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lunedì 9 maggio 2016

Verità e misfatti sulla guerra d'Etiopia

9 maggio 1936: Mussolini, dall’ormai celebre balcone di palazzo Venezia, annuncia la fine della guerra italo-etiopica e proclama la nascita dell’Impero, al capo del quale viene  posto il re Vittorio Emanuele III – che, non dimentichiamolo, disapprovò a suo tempo l’idea di una simile impresa militare[1], senza fare però nulla per distogliere Mussolini dai suoi intenti. Non intendo in questo articolo affrontare nei particolari lo svolgimento della guerra in sé, in quanto risulterebbe dispersivo e di scarsa utilità in quanto si tratta di informazioni facilmente reperibili con un buon grado di affidabilità; mi concentrerò su aspetti più particolari e dibattuti sperando di potere chiarire alcune questioni.

È ormai sicuro che Mussolini avesse già in mente l’invasione dal 1925, e che negli anni successivi si comportò in modo da spingere verso una risoluzione bellica delle vertenze riguardanti il Paese. Ad esempio un problema evidente era la definizione di una precisa linea di frontiera tra Etiopia e la Somalia italiana, della quale con il trattato del 16 maggio 1908 – che all’art.6 dichiarava che né Italia né Etiopia avrebbero interferito oltre la suddetta linea – erano state fissate solo le condizioni generali di definizione[2]; un provvedimento in tal senso venne richiesto al governo fascista, ma fu da questo respinto, che anzi continuò ad agire nell’ottica della preparazione di un attacco, ammassando armi in Eritrea e Somalia e infiltrando truppe italiane in territorio etiopico. Mussolini voleva ottenere quanti più territori dell’Ogaden possibile, e la prospettiva di un’imminente guerra era vista con entusiasmo[3]. Nel 1932 il duce incarica De Bono di studiare una strategia d’attacco, che dà luogo ad un ampio dibattito interno al regime sui vari aspetti della questione dove l’unico punto su cui fin da subito tutti sono d’accordo sembra essere la necessità di iniziare la guerra il prima possibile[4]; e nel 1934 abbiamo la svolta decisiva con il promemoria segretissimo indirizzato da Mussolini il 30 dicembre 1934 alle alte autorità del regime, in cui chiarisce che

Il problema dei rapporti italo-abissini è diventato un problema di forza, un problema storico che bisogna risolvere con l’unico mezzo col quale tali problemi furono sempre risolti: coll’impiego delle armi. […] Bisogna trarre la prima logica conclusione: il tempo lavora contro di noi. Più tarderemo a liquidare il problema, e più sarà difficile il compito e maggiori i sacrifici. Seconda non meno logica conclusione: bisogna risolvere il problema il più presto possibile, non appena cioè i nostri apprestamenti militari ci diano la sicurezza della vittoria. Per una guerra rapida e definitiva […] si devono predisporre grandi mezzi. […] Superiorità assoluta di artiglieria e di gas.[5]


La seconda metà del testo, riguardante la necessità di finire la guerra in tutta fretta e la messa in conto del possibile uso dei gas, sarà di particolare importanza più avanti nella nostra trattazione, quando parleremo della guerra vera e propria. L’”incidente” di Ual-Ual fungerà quindi da perfetta casus belli per il regime mussoliniano, che approfitterà senza scrupoli della situazione per seguire una linea politica intransigente che, Mussolini lo sapeva e lo voleva, non avrebbe potuto portare ad altro che alla guerra.

I pozzi d’acqua di Ual-Ual erano situati a circa 50 miglia dal confine tra Somalia italiana ed Etiopia, nel territorio di quest’ultima. Era fuori discussione che vi appartenesse. Cosa tra l’altro riconosciuta anche dagli italiani: ad esempio nel 1929 il ministro italiano ad Addis Abeba Giuliano Cora parlava delle “tribù soggette al governo etiopico, nella località di Ual-Ual”[6]. Nonostante ciò nella primavera del 1930 vi venne costruito un posto di guarnigione che stabilì l’occupazione di fatto – riconosciuta come illegale – del territorio da parte italiana, che diventò ancora più rigida dopo la morte del governatore dell’Ogaden: nessun abissino o persona sotto protettorato britannico poteva recarsi ai pozzi senza aver prima ottenuto l’autorizzazione da parte delle autorità locali[7]; l’episodio che diede luogo all’ "incidente" diplomatico non fu il primo tentativo di riprendere il controllo della regione da parte delle forze autoctone, in quanto ve ne furono almeno altri due, nel 1931 e 1933, entrambi però annullati prima di poter essere messi in atto[8].


Risultati immagini per guerra d'etiopiaNel maggio del 1934 iniziarono movimenti di carattere militare organizzati da Selassiè vicino alla regione, e in settembre questi movimenti divennero più rilevanti: si potevano contare circa 600 effettivi[9]. Tuttavia è opinione di Baer che non fosse stata progettata alcuna azione offensiva seria ai danni dell’Italia: le truppe sarebbero servite unicamente a permettere agli etiopi di ottenere il più possibile dallo scontro fra la commissione di frontiera anglo-etiopica, interpellata da Selassiè, e, appunto, gli italiani[10]. Tuttavia la commissione venne ritirata onde evitare di rimanere invischiata troppo a fondo in discussioni riguardo i diritti su Ual-Ual, lasciando quindi soli i due schieramenti italiano ed abissino, che dal 25 novembre si fronteggiarono per i successivi dieci giorni. Si contavano circa 1400-1600 uomini da parte abissina, mentre solamente 160 soldati indigeni presidiavano la guarnigione italiana.

Il vero combattimento si ebbe però il giorno 5 dicembre, quando un colpo partì da parte di uno dei schieramenti – nessuno ammise mai nulla –, e si concluse la sera stessa con la sconfitta abissina e all’incirca lo stesso numero di morti e feriti da entrambe le parti[11]. Le trattative non avevano alcun modo di proseguire: tanto da parte abissina quanto da parte italiana non si intendeva scendere a compromessi. Quando si trattò invece di stabilire di chi fosse l’effettiva responsabilità dello scontro, il governo abissino propose di risolvere la questione – come prevedeva del resto il trattato del 1928 – attraverso conciliazione o arbitrato, proposta che prima gli italiani ignorarono, chiedendo anzi assurde riparazioni morali e materiali sullo stile dell’eccidio di Corfù, e il 14 dicembre rifiutarono apertamente[12], a riprova delle loro intenzioni belliche. La notte stessa l’imperatore Selassiè decise di sottoporre la questione alla Società delle Nazioni, il che presentò un bel problema per Mussolini, che come nota Baer “voleva essere lasciato solo a divorarsi l’Etiopia”, ed iniziarono i preparativi alla guerra[13].


Risultati immagini per guerra d'etiopiaProva indiscutibile del proposito mussoliniano è il documento “Direttive e piano d’azione per risolvere la questione italo-abissina”, che venne fatto circolare in segreto il 30 dicembre ai consiglieri più stretti del dittatore. Ivi si riconosceva che la diplomazia non era in grado di risolvere la questione, ponendo come unico mezzo l’intervento armato nel Paese, si ricordava che l’Etiopia si stava ammodernando col tempo, la necessità di ottenere mano libera dalle potenze europee. Insomma, l’unica soluzione era “la distruzione delle forze armate abissine e la conquista totale dell’Etiopia”[14]. Nel corso del ’35 si ebbero complesse trattative dell’Italia verso Francia ed Inghilterra che sarebbe fuorviante discutere in questa sede, ma che le permisero infine di ottenere la libertà di agire senza serie conseguenze da parte di Francia ed Inghilterra, che preferivano mantenere l’amicizia di un Paese come l’Italia che dell’Etiopia[15] e mantenere la pace all’interno dell’Europa, oltre ovviamente all’essere preoccupate per l’ascesa al potere di Hitler, che distolse le loro attenzioni dai propositi di guerra italiani[16].

Ma quali furono i motivi che spinsero Mussolini a propendere per l’invasione dell’Etiopia? Le tesi demografiche ed economiche non erano che una cortina fumogena innalzata con l’ausilio della propaganda. La pressione demografica era certamente un problema, ma va riconosciuto che il regime non fece nulla per diminuirla, anzi, con la sua politica volta ad aumentare il tasso di natalità non fece che peggiorare le cose, e tra l’altro i successivi esperimenti di colonizzazione, come ad esempio quello in Libia, fallirono come era fallita in generale l’espansione italiana in Libia, Eritrea e Somalia. Non vi erano poi garanzie che l’Etiopia avrebbe fruttato qualcosa: i vari costi sarebbero stati così elevati che non ci si sarebbe potuti aspettare un utile dagli investimenti per diversi anni. L’impresa può essere compresa a pieno solamente come questione politica, e solo limitatamente economica.[17] Il regime fascista, come è stato notato più volte e come tra l’altro i fascisti stessi ammettevano, si fondava sull’azione incessante, sulla mobilitazione continua delle masse[18]: l’impresa coloniale si poneva quindi come efficace alternativa ad una politica di riforme interna dal punto di vista del consenso tra la popolazione, un modo per distrarla dai seri ed irrisolvibili (nell’ottica del tempo) problemi interni.

Risultati immagini per guerra d'etiopiaFu così che il 2 ottobre 1935 il duce annunciò agli italiani che la guerra era iniziata, e alle 5 del mattino del 3 ottobre, senza dichiarazione formale di guerra – la quale avrebbe potuto implicare in qualche modo che l’Etiopia fosse l’eguale dell’Italia – e violando almeno 4 tra patti e trattati, le truppe italiane invasero il Paese[19], iniziando una guerra che si rivelò tutto sommato facile e si risolse in molto meno tempo del previsto[20]. Com’è ovvio, l’esercito italiano era superiore a quello abissino in tutti i campi[21]. L’Etiopia, in seguito all’incapacità (ma più che altro alla mancanza di interesse) di Francia ed Inghilterra di opporsi alle pretese mussoliniane, si ritrovò praticamente sola a fronteggiare l’invasione. I problemi erano molteplici: innanzitutto, l’organizzazione militare aveva appena iniziato a modernizzarsi e non era molto distante dai livelli della battaglia di Adua, basata ancora su un sistema fondato sulla fedeltà personale delle truppe ai capi che era assolutamente inadeguato ad una guerra moderna (e non a caso Mussolini sperò di contare anche sull’uso della corruzione per minare la lealtà dei comandanti nemici)[22]. Non si può poi fare a meno di notare che nel Paese non vi erano fabbriche di armi, il che, unito ai diversi embargo (imposti anche verso l’Italia, ma che ovviamente ebbero molta meno importanza) e limitazioni imposti da Francia, Inghilterra e USA, fu un grande impedimento[23]. Selassiè poteva contare al massimo su un totale di circa 300.000 uomini, mentre Mussolini su circa un milione di italiani, dei quali fra i 460 e i 560 mila vennero mandati a combattere, e poco meno di 100 mila truppe coloniali[24]. Le tanto lamentate sanzioni imposte all’Italia non contribuirono effettivamente a renderla meno potente: risultarono anzi in fin dei conti inutili. Innanzitutto va tenuto conto del fatto che si trattava della prima volta in cui veniva applicato un provvedimento simile, con le ovvie conseguenze del caso; in secondo luogo il Paese aveva possibilità di acquistare materie essenziali quali petrolio, ferro e acciaio da USA e Germania[25].

Questa situazione ci introduce ad uno degli aspetti più dibattuti del conflitto: l’ampio utilizzo da parte italiana dei gas (già usati in Libia e in Somalia fra gli anni ’20 e gli anni ‘30[26]), e quindi il perché di una simile scelta quando non era assolutamente necessaria per assicurarsi la vittoria. Il 7 febbraio 1996 fu una data particolare per l’Italia del secolo scorso: dopo sessant’anni si ammetteva finalmente l’utilizzo nel corso del conflitto di “bombe d’aereo e proiettili d’artiglieria caricate a iprite e arsine e che l’impiego di tali gas era noto al Maresciallo Badoglio, che firmò di proprio pugno alcune relazioni e comunicazioni in merito”, ammissione che tra l’altro mise fine all’imperterrito negazionismo di Montanelli e alla sua diatriba, del tutto illegittima, con Del Boca, che denunciò l’uso di suddetti gas fin dal ‘65[27]. Non che il loro impiego fosse noto solamente a Badoglio: ovviamente tutto successe con l’esplicita autorizzazione di Mussolini, il quale non si fede ovviamente scrupoli, e il quale diede ordini in questo senso anche a Graziani – interessante in questo senso è la serie di telegrammi raccolti da Del Boca[28]. Fu così che, secondo l’elaborazione di Gentili, vennero effettuati nel solo ’36 ben 93 bombardamenti, per un totale di circa 550 bombe. Rochat dopo un lavoro di ricerca negli archivi militari italiani è arrivato a calcolare che la sola aviazione avrebbe lanciato durante l’intero conflitto ben 1597 bombe a gas (senza avere comunque pretese di completezza), e Sbacchi arriva a 2582 dopo aver esaminato le operazioni di carico e scarico dei magazzini[29].

Come si può quindi spiegare un uso così massiccio dei gas, in assenza di necessità strategiche? Sappiamo che uno dei pretesti di Mussolini per usarlo fu in risposta all’uso da parte degli abissini di non meglio definiti “sistemi del nemico”, ma questo non basta. Sicuramente venne incentivato dal fatto che gli abissini non sarebbero stati in gradi di vendicarsi con la stessa arma o, in generale, allo stesso livello[30]. Ritengo che una valida spiegazione si possa trovare nel suo desiderio, espresso più volte, di finire la guerra il prima possibile per fare in modo tanto che la Società delle Nazioni si trovasse davanti al fatto compiuto e non potesse reagire seriamente – “Nessuno ci solleverà delle difficoltà in Europa, se la condotta delle operazioni militari determinerà rapidamente il fatto compiuto. Basterà dichiarare all’Inghilterra e alla Francia che i loro interessi saranno riconosciuti” – quanto per contenere le spese, che furono comunque esorbitanti, e l’uso di materiale bellico, quanto per portare la guerra a termine prima della stagione delle piogge, che avrebbe inevitabilmente rallentato gli invasori e permesso a Selassiè di riorganizzarsi[31].

Di: Leonardo Pedron

Fonti:

[1] Baer G.W., La guerra italo-etiopica e la crisi dell’equilibrio europeo (1967), Laterza, Bari 1970, p.50-51, dal quale sono tratte la maggior parte delle informazioni sul periodo pre-guerra.

[2] Ibid, p.59

[3] Per i propositi di invasione dal ’25, il respingimento del provvedimento e l’atteggiamento “provocatorio” del regime vedi Mack Smith D., Mussolini (1981), Rizzoli, Milano 1981, p.223; Rochat S., Le guerre italiane 1935-1943. Dall’impero d’Etiopia alla disfatta, Einaudi, Vicenza 2005, p.15

[4] Rochat S., Le guerre italiane cit., p.15-16

[5] Estratti riportati in ibid, p.21-23

[6] Baer G.W., La guerra italo-etiopica cit., p.59-60

[7] Sull’occupazione considerata illegale, Ibid, p.67; per il resto p.60-62

[8] Ibid, p.61

[9] Ibid, p.64

[10] Ibid, p.65

[11] Per gli effettivi italiani ibid p.68, per gli abissini e le perdite totali p.69

[12] Ibid, p.71

[13] Ibid, p.74

[14] Ibid, p.75

[15] Tra l’altro sappiamo che teneva sotto controllo telefoni e documenti delle ambasciate francese ed inglese a Roma, e grazie a ciò venne a sapere per via diretta che erano decisi a non rischiare una guerra contro l’Italia. Vedi Mack Smith D., Mussolini cit., p.248

[16] Per una trattazione esaustiva vedi in generale il citato libro di Baer.

[17] Ibid, p.219-221

[18] Ibid, p.38; De Felice R., Gli anni del consenso, Einaudi, Verona 2006, p.219-220

[19] Per la mancanza della dichiarazione di guerra vedi Mack Smith D., Mussolini cit., p.252; Baer G.W., La guerra italo-etiopica cit., p.487; Rochat G., Le guerre italiane cit., p.48. L’invasione violò il patto Kellogg, il Patto societario, il trattato italo-etiopico del 1928 e l’accordo tripartito del 1906 (Baer G.W., La guerra italo-etiopica cit., p.301)

[20] Stime di esperti militari italiani valutavano in due anni la durata della guerra, e vi erano stime anche più elevate oltre alle previsioni sulla durata della guerriglia dopo la vittoria. Vedi Baer G.W., La guerra italo-etiopica cit., p.360

[21] Rochat G., Le guerre italiane cit., p.68; Del Boca A., Le guerre coloniali del fascismo, Laterza, Bari 2008, p.238, in cui tra l’altro si precisa che gli italiani avrebbero potuto benissimo vincere la guerra senza l’uso dei gas appunto per la loro superiorità; Mack Smith D., Mussolini cit., p.254-255; Baer G.W., La guerra italo-etiopica cit., p.295; Del Boca A., (a cura di) I gas di Mussolini, Editori Riuniti, Roma 1996, p.127 accenna alla “disparità fra i mezzi posti in campo dagli italiani e quelli degli etiopici”

[22] Rochat G., Le guerre italiane cit., p.32; Mack Smith D., Mussolini cit., p.251

[23] Per l’assenza di fabbriche Baer G.W., Il conflitto italo-etiopico cit., p.298; per gli embargo, p.353, 385-386

[24] Per gli effettivi abissini Rochat G., Le guerre italiane cit., p.32. La cifra non è attendibile al 100% in quanto proviene da cifre fornite dal servizio informazioni italiano, sulle quali siamo costretti a basarci vista la quasi totale inesistenza di fonti di prima mano di parte abissina. Per quelli italiani ibid, p.36-37 (Rochat ritiene più probabile il secondo numero, in quanto elaborato sulle cifre della marina che si occupò dei trasporti), per gli ascari eritrei (50/60 mila), i dubat somali (25/30 mila) ed gli ascari libici richiesti per l’offensiva finale (7800) p.41-42.

[25] Mack Smith D., Mussolini cit., p.252-53; Baer G.W., La guerra italo-etiopica cit., p.425

[26] Ibid, p.201, 218; Rochat G., Le guerre italiane cit., p.74; Del Boca A., Le guerre coloniali cit., p.238

[27] Vedi Del Boca A., Le guerre coloniali cit., p.V-VI

[28] Ibid, p.238; per alcuni esempi Susmel E. e D., Opera Omnia di Benito Mussolini, La Fenice, Firenze 1959, p.301,305, 306; Rochat G., Le guerre italiane cit., p.67; Del Boca A., (a cura di), I gas cit., p.148-162

[29] Rochat G., Le guerre italiane cit., p.96; Del Boca A., Le guerre coloniali cit., p.239

[30] Ibid, p.67

[31] Vedi Baer G.W., La guerra italo-etiopica cit., p.76, 257; De Felice R., Gli anni del consenso cit., p.609 (citazione dal promemoria del dicembre ’34, in ibid, p.608); per un accenno ai costi della guerra vedi il mio https://riscriverelastoria.com/2015/12/22/quando-cera-lui-sfatiamo-i-falsi-miti-sul-fascismo-2a-edizione/; per l’ultima motivazione vedi Del Boca A., (a cura di) I gas cit., p.131

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