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lunedì 29 agosto 2016

Il credo popolare. Il caso di un mugnaio friulano del 1500

Spesso si è operata una distinzione e una conseguente gerarchia tra quelle che sono considerate fonti storiche di primo ordine e fonti subordinate o di scarsa considerazione. Ciò è determinato dall’imponente eredità del colonialismo e dal monopolio di una visione predominante. Discipline come l’antropologia culturale sono venute in soccorso a questa disparità culturale e hanno restituito dignità e pari importanza ad argomenti quali folklore, storia delle tradizioni popolari, denominando cultura tutto quell’insieme di idee, credenze, visioni del mondo delle classi inferiori, dapprima sottovalutate e considerate solo un ammasso senza forma, eterogeneo e privo di veridicità storica.


A suffragio della difficoltà di giudicarle fonti coerenti, c’è l’elemento della loro trasmissibilità avvenuta quasi esclusivamente per via orale, o mutuata dalla scrittura di individui appartenenti alle classi dominanti. Questo può determinare l’equivoco di una cultura filtrata, non creata dalle classi subordinate, ma a loro imposta. Ciò non toglie che una fonte seppur non oggettiva, ma deformata da un intermediario possa costituire un elemento utile ad una ricerca. Nell’idea diBachtin era presente un’influsso reciproco tra cultura delle classi popolari e dominanti. Ne è un esempio quello del personaggio di Menocchio il mugnaio friulano, reso noto dal notissimo libro di Carlo Ginzburg “Il formaggio e i vermi”. La griglia mentale di questo personaggio è una miscellanea di credenze popolari, mitologie contadine, naturalismo scientifico, radicalismo religioso. I suoi pensieri sono in linea con i gruppi intellettuali del tempo.

In Menocchio si può notare la commistione tra arcaismi popolari e concetti estrapolati dai gruppi ereticali di formazione umanistica dell’epoca. Le sue teorie contribuiscono a dare un’immagine della cultura del tempo, poiché di cultura si tratta, non di semplici farfugliamenti inconsapevoli, bensì ben avvalorati da una griglia contenitiva dotata di spiccato raziocinio. Errato considerare i contadini come una massa inerme in preda alle superstizioni. Stalis pale mulino anticoIn particolare la vicenda esemplare di Menocchio narra della sua incriminazione innanzi alla Santa Inquisizione per aver detto delle eresie. Egli era il mugnaio di Montereale e sapeva “leggere, scrivere et abaco”. Era solito fare dissertazioni su questioni religiose, morali, asserendo di non credere che lo Spirito Santo governasse la Chiesa, che il clero era ricco, possedeva tutto e “strussiava li poveri”. Per lui tutto quello che si vedeva il cielo, la terra, il mare, l’aria era Dio e “nui semo dei”. I compaesani, tra cui anche il pievano di paese, riferirono tali bestemmie ed eresie al Santo Uffizio. Le fonti ci riferiscono che il 7 febbraio 1584 Menocchio venne sottoposto a un primo interrogatorio.

Egli arrogandosi il ruolo di maestro di dottrina espose con “incosciente consapevolezza” innanzi al parterre di prelati la sua teoria della cosmogonia: …quanto al mio penser et creder, tutto era un caos, cioè terra, aere, acqua et foco insieme; et quel volume andando così fece una massa, aponto come si fa il formazo nel latte, et in quel deventorno vermi, et quelli furno li angeli; et la santissima maestà volse che quel fosse Dio et li angeli; et tra quel numero de angeli ve era ancho Dio creato anchora lui da quella massa in quel medesmo tempo, et fu fatto signor con quattro capitani, Lucivello, Michael, Gabriel et Rafael.”

E conclude la sua dotta dissertazione asserendo che Cristo era di natura umana come tutti noi, poiché tutti siamo figli di Dio, e che egli possedeva in più maggior dignità come spetta al papa, perché “può far”. Queste parole sono intrise di materialismo popolare che richiamano una concezione dotta di stampo materialistico – panteistica, in cui la materia è impregnata di divinità, non esistendo Dio, lo Spirito Santo e l’anima in quanto sostanze separate. Il suo raziocinio lo portava a rifiutare un principio immateriale nell’uomo e a negare la presenza di un Dio creatore. Egli negava la creazione divina, l’incarnazione, la redenzione e l’efficacia dei sacramenti ai fini della salvezza. Sosteneva fosse più importante amare il prossimo che Dio; egli credeva in una morale religiosa fattiva. Egalitarismo contadino e una tradizione, profondamente radicata nelle campagne europee, che denota un credo insofferente ai dogmi e alle cerimonie, ma legato a un certo paganesimo e naturalismo precristiani. Facevano parte del suo background culturale volumi come: il Fioretto della Bibbia, il De Trinitatis erroribus di Serveto e il Supplementum supplementi delle croniche del Foresti, il Decameron e i Viaggi di Mandeville.

La sua personale vicenda si concluse con la sua incarcerazione, e la conseguente pena di portare l”habitello” alla sua uscita. Egli però incorse negli stessi errori e predicò, seppur con minor vigore, le stesse nefandezze che lo avevano incriminato la prima volta. Il contesto storico era mutato, verificatasi la rivolta degli anabattisti di Munster (1534), i ceti dominanti nutrivano la preponderante esigenza di riportare all’ordine le masse popolari. Si diffuse anche il processo dievangelizzazione ad opera dei gesuiti nelle campagne. L’atmosfera resa esasperata dagli ultimi eventi provocò un’ondata di repressione della cultura popolare e il conseguente triste epilogo della vicenda di Menocchio. Egli venne condannato a morte proprio nei mesi in cui si stava concludendo il processo contro Giordano Bruno. La gerarchia cattolica stava operando verso il basso e verso l’alto per epurare le radici infette della chiesa e ripulirle con i principi del Concilio di Trento.


Di: Costanza Marana

Fonti:
C.Ginzburg, Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del '500, Einaudi, 2009.

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