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lunedì 25 gennaio 2016

Afghanistan: una guerra infinita



Gli attacchi dell'11 settembre 2001 fanno esplodere nel governo statunitense un'immediata e cieca sete di vendetta. Avendo identificato negli attentatori degli affiliati di Al Qaeda, il governo Bush rivolge immediatamente la sua attenzione verso l'Afghanistan, il cui governo è nelle mani di un regime islamista fondamentalista, i talebani. Gli Stati Uniti sanno infatti che Bin Laden, fondatore e leader di Al Qaeda, si è rifugiato tra le montagne afghane, dove si trovano peraltro anche i campi di addestramento dell'organizzazione terrorista.


Il 20 settembre 2001, George Bush lancia un ultimatum ai talebani, ordinando loro di consegnare agli Stati Uniti tutti i leader di Al Qaeda che si nascondono nelle loro terre e di concedere agli americani l'accesso totale ai campi di addestramento dei terroristi. La richiesta è sorda a qualsiasi tentativo di trattativa o dialogo con il governo talebano.

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Eppure, nei giorni successivi all'11 settembre, Mollah Abdul Salam Zaeef, l'allora ambasciatore del governo talebano in Pakistan, nonché suo portavoce, tiene una serie di conferenze stampa davanti alle telecamere dei grandi media, dalle quali emerge chiaramente che l'Afghanistan non vuole arrivare ad una guerra e condanna il terrorismo, dissociandosene. Mollah Zaeef invia inoltre svariate lettere al governo statunitense, chiedendo di trovare una soluzione pacifica. Del resto, la CIA sa, già all'epoca, che i talebani non hanno affatto partecipato agli attentati dell'11 settembre. Ma non serve a nulla. Freschi dell'affronto appena subito, gli americani non distinguono più: i talebani hanno ospitato Al Qaeda, per cui sono diventati essi stessi un bersaglio. Un bersaglio forse più facile da puntare e da comprendere: gli Stati Uniti vogliono sì catturare ed annientare Bin Laden, eliminare Al Qaeda, vendicarsi, ma un paese intero appare forse un obiettivo più concreto che un'organizzazione terrorista senza una vera patria. Il passo è breve: Al Qaeda e i talebani diventano, agli occhi degli americani, una sola cosa. Vogliono avere davanti un nemico e lo vogliono subito, non c'è tempo per le sottigliezze.




BushBush lancia allora un appello chiaro e preciso a tutte le nazioni: “O siete con noi o siete con i terroristi”. Il 12 e il 28 settembre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approva unanimemente l'attacco in Afghanistan, come atto di legittima difesa, nonostante nessuna domanda ufficiale di estradizione di terroristi venga presentata al governo afghano.


Ma non è difficile attirare l'attenzione e l'approvazione del mondo: il regime talebano è già nell'occhio del ciclone da quando ha preso potere nel 1996. L'opinione pubblica è già stata mobilitata contro questo governo fondamentalista e l'occidente si è già indignato per il burqa portato dalle donne afghane, che sembra essere divenuto il simbolo del governo talebano. Anche in questo caso le sottigliezze sembrano passare inosservate. È opinione diffusa infatti che i talebani abbiano imposto il burqa alle donne afghane, ma la realtà è che queste lo portano da tempi immemori. Il ruolo sociale della donna talebana corrisponde a quello della società tribale pashtun, etnia alla quale appartengono i talebani. Le donne pashtun portano il burqa da molto tempo prima che esistesse la fazione politico-religiosa dei talebani. Il focalizzarsi sulla questione del ruolo della donna e sul suo abbigliamento sotto il regime fondamentalista non è che un appigliarsi a un dibattito scottante - basato su nozioni confuse -, che crea sgomento e indignazione in occidente. Insistendo su questioni come questa, che rendono i talebani poco attraenti agli occhi del mondo, i partigiani dell'intervento armato trovano senza dubbio terreno fertile.


Il 7 ottobre 2001, la guerra americana in Afghanistan ha inizio. Gli americani dominano i cieli con i cacciabombardieri, ma sono gli afghani a combattere a terra e a fare la guerra al posto loro. Questi afghani provengono da quelle tribù del nord che non hanno mai accettato la dominazione talebana.


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Appartenenti a diverse etnie, questi individui si sono riuniti da qualche tempo in uno schieramento anti-talebano, la cosiddetta Alleanza del Nord, alla cui testa si trovano i “signori della guerra”, capi delle varie tribù del nord. Si tratta in realtà dei mujaheddin, combattenti della guerrilla che nel 1989 aveva sconfitto l'Unione Sovietica, che occupava all'epoca l'Afghanistan. L'esito dell'impresa era stato in gran parte determinato dagli aiuti americani, che, terrorizzati dall'avvicinarsi dei sovietici ai posti strategici di passaggio del petrolio nel Golfo Persico e impazienti che il governo comunista afghano cadesse, avevano finanziato ed armato i mujaheddin per combattere contro l'Unione Sovietica.


Dopo la vittoria contro i sovietici, però, i vari capi mujaheddin non riuscirono ad accordarsi sulla divisione del potere e del paese: fu l'inizio di una guerra civile sanguinosa che fece precipitare l'Afghanistan nel caos e nel terrore. Nel 1994, nel sud del paese, in territorio pashtun, alcuni giovani mujaheddin decisero di organizzarsi e ribellarsi ai propri capi, i signori della guerra. Questi giovani vennero chiamati “talebani”, che in pashtun significa studenti. Si trattava infatti di giovani studenti di madrasa che volevano riportare ordine nel paese, alla luce di un'interpretazione rigorista della religione. Nel 1996 i talebani presero Kabul ai signori della guerra, che si videro costretti a ritirarsi sulle montagne afghane. È qui che gli americani vanno a cercarli. Non importa chi sono, che si tratti di criminali di guerra o di delinquenti, gli americani offrono ai signori della guerra armi e miliardi di dollari, e una vendetta comune.


L'avanzata degli Stati Uniti e dell'Alleanza del Nord è fulminea: il 9 novembre Mazar-e Sharif cade e il 12 è il turno di Herat. Il 13 novembre i talebani abbandonano Kabul e piegano verso Kandahar, nel sud, in territorio pashtun. Migliaia di essi, caduti nella mani dell'Alleanza del Nord, vengono allora giustiziati senza processo.

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A poche settimane dall'inizio della guerra, la vittoria sembra già conseguita. In fretta e furia, il 27 novembre 2001, viene organizzata una conferenza internazionale a Bonn, in Germania, per discutere di come costituire un nuovo governo in Afghanistan. Tutte le fazioni afghane non talebane sono invitate a partecipare alla riunione, affinché si mettano d'accordo per formare un governo rappresentativo. Nella realtà, la conferenza è dominata dagli appartenenti all'Alleanza del Nord: forti del consistente aiuto statunitense, i signori della guerra regnano ormai incontrastati e richiedono di essere messi alla testa del nuovo governo afghano. Ma l'Alleanza del Nord non rappresenta che una parte minoritaria delle numerose etnie che popolano il paese. Inoltre, l'etnia maggioritaria in Afghanistan è quella dei pashtun, cui appartengono anche i talebani. L'ONU ne è cosciente e rifiuta di lasciare che gli afghani formino un governo senza rappresentanti pashtun e le cui redini siano nelle mani dei soli capi dell'Allenza del Nord. Dopo lunghe trattative, si giunge infine ad un compromesso: i signori della guerra ottengono le cariche più importanti del nuovo governo, ma sarà un pashtun, Hamid Karzai, a ricoprire la carica di presidente del governo provvisorio, in attesa delle elezioni.


Intanto, accerchiati dall'Alleanza del Nord a Kandahar, i talebani resistono. Il nuovo presidente Karzai, per evitare un bagno di sangue, decide, sostenuto dall'ONU, di entrare a Kandahar per trattare con i talebani. Mollah Zaeef, portavoce dei talebani, annuncia loro le condizioni della resa: se Mollah Omar, loro capo, si arrende, l'Alleanza del Nord gli concederà di vivere nella pace e nella dignità. Mollah Omar accetta.


Non fa altrettanto però Donald Rumsfeld, segretario della difesa del governo Bush, che si oppone categoricamente all'accordo di pace. Per lui, la vendetta non è finita: nessuna pace deve essere concessa ai talebani. Con questo gesto fatale, gli Stati Uniti rifiutano qualsiasi negoziazione e scelgono di continuare la guerra.


Il 7 dicembre, i talebani abbandonano Kandahar e spariscono, rifugiandosi in gran parte nelle zone pashtun alla frontiera con il Pakistan. Quelli che non riescono a fuggire cadono nelle mani dei soldati statunitensi e spariscono nelle nuove prigioni americane di Bagram e di Guantanamo, dove vengono interrogati, torturati ed umiliati, senza essere sottoposti ad alcun processo.


La guerra ad Al Qaeda diventa ora a tutti gli effetti una caccia ai talebani. Gli americani sembrano aver dimenticato che tra gli attentatori dell'11 settembre non si trovava nessun talebano.


Fuggiti da un paese ormai da trent'anni devastato dalle guerre, milioni di rifugiati afghani sparsi per il mondo, incoraggiati dalle promesse americane di democrazia e di pace per l'Afghanistan, tra il 2002 e il 2004 ritornano sui propri passi, pensando di trovare un paese nuovo.


122495-004-CFAA90A9Nel 2002, arriva una nuova ondata di soldati, provenienti dai paesi della NATO e da alcuni dei loro alleati. Si tratta dell'ISAF, una forza che ha il compito di disarmare i signori della guerra, di formare un esercito afghano multietnico e di collaborare alla ricostruzione del paese. Dalla guerra di vendetta, si passa con tutta naturalezza ad una missione tipicamente occidentale: salvare dalla deriva un paese del cosiddetto terzo mondo con mezzi prettamente occidentali, ritenendolo incapace di risolleversi da solo; costruire per lui una Nazione e soprattutto portargli la Civiltà, l'unica concepibile e possibile.


A ottobre 2004, Hamid Karzai, già presidente del governo provvisorio, è ufficialmente eletto presidente della Repubblica Islamica dell'Afghanistan. Ma i signori della guerra intridono della loro presenza il governo del paese. Divenuti consiglieri, vice presidenti, ministri, questi personaggi hanno di fatto in mano l'Afghanistan. Sono gli stessi che avevano preso il potere durante gli anni della guerra civile. Molti sono accusati di crimini di guerra, altri implicati nel traffico di droga.


La corruzione prende piede in tutto il paese, e nel 2006 l'Afghanistan è considerato uno dei paesi più corrotti al mondo. Le compagnie straniere si installano sul suolo afghano, attirate dai fondi messi a disposizione per costruire infrastrutture, alloggi, strade, scuole. Ma spesso, di un budget attribuito a un progetto, il 30% viene effettivamente utilizzato e il 70% viene intascato dall'impresa occidentale incaricata di portarlo a termine. I finanziamenti internazionali vengono dunque sospesi. Le imprese afghane non producono ormai più nulla e il paese è costretto a importare. La disoccupazione dilaga.


L'oppio diventa una delle principali fonti di corruzione dell'Afghanistan, divenutone uno dei primi consumatori, con circa un milione e mezzo di tossicomani. Se i talebani ne avevano proibito la produzione, perdendo per questo una parte di sostenitori e simpatizzanti, la coalizione chiude un occhio: ha bisogno del sostegno della popolazione e sa che i capi dell'Alleanza del Nord hanno in mano gran parte del traffico di droga, grazie al quale possono finanziare i propri combattenti.


Coloro che sono tornati in gran massa nel paese natale vedono rapidamente sfumare le proprie speranze e le proprie illusioni.


Com'era prevedibile, inoltre, verso la fine del 2003 i talebani ricominciano gli attacchi nel sud dell'Afghanistan. Gli americani si riscuotono dal sonno e si rendono conto che i talebani sono spariti solo per ritornare più preparati e più organizzati, dopo aver trovato rifugio nelle zone pashtun del Pakistan. La frontiera tra l'Afghanistan e il Pakistan, infatti, è estremamente montagnosa ed è impossibile per le autorità pakistane riuscire a controllarla interamente. Al di là di questa, in terra pakistana, vi sono numerose tribù autonome pashtun - appartenenti cioè alla stessa etnia dei talebani - che possiedono milizie proprie ed offrono sostegno incondizionato ai talebani, poiché considerano la loro insurrezione come una guerra di liberazione dell'Afghanistan dalle potenze straniere che l'hanno occupato. Proprio attraverso questa frontiera Bin Laden si è rifugiato in Pakistan non appena la guerra è iniziata.


Gli Stati Uniti esercitano allora pressione sul Pakistan - che avevano già minacciato all'inizio dell'attacco americano in terra afghana, affinché collaborasse -, obbligandolo ad intervenire. Nel 2004, l'esercito pakistano inizia un'offensiva sul proprio territorio contro le regioni autonome della frontiera, scatenando una guerra civile. Per evitare che essa si estenda a tutto il paese, l'allora presidente pakistano, Musharraf, decide di dare il via alle negoziazioni con i capi tribali. Gli Stati Uniti si precipitano a puntare il dito contro di lui, accusandolo di tradimento.


Intanto, i talebani avanzano nelle zone pashtun afghane e si avvicinano a Kabul.


Avendo creduto di avere ormai la vittoria in pugno, gli americani hanno soltanto 23 000 soldati impiegati in Afghanistan. La maggior parte dell'esercito americano è impegnata in un'altra guerra, quella in Iraq. Il governo americano si rende conto, a questo punto, di avere fatto il passo più lungo della gamba: tra il 2006 e il 2007, più di 400 soldati perdono la vita sul suolo afghano. Bush chiede aiuto ai suoi alleati, alcuni dei quali inviano nuove truppe.


Gli attacchi talebani si moltiplicano e l'insurrezione assume sempre più i tratti di un combattimento di liberazione nazionale.


NIGHT-1289865180197-articleLarge (1)Nel 2008, la coalizione conta mille perdite dall'inizio della guerra. A novembre, Barack Obama viene eletto presidente degli Stati Uniti. Obama si dichiara da subito contro la guerra e promette di ritirare le truppe dall'Afghanistan il prima possibile. L'amministrazione del presidente si divide allora tra partigiani della negoziazione e coloro che vogliono continuare il conflitto e portarlo a termine. Si apre un periodo di dibattito, fino a che, nel giugno 2009, i membri del pentagono riescono a convincere il presidente che la negoziazione equivarebbe a una sconfitta, poiché i talebani hanno guadagnato terreno in molte regioni del paese. Il generale MacChrystal, nominato capo degli eserciti in Afghanistan, chiede quindi di aumentare considerevolmente le truppe. Sul suolo afghano ci sono ormai 100 000 soldati americani e 45 000 appartenenti alla coalizione internazionale.

Le operazioni militari si intensificano e si esasperano. Viene organizzata una serie interminabile di raid, chiamati capture or kill ed eseguiti in particolare durante la notte. I soldati della coalizione irrompono nelle case, uccidono, arrestano, seminano il terrore. Moltissimi civili vengono uccisi, inclusi vecchi e bambini, e a migliaia vengono arrestati arbitrariamente. Le condizioni di detenzione nelle prigioni americane sono spaventose, le torture vengono praticate impunemente, i soldati americani si trasformano in bestie. Ogni possibilità di negoziazione è ormai perduta.


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A maggio del 2011, il presidente americano annuncia che gli Stati Uniti hanno condotto un'operazione che ha portato all'uccisione di Bin Laden. Un commando di 70 uomini ha scovato infatti il leader di Al Qaeda in Pakistan e l'ha ucciso. Eppure la guerra continua. 145 000 uomini continuano a combattere una guerra che è iniziata allo scopo di trovare Bin Laden, che è bastata una manciata di soldati per uccidere.


Gli americani riescono infine a prendere Kandahar, ma sono sotto la minaccia costante degli attacchi talebani. La guerra non ha fatto che fabbricare nemici e la negoziazione è impensabile, in un paese devastato dai raid, dai droni e dalla violenza. Se la coalizione voleva costituire una nazione, portare la democrazia e ricostruire il paese, il fallimento è totale.


Nel 2014, le forze internazionali si ritirano progressivamente dall'Afghanistan, lasciando il paese nelle mani del nuovo esercito afghano addestrato dalla coalizione.


A ottobre 2015, Barack Obama annuncia che 5 500 soldati americani resteranno in Afghanistan almeno fino al 2017, poiché le forze afghane non sono ancora del tutto in grado di proteggere il paese.


Di fatto, la guerra continua, gli attacchi talebani si susseguono e l'esercito afghano lancia le sue offensive, alle quali rispondono a loro volta le rappresaglie talebane. È un circolo vizioso dal quale sembra impossibile uscire. Il paese è lontano dalla pace e dalla stabilità che gli erano state così fiduciosamente promesse e la sua devastazione ha prodotto un'enorme ondata di profughi.


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