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mercoledì 17 febbraio 2016

Prigionieri militari italiani in Russia: Il Pci nascose tutto

Questa che mi appresto a raccontare è la poco conosciuta storia di un autentico dramma che ha interessato molti giovani italiani. Le loro disavventure, le loro paure, le loro preghiere oggi sono state dimenticate. A farle precipitare nel baratro dell'oblio, quasi a metà tra sogno e realtà, non c'è però lo zampino del tempo, bensì un subdolo desiderio umano di nascondere per i propri fini delle verità compromettenti. Calandoci nel contesto storico che stiamo esaminando, andiamo a conoscerne i protagonisti. Per fare ciò è necessario tuttavia uscire dai limiti di cui dispongono le nostre conoscenze. Non dovendo prepararci per un interrogazione, possiamo allontanarci dalla classica e semplicistica visione della Seconda Guerra Mondiale insegnataci dai manuali di scuola.

Si, è stato il grande conflitto tra le ideologie novecentesche, e gli USA e l'URSS ci hanno salvato dal giogo del terrore instaurato dall'Asse. Ma talvolta, occorre approcciarsi a queste vicende con l'occhio critico di chi sa che in situazioni di guerra ogni organismo politico cerca di fare del suo meglio con i mezzi che ha a disposizione. Se in futuro poi una versione prende più piede di un'altra è perché , si sa, la Storia è scritta dai vincitori.

La questione che vorrei proporre alla vostra attenzione, nasce in seguito agli sviluppi della Campagna di Russia, sul "fronte orientale". Essa ebbe inizio il 21 Giugno 1941 con l'Operazione Barbarossa (tributo al celebre imperatore del Sacro Romano Impero).

Obiettivo dell'attacco, procedere celermente nel cuore del territorio russo lungo 3 direttive d'avanzata principali . Hitler aveva sempre saputo che prima o poi sarebbe arrivato il giorno del confronto diretto con le truppe di Stalin. Anche il "trattato Molotov-Ribbentrop " siglato nel 1939, che prometteva la non aggressione reciproca da parte dei due stati, sembrava in realtà più che altro una temporanea soluzione per gli interessi comuni; ne è prova la divisione della Polonia. Nel periodo che va dal 1939 al 1942, le forze armate tedesche erano riuscite a soggiogare gran parte d'Europa ad eccezione dell'Inghilterra, che ostinatamente si difendeva dalle incessanti incursioni della Luftwaffe. Contro il parere di molti all'interno del suo Stato Maggiore, Hitler decise di spostare l'attenzione ad est tra le lande sconfinate dello stato socialista, il vero "spazio vitale" della Germania Nazista. Distrutta la potenza russa (nonché il seme dell'ideologia comunista), l'Inghilterra sarebbe stata costretta ad arrendersi in men che non si dica. L'importanza dello scontro tra la Germania Nazista e l'URSS è intuibile dal tono delle parole che trapelano dal cosiddetto " Decreto dei commissari", firmato dallo stesso Führer:

La guerra contro la Russia non può essere combattuta secondo le regole cavalleresche. Si tratta di una guerra di ideologie e differenze razziali, e dovrà essere condotta con durezza senza precedenti, senza pietà e senza tregua.

Una battaglia ideologica, quindi , dagli scopi "metastorici". Ma, in Russia, i sogni del dittatore di ottenere una vittoria rapida e decisiva svanirono come neve sciolta al sole.
Tanti furono i fattori della sconfitta tedesca; in primis Hitler non riuscì mai a legittimare le sue conquiste presso le popolazioni locali. La Capitale di un paese si può conquistare con la forza delle armi, ma se non si conquista la mente e il cuore degli abitanti, prima o poi avverrà il tracollo. Dal canto loro, i Russi erano ostinati più che mai a non arrendersi, in quella che per loro sarà ricordata, esaltata dalle autorità comuniste, come la "Grande Guerra Patriottica". A fare da cornice agli aspri combattimenti che dilagavano a più riprese nel cuore del territorio di Mosca, il grande freddo della steppa, già reso tristemente noto in Europa dalle cronache dei fortunati sopravvissuti alla catastrofica Campagna di Russia del 1812, guidata da Napoleone. Il "Generale Inverno" si schierò ancora una volta a difesa della sua terra, come se esistesse un tacito accordo "politico" tra i venti, i nuvoloni e il silenzio della steppa interrotto dalla polvere da sparo .
La battaglia di Stalingrado poi, combattuta dal Luglio 1942 al Febbraio 1943, rappresentò il punto di non ritorno. Moltissimi oggi sono concordi nell'assegnare, all'esito di questa battaglia, il merito di aver fiaccato definitivamente la forza militare nazista e, anche in seguito alle sconfitte sul teatro africano, di averne avviato il successivo declino. Due anni dopo, infatti, una Berlino ridotta in macerie assisteva al dilagare dell'Armata Rossa. Gli orrori subiti in patria potevano essere lentamente dimenticati, ora che la bandiera dell'Unione Sovietica sventolava trionfante sul Reichstag, il parlamento tedesco nonché cuore simbolico del Terzo Reich.

Bene, adesso che abbiamo in breve inquadrato più o meno come andò la faccenda, possiamo soffermarci su quel genere di questioni che, ne accennavamo prima, non finiscono nei libri di scuola. Anzi, sono proprio vicende che partono laddove finisce la verità raccontata nei libri di scuola. Protagonisti? La pelle degli italiani in mano ai fascisti, la pelle degli italiani in mano al PCI.
Tutti sappiamo che Mussolini ha trascinato il popolo italiano in una guerra sconclusionata, solo perché servivano "qualche migliaio di morti " da buttare sul tavolo delle trattative per essere tra i vincitori. Per quanto riguarda la Campagna di Russia, poi, la responsabilità è del tutto sua. Lo Stato Maggiore Italiano, persino Badoglio, aveva ipotizzato ed evidenziato una forte impreparazione delle forze armate italiane qualora fosse stato necessario affrontare un' operazione militare su così grande scala, come la guerra all'Unione Sovietica richiedeva. Nessuno aveva reclamato l'intervento italiano. Hitler stesso riteneva prioritario che l'Italia non perdesse tempo in altri scenari che non fossero quelli del "bollente" fronte africano, dove la sconfitta era stata appena scongiurata in extremis dalla Germania grazie all'invio dell'Afrika Korps di Erwin Rommel, la "volpe del deserto".

In ogni caso, dopo tante smancerie, il Führer non poté non cedere alle incessanti pretese dell'italico alleato. Scriveva infatti, per l'ennesima volta, Mussolini :

Sono pronto a contribuire con forze terrestri e aeree, e voi sapete quanto lo desideri. Vi prego di darmi immediata risposta.

A partire da metà luglio di quello stesso anno, le prime tradotte di giovani soldati italiani si muoveranno in direzione est, in Ucraina e poi finalmente in Russia.
Sarebbe bello poter dare loro il giusto onore raccontando delle loro gesta e delle loro sofferenze, ma non siamo qui per questo. Ci basta solo dire che, come auspicabile, le nostre forze militari si trovarono sempre in grandissima difficoltà, sia contro un nemico molto più tenace del previsto, sia a causa della scarsa organizzazione logistica di cui potevano vantare. L'esperienza correlata alla disastrosa ritirata, poi raccontata in libri come "Il sergente nella neve" di Rigoni Stern o "Centomila gavette di ghiaccio" di Bedeschi, avvenuta in seguito allo sfondamento dei sovietici presso i settori italiani sul fiume Don tra il Dicembre 1942 e il Gennaio 1943, meriterebbe uno spazio infinito. Non basterebbe tutta la carta del mondo per descrivere ogni singolo dramma che, interiormente, ogni soldato ha vissuto durante quella umiliante rotta nella neve, durata settimane.
Questo è stato il modo in cui la libertà e la vita dei nostri nonni e bisnonni sono state usurpate dai folli sogni di dominio di due soli uomini. Fin qui, in realtà, niente di nuovo.

Concentriamoci però ora finalmente sull'aspetto centrale, il tema del nostro articolo. Ma i soldati italiani fatti prigionieri dai Russi, dove finivano?

Ecco la seconda parte, quella dove a giocare con la pelle degli italiani è il PCI. È una storia che è stata sempre censurata dalla leadership del comunismo italiano, dai politici che nel dopoguerra hanno governato il nostro paese; demonizzando i loro predecessori fascisti, non hanno fatto altro che scrivere le pagine del loro presente con altrettanta vigliaccheria.
Il Partito Comunista Italiano nasce a Livorno il 21 Gennaio 1921. Tale realtà deve inserirsi nell'ottica più ampia dell'Internazionale Comunista ( o Komintern ), appunto l'organizzazione internazionale dei partiti comunisti, che faceva ovviamente riferimento alle decisioni di Mosca. Soprattutto a causa delle divergenze interne che caratterizzarono la storia del Partito negli anni '20 e '30, e poi in seguito alla violenta repressione nei confronti degli oppositori al fascismo, furono molti i socialisti e i comunisti italiani che trovarono asilo politico nella Madre Russia. Alcuni di loro ben presto diventarono dei vitali punti di contatto tra i leader sovietici a Mosca e i comunisti rimasti nell'ombra in Italia in attesa di giorni migliori. Il più celebre tra questi "fuoriusciti", sicuramente lo speaker italiano di Radio Mosca.

La sua voce giungeva attraverso la radio ai cuori italiani fedeli all'Internazionale. Lui stesso, del resto, era stato il rappresentante del Partito Comunista d'Italia presso il Komintern nel periodo 1928-1929; esattamente stiamo parlando di Palmiro Togliatti. Grazie a questo prestigioso incarico, poté visitare numerose volte Mosca e incontrare i leader politici del socialismo. Nel 1934 decise di stabilirsi definitivamente con la moglie e il figlio nella capitale sovietica, ospitato, insieme ad altre famiglie, nel palazzo governativo della Lubjanka.
Nel Luglio del 1946, l'Ambasciata sovietica di Roma dichiarava definitivamente concluso il processo di rimpatrio di tutti i militari italiani.

Dopo la caotica ritirata nel gelo di quell'inverno 1943, i dispersi erano moltissimi. Pur non riuscendo a chiarire del tutto quanti fossero effettivamente dispersi e quanti invece fossero vivi ma prigionieri, mancavano all'appello niente meno che 70.000 militari tra quelli inviati sul fronte russo.
Durante la ritirata, furono moltissimi i soldati che non riuscirono a tenere il passo della colonna in marcia, avanzante nel gelo della steppa. Alcuni, stremati, sì accasciavano ai bordi del lungo serpente che i soldati in fila creavano sullo sfondo candido della neve. Si inginocchiavano e non sapevano più alzarsi. A volte, congelavano in quella stessa posizione dopo pochi minuti . I feriti non più trasportabili venivano lasciati nelle isbe, con la speranza che, se fossero arrivati i soldati russi, li avrebbero sicuramente assistiti meglio di quanto avrebbero potuto fare i nostri medici. Capitava inoltre che qualche gruppetto isolato restasse indietro; e molti erano quelli che , per un motivo o per l'altro, non si univano al grosso della formazione. Alcuni restavano nei villaggi, altri ancora decidevano di dire semplicemente basta con la loro testa a tutto ciò.

Riportiamo solo questo esempio , che ne vale per migliaia di simili. Ci è reso noto dalla cronaca della ritirata scritta da Giulio Bedeschi, che ha vissuto in prima persona come reduce l'orrore di quella esperienza, prima di affermarsi come noto autore di saggi storici:

Una voce cantava, cinquanta metri innanzi, il vento portava i toni squillanti e quasi allegri; il canto s'avvicinava gradualmente inserendosi tra le folate sibilanti, finché a fianco della "ventisei" in cammino gli uomini videro anche il cantore; era un soldato che procedeva con comoda lentezza, incurante di mantenere il passo degli altri, cantava a voce spiegata, accompagnando il ritmo con una mano, con l'altra stringeva la giubba e la camicia strusciandole sulla neve; aveva una gran barba nera, e il torace ricoperto della sola maglia; gettò in aria la giubba e calpestò allegramente la camicia come fosse un bimbo che gioca.
È impazzito - disse Serri a Zoffoli - cerchiamo di ricoprirlo. S'avvicinarono; appena il soldato li ebbe dinanzi smise di cantare.
Zoffoli tese un braccio dicendo qualche parola, l'altro indietreggiò, trasse in un baleno la baionetta dal fodero e si mise improvvisamente a correre a lato allontanandosi dalla colonna.
Si disperse in distanza. Si sentiva soltanto che aveva ripreso a cantare, felice.
Ma dove va? - sospirò Zoffoli.

I più fortunati ( o sfortunati ?) di loro potevano salvarsi dalla morte gelida qualora venissero presi prima dai soldati russi. Solo che, arrivati a questo punto, per loro forse iniziava un'esperienza ancor più terrificante.

C'è da ricordare che la Russia non aveva aderito alla Convenzione di Ginevra. Certo la decisione di Stalin è da considerare maggiormente sotto l'ottica dello scontro con Hitler, ma praticamente anche agli italiani toccò la stessa sorte. In ogni modo, non sarebbe mai stato possibile garantire ai prigionieri italiani lo stesso trattamento dei soldati sovietici (come vogliono le disposizioni internazionali per i diritti umani), perché in quel periodo il sistema politico sovietico stentava persino a mantenere i comuni contadini e cittadini russi.
Quando i nostri soldati furono chiusi nei campi di prigionia scoprirono di non essere gli unici nemici dell'URSS; c'erano moltissime donne, bambini e uomini, pur se comunisti (persino italiani, rinchiusi e torturati lì da molto prima che scoppiasse la guerra). Tutti gli scomodi al Partito venivano mandati a marcire in questi centri. Prigionieri politici, prigionieri di guerra, a volte semplici criminali locali; insieme in un unico grande minestrone. Era questa la realtà che si viveva nei Gulag.
Tale realtà, ovviamente, non era certo sconosciuta a tutti quegli italiani che, ne abbiamo parlato prima, avevano precedentemente raggiunto ruoli di prestigio (come Togliatti) all'interno del Partito stesso di Russia. Ma non dissero niente.

Scrive Arrigo Petacco:

Conoscevano per esperienza diretta la drammaticità delle condizioni generali in cui versava l'Unione Sovietica ed erano consapevoli che oltre la metà dei nostri prigionieri era probabilmente stata falcidiata nei primi mesi dopo la cattura dalle tragiche "marce del Davai", dal freddo, dalla fame e dalle malattie.

Essi per fedeltà cieca al Partito, non denunciarono mai in Italia le atrocità che venivano riversate sulle migliaia di loro connazionali , prigionieri nei campi sparsi per tutta la Russia.
Con l'apertura degli archivi del Kgb nel 1992, moltissimi studiosi hanno ficcanasato nei segreti più "oscuri" del Partito Comunista. Per quanto riguarda il numero di prigionieri, sono uscite cifre altamente più spaventose di quanto fosse stato dichiarato dall'URSS. Si evinceva inoltre il pieno coinvolgimento nella faccenda del PCI, muto sulla questione per più di 50 anni.

Dopo la guerra, vale la pena ricordarlo, il comunismo dilagava in Italia; infuocato dal mito della resistenza partigiana ,finalmente il PCI stava riscuotendo il consenso che tanto aspettava, desideroso di guidare il Paese secondo i precetti di Mosca. Dal 1944 in poi, con la tripletta in successione Bonomi-Parri-De Gasperi, la demonizzazione di qualsiasi forma di politica diversa dal comunismo sarà totale. Già il ritorno dei reduci scampati alla Campagna fu scomodo per i nostri leader di sinistra. Quello che avevano patito in Russia, poteva mettere in discussione il "paradiso sovietico" di cui tanto si parlava in Italia. Immaginarsi poi, a guerra finita, cosa avrebbero potuto raccontare tutti i nostri soldati quando fossero stati rilasciati dalla prigionia. Avrebbero parlato di tutte le percosse ricevute, le umiliazioni subite dagli odiati Kapò (anche Italiani fedeli ai Russi).
Avrebbero raccontato della cattiveria dei capi politici sovietici, della loro sete di emergere davanti al Partito. Perché quindi non continuare a farli marcire nei Gulag? Sapete quando fu rilasciato l'ultimo prigioniero italiano dalla Russia? Nel Febbraio del 1954.

Nove anni dopo la fine della guerra ancora si moriva lontano da casa, trattenuti dall'URSS in condizioni disumane, senza neanche la possibilità di scrivere ai propri cari e far saper loro di essere ancora vivi da quando, ventenni, li avevano salutati alla stazione del loro paese per essere immischiati in una storia più grande di loro.

In tutti i modi, all'interno del campo, si cercò di riconvertire al comunismo il pensiero degli internati. Edoardo D'Onofrio, che viveva in Russia e lavorava per il Partito proprio come Togliatti, in qualità di capo dei commissari, girava per i campi e teneva di queste "lezioni pratiche per il Comunismo". Terminato un comizio, disse : "Chi non la pensa come me, si alzi". Il capitano Magnani, della Divisione Alpina Julia, si alzò. Gli furono aggiunti undici anni di prigionia.

Più volte furono rivolte accuse pesanti (e reali) al PCI, che in ogni caso riusciva sempre ad uscirne pulito dopo i dovuti accorgimenti e stratagemmi. Ne è un esempio il cosiddetto "Processo D'Onofrio". Quando nel 1948 la DC accusò lui e altri "istruttori" di aver svolto con eccessiva cattiveria i loro compiti di "riconvertitori ideologici" all'interno dei campi, D'Onofrio e il Partito decisero di portare la cosa in tribunale, diffamando coloro i quali si erano permessi di dire tali bugie. Ne uscì, ovviamente, un processo farsa. Dei trecento testimoni portati in aula, molti dei quali della stessa UNIRR (Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia), ne furono ascoltati solo trenta. Contro di loro, altrettanti testimoni dalla parte di D'Onofrio. Tutti figli della sua scuola, lo descrissero come un uomo retto e generoso. Lo stesso uomo che , sul finire del processo, si lasciò scappare:

Avete fatto male ad insistere sulla mia condanna. Se sarò condannato, non staranno meglio quelli che sono rimasti in Russia. Morirà nel 1973, dopo essere stato il nostro vicepresidente della Camera.

Vale inoltre la pena riportare il commento encomiabile pubblicato su "L'alba" e altri giornali italiani, di una certa Contini; dopo una visita al campo di Suzdal insieme a Di Vittorio (segretario generale della CGIL) e ad altri sindacalisti, dichiarò:

Qui tutto fila a dovere. Ho visitato la cucina organizzata alla perfezione, dove si preparano sostanziose minestre e il cuoco si fa in quattro a tagliare bistecche per i prigionieri, dall'aspetto floridi e allegri.

Questo è stato il modo in cui è stata ricostruita l'Italia nel dopoguerra. Per anni siamo stati schiavi di dettati e dogmi morali basati sul puro inganno, che si manifestano tuttora nel nostro squallido presente.


Di: Francesco Fiore

Fonti:

Martin Gilbert, La grande storia della seconda guerra mondiale

Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve

Giulio Bedeschi, Centomila gavette di ghiaccio

Arrigo Petacco, L'armata scomparsa

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5 commenti :

  1. lei ha toccato il dito nella piaga purtroppo il pci allora anche a fine guerra per motivi elettorali non volle far conoscere il dramma dei nostri soldati ed il migliore Togliatti si allineò con stalin per far dimenticare o nostri poveri ragazzi

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  2. E' andata anche peggio di come descritto : "il Migliore", richiesto di intercedere presso le autorità sovietiche per rilasciare i prigionieri, si rifiutò espressamente di intervenire, dicendo che qualche migliaio di fascisti morti avrebbe fatto solo bene al nuovo stato italiano; inoltre la storiografia ufficiale (di sinistra, ovviamente...) ci raccontò un sacco di balle riguardo la vera sorte toccata ai ns. soldati dell'Armir : oltre 60.000 morirono tutti in prigionia di freddo, fame, stenti, malattia, per espresso proposito dei sovietici; i morti nel corso della ritirata per freddo/combattendo furono una minoranza, contrariamente alla convinzione comune imposta in maniera infingarda. Per amore di verità faccio comunque notare che la "Convenzione di Ginevra" fu stipulata a guerra finita, allora vigeva ancora la Convenzione dell'Aja, siglata tra fine '800 e primi del '900 (Convenzione che, per inciso, prvedeva espressamente la fucilazione dei partigiani sabotatori o combattenti senza divisa e le misure di rappresaglia sui civili come reazione alle azioni di guerriglia/attentati/sabotaggi commessi da formazioni irregolari, qualificate come costituite da banditi fuorilegge che potevano essere passati per le armi sul campo: le truppe tedesche agirono per lo più confermemente alle regole del tempo, contrariamente a quanto erroneamente si crede).

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  3. Francesco Fiore30 maggio 2016 18:20

    Volevo ringraziare entrambi per l'intervento e il contributo. In definitiva, quello che a me interessa dimostrare è che subdoli tranelli politici e nefandezze indicibili sono state perpetrate da entrambi i lati dello schieramento, con conseguenze riversatesi poi quasi sempre sui cittadini e sulle categorie più modeste.
    A distanza di 70 anni da questi avvenimenti, i giovani in particolar modo dovrebbero riuscire a riconoscere l'inutilità di ritrovarsi nell'una o nell'altra parte, iniziando a pensare di dover continuare la propria crescita personale basandosi innanzitutto sul buon senso, non monopolizzabile in nessuna maniera da alcun partito o fazione politica.


    P.S: Grazie a Vito per aver segnalato l'imperdonabile errore sulla Convenzione di Ginevra, provvedo subito a modificare.

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  4. Ho letto tutto l'articolo dove viene riportato sinteticamente, ma in modo esauriente, un pezzo di storia che va ancora chiarito nei suoi aspetti più umani e nelle responsabilità politiche di quell'invio al massacro di tantissimi giovani, che hanno scoperto giorno per giorno di essere stati traditi, mandati a morire come bestie, malnutriti, malvestiti e male equipaggiati, a piedi per migliaia di kilometri in un inverno polare che ha fatto più morti del fuoco nemico. C'è un altro libro che contiene una testimonianza diretta di 3 anni sul fronte russo sul Don e poi, dopo la marcia del DAVAI, in un campo di concentramento russo. E' un libro per niente famoso rispetto ad altri più titolati che, tuttavia, ha riscontrato molti apprezzamenti e adottato nei licei a Bari come lettura di storia: "E TU PERCHE' SEI TORNATO" di Antonio Martucci, edito da BookSprint Edizioni.

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  5. Ringrazio anche lei per l'intervento al nostro articolo, a quanto pare allora non sono così in pochi a conoscere qualcosa su queste tristi (e dimenticate) pagine della nostra storia nazionale.
    Inoltre devo ammettere di aver scoperto un titolo che non conoscevo, e che perfino è stato distribuito come lettura nei licei a Bari...dalla cui provincia io scrivo; se mai volesse contattarmi, le lascio la mia mail:
    francescofiore519@gmail.com
    Mi piacerebbe sapere (se ne è al corrente) il motivo di tale scelta.

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