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venerdì 4 dicembre 2015

Gli aiuti allo sviluppo: l'altra faccia della storia

1Appena l’altro giorno leggevo un pezzo di Manlio Dinucci, nel quale Egli cercava di scavare affondo alla ricerca delle responsabilità che hanno condotto sino agli attentati di Parigi. Il pezzo (rintracciabile al seguente link http://www.marx21.it/index.php/internazionale/pace-e-guerra/26267-la-strategia-del-caos-) è interessante nella misura in cui fotografa la situazione geo-politica lasciataci in eredità dalla caduta del muro di Berlino, quella di un paese, gli Stati Uniti, rimasta l'unica potenza in grado di poter esercitare un’influenza multidimensionale (militare, politica, economica, tre sfere alle quali mi permetterei di aggiungere quella mediatica) in ogni regione del pianeta. Il “trionfo della democrazia” appare piuttosto un trionfo degli interessi privati confluiti all’ombra dei palazzi del potere.

Sicuramente, per giungere a questo risultato, gli aiuti allo sviluppo sono stati un importante tassello del mosaico. Estremamente importante, capaci di orientare intere politiche estere in favore proprio degli stati che erogavano questi aiuti, in particolare USA, Francia e Inghilterra. Non a caso, per una miriade di fattori che talvolta trascendono le dinamiche stesse dell’aiuto, ancora oggi molti dei paesi beneficiari di questi aiuti si trovano impantanati in situazioni economiche fortemente arretrate, talvolta soffocate da scenari di guerra e violenza dove trovano terreno fertile traffico di armi e di uomini.

La storia è fatta di asimmetrie, e lo strumento dell’aiuto allo sviluppo non tradisce questa regola. Il paradosso in questo caso è doppio, dal momento che fin dal successo (mediatico) riscontrato dalla propaganda della modernizzazione e le idee targate Rostow, si è ignorati una regola economica basilare e necessaria ad avviare un sistema produttivo (talvolta ostacolato dalle mire produttivistiche) che miri all’autosufficienza. Questo paradosso è ben esplicato dall’autrice africana Dambisa Moyo nel suo libro “La carità che uccide. Come gli aiuti dell’Occidente stanno devastando il Terzo Mondo”. Per comprendere questa teoria, basti immaginare un ipotetico paese africano che abbia la necessità di dotare le proprie abitazioni di zanzariere (necessità abbastanza inerente alla realtà africana), ma che queste gli vengano fornite gratuitamente dai paesi occidentali. La conseguenza è che tutti i produttori locali si trovano scalzati fuori mercato nella misura in cui non riusciranno a piazzare il proprio prodotto, e la dipendenza dai rifornimenti esterni si replicherà nel futuro. Ovviamente, questa è soltanto una semplificazione della realtà, che necessita di revisioni che allarghino l’orizzonte dell’indagine ad altre variabili, ma meccanismi simili a questo si sono dislocati lungo i binari della macro-economia dei paesi in via di sviluppo replicandosi per decenni, contribuendo ad alimentare periodi di stagnazione e regressione economica.

Questo figura come un paradosso di carattere marcatamente economico, ma il problema principale riguarda senza dubbio le implicazioni ideologiche e politiche di questo sistema. Infatti, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi, l’aiuto allo sviluppo, lungi dall’essere strutturato secondo le reali necessità dei vari stati, ha rappresentato una ragnatela di logiche volte a renderlo un mero strumento di dominio. Sino alla caduta del muro di Berlino, sono state le dinamiche della guerra fredda ad influenzare le rotte dei finanziamenti, che per l’arco di circa di trent’anni non sono stati vincolati al raggiungimento di nessun obiettivo politico e sociale. Gran parte dei dittatori dei paesi del Terzo Mondo è rimasta in carica grazie a questi finanziamenti, promettendo in cambio la sola fedeltà ad uno dei due blocchi. In questo senso, gli aiuti hanno alimentato i regimi dittatoriali e cleptocrati contro i quali si sarebbe dovute schierare le democrazie occidentali.

Intesa in questo senso, gli Stati Uniti sono diventati il porta bandiera della fine del colonialismo, un’epoca da dimenticare e seppellire sotto l’eleganza dell’influenza imperialista. Gli interessi coloniali partirono per meglio restare e i paesi che scoprivano l’indipendenza erano pronti a seppellirla sotto una nuova forma di influenza esterna, quella dell'economia, una ragnatela capace di imbrigliare sistematicamente gli sforzi indipendentisti dei vari paesi. Così la corsa agli aiuti divenne ben presto una giustificazione dell'ingerenza esterna, un sistema che giunse fino al punto da ispirare la reazione di Bandung, la conferenza dei paesi asiatici e africani accomunati dalla medesima speranza, quella di restare fuori dal mercato dell'ideologia. Con il senno di poi, di speranza si trattò e non si discostarono da questa forma gli ideali dei leader di quegli stati.

In ogni caso, l'importanza degli interessi economici mascherati dal sistema degli aiuti allo sviluppo sono venuti pesantemente a galla dopo la caduta del muro di Berlino, quando l'ideologia è rimasta sepolta sotto le sue macerie e l'apertura dei mercati ha interamente reindirizzato le esigenze commerciali. In questo senso, i casi più eclatanti si materializzarono nell'ultimo decennio del '900, quando gli USA e le potenze della Nato abbandonarono prima la Somalia ad una guerra civile che tormenta ancora un paese che è oggi più che mai nelle mani dei signori della guerra, e in seguito il Ruanda (stato privo di petrolio e gas naturali), lasciandolo in balia dello scontro inter-razziale tra Hutu e Tutsi, uno scontro che ha creato i profughi che avrebbero alimentato i sei anni di guerra africana nella regione dei Grandi Laghi.

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