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domenica 15 novembre 2015

La caduta del generale Custer

« Quando un esercito dei bianchi combatte i nativi americani e vince, questa è considerata una grande vittoria, ma se sono i bianchi ad essere sconfitti, allora è chiamata massacro. » (Chiksika)


Il 25 giugno 1876 si combattè la più nota fra le battaglie delle cosidette “guerre indiane”, che contrapposero per oltre mezzo secolo l’ esercito degli Stati Uniti agli orgogliosi nativi che popolavano il Nord America: la battaglia di Little Big Horn. La località prende il nome dall’ affluente del Big Horn, un fiume degli Stati Uniti che attraversa Wyoming e Montana, così chiamato per gli animali tipici del luogo, il bighorn appunto, o pecora delle montagne rocciose. La battaglia vide contrapposto il Settimo Cavalleggeri dell’ esercito USA, guidato dal tenente colonnello George Armstrong Custer (chiamato “generale” dai suoi uomini), e i guerrieri Dakota guidati da Cavallo Pazzo e Gall, a cui si erano uniti guerrieri nelle nazioni alleate Cheyenne e Arapaho.

Dopo la fine della “guerra di Nuvola Rossa” nel 1868, che aveva visto uscire vincitori i Dakota guidati dal capo della tribù Oglala (Nuvola Rossa appunto), era stata istituita una grande riserva indiana in cui la nazione Dakota avrebbe potuto vivere in pace “finchè soffia il vento, finchè il cielo è blu…”. Ai nativi vennero assegnate anche le Black Hills (colline nere), un luogo a essi sacro in quanto ritenevano fosse la dimora del Grande Spirito, e in cui si recavano per vivere la propria spiritualità. Il trattato di Fort Laramie del 1868 stabilì che nessun uomo bianco avrebbe potuto mettervi piede senza il consenso dei Dakota. Ma, nel 1874, con gli Stati Uniti attanagliati da una pesante crisi finanziaria, alcuni minatori scoprirono la presenza di oro nelle Black Hills. La notizia filtrò immediatamente negli ambienti governativi, che incaricarono un gruppo di ricerca di accertarsi dell’ effettiva presenza del metallo giallo nelle colline sacre dei Dakota, sotto la protezione dell’ esercito statunitense. Quando la spedizione confermò le indiscrezioni, la notizia si diffuse molto velocemente a mezzo stampa, così da giustificare anche agli occhi dell’ opinione pubblica la violazione di un trattato sottoscritto solo pochi anni prima.

Nel novembre 1875 il governo americano ordinò di eliminare tutti i Dakota che si fossero rivoltati, e considerò ostili tutti coloro che non avessero accettato di stare all’interno della riserva o non vi avessero fatto ritorno entro l'inverno. Nuvola Rossa e gran parte degli Oglala rimasero dentro alla riserva, ma così non fecero due importanti capi e gli uomini a loro fedeli: la guida spirituale Toro Seduto (delle tribù degli Hunkpapa), che dal 1870 continuava a opporsi ai coloni bianchi e cercava di riconquistare le terre del suo popolo, e il capo guerriero Cavallo Pazzo (della stessa tribù di Nuvola Rossa, gli Oglala); insieme a loro anche Gall, capo degli Hunkpapa.
Nel Marzo del 1876 l’ esercito statunitense si mobilitò per punire gli indiani ritenuti ostili: il colonnello Gibbon, il generale di brigata Terry e il generale di corpo d’ armata Crook si misero alla guida di tre colonne di soldati il cui obiettivo era di effettuare una manovra “a tenaglia”, partendo da tre punti diversi, che sarebbe andata a chiudersi in corrispondenza della valle delle Big Horn Mountains.

Il 7° cavalleria guidato da Custer faceva parte del gruppo di Terry, e staccatosi dalla colonna originaria, avrebbe dovuto “stanare” gli indiani rivoltosi senza attaccarli prima del 26 Giugno, data in cui si supponeva che Gibbon sarebbe stato in grado di bloccare l’ eventuale ritirata dei nativi. Custer era un militare molto famoso in quel periodo, anche nella società civile; aveva già guidato il suo reparto nella “battaglia del fiume Washita”, in cui i soldati piombarono su un pacifico villaggio di Cheyenne scatenando una carneficina (oltre 100 morti, fra cui donne e bambini).
All'alba del 25 giugno gli esploratori di Custer, Indiani Arikara e Corvi (nemici dei Dakota), avvistarono dalla cima del picco Crow's Nest un grande accampamento di nativi. Per paura che questi scappassero, e per non dover dividere il merito di una possibile vittoria con qualcun altro (si mormorava che Custer avesse intenzione di candidarsi alle presidenziali contro Grant), Custer ordinò ai suoi uomini di attaccare, peraltro dividendo ulteriormente le sue forze in tre tronconi.
Probabilmente nessuno si era reso conto della reale portata delle forze cui si trovavano di fronte: sia perchè la foschia mattutina impediva di vedere nitidamente in lontananza, sia perché si riteneva che gli indiani fuori dalla riserva fossero al massimo un migliaio; in realtà in primavera molti nativi erano fuggiti dalla riserva per unirsi alle forze ribelli. Così, trovandosi di fronte a oltre 2.500 guerrieri, gli attacchi di Custer e del tenente Reno fallirono miseramente: i due tronconi dovettero ritirarsi sulle colline, dove cercarono di resistere e attendere l‘ arrivo del terzo troncone, guidato da Benteen, ma in meno di mezz‘ora tutto il comando di Custer fu annientato. Alla fine si contarono 268 morti per il 7° cavalleria.

Il suo scalpo non venne prelevato (com‘era usanza degli indiani con le loro vittime), né il suo corpo mutilato; secondo alcune fonti perché non venne riconosciuto dai suoi nemici, secondo altre perché non erano state riscontrate, da parte degli indiani, azioni particolarmente meritevoli da giustificare le rituali mutilazioni.


Di: Simona Amadori

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