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mercoledì 13 gennaio 2016

Conoscere l’Isis

12517018_10207438177383985_1258770400_oIsis, Isil, o Stato islamico. Parole ormai piuttosto frequenti nei media, evocative di terrore, solitamente associate alla cronaca di atti spietati commessi da un gruppo organizzato, regime di violenza che attualmente coinvolge e sconvolge circa 8 milioni di abitanti soltanto nel mondo arabo e preoccupa l’intera comunità internazionale.

La parola

L’acronimo Isis significa Islamic State of Iraq and Syria, o altrimenti Islamic State of Iraq and al-Sham, nome storico con cui veniva designata parte della regione mediorientale del Levante; da qui la sigla, meno comune, Isil, attribuita dal dipartimento di Stato americano. Mentre una variante semplificata è Stato islamico (in sigla Is).

La storia

L’organizzazione terroristica nasce in Iraq nel 2004, nel periodo di transizione successivo all’abbattimento del regime di Saddam Hussein ad opera di una coalizione internazionale guidata dagli USA. Questo periodo di transizione favorisce la nascita di gruppi di combattenti, composti soprattutto da militari ostili agli occupanti, con l’obiettivo di conquistare centralità attraverso la destabilizzazione degli equilibri nell’area. Così è sorto Al-Quaeda in Iraq. Lo Stato islamico attraversa un periodo di indebolimento dovuto alle azioni militari statunitensi, per poi tornare forte nel 2011. Approfitta della situazione di instabilità in Siria, dovuta al conflitto tra i sostenitori del presidente Bashar-al-Assad e i ribelli, per varcare i confini dell’Iraq ed espandere la propria azione nell’area mediorientale. A partire dal 2013 l’organizzazione è ampliamente nota in tutto il mondo come Isis ed Isil, o Stato islamico. Il 2014 sancisce la nascita del califfato di Abu Bak-al-Baghdadi che nella moschea di Mosul pronuncia un discorso della durata di circa 15 minuti in cui comunica di essere il nuovo califfo di un’entità sovranazionale in Siria ed Iraq con l’obiettivo dichiarato di riunificare sotto un’unica bandiera tutta la comunità musulmana, riportando l’Islam ad un antico splendore, missione che necessita un periodo di tempo stimato di cinque anni. Nel frattempo l’Isis trae vigore da altri gruppi terroristici, tra cui i nigeriani di Boko Haram, e in generale dalle situazioni di caos ed instabilità politica, situazioni particolarmente favorevoli per far sì che l’organizzazione possa mettere le proprie radici anche in altri territori. Così è accaduto nella Libia senza Gheddafi. Attualmente lo Stato islamico è radicato nell’antica Terra del Tigri e dell’Eufrate ed esercita il controllo su un’ampia parte della Siria, dove i jihadisti governano un paese in gran parte ridotto in macerie con Raqqa capitale del terrorismo, ed Iraq, con Mosul come centro nevralgico, per un’estensione territoriale di circa 150mila chilometri in cui vivono circa 8 milioni di persone.

Il sostentamento economico dello Stato islamico deriverebbe principalmente dallo sfruttamento dei giacimenti petroliferi e di gas, che permetterebbero un incasso giornaliero di 1,5 miliardi di dollari secondo le stime di un’approfondita inchiesta pubblicata in ottobre dal Financial Times.

Il leader dell’Isis è Abu Bakr al-Baghdadi, dal maggio 2010 alla guida di uno Stato non riconosciuto e al comando di un esercito che conta tra i 10mila e i 30mila uomini.

L’Isis e la religione islamica

Considerazione di un musulmano di vedute liberali: “La stragrande maggioranza dei musulmani condanna l’Isis e la sua ideologia. Ma ciò non vuol dire che l’Isis non abbia nulla a che fare con l’Islam”, scrive Shadi Hamid, ricercatore americano, nel Washington Post.

C’è un legame tra il fondamentalismo islamico (così i media occidentali hanno etichettato la corrente di attivismo che richiama ai valori considerati come fondanti dell’Islam alle origini) e la jihad, la guerra santa mirata alla diffusione dell’Islam o alla sua difesa. Essere fondamentalisti implica una decisa proclamazione del principio della perfezione del testo sacro ed un convinto rifiuto di qualsiasi altra fonte di conoscenza. La jihad è un dovere religioso, e chi muore per la jihad avrà diritto alla beatitudine, divenendo così un martire della fede. I mujiahid (“coloro che compiono la jihad”) sono pronti a morire per una devozione assoluta, atto di estrema sottomissione al proprio dio.

Alla luce dei tristi accadimenti più recenti molti musulmani hanno rinnovato la condanna della furia jihadista. A testimoniarlo il passo della sacra scrittura araba oramai popolare anche a laici e a chi professa altre religioni: “Chiunque uccida un uomo, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità” (Corano, 5:32). In conclusione, nonostante il ripudio dell’ideologia jihadista manifestato delle comunità musulmane, è tuttavia scorretto dire che la religione non c’entra. Ma è altrettanto importante sottolineare che la gran parte dei musulmani non c’entra con il terrorismo.

La propaganda del terrore

Oltre ai mezzi di comunicazione più tradizionali, quali giornali e televisioni, anche lo Stato islamico si serve della più moderna tecnologia di comunicazione di massa, facendo propaganda tramite i social network e i canali di comunicazione di massa più all’avanguardia. Questi non sono solamente utilizzati come strumenti di informazione, attraverso cui vengono rivendicati attacchi e diffuse minacce, ma anche come strumenti di reclutamento. Migliaia sono i simpatizzanti su Twitter. La piattaforma di pubblicazione e condivisione video YouTube ha mostrato e diffuso scioccanti esecuzioni di ostaggi inginocchiati davanti al boia. Macabre immagini, parole e testimonianze hanno fatto il giro del mondo tramite i social. Si tratta di una propaganda che si carica e trae vigore dalla paura, capace di soggiogare le menti ben oltre ai confini dello Stato islamico.

Tra i combattenti Isis ci sono infatti numerosi cittadini stranieri ai confini del mondo arabo. Questo è il caso dei cosiddetti foreign fighter (letteralmente i “combattenti stranieri”), appellativo associato a quei soldati che si sono arruolati sotto la bandiera nera del califfato e residenti in altri paesi lontani da Siria e Iraq, nella maggior parte dei casi giovani musulmani emarginati e discriminati nella società in cui sono cresciuti, pronti ad insanguinare i paesi ospitanti e a perdere la vita in nome dello Stato islamico.

Fatti recenti

Il 13 novembre 2015 è la data dell’attentato più recente attribuito all’Isis che abbia scosso la comunità internazionale ed in particolare l'Europa, avendo avuto notevole risonanza a livello mediatico ed avendo incrementato lo stato di allerta a livello globale. Quasi contemporaneamente con gli spari al Bataclan hanno perso la vita quaranta persone a Beirut. Nel gennaio 2015, sempre in Francia era stato rivendicato dal gruppo anche l’attacco letale al giornale parigino Charlie Hebdo. Degne di nota anche altre azioni accadute pochi mesi fa, altrettanto allarmanti, che hanno coinvolto i paesi arabi provocando uccisioni di massa in Tunisia, notoriamente ostile all’Isis nel mondo arabo. A causa di attacchi e carneficine il turismo del paese nordafricano ha sofferto duramente per le gravi ripercussioni economiche, soprattutto nel settore turistico. Sangue anche in Kuwait City dove l’Isis ha ucciso in una moschea sciita. Sempre nell'estate del 2015 sono stati trucidati trenta giovani attivisti curdi in Turchia.

Decisioni ed azioni della comunità internazionale

Il piano di avanzamento mirato a costituire un grande Stato musulmano è stato contenuto dalle azioni decise dalla coalizione internazionale sotto la guida degli Stati Uniti, responsabile di oltre 7mila bombardamenti aerei in un anno (secondo le stime della BBC), e della Russia, a sostegno di Assad contro il regime di al-Baghdadi. Il leader dello stato islamico è oggi un bersaglio del valore di 10 milioni di dollari: questa la taglia offerta dagli USA per la sua cattura. Il governo francese si è unito all’offensiva con il massiccio bombardamento sulla città quartier generale dell’Isis, Raqqa, in risposta alla strage parigina del 13 novembre.

Al di là delle bombe e degli interventi armati, governi, analisti e osservatori si stanno interrogando anche su come colpire i fondi dell’Isis, che attualmente controlla le zone più ricche di riserve petrolifere, tra cui la provincia di Deir Ezzor, sottratta al governo siriano, fondamentale per l’estrazione del greggio. Il problema cruciale per colpire i finanziamenti dello Stato islamico risiederebbe nel fatto che non esporti petrolio, perché la vendita del petrolio da cui trae profitto avviene all’interno degli stessi territori che controlla, e gli acquirenti sono generalmente commercianti e intermediari siriani o iracheni.

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