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martedì 1 marzo 2016

Grande Guerra : tra interventisti e neutralisti

cartina-italia-irredenta"Abbiamo fatto l'Italia, ora dobbiamo fare gli italiani". Lungi da me sminuire le azioni militari delle camicie rosse e quelle politiche di Cavour, ma nel tortuoso processo con il quale nasce uno Stato, soprattutto quello Italiano, la parte più difficile è sicuramente unire la popolazione sotto un unico stendardo e far si che essa combatta per gli stessi ideali. Di certo non è auspicabile avere un solo partito politico in uno stato e nemmeno un’ideologia che domina il pensiero annichilendo la critica e il dibattito, ma almeno nelle decisioni, quelle importanti, un popolo o meglio, un governo deve sapere prendere delle decisioni. E’ infatti una situazione unica quella che caratterizzò l’Italia allo scoppio della Grande Guerra. Nel momento in cui ogni grande Stato spostava  le proprie pedine sulla grande scacchiera europea innestando l’inevitabile guerra, il governo Salandra si affrettava ad annunciare un’ambigua neutralità. Il primo ministro di fatto non era assolutamente d’accordo con la scelta di lasciare che l’Italia rimanesse una passiva spettatrice, tantomeno il Re Vittorio Emanuele III. Questi possono essere annoverati nella frangia interventista, insieme ai nazionalisti e agli irredentisti. Perché allora dichiarare l’Italia neutrale? Semplice, il parlamento era a maggioranza neutralista e il governo non godeva l’appoggio del proprio parlamento. Ne emerge un’Italia debole sul piano politico, lacerata al proprio interno non solo politicamente ma anche divisa da interessi ben più materiali ed economici. Di fatto la frangia borghese-capitalistica interessata al mercato bellico della vendita di armamenti, non poteva farsi sfuggire l’occasione di arricchirsi ai danni di un milione di italiani che sarebbero poi deceduti nel conflitto. Discorso ben più complesso riguarda gli irredentisti che per l’appunto, sostennero l’entrata in guerra del bel paese per liberare le terre “irredenti” , Trentino e Venezia Giulia , ancora in mano all’Impero Austro-Ungarico. Vista quasi come una missione ai limiti della sacralità (da qui la parola irredente, di matrice religiosa) , era necessario raggiungere quell’unità nazionale che per gli italiani era rimasta come una conquista incompiuta dalla Terza Guerra d’Indipendenza.

67Un lodevole amore per la patria del tutto innegabile, ma un’altra domanda che sorge è : eravamo militarmente pronti per la Guerra? Anche qui la risposta è semplice e la Storia lascia poco spazio alla fantasia, la situazione italiana non era delle migliori. La guerra in Libia nel 1911 aveva messo in difficoltà la giovine Italia contro un ben più anziano ed ormai allo stremo delle forze Impero Ottomano, mentre gli apparati bellici del Secondo Reich e quello del nostro avversario diretto, il secolare Impero Asburgico erano di gran lunga fuori dalla nostra portata. Anche qui probabilmente la scelta neutralista votata dalla maggioranza del parlamento sarebbe stata la più consona, scelta dettata dalla consapevolezza della disparità effettiva delle forze in campo ma come spesso accade, chi alza più il tono di voce in una discussione finisce per avere la meglio e il fronte interventista vantava forse di una delle migliori voci che si potessero avere all’epoca. L’emblematica figura di Gabriele D’annunzio era le corde vocali di un’Italia che stava lentamente mutando in nazionalista, fiera di esserlo che come già detto si carica dell’onere di una missione sacra. D’annunzio dà voce agli umori di un’Italia convinta di poter sedere al tavolo dei potenti vincitori e di poter dividere con loro i territori e le ricchezze dei vinti. Le Radiose Giornate di Maggio furono quindi l’ultima forte spinta della minoranza interventista che seppe affermarsi con prepotenza trascinando il nostro Stato in quell’ “inutile strage”  della Grande Guerra, così definita da Benedetto XV. L’Italia si distinse ulteriormente dai restanti paesi coinvolti nel conflitto. Il PSI (partito socialista) si oppose all’entrata in guerra, schierandosi dalla parte neutralista mentre gli altri partiti socialisti europei, anche se solo in un primo momento, appoggiarono le varie politiche belligeranti. E’ in questo momento inoltre, che assistiamo ad una frattura nel partito socialista italiano che produsse l’espulsione di alcuni suoi membri tra cui Benito Mussolini.

Tirando le somme, l’Italia appare come uno stato caotico dove il governo non riesce ad essere abbastanza convincente da portare il paese in guerra fin da subito, il parlamento nonostante la maggioranza non riesce a mantenere la linea neutrale iniziale mentre il popolo appare come una massa pronta a farsi travolgere dalle passione aizzata da personaggi carismatici, come D’Annunzio  durante le Radiose Giornate di Maggio.  E da lontano si intravede già la minacciosa ombra nera del totalitarismo imporsi sulla scena politica.

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