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lunedì 18 aprile 2016

Somalia 1992-1994 : l'Italia c'era


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DI: FRANCESCO FIORE

C’è stata, in un passato non troppo lontano, un’ operazione militare assai complessa e insidiosa che sembra non venga oggi ricordata in modo opportuno.

Il più significativo intervento militare italiano del dopoguerra avrà probabilmente qualcosa da raccontare, specialmente se si pensa al fatto che molti dei protagonisti di queste vicende ad oggi non hanno ancora i capelli bianchi.


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Converrebbe conoscerne la trama e i personaggi perché essa non è stata, nel suo complesso, un “semplice” intervento umanitario nei Paesi meno sviluppati come ormai siamo abituati a vedere di frequente negli ultimi decenni con le famose “missioni di pace”, su cui tanto si è dibattuto. Certo, il suo carattere è stato essenzialmente umanitario, ma in più d’un occasione ci si è trovati costretti ad alimentare a fiato la fiamma della speranza. A volergli dare un valore quasi mistico, esso è stato per davvero il più grande intervento dell’uomo per l’uomo che la storia recente possa annoverare. Perché , è il caso di dirlo, la terra somala durante la prima metà degli anni 90 non apparteneva ad alcuno. Non c’erano quindi apparenti motivi d’interesse politico ed economico che spingevano ad interessarsi alla vicenda. Non c’erano finalità secondarie dietro l’immagine caritatevole delle migliaia di tonnellate di materiale raccolte per essere destinate alla bisognosa popolazione del Corno d’Africa.


Per capire quanto potesse essere grave la situazione, basta pensare al fatto che quando il 3 Dicembre 1992 ( giorno in cui il nostro mondo “civile” scopriva l’uso dell’SMS) il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite decise di assumere il controllo sulla faccenda, divenuta incontenibile oltre che disagiata in ogni campo, si verifica il primo caso di “ingerenza umanitaria” intrapresa senza il consenso dell’autorità nazionale interessata ( in Somalia non esisteva appunto alcuna autorità nazionale). Guidata come sempre dagli Stati Uniti, la coalizione ONU dovrà riconoscere all’Esercito Italiano il merito di aver agito in maniera esemplare per tutti, con un comportamento professionale talvolta molto superiore rispetto ai colleghi di altre nazionalità. È indubbio che il saper farsi trovare pronti per questa prova ha accresciuto la fiducia internazionale nei confronti dell’Italia, che ha schierato in campo un contingente militare e umanitario secondo, in termini di quantità e qualità, solo a quello degli statunitensi.

Del resto non poteva essere altrimenti, se si considera il lungo passato di relazioni che nel corso del tempo si sono avvicendate tra il nostro popolo e quello somalo.


La Somalia, infatti, divenne già nel 1889 un protettorato italiano; il nostro Paese era all’epoca impegnato nel cercare di non rimanere indietro rispetto alle spinte colonialistiche che interessavano tutte le grandi potenze. Mogadiscio, la sua futura capitale, risponderà amministrativamente e burocraticamente all’Italia a partire dal 1892. Nel 1905 la Somalia diventerà, a tutti gli effetti, una nostra colonia, restando tale fino a quando, nel 1936,  assunse la definizione di Governatorato andandosi ad inserire, insieme ad Etiopia ed Eritrea, nel contesto dell’impero fascista sviluppatosi nella cosiddetta Africa Orientale Italiana

. In questi decenni è altissima l’infiltrazione italiana nel territorio con migliaia di famiglie che vi si stabiliscono, e non bisogna stupirsi se le città iniziarono ad assomigliare, anche esteticamente sempre di più, ai nostri modelli costruttivi. Quando nel 1928 venne approvato il nuovo Piano regolatore per la città di Mogadiscio, si decise di dividere la parte indigena da quella colonica attraverso la costruzione di una strada chiamata Corso Vittorio Emanuele III, in cui si affacciavano vari edifici amministrativi come la Banca d’Italia. Il lungomare, la diga per il porto, la Ferrovia Mogadiscio – Villaggio Duca degli Abruzzi, la rielaborazione del percorso stradale con la creazione della Strada Imperiale rappresentano, tutt’oggi, soltanto alcune delle decine di opere costruite a testimonianza del  nostro passaggio sul territorio somalo. Durante la Seconda Guerra Mondiale gli Inglesi riuscirono a conquistare la Somalia e ne mantennero il controllo fino al 1949, quando le Nazioni Unite decisero di affidarla all’Italia come amministrazione fiduciaria. Nel 1960, ottenne finalmente l’Indipendenza.

Dopo un paio di decenni, in cui la situazione favoriva un lento ma progressivo sviluppo culturale e politico della zona, in Somalia scoppiò una tra le più violente guerre civili degli ultimi tempi, che trascinò il paese in un vortice di forte crisi, con grandi carenze umanitarie e sanitarie.

Tutto ebbe inizio con l’insostenibile aumentare del malcontento nei confronti del regime di Siad Barre. Presidente della Repubblica Somala già dal 1969, Barre ebbe una lunga storia di relazioni con il nostro Stato. Colui che nel Luglio del 1990 ordinò all’esercito di sparare sul pubblico di una partita di calcio perché mostrava dissenso nei suoi confronti, deve infatti gran parte della sua fortuna al periodo di formazione presso le nostre forze istituzionali, durante gli anni in cui la Somalia era sotto l’Amministrazione fiduciaria d’Italia. Dopo essersi arruolato nella polizia territoriale della colonia italiana, proseguì i suoi studi a Firenze presso la Scuola allievi ufficiali dei Carabinieri. Ritornato in Somalia, decise di lasciare l’Arma per fare carriera nell’Esercito, raggiungendo il grado di Comandante in Capo. Conseguì il potere il 21 Ottobre 1969 grazie ad un colpo di stato da lui organizzato, mantenendo la carica di Presidente fino all’inizio della guerra civile. Le quattro lingue che padroneggiava (somalo, arabo, inglese e italiano) non lo  aiutarono a salvare la sua figura di apparente leader carismatico e capace;  il 26 Gennaio 1991, infatti, fu  costretto ad assistere alla sua destituzione (alla quale, dopo poco più di un anno, seguirà l’esilio).

roberto-magalini-con-luca-legge-massimiliano-matera-carmine-lo-re-e-fascio1 Non bisogna stupirsi del fascio sulla destra: segni del precedente passaggio italiano in Somalia durante  l'epoca fascista


Se a questo punto la situazione fosse migliorata, probabilmente questo articolo non avrebbe senso. Infatti,  paradossalmente, è dopo la liberazione di Siad Barre che per la Somalia arriveranno i veri momenti bui, che tecnicamente stanno svanendo soltanto negli ultimi anni.

Con la fine di un’ ideale unità nazionale, dopo la deposizione del proprio Presidente, emerse quella che era veramente la reale natura della popolazione somala. Provenienti da una lunga tradizione sociale in cui l’individuo ha sempre teso la propria vita verso l’aggregazione locale, i Somali cercarono di mantenere i propri interessi all’interno delle loro famiglie e dei loro clan, com’è tipico del resto per etnie che hanno alle spalle un lungo passato di nomadismo. Non c’è da stupirsi dunque se al momento della scelta per il nuovo successore le varie fazioni non riuscirono a trovare accordi a tal punto da scatenare una guerra civile senza precedenti, che andò a colpìre ingiustamente soprattutto la popolazione.

Quando l’Onu decise di intervenire, la situazione era disperata: in uno scontro armato anche dal sapore etnico, le vittime civili di questo autentico genocidio ammontarono a quasi mezzo milione, mentre  la povertà e la fame raggiunsero picchi dai tassi indicibili, oltre al proliferato banditismo, dedito ai traffici illeciti (finanziati dai signori della guerra locali).

Tra tutte queste fazioni, la più insidiosa fu sicuramente quella di Mohammed Farah Hassan, meglio noto come Aidid , “il vittorioso”.  Affiancato dalla sua tribù, egli fu il massimo oppositore politico e militare alle nuove scelte presidenziali dopo la caduta di Barre.

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Era, perciò,  il suo arresto a far  gola agli alti vertici del contingente internazionale quando fu pianificato il loro intervento (per dovere di cronaca, va menzionato il fatto che anche Aidid è stato “allevato” dalle nostre istituzioni al tempo dell’Amministrazione fiduciaria, studiando a Roma, Mosca e servendo nella polizia post-coloniale italiana) .


È appunto in questo contesto che le Nazioni Unite danno il via alla più grande missione umanitaria della storia, denominata ufficialmente UNOSOM, ma conosciuta anche con il nome di “Restore Hope”. All’interno del variegato esercito internazionale, la missione che spetta agli italiani sarà siglata con il termine ITALFOR <<Ibis>>;  responsabilità primaria dei nostri soldati era quella di garantire la sicurezza nella zona di Mogadiscio nord e nella regione dell’Hiran, andando a coprire un settore profondo 350 km e ampio 150 km. Dal Dicembre 1992 al Maggio 1994, i ragazzi italiani sono stati impiegati in attività umanitarie, militari e di controllo anche ben oltre le possibilità del contingente Onu, svolgendo il proprio lavoro anche dove nessun’altro osava neppure avvicinarsi. Questo va ricordato anche per dare il giusto onore alla classe del militare di leva (la maggior parte dei nostri soldati erano appunto ragazzi che stavano svolgendo il servizio militare) considerato per troppo tempo qui da noi esclusivamente come “lavativo”. In totale, sono stati più di 30.000 gli italiani che si sono avvicendati durante il periodo d’attività in Somalia (generalmente ogni turno era di 4 mesi).

Il soldato italiano è stato quello che forse ha maggiormente stretto legami con la popolazione indigena, vuoi per i sopracitati rapporti storici tra i due popoli, vuoi per la naturale dedizione “italiana” al sapersi sempre ben porre durante le situazioni di confronto e di solidarietà. Per quanto riguarda le unità operative schierate dall’Italia, un forte contributo è stato dato dalla Brigata Paracadutisti “Folgore”.

Sempre tra le prime ad intervenire, la “Folgore” aveva già scritto tra la sabbia d’Africa le pagine della sua storia, sin da  quando, nel 1942, si era sacrificata per favorire il ripiegamento del resto dello schieramento italiano, andando incontro al quasi totale annientamento nella battaglia di El Alamein.  Nella nuova avventura in Somalia, l’affiancavano  la Brigata Corazzata “Ariete” (decimata anch’essa ad El Alamein), la “Centauro”, la “Legnano”, la “Friuli”, i “Granatieri di Sardegna”, la “Gorizia” e dei reparti di cavalleria.

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Vale la pena analizzare questi dati raccolti nel volume “Operazione Somalia 1992-1994” edito da Edai, in cui viene esplicato un sunto delle attività operative svolte da parte degli italiani:


  • Azioni di fuoco sostenute da ITALFOR (Nome in codice della missione italiana) : 232

  • Operazioni di rastrellamento / perquisizioni : 318

  • Posti di controllo effettuati: 785

  • Missioni di scorta a convogli con aiuti umanitari : 568, con l’impiego di 1.675 mezzi.

  • Ore di volo degli elicotteri dell’AVES : 8.885

  • Ore di volo dei velivoli AMI: oltre 8000

  • Chilometri percorsi dai mezzi dell’Esercito : 5.497.450

  • Armamento sequestrato : 3.926 pezzi, tra pesante e leggero.

  • Munizionamento e materiali d’armamento sequestrati: 27 tonnelate



Ad accompagnare questi dati,  di per sé strabilianti, è d’obbligo citare anche quelli relativi all’aspetto umanitario della nostra missione. Dopo quasi due anni di permanenza sul territorio, l’Esercito Italiano ha contribuito a realizzare:



  • Allestimento di un ospedale da campo (Giohar) e di un ambulatorio mobile.

  • Realizzazione di 6 posti medicazione (Mogadiscio, Balad, Bulo Burti,Giohar, Belet Uen, Mataban) con l’effettuazione di 210.000 visite mediche, di cui 202.290 a favore della popolazione locale.

  • 839 giornate di ricovero, di cui 8.859 a favore della popolazione locale.

  • 569 interventi chirurgici, di cui 558 a favore della polazione locale.

  • 188 interventi veterinari

  • 616 trattamenti antiparassitari e disinfestazioni.

  • Distribuzione autonoma di derrate alimentari (dell’Esercito Italiano) : 2.476 q, più 1.672 pacchi famiglia

  • Distribuzione autonoma di vestiario: 10.972 uniformi (dell’Esercito Italiano) tipo sahariana per la polizia somala, 28.590 capi alla popolazione civile, 3.200 coperte.

  • 22 orfanotrofi ristrutturati ed alimentati.

  • 100 scuole assistite, con la distribuzione di 22.000 libri di testo e materiali di cancelleria (quaderni, gomme, matite ecc.).

  • 10 pozzi di acqua potabile ripristinati

  • 171.200 telefonate effettuate dai militari del Contingente in Italia.


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Tra i tanti momenti difficili vissuti durante l’operazione <<Ibis>>, il più duro è stato sicuramente quello avvenuto il 2 Luglio 1993 presso il famoso Checkpoint Pasta. Il Checkpoint  prende il nome dall’vecchio pastificio Barilla, costruito anni prima, che sorgeva appunto adiacente  al posto di controllo. Era forse questa una delle zone più sensibili di Mogadiscio, laddove confluiva il Corso 21 Ottobre e la Strada Imperiale che correva in direzione di Balad. “Pasta” era una brutta gatta da pelare, e in più d’un occasione erano nati qui degli screzi che ebbero anche ripercussioni tra il sereno rapporto dell’Onu e il contingente italiano.

Il 2 Luglio, mentre era in corso un’operazione di rastrellamento nel quartiere intorno al Checkpoint condotta da circa 500 militari italiani, la popolazione somala (per la prima volta ostile alle truppe del Bel Paese) avviò una fitta sassaiola verso la nostra truppa,che fu  costretta a rispondere anche ai colpi dei miliziani somali, sopraggiunti nel frattempo.

Nello scontro moriranno 3 paracadutisti, più altri 36 feriti.

Il caso del Checkpoint Pasta raggiunse immediatamente un grandissimo peso dal punto di vista mediatico e scosse l’opinione pubblica italiana e della comunità internazionale tutta, che adesso più di prima iniziava a rendersi conto di cosa potesse realmente significare organizzare e mandare avanti queste delicate operazioni in cui si decide di scendere in campo.


L’Operazione <<Ibis>> in Somalia non può essere facilmente sintetizzata perché tanti sono gli avvenimenti e le circostanze che hanno visto i nostri militari (e civili) italiani protagonisti indiscussi. Sembra assurdo come anche dal punto di vista storico oggi non riusciamo a riconoscere a questi avvenimenti narrati il loro giusto peso, specie se visti con la lente d’ingrandimento della scena politica globale. Si prestano a questo punto davanti a noi un mare di possibilità per studiare ed approfondire questa tematica, ancora poco trattata ma con un potenziale storico e narrativo strabiliante. Almeno, per i nostri 14 connazionali morti lontano dalle comodità nostrane, in quell’anno e mezzo in cui da volontari si andava in Somalia.

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Una storia nuova, ancora da scrivere, ha bisogno delle sue nuove fonti.

Ho piacere nel condividere con voi questa breve intervista, frutto della disponibilità e della serietà di Rudy Pasquato,  un reduce italiano della Somalia, che ha accettato di dirmi qualcosa sulla sua esperienza.



Stavi facendo l’anno di leva quando sei partito per la Somalia o eri militare di  professione?



“Ero di leva quando sono partito, facevo parte del 187^Reggimento, 6^Compagnia “Grifi”, Corpo    della Folgore.”



Nel giro di un anno, avresti mai immaginato di raggiungere l’Africa?




  • “Si, sono partito per Pisa, ho fatto il giuramento e il corso brevetto. Tutto in un mese e mezzo circa; poi mi sono trasferito a Livorno dove abbiamo fatto circa 5 mesi di addestramento e siamo partiti. L’addestramento è stato specifico per la Somalia: il modo di muoversi in quel territorio, capire com’erano i Somali, usare le armi in dotazione. Non pensavo di trovarmi in guerra all’età di 19 anni.”






Deve essere stato un periodo molto tribolato per te!




  • “È stato un periodo non facile. Si incomincia a capire che non sei più un bambino, ma un ragazzo che deve sopravvivere in una guerra mettendo in atto quello che ha imparato in addestramento.”




Avevate possibilità di scelta? Voglio dire, si poteva decidere anche di non andare?




  • “Quando siamo partiti per la Folgore fummo avvisati che lo scaglione 1/93 sarebbe andato in Somalia. La cosa all’inizio ci era piaciuta. Se in quell’anno facevi parte dei Paracadutisti eri volontario: proprio per lo spirito con cui sì era nel Corpo, pochi di noi hanno detto “no” per la Somalia.


Far parte dei Paracadutisti è un qualcosa che pochi possono capire; vivevamo un mondo in cui eravamo tutti di leva, quindi tutti fratelli di Naja. Nacque un rapporto molto unito tra di noi e, quando vai in guerra con gli stessi fratelli, resta per tutta la vita l’orgoglio, la stima, l’affetto e l’amicizia.

Non ricordo coloro i quali non hanno accettato, ma della mia Compagnia rifiutarono 5/6 fratelli.”



Anche se hanno rifiutato, nonostante tutto, li consideri fratelli?




  • “Sì sempre, anche perché pure loro hanno fatto l’addestramento. All’epoca non pensavi al tuo compagno che aveva rifiutato. Pensavi a dove saresti andato, a cosa avresti trovato; i pensieri erano puntati sulla missione.”




Eri in sostanza troppo preso dalle tue emozioni personali per pensare agli altri.




  • “ Esattamente. Ma non solo io, credo tutti quanti noi che siamo partiti. Quando si fa domanda per appartenere ad un Corpo operativo, sei anche consapevole che se succede qualcosa si è tra i primi a partire. Forse quelli che hanno rinunciato non avevano messo in chiaro questa cosa.”




Va bene entrare nella Folgore, ma dimostrare di poterci appartenere è diverso.




  • “Io ho sempre desiderato farne parte. Di quello che ho fatto in Somalia, ne sono fiero; per la nostra bandiera italiana, per i nostri valori, per i nostri sacrifici in una terra dove, oltre la guerra, morivano di fame. Mi piaceva fare la bella vita, essere sempre ben curato, ero schizzinoso in tante cose. Quando ho visto il Terzo Mondo, sono cambiato molto. Ho capito la vera ricchezza della vita, e ora lo sto insegnando ai miei figli.”




I tuoi cari come reagirono alla notizia di questa tua nuova avventura?






  • “ Alla fine delle superiori, quando sono partito per il militare, gli amici mi dissero che ero matto ad essere entrato nei paracadutisti. Quando loro e i miei seppero che sarei partito per la Somalia, si fecero un segno della croce. Mia madre non parlò, rimase di ghiaccio. Mio padre disse di essere fiero di me, perché anche il nonno fece la guerra in Abissinia.




Deve essere stata un’emozione forte per te ripercorrere, sebbene “idealmente”, la strada e la storia di tuo nonno.




  • “Già, mia nonna disse a mio padre : <<Rudy non sarà solo in questa guerra, lo spirito di suo nonno sarà con lui.>>




Com’è stato l’ultimo saluto con i tuoi?


  • “ Il giorno in cui siamo partiti, io riuscii a chiamare casa. Rispose solo mio padre e mi disse: <<Stai attento e cerca di tornare a casa tutto intero>>. Sentii mia mamma dopo circa un mese e mezzo che ero in Somalia.”




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Come mai così tardi? Ti mancava molto?



-  “Non volevo farla star male. La mamma è la mamma; la mancanza si sentiva. Sai a 19 anni pensi di essere uomo, ma dentro a volte si è ancora bambini .In una guerra dove la paura si faceva sentire, avere avuto la mamma vicino forse ti dava forza.”





Come sicuramente saprai, l’Operazione Ibis è stata protagonista anche di un tragico evento per noi italiani. L’incidente al Checkpoint “Pasta”. Come reagiste alla notizia?




  • “ Ricordiamo bene il 2 Luglio. Quando accadde, noi eravamo a Livorno. La settimana dopo l’imboscata arrivammo in Somalia. Fummo tutti colpiti, non ci aspettavamo una cosa del genere. Sapendo poi che a breve saremmo dovuti partire, un po’di paura c’era ma, pensando ai nostri fratelli che erano morti sul campo di battaglia, la voglia di andare era tanta. Quando arrivammo, demmo il cambio alla 15^Compagnia “Diavoli Neri”, quella che perse un suo paracadutista, Baccaro Pasquale.”




Come arrivaste in Somalia?




  • “ Siamo arrivati in aereo, un “C130”. Eravamo tutti della 6^ “Grifi”, in totale 120 paracadutisti.”





Si sentiva in questa zona l’influenza italiana dopo anni di colonialismo?




  • “Scuole, case, edifici. Mogadiscio è stata costruita da tanti italiani. La seconda lingua conosciuta in Somalia era l’italiano. Quando è scoppiata la guerra era rimasta tuttavia la parte più indigena della popolazione; quella italosomala era scappata in Europa, insieme ai somali più civilizzati.”




Puoi raccontare qualche episodio della tua esperienza?




  • “Quando si è in guerra ci sono emozioni difficili da dimenticare, Te ne racconto una delle tante. Appena arrivati a Mogadiscio la nostra base si trovava a “Porto Vecchio”; qui siamo rimasti un mese. Ogni volta che con i blindo partivamo dal porto vecchio per raggiungere la città, arrivava di corsa lungo la strada un bambino somalo di 4/5 anni che ci salutava “alla Mussolini”. All’inizio eravamo sorpresi, poi durante il periodo che siamo rimasti lì è diventata un po’la nostra mascotte. Si avvicinava ai nostri VCC (Veicolo corazzato da combattimento) dicendo <<Viva Italia>>, e ognuno di noi gli dava acqua, biscotti e cioccolata; sorridente, rispondeva <<Grazie Italia>>. Negli ultimi giorni di permanenza a “Porto Vecchio”, prima di partire per Balad, non l’abbiamo più visto. Preoccupati, abbiamo chiesto informazioni a dei somali, scoprendo qualcosa che non avremmo mai voluto sapere. Lui e la sua famiglia erano morti perché un colpo di mortaio ha centrato la loro casa. Quando passavamo in quel punto, tutti noi della 6^ Compagnia facevamo il saluto militare per onorare questo piccolo eroe e ricordarlo. Un episodio “umano” che non può essere dimenticato; la sua sorte è simile purtroppo a quella di molti altri bambini.”




“Porto Vecchio” era dunque la vostra base principale? Da qui partivate e tornavate in puntate verso Mogadiscio?




  • “Esatto, si usciva e si perlustravano le zone di Mogadiscio, o rastrellavamo il territorio in cerca di armi. Con la 6^ in Somalia abbiamo fatto controlli nei Checkpoint “Pasta”, “Demonio”, “Nazionale” e “Ferro”, con guardie all’ambasciata e a “Porto Nuovo”, oltre che pattugliamenti lungo la strada “imperiale” e scorte a convogli militari di altre nazioni e a mezzi civili adibiti al trasporto di cibo e farmaci”.






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C’erano dei modi per rendere meno pesante la permanenza alla base? Eravate solo paracadutisti?




  • “ Un po’di divertimento c’era, bisognava scaricare la tensione. Avevamo anche “Radio Ibis”. No, al Porto c’erano anche compagnie di fanteria e reparti meccanizzati, ma loro stavano all’interno del campo; uscivamo solo noi per le operazioni nel territorio.”





Quale fu il tuo battesimo del fuoco?






  • “ Quando ho sentito il primo colpo di arma da fuoco ero su un’altana a “Porto Vecchio”. Le altane sono delle postazioni di guardia rialzate. Erano formate da due container messi l’uno sopra l’altro, il tutto riparato e rinforzato da sacchetti e da una specie di tetto. Erano posizionate a circa una cinquantina di metri l’una dall’altra e seguivano tutto il perimetro della base. I turni di guardia venivano fatti di 3 ore ciascuno; di giorno si è soli, di notte si è in Mi girai a 360 gradi per capire da dove arrivassero gli spari, mettendomi in posizione di sicurezza, pronto a sparare; la tensione era a mille. Non sparavano nella mia direzione, ma era abbastanza vicino. Diciamo che sulle altane di guardia gli scontri a fuoco erano ben pochi, se ci si trovava in difficoltà arrivava aiuto in breve tempo. Ho fatto il mio vero battesimo del fuoco a Mogadiscio sopra un VCC: ero primo mitragliere. Stavamo facendo un giro d’ispezione nella città e di lì a poco arrivarono dei colpi contro il fianco del nostro mezzo. Riuscì a vedere il punto da dove arrivavano i colpi, quindi aprì il fuoco con la Browning, una mitragliatrice calibro 12.7: i proiettili colpirono gran parte dell’edificio, pezzi di muro si staccarono. So che durò non più di un quarto d’ora. Eravamo in tre squadre, su tre VCC, sparammo un po’tutti. Alla fine qualche somalo fu ucciso, noi tutti bene.”

    12993493_1054375701317274_8071375532295747016_n.jpg Su un "altana"
     


Qual è stata l’uscita più dura e lunga che avete affrontato?

 -    “La nostra uscita più lunga è stata quando siamo andati al Checkpoint “Ferro”. Erano arrivati dei nigeriani per darci il cambio, sistemati su 4 o 5 mezzi. Non so per quale motivo, ma è scoppiata una ribellione perché i somali non volevano avere a che fare con loro. In seguito ai disordini che si stavano creando in città, i nigeriani sono scappati, prima di essere tutti quanti uccisi. Noi non potevamo uscire da Mogadiscio perché le strade erano state bloccate dai miliziani somali. Siamo rimasti lì per 5 giorni, sotto il fuoco nemico. La 6^ Compagnia “Grifi” ha fatto il meglio che poteva, mantenendo la postazione senza danni e perdite fino all’arrivo di alcuni commilitoni inviati dal Contingente per darci una mano. Un altro episodio : io e la mia squadra eravamo rientrati a Balad dopo un rastrellamento a Dovevamo avere un giorno di riposo ma, appena rientrati alla base, arrivò l’ordine di prepararsi con armamento completo. Siamo partiti con un elicottero CH47 e siamo andati a 300 km di distanza (da Balad) per aiutare un contingente di bersaglieri rimasti coinvolti nel fuoco nemico somalo. “

13006686_1054375581317286_8955275651719217498_n Rudy Pasquato il giorno in cui si verificarono gli scontri al Checkpoint "Ferro"

In quanti scontri a fuoco sei stato coinvolto in totale? Per quanto tempo sei rimasto in Somalia?


  • “ Sono stato coinvolto in scontro a fuoco 4 volte, quasi tutti a Mogadiscio. In Somalia sono stato 4 mesi e mezzo. In quei 4 mesi e mezzo di missione abbiamo visto cose che resteranno per sempre impresse nelle nostre memorie. Abbiamo visto la fame e la gente morire in un ambiente in cui abbiamo dato il 100% per aiutare una popolazione in grosse difficoltà. Sicuramente un periodo che ci ha fatto crescere, dove abbiamo imparato cose come il rispetto, la fratellanza e l’amicizia. Oggi, dopo 23 anni dalla missione in Somalia, ci sentiamo ancora fratelli di Naja e ogni tanto ci ritroviamo a parlare dei vecchi ricordi. In 4 mesi e mezzo abbiamo fatto di tutto e di più, ogni giorno sarebbe da raccontare… ma andremmo troppo per le lunghe. Quello che vale ricordare è che noi tutti siamo onorati del nostro tricolore e del nostro “basco rosso”, perché dove la Folgore arriva, nessuno la dimentica.”



Alla luce di tutto quello che tu e i tuoi colleghi avete fatto, cosa speri per il futuro?




  • “Oggi il passato viene speso dimenticato. Sarebbe bello che queste missioni venissero ricordate di più, specialmente per i nostri fratelli morti in battaglia. Sembra che purtroppo i nostri politici facciano tante cose, tranne ricordare noi italiani in missione in Somalia ( ma anche in Afghanistan e in Iraq). Sono cose che non tutti riescono a raccontare: avvolte per paura, avvolte per non rivivere momenti brutti; Quando scoprono che sei stato nella Folgore e in missione in Somalia, tutti chiedono come l’abbiamo vissuta e restano ad ascoltare cercando d’immaginare di essere lì con noi in quei momenti. Nella storia per i giovani che verranno dopo di noi, le nostre testimonianze serviranno per far ricordare il sacrificio di noi italiani in tutte queste missioni.”




FONTI :


  • "Operazione Somalia 1992-1994" edito da Edai (Edizioni Aereonautiche italiane) a cura di Ruggero Stanglini, da cui sono state tratte alcune immagini.


Altre immagini prese dal sito "quartafalchi.net" e dalla collezione privata di Rudy Pasquato.

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15 commenti :

  1. pierino lavino zona19 aprile 2016 09:49

    Io c'ero! È proprio così come descritto

    RispondiElimina
  2. Francesco Fiore19 aprile 2016 10:40

    Ciao Pierino sono contento di aver fatto cosa gradita, e di essere riuscito (spero) a cogliere almeno un po l'importanza e lo spirito di quello che tu e i tuoi colleghi avete vissuto .

    RispondiElimina
  3. Purtroppo mio marito Carmine Criscuolo nato a pomigliano d'arco napoli il 08-05/70 non è più con noi è deceduto nel 2004 alla giovane età di 33 anni facedndomi dono di una splendida figlia. Era orgoglioso di aver partecipato alla missione Ibis come bersagliere partito da Berlinzago Novarese. Ho molte foto che testimoniano quel periodo. Non saprei come pubblicarvele. Grazie per l'attenzione

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  4. Io c'ero e confermo quanto su detto.

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  5. Gran bel articolo. Io fui ferito. 1 mar LT Stefano Ruaro 9 rgt par. Ass. Col moschin. Med. Bronzo VM.

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  6. Francesco Fiore20 aprile 2016 04:03

    Ciao Angelo, grazie mille anche a te. Ricevere l'approvazione da chi c'era non può che riempirmi di gioia oltre che di soddisfazione

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  7. Francesco Fiore20 aprile 2016 04:19

    Ciao Stefano, non posso che essere onorato dal tuo complimento. Ogni vostra esperienza andrebbe raccontata singolarmente, per dare il giusto valore alle vostre azioni che hanno portato , come il tuo caso , anche alla possibilità di essere feriti o uccisi.

    RispondiElimina
  8. Francesco Fiore20 aprile 2016 15:53

    Ciao Rossella, ti ringrazio calorosamente per aver voluto brevemente raccontare qualcosa su tuo marito. A volte la vita ci mette davanti anche a questi eventi drammatici, ma non è mai importante come finisce, bensì lo è quello che si lascia. Questo articolo è dedicato a tutti, anche a quelli come Carmine che non possono più raccontare. Per le foto se hai un link puoi inserirlo qui nei commenti. Oppure potresti inviarmene qualcuna via mail (invito rivolto a tutti), magari in previsione di altri articoli sull'intervento italiano in Somalia.

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  9. Francesco Fiore20 aprile 2016 15:56

    Per chi volesse raccontarmi o mostrarmi qualcosa in particolare, può farlo scrivendomi a questo indirizzo email.
    Francescofiore519@gmail.com

    RispondiElimina
  10. Giuseppe Murrone20 aprile 2016 17:27

    Presente gran bell'articolo ho rivissuto in queste righe il ricordo indelebile della missione nella mia mente complimenti......

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  11. Francesco Fiore20 aprile 2016 19:51

    Ciao Giuseppe, grazie per le belle parole...spero davvero di essere riuscito (in minima parte) a cogliere lo spirito con cui avete svolto il vostro lavoro in Somalia.

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  12. È stata Una esperienza marcata a vita momenti indescrivibili che solo chi li ha vissuto puó capire.Onorato di averne fatto parte e aver dato un piccolo contributo che tuttora rifarei

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  13. Francesco Fiore24 aprile 2016 19:28

    Grazie per il tuo contributo ! 👍🏼

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  14. Leggere questa storia e stato emozionante,dopo anni,dopo tanti anni ti ritrovi continuamente ad emozionarti e provare stati d'animo assurdi!
    Sono stato in Somalia da maggio 93 a novembre 93 presso RE.LO.CO. porto nuovo di Mogadiscio
    Complimenti ancora
    Folgore!!!

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  15. Francesco Fiore9 giugno 2016 18:31

    Ciao grazie mille per le bellissime parole, lo scopo dell'articolo in fondo era anche quello di far rivivere questi ricordi a chi c'è stato, oltre che a chi legge per la prima volta.

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