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venerdì 13 maggio 2016

D-Day: segreti e verità tra storia e leggenda



Negli ambienti militari anglosassoni si usa siglare con il termine D-Day (appunto Day of Days <<giorno dei giorni>>) il momento prefissato per dare il via ad un operazione o ad un attacco.

Reso celebre da libri, pellicole cinematografiche e videogiochi, lo Sbarco in Normandia è stato sicuramente il più importante D-Day con cui la storia dell’umanità ha dovuto cimentarsi. Avvenuto il 6 Giugno 1944, esso è rimasto impresso nella cultura popolare per l’importanza e per l’imponenza con cui si è manifestato nel tentativo di  portare a termine l’obiettivo essenziale che si era prefissato: aprire un secondo fronte in Europa per alleggerire la pressione tedesca sul fronte orientale e costringere le truppe di Hitler a dover combattere anche da quest’altro lato dei propri confini nazionali. Sulle 5 spiagge francesi scelte per dare il via all'invasione della Fortezza Europa ( chiamate Utah Beach, Omaha  Beach, Gold Beach, Juno Beach e Sword Beach), si sarebbero dovute creare delle solide teste di ponte per permettere una lenta e progressiva infiltrazione nel territorio francese, macinando sempre più strada per  l’Europa Settentrionale fino ad arrivare in Germania.

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Per una missione di questo genere, si può solo lontanamente immaginare quante tonnellate di materiale, mezzi e uomini siano state messe insieme e organizzate in un’unica, infallibile, enorme macchina da guerra.  Oggi, come ebbe modo di confermare lo stesso Eisenhower in una conferenza stampa anni dopo il D-Day, un tale assemblamento di risorse in un’area così modesta sarebbe impossibile, poichè costituirebbe un bersaglio troppo ghiotto per le moderne armi nucleari.

Dalla prima settimana di Maggio del 1944 partirono i preparativi per raggruppare in uno schieramento compatto tutto il grosso della micidiale potenza bellica che gli Alleati erano riusciti a creare, andando a raggiungere i porti dell’Inghilterra Meridionale, in attesa del momento giusto per salpare oltre il canale della Manica. Tirando alla fine le somme sull’armata preparata per l’invasione, risultarono numeri da capogiro: erano più di due milioni gli uomini in uniforme in attesa di scendere in campo, accompagnati da una forza di 500.000 mezzi e veicoli e dalla più numerosa e potente flotta navale che la storia degli eserciti potesse vantare.

Sarebbe bello poter descrivere nei minimi particolari i difficili momenti dello sbarco, delle peripezie affrontate per potersi dimenare tra la sabbia inondata di colpi mentre ci si faceva strada nell’accidentato entroterra normanno, ma non vuole essere questo lo scopo dell’articolo. Preferirei rammentare brevemente cosa vuol dire prepararsi ad un’esperienza del genere, considerando come sempre il lato umano della vicenda e partendo dal presupposto che dietro quei numeri esorbitanti si nascondono le storie e le paure di ogni singolo individuo, accomunato a tanti altri come lui dal fatto di essere stati scelti come sfortunati protagonisti della più rischiosa e delicata (ma anche spettacolare) operazione militare di tutti i tempi.

Per la maggior parte delle unità impiegate in questa grande offensiva, il D-Day costituì un terrificante battesimo del fuoco. Pochi erano coloro che avevano già avuto modo di sperimentare (in Nord Africa e in Italia) la reale sensazione di trovarsi in combattimento: il grosso dei reparti si addestrava da anni in attesa del momento stabilito per l’intervento totale della migliore generazione americana.

La loro preparazione risultò essere dura e severa, con esercizi intensivi, al fine di far nascere nella mente dei soldati l’idea che niente del futuro combattimento potesse essere più difficoltoso; ovviamente non fu mai così, ma lo spirito di unione e solidarietà che nacque tra di loro superò ogni aspettativa.

In Inghilterra, le unità furono raccolte in tante piccole aree, in cui ci si accampava per continuare gli ultimi preparativi. A causa della forma che prendevano osservandole dall'alto, queste aree vennero rinominate <<salsicce>>.  Pur offrendo al loro interno svariati passatempo (bar, chiese, biblioteche), le <<salsicce>> tramutarono ben presto la loro essenza in vere e proprie prigioni a cielo aperto da cui era impossibile uscire;  il loro perimetro, controllato dalla polizia militare, era inaccessibile verso l’esterno per evitare fughe di notizie, da tenere in massima segretezza ora che la vigilia dell’Invasione si faceva più imminente. Si provvide anche a nascondere accuratamente, a ridosso delle siepi o con dei teli mimetici, le migliaia di veicoli e armi che avrebbero accompagnato gli uomini in questa impresa. Tutto veniva curato nei minimi dettagli, per evitare sorprese durante il momento cruciale dello sbarco.

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Fino a pochi giorni prima che essa avvenisse, erano in pochi a sapere con precisione quale sarebbe stato il settore e il periodo scelto per dare il via all’offensiva. Nelle <<salsicce>> gli  uomini erano impazienti d’intervenire;  finito l’addestramento, la noia dovuta all’inattività si tramutò ben presto in tensione: i nervi erano a fior di pelle, con il seguente pericolo di creare risse anche per le più banali divergenze d’opinioni. Si decise persino di sostituire il football  con il softball a causa della piega violenta che assumevano le partite. In attesa di istruzioni ai soldati non restava altro che passare il loro tempo nel teatro di cui ogni campo era munito, in cui venivano trasmesse le pellicole cinematografiche di Hollywood, oppure dando un’ultima controllata agli equipaggiamenti. Erano state distribuite loro armi nuove di zecca, oltre alle uniformi che avrebbero vestito per la missione;  esse si rivelarono altrochè scomode e odiate dai più: imbevuti di una sostanza chimica atta alla protezione dai gas, i tessuti si dimostrarono poco traspiranti facendo sudare di giorno e congelare di notte.

Quasi tutti, specie i più giovani, restarono colpiti dai paratici kit che furono consegnati loro per scampare ad  un’eventuale situazione di prigionia: in questo modo, mappe francesi che uscivano da cravatte, pastiglie disinfettanti, lime di metallo e persino bottoni per pantaloni trasformabili in bussole, facevano sembrare ai soldati un gioco di spionaggio questo strano sogno in cui si erano risvegliati. Si scoprì inoltre un innovativo utilizzo per il preservativo, adoperato talvolta anche come pratico porta oggetti; sarebbe tornato utile in seguito come protezione da apporre sulle canne dei fucili.

Quando non era possibile sgattaiolare dallo sguardo vigile della polizia militare per concedersi un’ultima rassicurante bevuta in qualche pub locale (dove gli yankee conobbero il whisky) o era persino finito l’alcol etilico dei medici, il passatempo più in voga restava il gioco d’azzardo: con poker e dadi si poteva racimolare un bel gruzzoletto prima di partire, magari spedendone un po’ a casa e conservando il resto per la prima uscita libera possibile a Parigi.

Sul finire di Maggio, era ormai chiara a tutti l’imminenza dell’Invasione; vedendo aumentare i controlli e alzare i ritmi nei preparativi, le unità furono istruite per ore, giorno dopo giorno, sui propri compiti al momento dell’entrata in azione mentre fu finalmente reso noto da dove avrebbe avuto inizio la loro odissea: la Normandia.

Alle centinaia di migliaia di uomini in attesa del grande giorno, furono mostrati accuratissimi plastici del territorio francese, dalla spiaggia fin verso l’interno, in cui erano state fedelmente ricostruite tutte le caratteristiche proprie del territorio; vi erano mostrate inoltre le soluzioni difensive approntate sulla spiaggia dai tedeschi, osservate nel corso delle numerose ricognizioni aeree. Durante i molti briefing, gli ufficiali cercavano di tranquillizzare gli animi dei preoccupati soldati avvertendoli della straordinaria copertura aerea e navale che sarebbe stata scaraventata sulle posizioni tedesche prima dell’arrivo a terra da parte della fanteria. Sconsolati o meno, quasi tutti al giro di boa sentirono la necessità di recarsi probabilmente per l’ultima volta a una delle tante messe celebrate dai cappellani, affollatissime per la circostanza.


WWII France D-Day

Dietro il sipario, all'inizio del più pericoloso spettacolo al mondo, gli attori si preparano mentalmente a prendere consapevolezza di ciò che stava per accadere, meditando o lasciandosi prendere dal panico a seconda della propria personalità. Stephen E. Ambrose, autore di numerosi saggi storici sull'avanzata alleata in Europa nonché consulente storico di celebri pellicole come “Salvate il soldato Ryan”, ha riportato nei suoi testi numerose impressioni  e testimonianze di chi si trovò coinvolto nei fatti citati; se ne dovessimo estrapolare un paio per tutte, queste sicuramente renderebbero bene la sensazione dell’aria che tirava: <<Non ci sentiamo molto forti, adesso>>, <<Ho provato a spiegare al mio plotone che siamo qui per fare la Storia e che, un giorno, i bambini studieranno le nostre imprese nei libri, ma tutto ciò che ottengo sono deboli sorrisi>>, oppure <<Che sforzo enorme si deve compiere per affrontare qualcosa del genere. Uomini che forse non hanno mai neppure vissuto veramente>>.

Ai primi di Giugno, ogni singolo mezzo alleato presente in Inghilterra era in movimento verso i porti per essere caricato sulle navi da trasporto. Gli uomini radunarono tutta la loro roba: era ora di prepararsi per la traversata. Marciando verso l’area d’imbarco, le colonne s’imbatterono per l’ultima volta nella calca dei cittadini festosi, che accorrevano da tutte le parti per salutare i futuri liberatori. Il D-Day sarebbe scoccato il 5 Giugno. Giunti ai moli, l’iniziale entusiasmo per la realizzazione di quello per cui si erano addestrati da mesi si tramutò in impazienza e insofferenza per lo snervante tempo mancante all’inizio della battaglia. Carichi di qualsiasi roba, dalle maschere anti-gas alla foto dei figli, dai dizionari di francese ai testi sacri, i soldati furono fatti salire sulle imbarcazioni e ammassati nelle stive. Qualcuno trovava persino lo spazio e il modo per portare con sè dieci stecche di sigarette. Anche carri armati, munizioni e altri mezzi furono  raccolti sulle navi, facendo spazio sulle jeep o nei camion per ulteriori provvigioni di viveri, borracce, badili e armi, così che ogni nave risultò ben presto essere sovraffollata in ogni sua parte. A bordo, gli uomini trovarono ancora nel gioco d’azzardo un piccolo sollievo dalla tensione, mentre fantasticavano su ciò che stava per accadere.

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Scatto estrapolato da una famosa sequenza di foto ritraente il generale statunitense Dwight David Eisenhower, capo dello SHAEF, mentre scambia qualche ultima parola di incoraggiamento con un gruppo di paracadutisti in preparazione per l'imminente partenza.

Essendoci a disposizione molte volte solo una cuccetta ogni tre persone, in aggiunta al ristretto limite di movimento a causa dello scarso spazio disponibile, la permanenza in mare si rivelò immediatamente proibitiva. La situazione peggiorò quando sulla Manica si scatenò una della più forti tempeste mai registrate fino ad allora in quella zona. Il vento e le oscillazioni crearono un forte malessere fisico riscontrabile dai visi pallidi degli infreddoliti soldati, occupati ora anche ad evitare il vomito che ormai dilagava per tutti gli angoli della nave.

La poderosa flotta, composta da 5.333 navi e mezzi da sbarco di ogni tipo, continuava la traversata nel canale della Manica. Ad un tratto, quando alcune imbarcazioni dell’avanguardia erano già a meno di 50 chilometri dalla costa francese, un ordine raggiunse tutte la navi, scuotendo ancor di più l’animo dei depressi e bagnati uomini sui ponti e nelle stive. L’Invasione era stata rimandata.

Alle quattro di mattina del 4 Giugno  una riunione tra i vertici del Quartier generale del corpo di spedizione alleato , tenutasi con l’intervento di diversi metereologi, decretò il rinvio della missione a causa di una bassa pressione atmosferica in arrivo sulla zona d’operazione. Opinioni divergenti si scontarono in un confuso coro di pareri e decisioni. Alcuni sostennero di  dover rimandare di una settimana, altri ancora di un mese, almeno finchè non fosse definitivamente svanito il brutto tempo. Quello che più preoccupava Eisenhower, erano tuttavia le navi già in rotta verso la Normandia. Bisogna muoversi a prendere una decisione o i ragazzi non avrebbero resistito ancora a lungo su quelle bagnarole; in attesa di una scelta, la flotta era ferma nel mare in tempesta.

Ancora qualche ora di indecisione, poi il Comandante Supremo  emise il suo verdetto; nonostante le critiche che gli vennero mosse da alcuni generali (come Montgomery), bisognava sfruttare l’ improvviso e breve miglioramento climatico previsto, cosi da rimandare solo di un giorno, al 6 Giugno 1944, il D-Day. Nel luogo in cui i comandanti alleati si erano riuniti per discutere sulla faccenda, alla Southwick House, Eisenhower camminava nervosamente per la stanza. Dopo cinque minuti di riflessivo silenzio, guardò in faccia il resto degli ospiti e disse loro : <<Ok, andiamo>>.

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Partì un forte applauso d’incoraggiamento, per quella che poteva essere la svolta decisiva del conflitto. Firmato un comunicato stampa,scritto di propria mano, in cui si assumeva tutte le responsabilità in caso di fallimento, non restava che lasciare nelle mani del destino la sorte di quello che sarebbe accaduto. Come lui stesso ebbe modo di raccontare, questo era  <<il momento più terribile per un vecchio comandante: ha svolto tutti i suoi compiti, non c’è più niente che può fare>>. Nessuno a questo punto poteva avere più ripensamenti, si doveva fare quanto era stato deciso.  La “Grande crociata” dei nostri tempi stava per mettersi in moto. Poche ore prima del fatidico sbarco, le truppe stipate nelle navi poterono ammirare l’infinità di aerei che, volando sopra le loro teste, andavano a sganciare (per un totale di 14.000 sortite) le prime bombe lungo la linea difensiva tedesca, seguiti dal portentoso cannoneggiamento navale inscenato dai grossi obici della marina.

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Il D-Day non è stato esattamente una "passeggiata in bicicletta", ma questi soldati canadesi hanno deciso di provarci ugualmente. Si tratta, in realtà, di uno dei tanti reparti che facilitava con le biciclette lo spostamento della propria truppa.

Alle 6:30 i primi reparti, dopo essersi calati dalla fiancata delle navi sui mezzi da sbarco, si avvicinarono alle spiagge, e tutto il resto per noi è Storia.


Di: RLS Staff

Fonti:
Stephen E.Ambrose, D-Day. Storia dello sbarco in Normandia, BUR Rizzoli
Cornelius Ryan, Il giorno più lungo, BUR Rizzoli
Antony Beevor, D-Day: La battaglia che salvò l'Europa, Rizzoli

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