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sabato 29 agosto 2015

'Quando c'era lui...' Sfatiamo 18 falsi miti sul fascismo

Troppe volte ci troviamo a discutere sul web (e nella realtà) con ammiratori del duce, Benito Mussolini. Esordendo con un estasiato “Quando c’era lui…” iniziano a ricordare come una splendida utopia passata i tempi della dittatura, non smettendo più di citare leggende su leggende in onore della loro sempre presente guida politica! Senza entrare in polemiche inutili e condizionamenti politici, noi di “Riscrivere la Storia” preferiamo far parlare i fatti ed i documenti storici, che si rivelano sempre determinanti al fine di qualsiasi tipo di studio a posteriori. Ecco quindi qui per loro (e per voi) una raccolta di molti falsi miti (o presunti tali) da sfatare sul fascismo. Buona Lettura!

Piccolo PS: onde evitare critiche del tipo “eh ma parlate solo delle cose negative, comunisti!”, ci teniamo a precisare che lo scopo dell’articolo in questione è esclusivamente quello di esaminare ed eventualmente sfatare, per l’appunto, alcuni “falsi miti” e non di delineare sterilmente i pro e i contro del regime, solo per darne un giudizio morale (operazione che – per quanto nella sostanza inutile, se non a scopo di diletto storiografico – si può proporre in altra sede).


Coloro che non ricordano il passato saranno condannati a viverlo di nuovo.


George Santayana [1]


1. Devi ringraziare il duce se esiste la pensione[2]

In Italia la previdenza libera nasce nel 1861, con la cassa invalidi per la marina mercantile[3]. Da qui troviamo un graduale sviluppo della previdenza sociale, dalle casse di risparmio postali, alla cassa di assicurazioni per gli infortuni degli operai sul lavoro, all’assicurazione obbligatoria anche per il lavoro agricolo[4]. Come vediamo, quindi, la situazione era già parecchio sviluppata e dinamica ben prima della presa del potere da parte di Mussolini. Per quanto riguarda le istituzioni, nel 1907 nasce la Cassa nazionale per le assicurazioni sociali[5]; da non dimenticare nel 1898 la fondazione della “Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai”, in concomitanza con la legge che sancisce l’obbligo di assicurazione per molte categorie di lavoratori contro gli infortuni a carico dell’impresa[6]. Mussolini aveva in quella data l’età 15 anni. L’iscrizione a tale istituto diventa obbligatoria solo nel 1919, durante il Governo Orlando, anno in cui l’istituto cambia nome in “Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali”[7]. Mussolini fondava in quell’anno i Fasci Italiani e non era al governo. Tutta la storia della nostra previdenza sociale è peraltro verificabile sul sito dell’INPS[8] - la quale, ricordiamo, nacque sì durante il Ventennio, ma non fu altro che una riforma della CNAS, che divenne un “ente di diritto pubblico dotato di personalità giuridica e gestione autonoma”[9]. La pensione sociale viene introdotta solo nel 1969[10]: Mussolini in quella data è morto da 24 anni.


2. Il duce garantì l’assistenza sanitaria a tutti i lavoratori

Anche per quanto riguarda l’assistenza sanitaria vediamo una presa di coscienza graduale (importante ricordare che la mentalità del tempo era ovviamente molto diversa da quella di oggi), è quindi importante contestualizzare. La prima normativa organica in materia sanitaria viene elaborata nel 1865[11], occupandosi prevalentemente dell’ambito amministrativo; ma solo nel 1888[12] si comprende appieno l’importanza dell’igiene e si estende la normativa al riguardo. Dovremo aspettare il 1907[13] per avere finalmente un testo unico che raccoglie sistematicamente tutte le leggi sanitarie e ne regolamenta la materia. Nel 1934 abbiamo un nuovo Testo Unico delle leggi sanitarie[14], grazie ad una sempre maggiore consapevolezza del problema, redatto con grande perizia. Con la legge dell’11 gennaio 1943, n. 138, con il nome di Ente mutualità fascista – Istituto per l’assistenza di malattia ai lavoratori, venne istituita la prima Cassa Mutua di Assistenza di Malattia che offriva tutele ai lavoratori rappresentati dalle varie Confederazioni e Associazioni sindacali[15]. È lecito pensare non sia stato altro che un provvedimento volto a cercare di risollevare il consenso nell’opinione pubblica, che da metà anni Trenta stava calando drasticamente; tuttavia è a quanto pare effettivamente il primo provvedimento di così ampio respiro in questo contesto. Il 13 maggio 1947 viene istituita l’INAM, Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro le Malattie[16], vista la necessità di rinnovare le istituzioni dopo la caduta del fascismo. Viene riformato nel 1968[17], garantendo l’assistenza sanitaria a tutti i cittadini italiani e stranieri. Nel 1978[18] abbiamo una riforma della sanità con l’istituzione del servizio sanitario nazionale, volto a permettere una migliore coscienza riguardo la sanità, una migliore organizzazione e molto altro[19]: l’INAM viene soppresso in favore delle unità sanitarie locali[20].


3. La cassa integrazione guadagni è stata pensata e creata dal duce

La cassa integrazione guadagni (CIG) è un ammortizzatore sociale che integra o sostituisce la retribuzione dei lavoratori sospesi o che lavorano ad orari ridotti[21]. Nasce nell’immediato dopoguerra[22] per sostenere i lavoratori dipendenti da aziende che durante la guerra furono colpite dalla crisi e non erano in grado di riprendere normalmente l’attività. Quindi la cassa integrazione guadagni nasce per rimediare ai danni causati dal fascismo e della guerra, che causarono milioni di disoccupati.


4. Grazie al fascismo venne fondato l’INAIL

Questo è senza dubbio vero[23], tuttavia va notato che questo Regio Decreto provvede all’”unificazione degli istituti per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni degli operai sul lavoro”: non viene quindi ideato nulla di sostanzialmente nuovo. Ulteriore prova di ciò, oltre all’essere scritto all’interno della legge stessa, è l’esplicito riferimento al Testo Unico sugli infortuni degli operai sul lavoro[24].


5. Il duce ha tutelato il lavoro di donne e fanciulli

Con questa frase ci si riferisce generalmente al R.D. 26 aprile 1923, n. 653. Sappiamo che il primo regolamento protettivo riguardo il lavoro dei fanciulli fu promulgato nel 1886[25] (e modificato nel 1888[26] e nel 1902[27]), mentre troviamo il primo Testo Unico delle leggi di protezione del lavoro di donne e fanciulli nel 1907[28], ben prima dell’avvento del fascismo al potere. Leggendo la legge sulla “Tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli” del 1934[29] scopriamo, all’art. 25, che il R.D. del 1923 di cui sopra non è che un Regio Decreto Legge (convertito in legge nel 1925) volto ad apportare modifiche al Testo Unico, come già successo nel 1910[30].


6. Il duce ha dato l’assistenza ospedaliera ai poveri

La prima legge al riguardo viene emanata nel 1890[31]. Del resto basta leggere il testo della legge che viene addotta per dare al regime la paternità di questo provvedimento per capire come stanno effettivamente le cose: “R.D. 30 dicembre 1923, n. 2841, Riforma della legge 17 luglio 1890, n. 6972 […]”. Non vi è quindi alcun primato fascista, in quanto l’idea era nata da più di vent’anni ed era stata già sviluppata prima del ’23[32]; ovviamente non è però da sottovalutare l’importanza della riforma, che contribuì ad ammodernare e riordinare diversi aspetti della cosa.


7. Il duce diede la settimana lavorativa di 40 ore

Subito dopo l’avvento del fascismo al potere troviamo la prima disposizione del periodo fascista al riguardo, “Limitazioni all’orario di lavoro per gli operai ed impiegati delle aziende industriali o commerciali di qualunque natura”[33], che fissa a 8 ore giornaliere (e 48 settimanali) il limite massimo di tempo per cui ognuno poteva lavorare; troviamo inoltre, però, la legittimazione di un allungamento di massimo due ore al giorno della giornata lavorativa, previo accordo fra le parti. Considerando l’inconsistenza effettiva dei sindacati nel periodo fascista e la posizione di sottomissione degli operai che ne derivò, è lecito pensare che si trovò spesso modo di abusare di questa parte (art.5). Abbiamo la settimana lavorativa di 40 ore (previe alcune eccezioni) per gli operai dell’industria solamente nel 1937[34], ma è necessario compiere alcune osservazioni al riguardo. All’art.4 si stabilisce che il Ministero delle corporazioni ha il potere di allungare la settimana lavorativa fino alle precedenti 48 ore in caso di particolare necessità, togliendo di fatto al lavoratore il potere decisionale in merito; sulla stessa falsa riga procede l’art.5, che stabilisce la possibilità di allungare l’orario lavorativo “per eseguire lavori preparatori o complementari […] allo scopo di assicurare l’inizio o la regolare ripresa o cessazione dei lavori ovvero per evitare inconvenienti all’esercizio o pericolo ai lavoratori”. Per le attività stagionali, nell’art. 8, viene stabilito il limite di 10 ore giornaliere quando i limiti di orario normali non fossero applicabili (sic). Questo per far capire che parlare di un semplice abbassamento dell’orario di lavoro settimanale a 40 ore non rispecchia completamente la realtà. Notiamo poi che all’art.11 si prevede la possibilità di “annullare le disposizioni del presente decreto” in caso di situazioni che presentino un pericolo per l’economia e la sicurezza nazionali, come, ad esempio.. La guerra. Non a caso con la legge 16 luglio 1940[35] il R.D.L. viene soppresso: i lavoratori (delle industrie, ricordiamo) hanno potuto usufruirne per ben due anni e mezzo.




8. Il duce ha avviato il progetto della bonifica pontina/bonifiche in generale[36]

I primi lavori di bonifica di cui abbiamo testimonianza risalgono agli Etruschi del VI-V secolo a.C[37], e Togliatti, nelle celebri lezioni sul fascismo, accenna al fatto che il terreno della Lombardia “è tutto terreno bonificato con un investimento di capitali che è durato secoli”[38]. Prima di fine Ottocento, però, non troviamo alcuna legislazione sistematica al riguardo: abbiamo la prima con la Legge Baccarini[39], il cui scopo principale era sconfiggere la malaria attraverso un’ampia opera di bonifica[40], alla quale seguiranno diversi importanti provvedimenti[41]. Dopo l’avvento del fascismo abbiamo il T.U. del 1923, ispirato alla legge Ruini[42], e successivamente la celebre legge Serpieri[43], con la quale si concretizza il concetto di “bonifica integrale”, spesso chiamato “trasformazione fondiaria”[44]. L’opera di bonifica rimane uno dei pochi effettivi progressi che può vantare il regime fascista, con ad esempio un aumento nel giro di dieci anni (’22-’32) di quasi cinque volte del numero di centri urbani (da 360 a 1764), un aumento di nove volte del numero di ovini (da 11000 a 90750) e una grande estensione di parchi naturali ed artificiali[45] - rappresentando tutto ciò appena il 54% dei lungimiranti piani di Mussolini e Serpieri[46]; non dobbiamo però dimenticare i meriti dei precedenti governi: come risulta da uno studio di De Stefani[47], dal 1882-91 al 1912-21 la mortalità per malaria si era ridotta a un settimo, nelle zone bonificate la popolazione era aumentata del 64%, il valore della produzione agricola era cresciuto di circa 900 milioni l’anno e, nell’Italia settentrionale, il bestiame era aumentato del 134%. Interessante poi il fatto che fu la parte centro-settentrionale dell’Italia a trarre maggior vantaggio da questa opera[48], a causa della reticenza dei proprietari terrieri del Mezzogiorno ad accettare la proposta di rinnovare il sistema produttivo esistente.


9. Ai tempi del duce eravamo tutti più ricchi

Mussolini permise agli industriali e agli agrari di aumentare in modo consistente i loro profitti, a scapito degli operai, approvando ad esempio il contenimento dei salari di quest’ultimi. Questo accadde fin da subito: già fra il 1922 e il 1924 i salari reali si abbassarono di quasi il 10%, e l’imposta sulla ricchezza mobile venne estesa alla classe operaia[49]. Franck riporta che i salari reali rimasero nel “periodo eroico del sindacalismo fascista”, dal 1922-1930, attorno a quelli del periodo pre-bellico, mentre i prezzi arrivarono a salire anche del 600%[50] (l’autore prende come riferimento Milano). La situazione venne riconosciuta anche da esponenti del Regime – un esempio fra tutti è il caso di Clavenzani, che ne “Il lavoro fascista” e “La stampa” parlò di gravi riduzioni salariali, talvolta anche del 40%[51]. Guérin[52] riporta dati ugualmente preoccupanti, parlando ad esempio del fatto che il salario medio di un agricoltore nel 1930 era del 40% inferiore a quello del 1919[53], e subì un’ulteriore riduzione del 20% fra il 1930 e il 1938 – dati che si conciliano con quelli riportati da Duggan, che ci parla, citando gli indici ufficiali, di una riduzione del 28% delle paghe agricole fra il ’28 e il ’35 su scala nazionale[54]. Riporta poi dati offerti dalla stessa stampa italiana, che indicano una diminuzione della metà dei salari nominali fra il 1927 e il 1932[55] - complice sicuramente la famosa crisi del ’29, che evidentemente il governo non riuscì a controllare così bene come si ostinano a dire i nostalgici. Anche la situazione dell’Italia meridionale non migliorò: negli anni ’30 la situazione delle campagne siciliane appariva “quanto meno catastrofica”[56]. Un altro aspetto importante della questione è l’appoggio da parte del fascismo al capitale: i prezzi degli affitti dei terreni aumentarono dopo il 1922 dal 200%[57] al 700%[58]; in tal modo i piccoli affittuari non furono più in grado di lavorare la terra, e vennero spinti verso il proletariato. Da non dimenticare, al di là dell’aspetto meramente economico, la distruzione dei sindacati[59] (rimpiazzati da “sindacati” fascisti che altro non furono che fantocci del regime) e la soppressione di ogni tentativo di ottenere una certa indipendenza[60]. Ci sentiamo tuttavia in dovere di fare nostro il rifiuto tipico dato dalle nuove esigenze della storiografia delle tesi marxiste che vedono il fascismo come semplice “dittatura del grande capitale”[61] o mero strumento, insomma, di questo: se pure è certamente vero che la borghesia approfittò degli squadristi per allontanare il (nella realtà dei fatti inesistente o quasi) “pericolo rosso” e se inoltre, come abbiamo visto, la situazione delle classi inferiori non fu per nulla buona, è necessario tenersi alla larga da simili semplificazioni della questione, che non riescono a spiegarne diversi aspetti[62] quali la vivace permanenza del fascismo ben dopo la fine del pericolo socialista o le diffidenze del mondo industriale verso gli ambienti fascisti – si potrebbe anzi semmai parlare di un rapporto, fino ad un certo punto, di convenienza reciproca incrinata da “reciproca diffidenza e da tensioni crescenti”[63] – e, soprattutto, è necessario non confondere le scelte che il Governo dovette fare per non perdere il potere con un esplicito condizionamento.


10. Il fascismo permise di raggiungere il pareggio di bilancio

Questo è certamente vero[64], nel 1925 si raggiunse il tanto agognato pareggio di bilancio (e non nel 1924, come si legge ad esempio nella famigerata lista delle “100 opere del duce”[65]). Non riteniamo comunque questo possa essere ritenuto particolare motivo di “vanto” per il regime per tre ordini di motivi. Innanzitutto questo risultato fu raggiunto diverse volte prima dell’avvento del fascismo, come ad esempio a metà degli anni ’70 dell’Ottocento da Minghetti[66] e alla fine del secolo da Sonnino[67]; si può opinare che le condizioni nel ’23 (quando le manovre per il pareggio iniziarono[68]) erano assai peggiori rispetto a quelle dei precedenti pareggi, è tuttavia necessario tenere conto del fatto che la ripresa economica iniziò già prima dell’ascesa del fascismo al potere e che il suo raggiungimento seguì un percorso graduale[69]. In secondo luogo non se ne coglie l’utilità pratica se guardiamo alla situazione effettiva della popolazione in quel periodo e per il resto del Ventennio; notiamo infine che questo traguardo nulla ha a che fare con il fascismo in sé, in quanto non vi sono elementi che possano far pensare ad un rapporto causale fra i due.




11. Il duce ha fatto costruire la prima autostrada italiana

Il primo progetto per l’autostrada si deve a Piero Puricelli[70], che introduce l’idea di una strada adibita unicamente al traffico automobilistico. Nel 1921 i suoi progetti vengono approvati, e nel ’23 viene effettivamente inaugurata in Italia la prima autostrada europea, volta a congiungere Milano ai laghi[71] - ma non ci pare abbia senso stabilire un rapporto di causalità diretta fra il regime e ciò.


12. Il duce è stato l’unico uomo di governo che abbia veramente amato questa nazione

Riteniamo pacifico che così fosse, almeno originariamente, visto il suo forte patriottismo (che affiorò già nel suo periodo socialista[72] e fu costante per tutta la sua vita). La sua celebre frase “Mi serve qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo delle trattative”[73], spesso citata dai suoi detrattori, non può certo essere interpretata come segno di disprezzo verso gli italiani, in quanto è plausibile pensare fosse disposto a sacrificarne qualche migliaio per migliorare le condizioni di decine di milioni di loro. Nell’ultima fase della sua vita, tuttavia, tutto sembra indicare una sua certa disillusione verso il popolo italiano: lo testimoniano ad esempio citazioni riportate da Ciano nei suoi diari, quali “Un popolo che è stato per sedici anni incudine, non può diventare martello” e “È la materia che mi manca. Anche Michelangelo aveva bisogno del marmo per fare le sue statue. Se avesse avuto soltanto dell’argilla, sarebbe stato soltanto un ceramista”[74] – utile notare come oltre a ciò queste citazioni siano testimonianza del suo spropositato ego, uno dei grandi ostacoli per la vita politica del Paese nel Ventennio.


13. Il duce eliminò la disoccupazione

Questo è senza dubbio un dato di fatto, ma è necessario tenere conto di diverse considerazioni in merito. Innanzitutto anche nella Germania nazista[75] e nella Russia di Stalin[76] si verificò lo stesso fenomeno, il che dovrebbe per lo meno far riflettere sul fatto che è ben poco sensato imputare questo fenomeno alla figura di Mussolini o al suo operato in quanto fascista. Semplicemente i grandi regimi totalitari del secolo scorso si affermarono in periodi nei quali si necessitava un grande rinnovamento e si doveva tenere attiva l’industria bellica, il che ovviamente assorbiva gran parte dei potenziali lavoratori. In parte il merito va comunque anche ad un certo impulso economico che i nuovi regimi dettero ai rispettivi Paesi[77], pur mantenendo la classe lavoratrice in condizioni uguali, e spesso peggiori, di prima; non dimentichiamo infine che anche l’emigrazione, seppure in minima parte, ebbe il suo ruolo.


14. Nel Ventennio i politici non erano corrotti

Questa è forse una delle argomentazioni che si sentono più spesso, e che denota una grande ignoranza riguardo l’argomento nonché una forte ingenuità. Un lavoro pionieristico al riguardo è “I soldi dei vinti”[78], che si ripropone di portare alla luce questo fenomeno, attraverso documenti inediti riguardo tanto la corruzione all’interno del regime quanto le razzie dei beni ebraici[79] dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali. Parla inoltre dell’amnistia Togliatti, provvedimento che permise di mettere in libertà molti fascisti e partigiani indagati per crimini più o meno gravi[80], spesso dimenticato in quanto scomodo per i neofascisti impegnati a sostenere che il mondo è contro di loro e che la storiografia “ufficiale” è volta a mentire a loro discapito. Consigliamo al riguardo anche l’interessante documentario “Mussolini. Soldi, sesso e segreti”[81], che si ripropone di indagare i “panni sporchi del regime” alla luce dei documenti dell’Archivio Centrale di Stato sotto diversi punti di vista.


15. Il duce diede il voto alle donne

Questo è semplicemente falso, se intendiamo dire che fu il primo a farlo e se parliamo di suffragio in generale. Innanzitutto è possibile riscontrare anche in questo ambito una certa gradualità: il suffragio femminile inizia ad essere considerato nel lontano 1893[82], seppure in ambito prettamente lavorativo; nel 1910 viene conferita alle donne la partecipazione elettorale nelle Camere di commercio[83] e nel 1911 viene concesso loro di partecipare all’elezione di organi dell’istruzione elementare e popolare[84]. Durante il Fascismo abbiamo effettivamente però la una legge[85] che rende finalmente le donne elettrici in ambito amministrativo – tuttavia poco tempo dopo questo progresso viene annullato dalla riforma podestarile[86]: così ogni elettorato amministrativo locale veniva annullato e si sostituiva al sindaco il podestà che insieme ai consiglieri comunali non era eletto dal popolo, ma dal governo[87].


16. La riforma Gentile ha ammodernato e migliorato la scuola del tempo

Spesso si sente parlare di questa riforma, e la si elogia a più non posso; mai i nostalgici del Fascismo si soffermano sui molti punti negativi che vi si possono riscontrare. Innanzitutto si pone come riforma reazionaria dal punto di vista culturale, in linea con l’affiatamento tra governo e Vaticano, definendo l’insegnamento della dottrina cristiana “fondamento e coronamento” dell’istruzione[88] e reintrodotto come materia obbligatoria dalla prima classe[89]. Va poi sottolineato il carattere elitario della riforma, frutto della filosofia gentiliana, che riteneva solo che scuola elementare e ginnasio-liceo potessero formare completamente lo spirito, mentre le altre scuole si limitavano a limitati aspetti di esso[90]. Il potere dello Stato sull’istruzione viene rafforzato con l’istituzione di 19 provveditorati regionali[91], per arrivare alla sua apoteosi con la fascistizzazione dei libri di testo negli anni successivi[92]. I costi divennero man mano sempre più insostenibili (si parla di un aumento di quasi tre volte del costo dei libri di testo rispetto al periodo pre-riforma[93]), e con loro le tasse di ammissione[94] - e molto altro.




17. Il duce diede un “posto al sole” all’Italia conquistando nuove terre

Quello che viene spesso additato come uno dei grandi vanti del fascismo è forse, al contrario, una delle sue più grandi vergogne, tanto dal punto di vista umanitario quanto economico. Mentre il mantenimento delle colonie costituì una spesa piuttosto bassa per il regime, le imprese militari costrinsero lo Stato ad usare risorse considerevoli: si parla del 20.8% del bilancio statale[95], determinando una crisi irreversibile nei conti pubblici; altre fonti indicano una spesa di ben il 28% del bilancio statale[96]. Anche esponenti del regime si resero conto dei problemi esistenti; vedasi fra tutti la relazione del DDL sulla spesa per le Colonie: “Noi siamo in Africa due volte in ritardo: perché vi siamo arrivati privi di mezzi finanziari e tecnici adeguati al compito che ci attendeva”[97]. Tutto ciò portò alla stampa di banconote e ad un indebitamento da parte dello stato per l’80% della spesa[98]. Ciò non basta ovviamente come condanna totale del fascismo, in quanto troviamo costi elevati anche per le imprese coloniali precedenti alla salita al potere del regime[99], ma insignificanti rispetto a questi. E com’è risaputo, dall’impresa etiopica non si ottenne praticamente nulla, essendo questo un territorio praticamente privo di risorse naturali, se non la possibilità di impiegare più manodopera (senza, che ci risulti, grandi risultati) – cosa che certo non sarebbe guastata nel meridione, che rimase arretrato; ciò avrebbe certamente comportato meno danni, oltre a sanare una frattura che continua da secoli, ma non avrebbe soddisfatto la politica di potenza data dalla necessità di continua azione ed innovazione e soddisfacimento del “mito” tipica del fascismo[100] e dei grandi movimenti totalitari in generale. Crediamo questo basti a dimostrare che la conquista di nuove terre non contribuì in alcun modo a migliorare l’economia italiana. Passiamo ora al punto di vista umanitario. Innanzitutto è chiaro precisare che anche prima del Ventennio si compì “ogni sorta di violenze”[101]sui nativi dei Pesi conquistati, in particolare in Eritrea[102]; ciò non toglie comunque che vi fu un aumento nella brutalità dei mezzi usati dopo il ’22. Tristemente celebre è l’uso da parte del regime dell’iprite. Nonostante il Paese si fosse impegnato, firmando il Trattato di Ginevra[103], a non usare armi chimiche, ne fece vasto uso in Libia durante diversi attacchi aerei – particolarmente rilevante l’attacco del 31 luglio 1930 all’oasi di Taizerbo, sospettata di essere tana di ribelli, che si risolse invece in una strage di pastori e contadini[104]. In Etiopia l’uso dei gas assume un ruolo di primo piano, anche se non essenziale per la vittoria[105], dopo l’autorizzazione ed esortazione di Mussolini ad usarli sistematicamente[106]. Nel giro di pochi mesi (dal 22 dicembre 1935 al 29 marzo 1936) viene effettuato il lancio di un totale di 272 tonnellate di iprite sugli obbiettivi del fronte settentrionale, mentre su quello meridionale ne vengono usate “solamente” 44 tonnellate[107]. Altro aspetto per il quale il colonialismo si differenzia nel grado di brutalità rispetto a quello precedente sono le vessazioni nei confronti dei civili, spingendosi fino a “deportazione di intere popolazioni e alla loro segregazione in campi di concentramento”[108]; esempio di questa politica fu l’esodo forzato dalle regioni interne della Cirenaica, iniziato nel 1930[109], che portò nel giro di qualche anno (detenzione inclusa) alla morte di circa 40.000 dei 100.000 deportati[110], principalmente a causa della lunga marcia, delle pessime condizioni sanitarie dei campi, delle continue epidemie e delle continue violenze compiute dai guardiani. Nelle colonie troviamo perfino l’applicazione di “spedizioni punitive condotte con i rituali metodi squadristici”[111]. Inutile la pretesa di scagionare Mussolini dalle sue responsabilità, imputando ciò che successe allo zelo dei suoi sottomessi: fu al corrente di praticamente tutto, spesso architettandolo lui stesso o spronando i suoi sottomessi a fare di più[112].


18. Il fascismo impose una tassa sulle biciclette

In molti siti che si ripropongono di dire la verità su cosa effettivamente successe durante il Ventennio e cosa sarebbe invece pura fantasia, troviamo spesso l’affermazione che in questo periodo sarebbe stata imposta una tassa sulla bicicletta, in modo da favorire l’industria automobilistica e si cominciò, in alcune città, perfino a limitarne l’uso[113]. A prescindere dal fatto che ci pare di notare una certa contraddizione fra ciò e le condizioni economiche in cui versava la maggior parte della popolazione, per la quale l’acquisto di un’automobile era pura utopia, da una breve ricerca ci risulta che già nel 1987 fu promulgata una tassa dovuta “dai possessori, a qualunque titolo, di velocipedi a una o più ruote, di macchine e di apparecchi assimilabili ai velocipedi, comunque siano messi in movimento quando si facciano circolare sulle aree pubbliche”[114]. L’attribuzione di questo provvedimento al fascismo ci pare quindi errato, e per lo stesso motivo di carattere economico già esposto escludiamo anche l’esistenza di una presunta legge volta a limitare l’uso delle biciclette.

Di: Leonardo Pedron, Claudio Pira

Fonti:
[1] Santayana, The life of reason, Charles Scribner’s Sons, New York, 1920, p. 284; cit. in Shirer, Storia del Terzo Reich, Einaudi, Torino, 1962, p. 1
[2] Per una storia dettagliata della previsione sociale prima del Ventennio, cfr Della Peruta, Misiani, Adolfo, Il sindacalismo federale nella storia d’Italia, Angeli, Milano, 2000 
[3] L. 28 luglio 1861, n.360 
[4] http://www.treccani.it/enciclopedia/previdenza-sociale_(Enciclopedia-Italiana)/ 
[5] R.D. 30 giugno 1907, n. 376 
[6] L. 17 marzo 1898, n. 80 
[7] D.L. 21 aprile 1919 n. 603 
[8] http://www.inps.it/portale/default.aspx?iMenu=11&bi=1_2&link=L%27ISTITUTO 
[9] Ibid 
[10] L. 30 aprile 1969, n. 153 
[11] L. 20 marzo 1869, n. 2248 
[12] L. 22 dicembre 1888, n. 5849 
[13] R.D. 1 agosto 1907, n. 603 
[14] R.D. 27 luglio 1934, n. 1265 
[15] L. 11 gennaio 1943, n. 138, art.4 
[16] Decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 13 maggio 1947, n. 435 
[17] L. 12 febbraio 1968, n. 132 
[18] L. 23 dicembre 1978, n. 833 
[19] Ibid, art.2 
[20] http://www.archiviodistatogorizia.beniculturali.it/il-patrimonio/fondi-di-entipubblici/istituto-nazionale-per-lassicurazione-contro-le-malattie-bb-129-e-regg-66-1923- 1981-inventario 
[21] https://www.inps.it/docallegati/mig/doc/pubblicazioni/miniguide/minicig.pdf 
[22] Decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 12 agosto 1947, n. 869 
[23] R.D. 23 marzo 1933, n. 264 
[24] T.U. 31 gennaio 1904, n. 51 
[25] L. 11 febbraio 1886, n. 3657, cit. in Della Peruta, Il sindacalismo cit., p. 18 
[26] R.D. 8 aprile 1888, n. 3657, Ibid 
[27] L. 19 giugno 1902, n. 242, Ibid, cfr anche Rizzo, La legislazione sociale della nuova Italia (1876-1900), ESI, Napoli, 1988 
[28] R.D. 10 novembre 1907, n. 818, Ibid 
[29] L. 26 aprile 1934, n. 653 
[30] L. 3 luglio 1910, n. 425 
[31] L. 17 luglio 1890, n. 6972 
[32] R.D. 30 dicembre 1923, n. 2841, preambolo: “[…] e le successive modificazioni di essa […] [33] R.D.L. 15 marzo 1923, n. 692 
[34] R.D.L. 29 maggio 1937, n. 1768 
[35] L. 16 luglio 1940, n. 1109 
[36] Torneremo ad approfondire l’argomento delle bonifiche, delle loro conseguenze, della loro attuazione, del loro significato dal punto di vista sociale/economico e così via in un altro articolo 
[37] http://amsacta.unibo.it/2570/1/bonifica.pdf 
[38] Togliatti, Lezioni sul fascismo, Editori Riuniti, Roma, 1972, p.132 
[39] L. 25 giugno 1882, n. 269 
[40] http://siusa.archivi.beniculturali.it/cgi-bin/pagina.pl?TipoPag=profist&Chiave=237 
[41] http://amsacta.unibo.it/2570/1/bonifica.pdf, “La legislazione nazionale” 
[42] Novello, La bonifica in Italia: Legislazione, credito e lotta alla malaria dall'Unità al fascismo, Angeli, Milano, 2003, pp. 14, 198, 217 
[43] L. del 18 maggio 1924, n. 753 
[44] Enciclopedia Italiana – I Appendice, 1938, Serpieri, “Bonifica” 
[45] Franck, Il corporativismo e l’economia dell’Italia fascista, Bollati Boringhieri, Torino, 1990, p. 53 
[46] Castronovo, Storia economica d’Italia, Einaudi, Torino, 2013, p. 193 
[47] Cit. in Ibid, p. 47 
[48] Castronovo, Storia economica cit., p. 194 
[49] De Felice, La conquista del potere, Einaudi, Verona, 2006, p. 397 
[50] Franck, Il corporativismo cit., p. 163 
[51] Ibid, p. 164 
[52] Guérin, Fascismo e gran capitale, Controcorrente, Roma, 1995 
[53] Ibid, p. 400 
[54] Duggan, La mafia durante il fascismo, Rubettino, Soveria Mannelli, 2007, p. 171 
[55] Guérin, Fascismo cit., p. 302 
[56] Duggan, La mafia cit., p. XII 
[57] Ibid,p. 165 
[58] Guérin, Fascismo cit., p. 405 
[59] Ibid, p. 278 sgg. 
[60] Ibid, p. 285 
[61] “Dopo aver spezzato la resistenza proletaria, distrutti i liberi sindacati, eliminata ogni traccia di lotta di classe dalle proprie organizzazioni “operaie”, ridotti i salari al di sotto del minimo vitale, il fascismo deve tentare ancora di dissimulare agli occhi dei lavoratori la vera essenza del regime, che è quella di una dittatura del grande capitale”, in ibid, p. 307 
[62] De Felice, La conquista cit., p. 121 sgg., 399 sgg. 
[63] Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, Laterza, 2005, p. 44 
[64] http://www.treccani.it/enciclopedia/fascismo_(Enciclopedia-delle-scienze-sociali)/; De Felice, La conquista cit., p. 400 
[65] Vedi ad. es. http://www.ilduce.net/operedelfascismo.htm 
[66] http://www.treccani.it/enciclopedia/bilancio-e-finanza-pubblica_(L'Unificazione)/ 
[67] http://www.treccani.it/enciclopedia/sonnino-sidney-costantino-barone/ 
[68] De Felice, La conquista cit., p. 400 
[69] Smith, Mussolini, Rizzoli, Milano, 1981, p. 153-154 
[70] Piero Puricelli nasce a Milano nel 1883. Consegue una laurea in ingegneria e due lauree ad honorem, vantando nel contempo una mirabile carriera 
[71] Smith, Mussolini cit., p. 154 
[72] Cfr De Felice, Mussolini il Rivoluzionario, Einaudi, Verona, 2006 
[73]Badoglio, L’Italia nella seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano, 1946, p. 37 
[74] Gentile, Fascismo cit., p.260 
[75] Shirer, Storia cit., p. 254-55, 283 
[76] Peregalli, Stalinismo, Graphos, Genova, 1993, p. 139; Baykov, Lo sviluppo del sistema economico sovietico, Einaudi, Torino, 1951, p. 231 
[77] Cfr anche De Felice, La conquista cit., p. 397, che parla di una riduzione del numero di disoccupati da 381.968 a 150.449 fra il ’22 e il ’24, risultato senza dubbio notevole che va però considerato tenendo conto dei salari assai magri (cfr nota 40) 
[78] Guarino, I soldi dei vinti, Pellegrini, Cosenza, 2008; numerosi riferimenti al “clima” di corruzione lasciato dal fascismo anche in Woller, I conti con il fascismo, Il Mulino, Bologna 2008
[79] Guarino, I soldi cit., cap. 5 
[80] Ibid, cap. 1 
[81] http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-f462a20b-3c0e-492e- 95a9-1d15e31c0292.html 
[82] Legge 16 giugno 1893, n. 295 
[83] Legge 20 marzo 1910, n. 121 
[84] Legge 4 giugno 1911, n. 487 
[85] Legge 22 novembre 1925, n. 2125 
[86] Legge 4 febbraio 1926, n. 237 
[87] Galeotti, Storia del voto alle donne in Italia, Biblink, Roma, 2006. 
[88] R.D. 1 ottobre 1923, n. 2185, art. 3 
[89] Ibid 
[90] Charnitzky, Scuola e fascismo, La Nuova Italia, Scandicci, 2001, p. 101 
[91] Ibid, p. 112 
[92] Ibid, p. 393 sgg. 
[93] Ibid, p. 394 
[94] Cfr ad es. Ibid, p. 505-506 
[95] Maione, “I costi delle imprese coloniali” in Del Boca, a cura di, Le guerre coloniali del fascismo, Laterza, Bari, 2008, p. 401, tab. 1 
[96] Ibid, p. 402, tab.2.Per il dibattito sulle fonti cfr. pgg. 403 sgg. 
[97] Ibid, p. 412 
[98] Ibid, p. 415-416 
[99] Si parla ad esempio del 5% del bilancio statale per l’impresa libica nel periodo 1911-17, cfr ibid. p. 401, tab.1 
[100] Per un accenno al riguardo vedi De Felice, La conquista cit., p. 466-467; sul consenso suscitato dalla guerra d’Etiopia vedi De Felice, Intervista sul fascismo, Laterza, Bari, 1997, p. 51-52 
[101] Del Boca, “I crimini del colonialismo fascista”, in Del Boca, a cura di, Le guerre cit., p. 234 
[102] Ibid, p. 233 
[103] Ibid, p. 237-238 
[104] Ibid, p. 238 
[105] “[…] Badoglio e Graziani avrebbero comunque vinto la guerra anche senza ricorrere ai gas”, ibid, p. 238 
[106] Mussolini, O.O., vol. 27, p. 307, 312 
[107] Del Boca, Ibid, p. 239 
[108] Ibid, p. 240 
[109] Ibid, p. 241 
[110] Ibid, p. 241-242 
[111] Ibid, p.243, cfr 243 sgg. 
[112] Riguardo le responsabilità di Mussolini cfr ibid, p. 248 sgg. 
[113] Vedi ad es. http://www.butac.it/leggende-urbane-ed-economia-fascista/; http://ceifan.org/bufale_sul_fascismo.htm 
[114] L. 22 luglio 1987, n.318, riportata in http://www.ciclocollection.it/index.php?option=com_content&view=article&id=50:tassa -sui-velocipedi

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12 commenti :

  1. Beh, a quanto ne so io, Mussolini ha firmato i Patti Lateranensi perché la Chiesa le era piuttosto ostile e doveva tenersela buona con un argomento che stava a cuore alla cattolicità, e cioè lo Stato del Vaticano. Si dice che Mussolini abbia addiritura bestemmiato all'uscita del palazzo Lateranense. Sono aperto ad altre opinioni e fonti autorevoli.

    Lorenzo

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  2. Ciao Lorenzo! Una particolarità di Mussolini era il "trasformismo politico", ben utilizzato anche nei confronti della Chiesa. Tempo addietro, quando ancora era all'interno del PSI, egli si era schierato totalmente contro gli ideali cattolici, manifestando un atteggiamento ferocemente anticlericale ed ateo. La definì più volte “grande cadavere”, “lupa cruenta”, “covo di intolleranza” o “sanguisuga”. Soltanto alle elezioni del '19 mutò decisamente posizione capendo che, per riuscire a raccogliere consensi in maniera totale (99%), era necessario non attaccare più la religione professata dalla maggioranza degli italiani ma includerla nel suo grande progetto e mostrarsi quindi aperto ad essa. Da qui l'idea dei Patti Lateranensi e le diverse testimonianze della sua bestemmia, una sorta di sconfitta a livello personale nell'enorme vittoria delle elezioni che lo portarono a instaurare la sua dittatura.

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  3. Mi sembra ottimo segnalare anche ciò che il fascismo ha promosso, evidenziare i pro e i contro va fatto in qualunque articolo e ricerca. Spero che questo commento possa risultare utile dopo la lettura dell'articolo a ogni utente.

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  4. Perché anonimo?

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  5. Ciao! Bravo, bello questo post contro la mistificazione storica. L'introduzione di alcune misure sociali da parte di Mussolini, che qualche utente nei commenti segnala come positive, non giustificano ugualmente la complicità del regime fascista coi rastrellamenti, le deportazioni, i milioni di morti causati dal totalitarismo nero... Continua così, seguirò il tuo blog!

    Guglielmo
    www.ilruggitodellapecora.wordpress.com

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  6. Ciao, ti ringrazio, farò altrettanto con il tuo!

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  7. guardarsi indietro è cronaca o storia, dal presente si passa invece al futuro, è utopia pensare di risolvere o progettare il futuro con il passato. il grosso fardello è progettare il futuro sulle basi che esistono che sono ereditate dai nostri padri, nessuno escluso. Rimurginare sui meriti o non meriti non conduce da nessuna parte.

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  8. A mio avviso non è del tutto vero quel che dici, Roberto. Il futuro si progetta partendo da ciò che è stato. Dimenticarsi delle dittature del 900, dei genocidi, della guerra fredda, ecc equivale a buttare anni di storia nel cestino, ripercorrendo spesso le stesse strade fallimentari senza neanche rendersene conto. Ti cito testualmente un articolo di pochi giorni fa su un altro mio sito personale: "Il dramma moderno, a mio avviso, è proprio la capacità generale di dimenticare il passato. Troppo spesso fatti devastanti sconvolgono la vita di tutti i giorni, eppure la stragrande maggioranza delle persone dimentica come se niente fosse il giorno dopo, la settimana dopo o il mese dopo ciò che è accaduto. Dimenticando il passato, si scordano esperienze e fatti, sotterando quanto di buono e soprattutto di cattivo è stato fatto dagli uomini nel tempo. Dimenticarsi dittature, genocidi, imprese militari così come riforme, rivoluzioni e cultura del tempo passato equivale non solo a regredire mentalmente e a incorrere in errori del passato, ma anche a perdere importanti punti di riferimento della nostra storia passata. E’ come la strada del ritorno con un biglietto di sola andata, prima o poi senza carte geografiche e punti di riferimento fissi si smarrirà la strada futura, tornando indietro senza capire il perché."
    Come dicevano Primo Levi, George Orwell e molti altri, anche secondo me non bisogna mai dimenticare il passato, sarebbe un errore madornale per chi vuole costruire un futuro diverso... e migliore!

    Un saluto!

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  9. Nicola palmisano18 maggio 2016 19:17

    Mancano circa altri 220 punti che sarebbero i reati ed i crimini che il duce ha commesso, tra cui aver causato la morte di centinaia di migliaia di innocenti. Ma per questo ridicolo riscrittore della storia sono dettagli ininfluenti....

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  10. Sinceramente non capisco il motivo di questo tuo attacco, dal momento che in questo articolo viene trattato tutto ciò che il duce avrebbe fatto di buono per l'Italia al fine di destrutturarne il merito e far capire ai lettori che gran parte di ciò che si fa attribuire a lui non è in nessun modo opera sua. Le migliaia di morti e i crimini commessi li conosciamo tutti e inserirli in questa trattazione sarebbe risultato fuori tema e inutile direi...

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  11. @Claudio Pira
    La Gazzetta Ufficiale che contiene il R.D. 653 del 26 aprile 1923
    http://www.icpiazzaforlanini.it/wp-content/uploads/2015/07/Regio-Decreto-4-maggio-1925-n.-653.pdf

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