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giovedì 24 marzo 2016

Nihonjinron ovvero la 'teoria della giapponesità'

Tutti noi, in un modo o nell'altro, ci sentiamo unici e diversi dalle persone che ci circondano pur conservando tuttavia un certo senso di identità nazionale. Il nostro “nazionalismo”, frutto di poco più di 150 anni di storia, nel lasso di tempo in cui si è venuto a formare è sempre appartenuto ad élites ristrette, composte essenzialmente da quella borghesia intellettuale che stava emergendo soprattutto nell'800, la quale non sapeva (o non voleva sapere) cosa fosse in concreto l'Italia, quali fossero i suoi effettivi confini ed i popoli che la abitassero. Senza mai essere davvero stata unificata, l'Italia attuale è quindi il frutto di quella politica risorgimentale assimilazionista che oggi, col senno del poi, potremmo definire frettolosa, travagliata e poco sentita da ogni tipo ceto sociale.

Tuttavia dall'altra parte del mondo, nell'arcipelago giapponese, il concetto d'identità nazionale è sostanzialmente ribaltato. Isolati dal mare, chiusi al mondo esterno per più di due secoli durante l'era Tokugawa (dal 1638 al 1853) lo strano popolo giapponese ha da sempre visto di cattivo occhio i non-giapponesi. Pur tuttavia appartenenti all'Asia confuciana e avendo preso in prestito dalla Cina gran parte del loro background culturale, i giapponesi hanno da sempre chiamato con disprezzo gai jin (gente di fuori) gli stranieri, che per secoli hanno considerato inferiori e pericolosi. Tutto ciò risiede nelle origini mitiche del Giappone.

L'entrata di un tempio giapponese, immerso nella natura, a rimarcare lo strettissimo rapporto natura-religione di questo popolo.

Secondo la leggenda infatti, il Giappone moderno venne creato da due divinità (Izanagi ed Izanami) ed è solo ed unicamente da loro che discendono, in un certo qual modo, tutti i giapponesi, senza mai aver fuso la propria “razza” con nessun altro popolo. Per nulla abituati ad avere rapporti di alcun tipo con popoli esterni (gli unici che provarono ad attaccarli furono i mongoli ed i cinesi, entrambi completamente annientati da tre tifoni naturali) il Giappone venne costretto con la forza ad aprirsi al mercato internazionale solo nel 1853, quando il commodoro americano Matthew Perry occupò militarmente il porto di Edo (l'antica Tokyo). E sarà proprio in questa nuova era giapponese, che va sotto il nome di Rinnovamento Meiji, che il piccolo ed isolato arcipelago si aprirà totalmente alla modernizzazione occidentale e, allo stesso tempo, rafforzerà il proprio Nihonjinron, tradotto come “la teoria della giapponesità”.

Una donna giapponese con un taglio di capelli prettamente occidentale, tipico del MoGa (Modern Girl, moda giapponese).


Affascinati dalle mode occidentali e venuti a contatto con moltissimi europei, i giapponesi dal 1868 sceglieranno la via della modernizzazione ma allo stesso tempo conserveranno per sempre le loro tradizioni e la loro superiorità divina, secondo il principio politico catalizzatore del Wakon + Yosai: rispetto e mantenimento dell'etica giapponese (wakon) e apertura alle tecniche occidentali (yosai). L'idea di “razza” giapponese verrà fortemente rafforzata ed idealizzata durante il regime militarista nella Seconda Guerra Mondiale. Molti slogan politici (tra cui: “Gli europei discendono dalle scimmie, noi dagli dei: questa guerra sappiamo già da chi verrà vinta”) fomentarono il popolo ed ancora oggi, a distanza di mezzo secolo, si tende a giustificare il grande balzo economico, industriale ed informatico del Giappone con questa teoria razziale.

Fin dagli anni 90 dell'ultimo secolo vennero pubblicati innumerevoli testi e riviste a sostegno della presunta superiorità giapponese in ogni ambito, dall'unicità de “Il naso giapponese” a quella del “Cervello giapponese”. Sono state finanziate incredibili teorie scientifiche, una delle quali sostiene che l'intestino nipponico sia 9 metri più lungo di quello degli altri popoli. Lo stesso sito web Japan-Talk.com ha pubblicato più volte vari articoli riguardanti l'unicità giapponese in diversi settori (109 Reasons Japan is a Unique Country), esaltando spesso il loro spirito di collaborazione, la cultura dei manga, il mito del Monte Fuji e l'antico e nobilissimo spirito guerriero del Samurai. Che si tratti di una trovata pubblicitaria per attirare turisti oppure no, possiamo far risalire questo spirito di unicità di cui anche oggi si sente parlare alla tradizione storica di questo paese, basata sulla leggenda.

Eppure qualcosa non quadra. Sì, perché i giapponesi certamente ammirano le loro tradizioni, il loro forte e fermo carattere, ma non la propria bellezza ed il proprio fisico. Il popolo del Sol Levante infatti non si definisce bello, né tantomeno attraente e stima, considerandosi sotto questo aspetto inferiore, proprio il tanto odiato Occidente. I canoni di bellezza giapponese, percepibili osservando qualsiasi tipo di programma tv, cartellone pubblicitario o moda passeggera, si ispirano completamente all'aspetto tipicamente europeo ed americano. Capelli biondi o castani, occhi chiari, rotondi e non a mandorla, in tutto il Giappone costituiscono il simbolo della bellezza divina ed irraggiungibile. Ed è proprio quest'ultimo aspetto a far sembrare così strano ed intrigante il tipico fenomeno culturale del Giappone, parte del cosiddetto “particolarismo giapponese”.


Di: Claudio Pira

Fonti:
Asia al centro, Mazzei/Volpi
Seiyō ('Occidente') e tōyō ('Oriente') in Giappone: breve esplorazione di una geografia immaginaria
JapanTalk.com: 109 Reasons Japan is a Unique Country
Per una lettura generale del Giappone di oggi si consiglia: In Asia, Tiziano Terzani

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