modello fu teorizzato da Chalmers Johnson, riferito in particolar modo al sistema economico giapponese, tuttavia ogni stato confuciano ad oggi segue il sistema del Developmental State (Corea del Sud, Taiwan, Cina, Singapore). Ovviamente, da una stessa matrice culturale che consiste nel Confucianesimo, tali modelli di sviluppo economici si differenziano per quel che riguarda l'assetto politico di ogni singolo stato. Oltre al diverso tipo di capitalismo, in Giappone basato sul comunitarismo (scelte condivise aziendali, forte movimento intra-aziendale di lavoratori, rapporti gerarchici con i gradi superiori), in Cina sulle reti familiari (forte rete di aziende parentali) e in Corea del Sud sul sistema patrimonialistico (grande importanza degli Chaebol) le posizioni ed i ruoli di governo mutano da stato a stato. In particolare risulta interessante confrontare il modello giapponese (fortemente influenzato dalla politica statunitense nel secondo dopoguerra) con quello della Repubblica Popolare Cinese. Il sistema di sviluppo economico giapponese (così come quello coreano e taiwanese) si basa sull'organigramma definito “Triangolo di ferro”. Esso si sviluppa a partire dal basso, con la base del triangolo che poggia sui due vertici che, teoricamente parlando, reggono il paese. Ai due vertici di base vengono poste: la burocrazia elitaria e colta e la comunità economica, formata da aziende pubbliche e private. Al vertice alto c'è il partito di maggioranza che vigila, regola e controlla lo sviluppo economico del paese, quindi la base del triangolo. Il sistema cinese è, per certi versi, molto differente da quello giapponese. Anzitutto la Cina, stato fortemente autoritario e dittatoriale, ha una linea molto più gerarchizzata ai vertici alti del proprio sistema politico/economico. Il suo modello può essere definito “Parallelogramma delle forze”, ai cui vertici di base si trovano (come nel caso nipponico) la colta ed elitaria burocrazia che gestisce lo sviluppo pratico dell'economia di stato e la comunità economica. Ai vertici alti la situazione cambia totalmente: coloro che detengono il potere sono il partito e le forze dell'EPL (Esercito Popolare di Liberazione). Per tale motivo il sistema triangolare in Cina assume le forme di un rigido parallelogramma. La base culturale dei paesi confuciani ha quindi influenzato moltissimo lo sviluppo economico fino ai giorni nostri. Tuttavia, come abbiamo potuto vedere, da una stessa matrice si possono sviluppare metodi e sistemi molto differenti, legati in particolar modo alle vicende politiche che i singoli stati hanno vissuto soprattutto nel secondo dopoguerra. Con l'avvento del comunismo in Cina e la salvaguardia americana del Giappone e della Corea del Sud i sistemi economici prenderanno due diverse direzioni, ancora oggi distanti le une dalle altre.

5) Conclusioni: Oriente ed Occidente di fronte alla dura sfida della globalizzazione contemporanea. Mondo confuciano e mondo cristiano furono da sempre separati, in qualche modo, dal conoscersi veramente meglio. Fino al 1800 in Europa era molto difficile ricevere informazioni sull'Oriente. Poi però, con l'ascesa dell'imperialismo europeo, i rapporti tra i due mondi si aprirono quasi improvvisamente, nel giro di pochi anni e decenni. Matthew Perry ha costretto il Giappone ad aprirsi al mercato internazionale, la Gran Bretagna ha invaso le coste dell'India e i fiumi navigabili della Cina creando i primi veri conflitti tra Occidente ed Oriente. In poco meno di un secolo, gran parte dell'Asia divenne proprietà di compagnie mercantili o di stati europei quando, per più di un millennio, i rapporti tra questi due mondi erano stati quasi completamente nulli. Oggi, nel XXI secolo, grazie ad una incredibile industrializzazione ed informatizzazione tecnologica, non riusciremmo a concepire un mercato globale privo del mondo orientale. Consideriamo legato al nostro sviluppo nazionale ogni stato, più o meno importante, su questo mondo. Con l'incalzante globalizzazione economica, politica e culturale che, dal crollo dell'Urss e dalla fine della Guerra Fredda, ha cominciato diventare la protagonista assoluta del globo, le differenze tra questi due mondi stanno velocemente svanendo. Ogni grande metropoli di oggi, che sia Tokyo, Pechino, New York o Parigi, è sviluppata allo stesso identico modo, secondo un sistema urbanistico ben stabilito, costituito essenzialmente da identici grattacieli e condomini che ospitano spesso sedi di banche e negozi. Ogni ragazzo, che sia in uno stato orientale od occidentale, oggi tende ad indossare vestiti, ad acquistare merci e a comportarsi secondo un modello prestabilito del mondo moderno, uguale in ogni parte del globo industrializzato. E, se per certi versi la globalizzazione ha migliorato le relazioni tra stati, i nostri standard economici e gran parte della nostra vita, per altri però non riusciamo ad accorgerci che essa sta lentamente sostituendosi alle nostre matrici culturali più profonde, che hanno segnato la diversa storia di ogni paese nel mondo. Lo stesso Watsuji Tetsuro, che visse in pieno il periodo di modernizzazione ed industrializzazione giapponese, dopo il suo ritorno da un viaggio in Occidente, rimase scioccato in particolare dal proliferare di tram e automobili in una terra che prima non ne aveva mai avuti, captando al volo il disordine e l'equilibrio che l'occidentalizzazione stava apportando al suo paese natale: «Quando tornai in Giappone e guardai le automobili e i tram per le strade mi sentì come se stessi guardando un cinghiale dimenarsi furioso per i campi. Quando un tram costeggia le case poste lungo la linea viaria, sembra che queste si pieghino e s'inchinino senza spirito così come un cittadino striscerebbe di fronte alla processione di un signore feudale». Anche se, al giorno d'oggi, le differenze tra mondo orientale e occidentale sembrano assottigliarsi giorno dopo giorno, a causa di un processo di standardizzazione culturale, economica e politica adottato dall'ordine internazionale vigente, i contrasti e le divergenze tra i due mondi sono e resteranno sempre molto marcate. Come esaminato in questa breve relazione, il mondo orientale, fin dalle sue origini storiche, ha intrapreso una via praticamente opposta a quella occidentale. La dottrina filosofico/religiosa del Confucianesimo (in parte, forse, influenzata dal determinismo ambientale) si è concentrata sullo studio profondo dell'Io in relazione alla società, agli altri esseri viventi, al fine di raggiungere un auto-perfezionamento sempre migliore nella vita di tutti i giorni, secondo un rapporto di tipo orizzontale tra uomo ed uomo. La tradizione cristiana occidentale invece ha da sempre basato la propria visione su un rapporto verticale tra l'uomo e la divinità. Essa ha quindi sempre cercato di porre in relazione l'uomo con l'aldilà, cercando di spiegarsi come e perché l'uomo sia stato gettato in questo mondo, concentrandosi non tanto sullo studio dell'Io in funzione dell'altro nella collettività ma, al contrario, sullo studio attorno all'Io, volto a capire il suo rapporto con il mondo metafisico. Da questa enorme differenza filosofica/religiosa, Oriente ed Occidente differiranno molto, fino ai giorni nostri, sul piano etico, giuridico, economico e politico. Tuttavia dopo più di un millennio di separazione, oggi, in poco meno di due secoli, questi mondi si stanno velocemente avvicinando l'uno all'altro e, al termine di questo elaborato, risulta quindi logico chiedersi come accadrà in un prossimo futuro. Avendo di recente (in particolare dal secondo dopoguerra) adottato modelli politico/economici simili alla controparte occidentale, svaniranno presto anche le più profonde tradizioni culturali (in particolare confuciane) orientali a favore di modelli standard condivisi sul piano internazionale? La più profonda cultura orientale resterà radicata nelle tradizioni locali oppure svanirà presto del tutto e sarà in futuro conservata solo nei più antichi e segreti libri di storia?


Di: Claudio Pira

Fonti:
L'età moderna. Dalla scoperta dell'America alla Restaurazione – Benigno Francesco;
Giannini Massimo C.; Bazzano Nicoletta, Laterza
L'età contemporanea. Dalla grande guerra a oggi – Banti Alberto Maria, Laterza
Storia delle relazioni internazionali. Il mondo del XX secolo e oltre – A. Best, J.M. Hanhimäki, J.A. Maiolo, K.E. Schulze, Utet
Il Giappone tra Est ed Ovest. La ricerca di un ruolo internazionale nell'era bipolare – Oliviero Frattolillo, FrancoAngeli
Asia al centro – Franco Mazzei, Vittorio Volpi, Università Bocconi Editore
Il divano di Istanbul – Alessandro Barbero, Sellerio Editore
Storia del Giappone – K.G. Henshall, Mondadori
Nel Giappone delle donne – Antonietta Pastore; 2004; 204 p., Einaudi Editore (collana ETli – tascabili)
La rivincita della mano visibile. Il modello economico asiatico e l'Occidente – Mazzei Franco, Volpi Vittorio; 2010, 291 p., Università Bocconi editore (collana Itinerari)
Geografia Umana: Teoria e Prassi – Adalberto Vallega; 2004, X-502 p., Mondadori Education
Watsuji Tetsurô e l'etica dell'inter-essere. La costruzione di una relazionalità intersoggettiva – Oliviero Frattolillo; 2013, 127 p., Mimesis Pensieri d'Oriente
I problemi della modernizzazione: conflitto e interazione tra cambiamento e tradizione. Il caso del Giappone e della Cina. Etica economica e spirito del capitalismo nella modernizzazione del Giappone – Mazzei Franco; Vol.22 (1982), 30 p., Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente (IsIAO)
Liji, Il Libro dei Riti, XXI, II, 1 e 2. Trad. Couvreur, tomo II
Storia della Cina – Mario Sabattini, Paolo Santangelo; 2015; 752 p., Laterza
Tuttocina.it: http://www.tuttocina.it/Tuttocina/Filosofia/conf.htm#.V0msDL76t7l
Treccani.it: http://www.treccani.it/enciclopedia/samurai_%28Enciclopedia-dei-ragazzi%29/
China-Files.com: http://www.china-files.com/it/link/30715/pieta-filiale-quando-il-precetto-diventa-legge

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