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lunedì 2 novembre 2015

Il giorno dei defunti: tradizioni nell’Italia di oggi

Il 2 novembre è la giornata che celebra la commemorazione di coloro che hanno smesso di vivere, ma che rimangono comunque indelebili nella memoria di chi li ha profondamente cimiteroamati. Nonostante oggigiorno siano sempre meno interessanti agli occhi di molti e quindi, molto spesso abbandonate a loro stesse, alcune tradizioni sono ormai parte integrante della vita di ciascuno e difficilmente sono soppiantabili. Questa festa commemorativa, molto sentita in tutto il mondo, soprattutto in quelle nazioni in cui la componente cattolica è la maggioranza, nasce da varie culture antiche, in particolare romane e bizantine che già possedevano delle giornate particolari, celebrate durante il cambio alla stagione autunnale, per esorcizzare i demoni e il possibile risveglio dei loro cari, ormai defunti.

Tuttavia le tradizioni pagane si cercò ben presto di soppiantarle con l’indizione di una giornata celebrativa dei defunti unicamente di stampo cattolico, quando la Chiesa si rese conto che i festeggiamenti popolari erano troppo “eccessivi” per i nuovi fedeli. Così, Odilione di Cluny, $_35famoso canonico del prestigioso e potente ordine cluniacense, nel 998 d.C. impose che le campane della fastosa abbazia fossero fatte suonare al tramonto del 1° novembre di ogni anno e il giorno seguente, l’eucarestia fosse offerta in ricordo di chi era passato a miglior vita.

Da questo momento la giornata del 2 novembre diventerà canonica nella Chiesa latina e con l’espansione progressiva del nuovo dogma in tutto il mondo, sono sorte migliaia e migliaia di riti tradizionali in parte legati ancora a riti ancestrali. L’Italia sarà la prima nazione influenzata maggiormente dalla nuova festività e le tradizioni, anche culinarie, abbondano in ogni regione, nessuna esclusa.

Solitamente è consuetudine fare visita ai propri cari presso i cimiteri, portando loro doni o fiori per commemorare la loro memoria, ma effettivamente, il 2 novembre non è una festività riconosciuta dal Governo Italiano, di conseguenza questa abitudine, spesso e soprattutto nei grandi centri per ovvie ragioni lavorative, viene anticipata al giorno di tutti i santi, il 1° novembre.

Cominciando dal Nord, nelle vallate dell’Ossola, le famiglie dopo la cena in cui si riunisce tutta la famiglia, si recano tutte insieme al cimitero, lasciando le case vuote, in modo da poter permettere alle anime dei defunti di far ritorno presso le abitazioni. Il ritorno presso queste è poi annunciato dal rintocco delle campane che permette ai morti, a sua volta, di lasciare le case senza dover incontrare i cari ancora in vita.

Sempre in Piemonte, soprattutto nelle zone tra Torino e Cuneo, si bandiscono grandi banchetti con familiari e amici, lasciando un posto vuoto nel caso qualche defunto volesse ristorarsi in buona compagnia.

In Trentino Alto-Adige si trovano tradizioni molto condizionate dal mondo germanico: le campane rintoccano più volte durante la giornata e la nottata per chiamare all’appello tutte le anime, nessuna esclusa, e permetter loro di affollarsi davanti alle finestre delle abitazioni. Una volta andati a dormire, gli inquilini sono soliti lasciare la tavola imbandita e un lume accesso, lasciando libero ingresso ai morti.

In Friuli Venezia Giulia, invece, le tradizioni sono ancora legate al mondo contadino: si è soliti lasciare un secchio d’acqua, un lume acceso e delle fette di pane fresco sul tavolo della propria abitazione. Inoltre è diffusa la credenza che molte anime, durante la nottata tra il 1° e il 2 novembre, si rechino in pellegrinaggio presso i santuari extraurbani, concludendo il loro viaggio solo all’alba.

Tradizioni simili a quelle friulane si ritrovano anche in Lombardia, nelle zone tra Bormia, Vigevano e Lomellina dove si è soliti lasciare oltre ad un secchio d’acqua per l’abbeveramento, anche una zucca piena di vino e la tavola imbanossa-dei-morti-dolcedita con prelibatezze locali. Nel cremonese, invece, la mattina del 2 ci si alza molto presto, in modo da lasciare liberi i letti e permettere un buon riposo ai defunti. Inoltre ci si reca casa per casa per raccogliere gli ingredienti necessari per cucinare i tipici dolcetti autunnali chiamati “Ossa dei morti”.

La zucca non sarà solo una prerogativa delle feste dei morti anglosassoni, e anche il famoso “Dolcetto o Scherzetto?”, tanto in voga in questi ultimi anni anche nella nostra penisola, già si praticava in Emilia Romagna in tempi addietro, dove i poveri si recavano casa per casa chiedendo la carità dei morti, ricevendo quindi cibo e altri doni dai proprietari di casa.

Simile tradizione la si ritrova anche in Abruzzo, dove tutt’ora, schiere di ragazzi e bambini si recano casa per casa domandando offerte per i defunti, che consistono principalmente in prodotti dolciari o frutta secca. In questa regione ritroviamo anche l’usanza di decorare le zucche per allontanare le anime demoniache che in questa notte hanno libera uscita.

Stessa usanza è molto praticata in Sardegna, dove i ragazzi, di buon mattino, si recano presso le abitazioni dei vicini o dei parenti per chiedere pane fresco, frutta secca e dolci, lasciando candele accese presso i propri alloggi.

Molto più legate alle tradizioni culinarie sono invece Umbria, Marche e Liguria dove si cucinano, nelle prime, gli “stinchetti dei morti” o “fave dei morti”, mangiati in questa giornata per mitigare la tristezza delle anime ormai defunte; nella seconda si bollono fave e castagne, mangiate in compagnia della famiglia.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIn Toscana, in particolare nella provincia di Massa Carrara, si regalano collane di castagne e mele, chiamate sfilze, e indossate durante le celebrazioni del "Bèn d'i morti", festa in cui gli eredi dei defunti sono obbligati a donare cibo e altri doni ai più bisognosi, mantenendo così in vita, con un’opera caritatevole, la memoria di chi è trapassato.

Scendendo lungo lo Stivale, nella capitale, si è soliti fare compagnia ai propri cari defunti, mangiando un pasto a fianco le tombe. Sempre romana è la tradizione di commemorare la notte tra Tutti i santi e i Morti le persone che avevano trovato la morte lungo il Tevere, con una processione lungo le sponde con torce accese.

In Puglia la tradizione è più viva che mai. Tutti i paesi si riuniscono attorno alle proprie comunità e si accendono falò con rami e ginestre siti presso incroci (mitici luoghi in cui è pugliapossibile stipulare un contratto con il diavolo) cucinando sulle loro braci e lasciando gli avanzi a disposizione delle anime risvegliate. Tutt’oggi si decorano ancora le zucche, chiamate Cocce priatorje, nella zona di Orsara.

Infine in Sicilia, altra regione ancora molto legata al culto dei morti, dove in questa giornata commemorativa si preparano dolci e altri panificati dicendo ai bambini che sono stati portati loro in dono dai parenti defunti. Ma come ogni morale prevede una clausola: se non si è avuto un buon comportamento durante l’anno, i morti non recheranno loro alcun dono.

Come si può evincere, l’Italia è ancora molto legata alle proprie usanze, specialmente in questa festività. Nonostante l’avanzata inesorabile di una società esclusivamente orientata verso il guadagno, il lavoro e la spersonalizzazione, assistiamo, fortunatamente, ad una corrente in controtendenza che ci permette di ritrovare ancora quel lato umano che tutte le tradizioni, legate alle singole comunità, sono ancora in grado di far sopravvivere.

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