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venerdì 21 settembre 2018

Il Processo di Norimberga tra accusa e difesa

Il Processo di Norimberga si tenne tra il novembre 1945 e l'ottobre 1946 nel tribunale della città tedesca per giudicare i crimini nazisti durante la seconda guerra mondiale.

Tuttavia, nel corso degli anni è sorto un filone della storiografia occidentale che ha cercato di risolvere alcune questioni legate a questo evento: fu un processo legittimo e corretto? Si bilanciò il rapporto tra accusa e difesa? Furono tenute in considerazione le garanzie di base?


Dopo oltre settant'anni è possibile fare il punto della situazione. Il Tribunale di Norimberga era composto, nel dettaglio, da quattro membri e da quattro sostituti, di modo che fossero presenti due giudici per ciascuna potenza alleata: Lord Geoffrey Lawrence (Gran Bretagna), l'ex procuratore generale Francis Biddle (Usa), il professor Donnedieu de Vabres (Francia), il maggior generale Nikitchenko (Unione sovietica).

Non era consentito indossare distintivi militari, né gli Alleati riconoscevano i gradi tedeschi, perché, in caso contrario, avrebbero dovuto attenersi alla convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra, i quali, pertanto, non avrebbero potuto essere tenuti in isolamento.

All'interno del processo è possibile distinguere due gruppi di imputati: l'uno rappresentato dallo Stato maggiore tedesco; l'altro dai ventiquattro imputati, tra cui i principali erano senza dubbio l'ex Reichsmarschall Hermann Göring - designato fin dal 1939 come possibile successore di Hitler, fino all'arresto per alto tradimento - e il ministro degli Esteri Joachim von Ribbentrop.

Tuttavia, ciò che emerge da uno studio analitico su quello che successe nelle aule del Tribunale di Norimberga tra il 1945 e il 1946 è un sostanziale sbilanciamento dei poteri a favore dell'accusa. In teoria, entrambe le parti - sia l'accusa sia la difesa - dovrebbero perseguire un unico scopo, e cioè scoprire la verità. In questo caso, gli imputati tedeschi furono posti in una condizione di enorme svantaggio.

Si possono elencare alcuni esempi. In primo luogo, non fu concessa pari possibilità di esaminare la documentazione relativa al processo, perché tutto il materiale era stato affidato agli Alleati.

I documenti erano affidati agli Alleati, e nonostante la Corte ordinasse ripetutamente all'accusa di renderli disponibili alla difesa, quando gli avvocati tedeschi cercavano di acquisirli, si sentivano dire che prima dovevano rendere noto ciò che volevano; dal momento che non esistevano indici né altri sistemi per conoscere il contenuto di particolari documenti, raramente essi sapevano cosa chiedere.


Un secondo aspetto rilevante è rappresentato dall'impossibilità di interrogare i testimoni sulle operazioni militari alleate durante il conflitto oppure sui tentativi da parte degli inglesi e dei francesi per convincere l'Unione sovietica ad unirsi alla Grande alleanza.

Inoltre, i procuratori tedeschi non poterono preparare nel dettaglio la difesa fino al momento in cui furono informati delle accuse che li riguardavano; ciò avvenne solamente il 18 e il 19 ottobre: gli avvocati ebbero quindi un mese per prepararsi, dato che le istanze dovevano essere presentate entro l'inizio della discussione, prevista per il 20 novembre 1945.

Infine, è necessario prendere in considerazione tutta una serie di aspetti che coinvolgevano direttamente le forze alleate, in particolare l'Unione sovietica, nei loro rapporti politici e diplomatici con il Terzo Reich.

Il procuratore capo sovietico, generale Rudenko, poté controinterrogare Hans Fritzsche sull'«aggressione tedesca alla Polonia», ma Fritzsche non ebbe il permesso di entrare nei dettagli di un argomento noto a tutti i membri della Corte: il fatto che l'attacco era stato reso possibile, e il suo successo assicurato, dalla firma del patto di non aggressione tra Hitler e Stalin, con le clausole segrete che spartivano la Polonia tra l'Unione sovietica e la Germania.


Di: Guglielmo Motta

Fonte:
Davidson E., Gli imputati di Norimberga. La vera storia dei ventidue fedelissimi di Hitler processati per crimini contro l'umanità, Newton Compton Editori, Roma 2007.

giovedì 20 settembre 2018

Il futuro è sempre esistito: le incredibili previsioni che si sono avverate

Che il mondo in cui viviamo oggi sia frutto di fantasie provenienti dal nostro passato più lontano a noi sembra una normalità, ma quanto normale può sembrarci invece se veniste a scoprire che già nel passato si progettavano robot intelligenti, smartphone con connessione ad internet, mp3 ed auto elettriche?

Attraverso il suo nuovo libro "Il futuro è sempre esistito", lo scrittore Edoardo Poeta, ci spiega come e perché nel passato sono state immaginate moltissime delle invenzioni che al giorno d'oggi costituiscono per noi una normalità. Ecco alcuni esempi:


Una pagina apparentemente innocua del giornale siciliano "Trapani Nuova" reca in realtà un titolo profetico nella pagina dedicata alla cultura già nell'anno 1962: "Secondo tre esperti americani: Nel 2000 i telefoni faranno tutti loro. Leggeremo i giornali attraverso la rete telefonica e potremo anche servircene per operazioni di banca".


Tale notizia, profetica diremmo noi, fu riportata su pochi giornali ed è è stata oggetto di numerose discussioni sul mondo dei social, una volta riscoperta. Follia per gli anni 60 immaginare un dispositivo portatile atto non solo ad effettuare telefonate, ma anche ad effettuare operazioni bancarie (ricordiamoci che lo strumento del bancomat fu messo a disposizione in Italia solo nel 1988!) e a leggere i giornali!

La notizia venne presto dimenticata, forse per il suo carattere fin troppo utopistico, tanto da essere presa "con le pinze" probabilmente dagli stessi scienziati ed esperti italiani... [1]


Sempre parlando di giornali, alcune previsioni degli anni 60 prevedevano per l'imminente futuro una nuova tecnologia in grado di stampare notizie e quotidiani dal proprio telefono di casa. Tale profezia si basava su un tipo di tecnologia datata anche per l'epoca, ovvero l'utilizzo di un fax che trasmetteva i giornali non via cavo, bensì via etere. Tale metodo fu progettato dall'uomo in foto, W.G.H Finch, nel 1938.


Facciamo un salto nel passato ancor più remoto e catapultiamoci nel 1936, in Svezia. Grazie ad alcuni ritagli di giornali, siamo venuti a conoscenza di un vero e proprio robot "intelligente" che addirittura rispondeva al telefono agli iscritti delle liste telefoniche, dando informazioni meteorologiche. La voce del robot in questione fu donata dalla 29enne Signhild Maria Björkman, come anche il giornale stesso scrive. Una tecnologia decisamente all'avanguardia per l'epoca, che avrebbe aperto la strada a nuove sperimentazioni negli anni successivi.[2]


Un'altra incredibile invenzione, che noi tutti conosciamo, è datata gennaio 1958. In questa data infatti, la rivista americana "Popular Science" presentò un apparecchio metallico portatile, che era in grado di riprodurre gli Lp da 33 giri! Si trattava a tutti gli effetti del primo, rudimentale modello di mp3 perfettamente funzionante al mondo!


"Un giorno potrai vedere le auto elettriche circolare - progettate dall'energia del progresso". Questo era l'incredibile titolo comparso sulle svariate inserzioni pubblicitarie della Investor-Owned Electric Light and Power Companies, apparsi nel maggio del 1968 anche sulla rivista Newsweek. Il futuro delle auto elettriche fu ampiamente previsto e progettato ben molti anni prima del nuovo millennio...

Ma le anticipazioni dal passato non finiscono qui! Qui sotto potrete trovare altre previsioni o sperimentazioni che in futuro si sarebbero rivelate geniali ed insostituibili invenzioni:

Garage a scomparsa, sperimentato già nel lontano 1938

Un giorno potrai leggere i giornali e stamparli dal tuo schermo: una bizzarra anticipazione del computer?

Vedere più canali allo stesso tempo su un unico schermo? La prova effettuata nel 1967 da Nordmende aveva fatto sorgere televisori come questi. Un po' rudimentali ma pratici...

"Il futuro diventa presente", così scriveva nel 1964 Bell Telephone in una didascalia di questa immagine che venne pubblicata sul proprio magazine per annunciare l'avvio del servizio commerciale del "picturephone", ovvero il videofono. Tale invenzione fu ampiamente descritta ben due anni prima in Sicilia proprio dalla stessa "Trapani Nuova", quando aveva profetizzato l'uso dei telefoni nel futuro nuovo millennio...


Di: Claudio Pira

Fonti: 
E.Poeta, Il futuro è sempre esistito
[1] Smithsonian Institution
[2] Popular Mechanics

giovedì 13 settembre 2018

Assoluto e scienza: il mistero della storia del cosmo

Immanuel Kant aveva cominciato a parlare di una possibile unione del sapere, aprendo la strada alla fisica speculativa di cui Schelling e Steffens parleranno poi ampliamente. Egli definisce la scienza della natura come la metafisica applicata, assumendo come modello di scienza la fisica matematica di impostazione newtoniana: occorre un riferimento ad un “a priori” di modello sistematico dottrinale.


La riflessione filosofica di Kant è sempre decisa nel sottolineare costantemente il ruolo dell’esperienza, della complessità molteplice del reale, andando a maturare, nel corso degli anni ’80 del Settecento, un interesse crescente per il problema della possibilità di una trattazione scientifica della natura organica. Offre altresì la definizione di puntualizzazione della questione esplicitata nella Kritik der Urteilskraft, edita per la prima volta nel 1790 e conosciuta in Italia come Critica del Giudizio. Occorre però, per uno studio più puntuale, avere delle massime di riferimento a cui poter far fede, onde migliorare la propria conoscenza in termini illuministici e nell’ordine di uno studio prettamente scientifico. Da qui si potranno trovare rapporti di studio tra l’oggetto esaminato e l’ambiente in cui esso si trova.

La riflessione filosofica di Immanuel Kant, in questo senso, interagisce in misura cospicua con il dibattito scientifico dell’area germanica. La concezione del suo pensiero mette in evidenza il ruolo dell’indagine nella fondazione e nello sviluppo della conoscenza scientifica, procedendo all’analisi del mutamento dell’immagine del mondo prodotta dall’evoluzione illuministica a partire da Copernico, Kepler e Galileo Galilei.

In tal senso il filosofo fonda ed esercita una critica della ragione che non si limita a sottoporre le analisi al vaglio dei criteri dell’esperienza delle scienze fondata sull’uso della matematica e sottolinea in ogni occasione di dibattito i limiti della conoscenza umana, estendendo il modello di analisi di Isaac Newton. Si fa dunque interprete di un’esigenza di unità di sistema, tra induzione e deduzione, dall’universale al particolare e viceversa. Le università tedesche oppongono istituzioni irrigidite nella loro arretratezza alla penetrazione e alla diffusione delle varie linee di ricerca presenti nel resto dell’Europa.


Lo scienziato, in tale contesto, continua ad essere di fatto un filosofo naturale e la scienza non cessa di essere letta come una sorta di filosofia naturale, in cui sono però assenti le partizioni tra le varie tipologia di trattazione specialistica, come astronomia, fisica, matematica.

La forma di studi rappresentata ed esaminata può essere considerata il punto di frattura tra natura e spirito, tendenzialmente rifiutata. In alcuni autori, la creazione letteraria è intessuta di immagini, metafore e simboli: si parla di Novalis; Friedrich Schlegel; Ludwig Tieck; Achim von Armin.

L’attività di Hans Christian Ørsted – chimico e fisico danese, scopritore dell’elettromagnetismo al quale è stato dedicato anche un asteroide, il 16853 Orsted - per la diffusione dei temi cruciali della scienza romantica sollevava più di una reazione critica da parte dei lavori scientifici, per esempio, come i lavori di Ritter. Questi ultimi, seppur intrisi di anticipazioni profetiche, erano carenti di un adeguato supporto sperimentale e le reazioni della comunità internazionale si univano alle perplessità di Ørsted stesso circa i connotati totali e mistici assunti dalla concezione dei sostenitori della fisica speculativa di Schelling. Ritter parlava infatti di un galvanismo, ovvero di un rapporto tra la natura e lo spirito vigente, nonché di rapporti stretti tra elettricità e chimismo. Quando giunse però alla scoperta dell’elettromagnetismo, si arrivò ad una svolta positiva riguardo la sua personalità all’interno della comunità scientifica, che finalmente lo accolse.

Friedrich Schelling – idealista tedesco assieme a Fichte ed Hegel, che vede unitario e ideale l’Essere in quanto tale - si fa invece promotore di una visione unitaria dei processi di natura organica e della scienza che ne è possibile, non segnando cesure di sorta alcuna tra organico e inorganico.


Ricollegandosi a Carl Friedrich Kielmeyer – biologo e naturalista di Bebenhausen, vissuto tra il 1765 e il 1844 - Schelling affermava che all’organizzazione del vivente non può bastare una forza di formazione, posseduta anche dalla materia morta, che offre prodotti dunque morti. Afferma che “la disposizione originaria della materia alla organizzazione si trova effettivamente nelle forze formatrici che spettano alla materia come tale, poiché, senza queste forze, non sarebbe pensabile che avesse origine una materia più distinta o distinguibile per figura e coesione. Ma del pari, a causa del fatto che la natura formatrice è dominante nella materia non organica, deve sopravvenirle, nella natura organica, un principio che la sollevi al di sopra della prima.” Si tratta dunque di un principio che non può essere dello stesso tipo di quello che sovraintende ai processi di formazione dell’inorganico in sé.

Questo secondo tipo di principio è dunque l’impulso formativo, nel quale concetto è implicito che “la formazione non si verifichi solo ciecamente, ma che a quanto di necessario si trova in queste forze si aggiunga l’elemento contingente di una influenza esterna che, nel movimento in cui modifica le forze formatrici della materia, le costringe nello stesso tempo a produrre una forma determinata”. In questo senso, la forza diviene impulso formativo, non appena che ai suoi effetti morti si aggiunge qualcosa di contingente, come “l’influenza perturbante d’un principio estraneo”. Questo impulso formativo è pertanto il principio, limitato però dalla ricettività della materia stessa nel processo di creazione. Il medesimo concetto non può essere applicato alla materia determinata, poiché essa è già in atto e viva.

Si può dedurre da tutto ciò l’inizio degli studi scientifici relativi alla nascita ed evoluzione della vita nel pensiero filosofico occidentale.


Di: Anna Maria Vantini

Fonti:
- (a cura di) Paolo Rossi, Storia della scienza moderna e contemporanea. Dall'età romantica alla società industriale, voll. II, TEA, Milano, 2000
- Immanuel Kant, (a cura di) A. Gargiulo, Critica del Giudizio, Editori Laterza, Roma-Bari, 1997
- Thomas Bach, Biologie und Philosophie bei C. F. Kielmeyer und F. W. J. Schelling. Frommann-Holzboog, Stuttgart, 2001
- Friedrich W. Schelling, (a cura di) G. Boffi, Sistema dell’idealismo trascendentale, Bompiani, Milano, 2006
- Dan Ch. Christensen, Hans Christian Orsted: Reading Nature’s Mind, Oxford, 2013

venerdì 7 settembre 2018

Una banca per l'aldilà

L’evoluzione dell’ideologia dell’Ordine dei mendicanti desta sospetto soprattutto riguardo la sua integrità, in pieno Trecento, quando oramai il suo assetto dottrinario risulta ben inserito nel contesto socio-culturale.
Il purismo nei principi, negli usi e nei costumi si rivela corrotto col passare del tempo, ove degenera la matrice pauperistica provocando un nutrito dissenso dall’opinione pubblica all’epoca. La frugalità delle chiese, ora, ostenta l’opulenza di complesse strutture cattedratiche, spesso luogo di sepoltura di casate importanti, che elargivano a tal proposito proventi e donazioni post-portem. Contradditio in terminis per la poetica mendicante che esulava dal possesso di un bene.


La situazione che si verificava era differente dall’assioma pauperistico, infatti spesso, gli appartenenti all’ordine si trovavano a dover gestire patrimoni fondiari ingenti; a tal fine si servivano di confratelli laici che orbitavano nel loro alveo. In alcuni casi specifici i frati erano investiti del ruolo di fedecommissari, attraverso l’amministrazione diretta del fondo pro anima ceduto.
Alla base l’ingenuità del presupposto da parte dei signori mandatari del testamento, i quali confidavano nella salda appartenenza di costoro ad un ordine mendicante, e di conseguenza la garanzia di una gestione del patrimonio in modo irreprensibile.


L’integrità morale, basata sulla carità e l’assenza di venalità e cupidigia, costituiva un valido garante per i testatori privati, di converso la delega a persone di fiducia poteva ordinare i vari patrimoni secondo un impianto moratorio che si focalizzava su una possibile parcellizzazione pro beneficenza. Altro aspetto importante risiedeva nella restituzione delle male ablata, ovvero il recupero delle usure nei testamenti. Purtroppo la situazione reale degenerò comportando un incremento negli abusi e sopraffazioni ad opera di frati, che approfittarono del loro ruolo, ricettando denaro.

Un caso noto fu quello del frate Alberto da Imola, dell’Ordine dei Frati Minori, definito da Boccaccio: “seppe in tal guisa li Viniziani adescare, che egli quasi d’ogni testamento che vi si faceva era fedel commissario e dipositario, e guardatore di denari di molti, confessore e consigliatore quasi della maggior parte degli uomini e delle donne”. “Seguendo il suo modello” diversi confratelli di frate Alberto, complice l’habitus monastico, specularono su beni considerevoli a svantaggio degli indigenti. Questo malcostume scandalizzò l’opinione pubblica e nel 1239 venne sancito il diniego per l’ordine francescano di occuparsi di attività onerose di tal specie. Di contro nel 1292 la provincia della Toscana rivendicava invece la legittimità della loro partecipazione all’esecuzione testamentaria. L’urlo inquisitorio degli Spirituali, capeggiati da Ubertino da Casale, si dibatteva sullo scandalo che investiva l’ordine, stimando questo la causa principale del declino dei francescani. La corsa alla sepoltura dei più ricchi, le richieste onerose di denari, offici mirati alla raccolta di somme con fine di lucro, la pratica abusiva dei legati testamentari.


L’ideale pauperistico fondante dell’ordine mendicante si discostava sempre di più dal “verismo” della sua pratica quotidiana. Stesso schema si riproduceva nel caso dei Predicatori, in merito ai quali fu ribadito il veto in materia di pratiche lucrose e successorie testamentarie.

La situazione normativa diede adito a dubbi e confusioni: era labile il limes entro cui l’attività era considerata consona, viste le frequenti attribuzioni lecite a frati quali legati testamentari, anche se non in prima persona, nel ruolo di consiglieri. Erano investiti potenzialmente di incarichi che spesso degeneravano in stati parossistici del principio alla base. Ad esempio nel caso di ricezione di denaro, deputato a messe o acquisto di beni di primaria necessità. Le cifre dei prospetti spesso venivano gonfiate per comperare arredi ecclesiastici importanti.

Dalla semplicità del prospetto iniziale, l’intento era mutato e l’ordine prediligeva ingenti somme per l’edificazione di costruzioni grandiose, exempla di autorità e prestigio; un inganno di opere per la misericordia, che invece utilizzavano proventi investendoli in opere omnia. A tal proposito si dispiega la predica dell’arcivescovo di Pisa, Federico Visconti, che si appellò a un episodio del Vangelo di Luca per giustificare la legittimità dell’offerta per i lavori di una chiesa, sobillando il suo progetto di ingrandire l’edificio di S. Caterina. Egli narra di come un servo giacesse infermo e fosse stato guarito dal Redentore, poiché il Centurione, suo protettore, fece un offerta per la costruzione della Sinagoga.

E’ così chiaro che l’elemosina data per la fabbrica di una chiesa riesce persino a liberarci dalla morte fisica e ci dà vita; e questo sia detto contro coloro che dicono; non mi va di dare la mia elemosina in tegole e calcina


Di: Costanza Marana

Fonti:
Investimenti per l'aldilà. Arte e raccomandazione dell'anima nel Medioevo, Michele Bacci, Bari, Laterza, 2003
Ordini Mendicanti e coscienza cittadina in Mélanges de l'école française de Rome. Moyen-Age, Temps modernes, Giacomo Todeschini, Tomo 89, n. 2, pp. 657 – 666, 1977

venerdì 31 agosto 2018

Nespresso... What else? La dimenticata storia del caffè

Celeberrima ormai la battuta pronunciata da George Clooney nella pubblicità delle cialde per il caffè. Ma dove nasce questa pianta? Di che si tratta? Quanto spesso se ne parla?


Il caffè fa parte della famiglia delle rubiaceae, un gruppo vastissimo di angiosperme, quindi piante abbastanza comuni. Fino al XIX secolo non era certo il luogo di provenienza del caffè: si ipotizzavano Etiopia, Persia, Yemen addirittura, in particolare nella regione di Mokha – e non per nulla noi usiamo la moka per prepararlo.
Tra le molte leggende, si narra che in Etiopia, nella regione di Caffa, delle pecore scapparono dal loro pastore, Kaldi, andando a mangiare foglie di questa rubianacea: vedendo che diventavano energiche, più vitali, il pastore abbrustolì i semi della pianta per trarne giovamento.
Diffusosi nel XV secolo fino a Damasco, al Cairo, ad Istanbul, si consumava nei luoghi di incontro dell’epoca, come anche piccoli mercati o fiere.

Francis Bacon (1561-1626), ritratto.
Nel 1627, Francis Bacon, in Sylva Silvarum, descrive i luoghi in cui i turchi si ritrovavano per il caffè. Capirono immediatamente gli affari legati al commercio del caffè i veneziani, che divennero presto – nel 1615 – primi importatori: nel 1645 nacquero proprio a Venezia i primi Caffè, frequentatissimi, in cui la bevanda veniva consumata in “chicchere di porcellana”, come si nota nelle testimonianze lasciata dal medico Francesco Redi.

Antico caffè letterario.
Dopo la battaglia di Vienna, l’usanza si diffuse presto in tutta Europa: Vienna; Londra; Parigi, dove una libbra di caffè costava anche 40 scudi.
Nel 1663 in Inghilterra c’erano circa ottanta coffee house, divenute tremila nel 1715. Berlino aprì il primo locale nel 1670, mentre Parigi solo nel 1686.
Presto la tradizione si diffuse oltreoceano, tanto che fu aperto un caffè a Boston nel 1689, il London Coffee House – oggi ancora in auge.

Una coffee house di Boston di oggi. 
La Compagnia olandese delle Indie Orientali prese a coltivare la pianta già alla fine del XVII secolo nella zona di Giava e nel 1720 il capitano Gabriel de Clieu portò la piantina in Martinica, Guadalupa, Giamaica, Cuba e Puerto Rico.
In Brasile, oggi il primo produttore mondiale, arriva solo nel 1727 per il tramite degli olandesi. Un accurato studio del caffè su condotto dal botanico Antoine de Jusseieu, mentre il nome “coffea” fu proposto proprio da Carl Nilsson Linnaeus nel 1737, le cui varietà più diffuse oggi sono “arabica”; “robusta”; “liberica”; “excelsa”, “stenophylla”; “mauritana” e“lacemosa”.

Proprio nei Caffè gli intellettuali vedono il luogo prediletto di riunione per esprimere e discutere con una certa regolarità le proprie tesi di studio: dalle discussioni tra Voltaire e Rousseau a Parigi ai circoli avanguardisti riuniti attorno a Margherita Sarfatti e il gruppo del Novecento.
Oggi abbiamo un’ampia diffusione di tale bevanda: in Italia la variante più gettonata è l’espresso, in Austria il moka, nei Paesi nordici e anglosassoni si predilige il caffè lungo, più ricco di caffeina, che rende perplessi però gli abitanti del Bel Paese. Una celebre battuta di Carlo Pistarino recita infatti

Quando vai all’estero, poi al ritorno non dici “ho visto il Louvre”, “ho visto la torre Eiffel”: dici “com’era brutto il caffè!”. Perché all’estero il caffè lo fanno così lungo, ma così lungo, che per berlo devi uscire fuori dal bar.

Pellegrino Artusi (1820-1911) e una copia del suo testo. 
Potremo altresì cercare nelle fonti letterarie qualche commento relativo ad esso.
Pellegrino Artusi – scrittore, gastronomo e critico letterario italiano del XIX secolo - scrive

V’è chi ritiene il caffè originario della Persia, chi dell’Etiopia e chi dell’Araba Fenice; ma di qualunque posto sia, è certamente una pianta orientale sotto forma di arboscello sempre verde, il cui fusto arriva fino ai quattro o cinque metri.  […] Questa preziosa bibita che diffonde per tutto il corpo un giocoso eccitamento, fu chiamata la bevanda intellettuale, l’amica dei letterati, degli scienziati e dei poeti perché, scuotendo i nervi, rischiara le idee, fa l’immaginazione più viva e più rapido il pensiero. 

Nel testo di Ernesto Ragazzoni, I vincitori, troviamo, in seguito al colloquiare in merito a questioni di guerra attorno alla figura di Napoleone Bonaparte:

Vedel: “Il generale Bonaparte chiede che si mandi a cercare del caffè immediatamente…”. 
Angereau risponde: “Fate dunque veglia di famiglia là dentro… Vi ci vuole del caffè?”
Vedel: “Giù in basso ci sono dei soldati d’ordinanza… Provvedano del caffè… Se non ne provano più qui, corrano in città, sveglino qualche droghiere…” 
Massena: “Ed è Bonaparte che è stato preso da questa furia di caffè?” […] 
Vadel: “Non c’era il caffè… e Bonaparte ha ordinato di mettere anche a soqquadro tutta Cherasco pur di trovarne…”.

 Dilettevole immaginarsi Napoleone Bonaparte in cerca di caffè. Storia effettiva o no, di certo è di sollazzo. Il contesto era trovare quella bevanda per alcuni accordi con il generale De La Tour, per il famoso armistizio di Cherasco.
Camillo Boito, in Senso – testo uscito nel 1883 - riporta delle lettere della contessa Livia e in una, in particolare, dopo una serie di episodi di disperazione in cui la protagonista medita addirittura il suicidio, si legge:

Mi trovai per caso di contro ad una modesta bottega di caffè, e , dopo avere più volte dirato innanzi alla vetrina, parendomi che non ci fosse nessuno, andai a pormi nel canto più lontano e scuro, ordinando qualcosa. Nell’angolo opposto, sdraiati sullo stesso sofà rosso, che circondava la sala vasta, bassa, umida e mezza buia, stavano due militari, fumando e sbadigliando. […] Abbassai il cristallo, e l’ufficiale mi porse qualcosa: era il mio portamonete, dimenticato sulla tavola della bottega da caffè, mentre stavo per pagare.

Che dire, la donna poi non si suicidò e la storia proseguì. Altro ancora si può scovare tra le pagine de La coscienza di Zeno, di Italo Svevo, oppure ne Il monologo del caffè di Eduardo De Filippo.
Bevanda che rinfranca, riappacifica, rincuora, vivacizza e dà energia: ecco perché beviamo ancora il caffè e le variabili oggi sono tantissime, dal numero quasi esagerato: espresso, decaffeinato, in vitro, corto, cortissimo, lungo, decerato, schiumato, corretto, annegato (moka fatta con grappa anziché con acqua), moretta francese, resentin, napoletano, americano (60% in più di acqua), moldavo, alla nocciola, al ginseng, mocaccino (cappuccino e cioccolata calda), marocchino (schiuma di latte, poi caffè e cacao), messicano, in ghiaccio, shakerato, alla turca, doppio lungo, doppio ristretto, corto con scorza d’arancia e.. forse l’elenco è abbastanza lungo per capire che tale bevanda ormai è declinata secondo ogni possibilità e gusto personale. Ci sono una miriade di gusti diversi ormai, citarli tutti potrebbe diventare un’impresa impossibile.


Di: Anna Maria Vantini

Fonti:
- Mark Pendergrast, M. Marconi, Storia del caffè, Odoya, Bologna, 2010
- Roberto Falsoni, Un mondo di caffè. Dalla storia alla degustazione, Grafiche Aurora, Bassone, 2013
- Francis Bacon, Sylva Sylvarum: Or a Natural History in Ten Centuries, Kessinger Publishing, Whitefish, Montana, 2010
- Pellegrino Artusi, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, Edizione del centenario, Giunti Editore, Firenze, 2011
- Ernesto Ragazzoni, Poesie e Prose, Scheiwiller, Milano, 1978
- (a cura di) C. Bertoni, Camillo Boito, Senso, Manni, Lecce, 2015

venerdì 24 agosto 2018

L'oblio della storia di Buffon sull'origine della Terra

Proprio tra il Settecento e l’Ottocento, a seguito del sapere divulgativo enciclopedico dell’età dei Lumi, si fa strada un pensiero volto allo studio delle origini sia dell’uomo che della terra stessa.

Alcuni dei primi studi in questa prospettiva li possiamo trovare in Georges-Louis Leclerc conte di Buffon, che si appassiona dello studio della terra, ovvero della geologia. La prima delle sue opere, Théorie de la Terre, fissa il quadro cosmologico e geologico entro cui si sviluppa la poderosa Histoire naturelle.

Georges-Louis Leclerc conte di Buffon (1707-1788).
La seconda opera, Époques de la nature, contiene alcune tra le pagine più speculative di Buffon, rappresentando quella grande sintesi che, in un certo senso, è l’ambizione di tutta la sua attività. Tornando alla prima opera, ci si trova ancora sotto l’influsso di John Woodward – geologo e naturalista inglese, che studia i benefici delle colture idroponiche e dell’acqua distillata negli ultimi anni del XVII secolo, nonché le rocce e i minerali, creando i prodromi della nascita della geologia – e dell’idea leibniziana di un globo originario di materia incandescente e di un fuoco primitivo poi spento.

Buffon non espone una vera e propria concezione personale della Terra e della sua origine, ma riprende tali studi già presenti, nonché la possibilità che una cometa avesse colpito il Sole scagliando nello spazio una massa fluida dalla quale si erano poi staccati i pianeti.

Un'ipotetica immagine di come potesse presentarsi la Terra primordiale presentata da Buffon.
Tramite questi eventi, il passato della terra poteva dirsi simile al presente: ovvero continua ad orbitare attorno al Sole poiché ad esso doveva la propria origine. Essa rileva una continua ripetizione di fenomeni non significativi: costante, irregolare, lenta, come il continuo flusso e riflusso delle acque che coprono il pianeta e hanno colpito montagne, valli ed altre irregolarità della superficie.
Costante ed irregolare è sempre stata anche l’attività dei vulcani, dei venti, piogge e fiumi: hanno modificato ulteriormente gli effetti dell’oceano originario.


Dal 1766, sotto l’influenza di Jean-Jacques Dortous de Mairan, astronomo francese, Buffon si sottrae alla credenza di un modellamento dovuto ad un oceano primordiale, teoria scientifica nota come nettunismo, dando sempre più importanza al calore proprio della Terra, studiato per l’appunto da Mairan in alcune memorie redatte tra il 1749 ed il 1767.

Tetide o oceano primordiale: l'altra ipotesi del modellamento della Terra. 
Intorno al 1770 è ormai un’opinione corrente che le comete non siano molto dense e che quindi abbiano una scarsa forza d’urto. Nelle Époques, la storia del pianeta è scandita in sette diverse epoche o grandi periodi.
La prima va dalla formazione del sistema solare al consolidamento della materia terrestre; la seconda prevede che

la materia, ormai consolidata, ha formato la roccia interna del globo e le grandi masse vetrificabili della superficie. 

Nella terza epoca, il raffreddamento rende possibile l’accumulo delle acque; la quarta prevede un ritiro delle acque e un loro arresto agli attuali livelli; nella quinta

gli elefanti, gl’ippopotami e gli altri animali del mezzogiorno vanno ad abitare le regioni settentrionali. 

Nella sesta epoca, gli attuali continenti si separano e compaiono i primi esseri umani, mentre nella settima ed ultima

la potenza dell’uomo ha assecondato la potenza della Natura.

In tal modo, le Époques si chiudono con una illuministica esaltazione della ragione umana e dell’uomo creatore.

L’opera è sintesi originale di elementi e temi sparsi nella cultura del tempo, piena di slancio speculativo per poche, grandi idee a cui i fatti sono spesso sottomessi, improntata da un deismo di matrice razionalista e fondato sulla separazione netta di scienza e religione laddove Thomas Burnet, William Whiston – teologo il primo e scienziato il secondo, ambedue di origine britannica - John Woodward e Buffon, seguiti da John Whitehurst, Richard Kirwan – scienziato irlandese e fondatore della Royal Irish Society – e John  Jameson si sono spinti, si cerca di far collimare il racconto geologico con il racconto biblico legato alla tradizione mosaica, considerandolo fonte di testimonianze valide quanto i fenomeni fisici.

Tuttavia, Buffon rifiuta nettamente la cronologia biblica e, come dirà poi l’accusa del teologo gesuita, nonché storico, François-Xavier de Feller, limita l’intervento di Dio al non aver ostacolato la formazione dei pianeti. Le sue teorie non convinsero ancora il mondo accademico, nonostante quest’ultima presa di posizione.

François-Xavier de Feller (1735-1802).
Guettard rimprovera a Buffon di essersi lasciato andare a “brillanti fantasie” e di essere annegato “nel mare oscuro delle idee ipotetiche”, ma l’attività speculativa di Buffon è comunque intrisa di critiche, provenienti anche da Charles Bonnet, filosofo speculativo svizzero del Settecento, che credeva in una volontà singola individuale assistita però dal governo divino; Albrecht von Haller, fisiologo, anatomico e medico, scopritore delle terminazioni nervose e della loro funzione; Lazzaro Spallanzani, gesuita padre “scientifico” della teoria della fecondazione artificiale; Eulero, ovvero Leonhard Euler, teorico matematico.

Il dibattito che poi si dipana tra 1700 e 1800 è proprio quello tra i nettunisti, che attribuiscono una primaria importanza all’acqua in qualità di agente geologico, e i vulcanisti, che privilegiano le cause ignee, mettendo in rilievo il ruolo dei vulcani.

La figura principale del nettunismo è Abraham Gottlob Werner, che sostiene l’importanza del fuoco come elemento modellante il pianeta, studi che vedranno una grande eco in James Hutton. Tra le tante teorie, si sostiene anche che i continenti attuali sono solamente delle formazioni transitorie, considerando dunque il tempo geologico come qualcosa di effettivamente immenso e non misurabile. Non si ha un cambiamento in una direzione unitaria, bensì si tratta di un equilibrio dinamico, stabilito dai continui rivolgimenti sotterranei e da una continua rigenerazione.

Furono poi avanzate anche altre due teorie: il catastrofismo ed il diluvianismo, con personalità di spicco come Cuvier e Buckland. Infine, Charles Lyell nei Principles of Geology, postula il teorema dell’uniformismo: successioni irreversibili caratterizzano la vita della e sulla Terra, come se si vivesse in un unico anno geologico.

In questo senso, il pianeta vedrà nascere ed estinguersi in un unico periodo tutte le specie possibili, animali e vegetali.
Alfred Wegener (1880-1930).
Successivamente, si andranno a trattare in modo più specifico le collisioni tra le proposte di geologia unitaria lyelliana, l’idrologia lamarkiana e tesi di orogenesi, ancora di matrice vulcaniana, di Beaumont, delineando una tettonica globale, i cui studi sfoceranno nella teoria della deriva dei continenti di Alfred Wegener.


Di: Anna Maria Vantini

Fonti:
- (a cura di) Paolo Rossi, Storia della scienza moderna e contemporanea. Dall'età romantica alla società industriale, voll. II, TEA, Milano, 2000
- Buffon George Louis Leclerc, Pezzi scelti di Buffon. O raccolta di quanto i suoi scritti hanno di più perfetto, Presso Sebastiano Nistri, Pisa, 1825
- Buffon George Louis Leclerc, Buffon’s natural history. Containing a full and accurate Description of the animated beings in nature, Milner and Sowerby, Halifax UK, 1860
- Buffon George Louis Leclerc, The Natural History of Animals, Vegetables, and Minerals; With the Theory of the Earth in General, Gale Ecco Print Editions, Michigan, 2010
- P. Giacomoni, Il Laboratorio della Natura. Paesaggio montano e sublime naturale in età moderna, Milano, FrancoAngeli, 2001.
- I. Bernhard Cohen, La rivoluzione nella scienza, Longanesi, Milano, 1995

domenica 19 agosto 2018

Come mandano a quel paese gli inglesi?

Spesso nella naturalezza della vita quotidiana, la memoria popolare custodisce frammenti di storia del linguaggio e della gestualità che a volte con il tempo rischiano di andare perduti se non adeguatamente conservati attraverso la tradizione. Tanto quanto un canto popolare o un modo di dire, anche un gesto,seppure volgare, fa parte di questa conoscenza che ci lega al passato.

Ovviamente, risalire al momento esatto della nascita di un elemento così sfuggevole è molto arduo se non impossibile e raramente gli storici si ritrovano concordi con la datazione temporale di tali fenomeni di massa che seppure pare scontato debbano avere un inizio e spesso si protraggono fino a tempi recenti, non è altrettanto banale il modo in cui sono nati.

In casi come questi, lo storico inoltre, si ritrova spesso sprovvisto di fonti scritte disponendo per la maggiore di quello che la cultura popolare ha deciso capricciosamente di salvare e di condurre fino al presente.

Street Art su un muro di Liverpool

Uno di questi casi è proprio il maleducato gesto delle due dita a "V" rivolte con il dorso della mano verso il proprio interlocutore. Diffuso nelle isole britanniche e in molte delle sue ex colonie, dal Canada all'Australia passando per il Sud Africa, il gesto è un corrispondente del dito medio alzato, quest'ultimo risalente addirittura all'antica Grecia. Ma tornando alle due dita, la sua origine non è chiara e gli storici si trovano in disaccordo.


La teoria principale sull'origine del gesto, risale alla lontana battaglia di Azincourt del 1415, quando inglesi e francesi si combattevano durante la guerra dei cent'anni. Il Re inglese Enrico V pretendeva il titolo del Re francese  Carlo VI e per ottenerlo da buon Re cavaliere quale era, aveva mosso guerra al regno della sponda opposta al canale della Manica. Il segreto della superiorità militare inglese che permetteva a quest'ultimi di vincere battaglie anche in situazioni di forte svantaggio numerico a favore dei nemici francesi, era nell'innovazione tecnologica delle armi a lunga gittata. L'esercito inglese era provvisto di arcieri equipaggiati con un arco lungo costruito con il legno di tasso, albero nativo inglese che forniva al corrispettivo regno la giusta quantità di materiale da sfruttare nella costruzione dell'arco lungo. In conseguenza di ciò, gli arcieri inglesi erano temuti dagli avversari tanto che nelle precedenti battaglie, qualora fossero stati catturati, pare fosse diffusa l'usanza di amputare loro le due dita con le quali si scoccano le frecce: l'indice e il medio.


Per goliardia quindi, gli arcieri inglesi mostravano in guerra le due dita utilizzate per scoccare frecce in modo tale da intimidire e beffarsi del nemico per sottolineare come fossero capaci di tirare con l'arco. Questo gesto quindi, è stato conservato dalla tradizione popolare fino ad oggi come gesto aggressivo e intimidatorio.

Ad ogni modo, l'origine potrebbe in realtà essere collegata addirittura a battaglie antecedenti Anzicourt o ad eventi ancora sconosciuti del nostro passato dato che si trovano testimonianze del gesto delle due dita nel Psalter, un libro di liturgie della chiesa cattolica risalente circa al 1330.

Inoltre, alcuni storici, ritengono addirittura che l'usanza dei francesi di tagliere le dita ai prigionieri inglesi sia solo un mito fantasioso che spiega l'origine del gesto di sfida ma che di storico ha poco e nulla, nonostante siano molte le testimonianze anche risalenti all'età antica nelle quali agli arcieri nemici vengono amputate dita per impedire loro di tirare con l'arco.

Oggi ad ogni modo, ruotando la posizione del gesto e rivolgendo verso se stessi il dorso della mano, le due dita a "V" sono sinonimo di vittoria da quando Winston Churchill durante la Seconda Guerra Mondiale ha deciso di rivoluzionare un gesto per sfruttarlo politicamente a suo favore.

Quale sia la verità è ancora materia di dibattito e mistero a cui forse non si giungerà mai ad una conclusione finale data la carenza di fonti sull'argomento. Nel frattempo però, il lettore si ricordi questo frammento di storia dimenticata quando in viaggio nel Regno Unito vorrà scattare una foto mimando il gesto giusto delle due dita a forma di "V" per vittoria e non per mandare a quel paese gli inglesi!


Di: Cristiano Rimessi

Fonti:
http://web.archive.org/web/20080607024254/http://www.britishshakespearecompany.com/synopsis.html Consultato ultima volta in data 09/08/2018

mercoledì 15 agosto 2018

La storia del dimenticato 'treno della felicità'

Gli anni del dopoguerra, nelle coscienze di tutti impresse rimangono le macerie, i volti smunti e quella luce negli occhi ormai dissipata dalla paura e dal bisogno. Il popolo italiano giunge al crepuscolo di anni di profonde sofferenze e disillusione, trascinando il manto di quel fantoccio impero italiano, logoro e lercio. C'era da ricostruire, c'era da formare, c'era da fare!

In questo incanto di polveri e ceneri sguazzavano allampanate creature figli di un popolo vinto e nonostante tutto vivo e pulsante. Erano gli anni tra il 1945 e il 1952, allorquando un'associazione femminile strettamente collegata al partito comunista, avvalorò la tesi per la quale ci fosse il bisogno di porgere una mano a quelle regioni dai tanti figli e le scarne possibilità, traghettando il prodotto delle loro viscere verso le famiglie delle regioni del nord, laddove avrebbero trovato un, seppur effimero, ristoro.


Bimbi in prestito e famiglie umili pronte a stendere una mano a quelle creature collaterali prepotentemente venute al mondo bramanti l'anelito di quella vita calpestata dalle fulgori della guerra. Vennero a costituirsi quelli che furono definiti "treni della felicità", ma che di felice non avevano altro che l'illusione di un domani migliore. Un'unità d'Italia strettamente concessa da uno stato le cui priorità ben presto sarebbero affiorate agli occhi di tutti calpestando quel miracolo italiano fatto di sudore della fronte e oblio.

In un contesto nel quale gli eco-mostri di cemento vuoti di sostanza e case a buon mercato facilmente deperibili, laddove l'interesse fallace prendeva il sopravvento sui bisogni, costruendo macerie di una società contorta e incapace a leggere gli effettivi bisogni del popolo le cui braccia a buon mercato risultavano asservite all'algida del più forte, s'inserivano i bambini, quegli stessi che popolavano le città deturpate figlie di genitori accartocciati dalla fame. La soluzione parve semplice alla nascente UDI - unione donne italiane - la quale volgendo uno sguardo a quella fame che avrebbe partorito delinquenza per riscatto sociale, promosse una soluzione dubbia seppur efficace.


Nel giro di pochi mesi da Napoli come da Roma, da  Cassino come da alcune città della Calabria e della Sardegna, presero a migrare i bambini in prestito alle famiglie dell'Emilia Romagna e alla sua florida campagna. Molti diranno d'essere stati abbandonati, molti non torneranno nelle loro città e di essi rimarrà il dubbio apparente se questa scelta politica abbia in un qualche modo migliorato la morfologia di uno stato claudicante, immolato al tavolo dei vincenti come il traditore dal cuore buono che recalcitra per sopravvivere, che s'immola per sfuggire all'indegna disfatta. 

Crespellano, cittadina bolognese a tutt'oggi confluita nel comune limitrofo di Valsamoggia, in quell'oggi di se e di ma, ospitava un'umile famiglia, la prima ad adottare temporaneamente un bambino di nome Pasquale, la cui fame lo spingeva a nascondere i maccheroni avanzanti nell'antro delle proprie tasche bucate. Rinato com'era nel ventre di quel treno, ridesto negli umili agi di una vita insperata lui come gli altri 70 mila bambini del sud dell'Italia dagli occhi svampiti dal tempo, accolti e spesso dimenticati. I treni della felicità che attraversavano l'Italia alla cui fermata vi era appunto la povera e allegra felicità di chi accoglie con affetto la miseria degli altri offrendo quel poco più, quel tanto che basta a non patire la fame.


In un'era politica come la nostra laddove si accresce il bisogno di innalzare muri, s'inserisce l'immagine di questi bambini dalle vuote speranze che atterrano le brevi impronte sulla soglia di una porta inesplorata ben accolti dalle braccia di chi appartiene ad un mondo diverso pur se coperto dalla stessa celeste cupola.

Imparare dai vecchi passeggiando su impronte rinsecchite pur se quella politica rispondeva ad un alto lignaggio capace a modo proprio, seppur errando, di trarre soluzioni sfruttando quel gran cuore che apparteneva ad un'Italia smarrita e disillusa eppure dai confini tanto larghi da spalancare le braccia della propria miseria per accogliere e aiutare, permetterebbe alla classe dirigente di oggi di intraprendere un cammino grazie al quale eludere quegli errori che negano il diritto a vivere e a sperare, dissolvendo, di contro, una fiducia debita allo stato sociale. In caso contrario continueremo ad essere figli di un orizzonte vacuo parafrasi di oniriche ambizioni.


Di: Anna Di Fresco

Fonti
Giovanni Rinaldi - I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie - ediesse edizioni -

giovedì 9 agosto 2018

Claudette Colvin: la Rosa Parks che non conosciamo

Tutti conosciamo la storia di Rosa Parks, la sarta afroamericana che nel dicembre 1955, a Montgomery (Alabama), tornando a casa dal lavoro in autobus, si rifiutò di far sedere un passeggero bianco nei posti loro riservati e il cui gesto di protesta darà il là alla grande battaglia per i diritti civili, combattuta in prima linea dagli afroamericani, quali i celeberrimi Martin Luther King e Malcolm X. La vicenda sollecitò la fuoriuscita di quelle tensioni sociali che soggiacevano da troppo e lungo tempo, specialmente nel sud degli Stati Uniti, terra dove la discriminazione razziale aveva raggiunto livelli persecutori.


Rosa Parks ha fatto sicuramente la storia; ha cambiato la visione di tanti afroamericani, costretti alla sottomissione, portandoli ad informarsi e a lottare per i propri diritti, portando alla rinascita di una intera categoria sociale che, da quel momento, si è vista (almeno costituzionalmente, nella vita quotidiana sarà un processo ancora più lungo) garantire per la prima volta il diritto alla cittadinanza con tutti i privilegi politici e non che ne derivano.

La protesta di Rosa Parks non è stata comunque l’unica attiva nel Paese, solo la più celebre. Per questo è essenziale ricordare anche la storia di un’altra donna che, ben nove mesi prima, ha reagito al clima discriminatorio della capitale dell’Alabama, contribuendo a cambiare radicalmente gli eventi futuri. Il suo nome è Claudette Colvin.

Quindicenne residente in uno dei quartieri più poveri di Montgomery, Claudette, ancora studentessa, utilizza spesso i mezzi pubblici per la classica spola casa-scuola. Gli utenti di colore del servizio di trasporto locale non sono nuovi ad atti discriminatori: sono infatti frequenti vessazioni, insulti e aggressioni fisiche; vi è proprio una legge che permette la segregazione razziale a bordo degli autobus nello stato dell’Alabama - gli autobus hanno in pratica posti riservati ai bianchi e ai neri.

È il 2 marzo 1955, Claudette sta tornando a casa dopo una faticosa giornata scolastica, si trova sull’autobus e si siede in uno dei sedili liberi della “zona colorata”. Il  mezzo su cui si trova Claudette è pieno e la regola vigente prevede che, in questa situazione tipo, l’autista può obbligare i passeggeri neri a restare in piedi, riservando i sedili anche della zona colorata ai passeggeri bianchi.
Nuova fermata: sale una donna bianca, e l’autista, come di consuetudine, chiede a Claudette di lasciare libero il posto. L’adolescente però conosce bene i suoi diritti garantiti dalla Costituzione - fa infatti parte del NAACP, National Association for the Advancement of Colored People e del Movimento per i diritti civili nella sua scuola – e si rifiuta categoricamente. Dopo alcune insistenze e senza risultato, l’autista, di fronte alle resistenze della ragazza, decide di contattare la polizia locale che invia immediatamente una volante sul posto: due agenti la trascinano fuori dal mezzo e l’arrestano, dietro le proteste e le grida della giovane che continua ad urlare “It’s my constitutional right!”.


Da questo momento in poi la situazione si complica per l’adolescente. L’arresto porta inevitabilmente al processo con l’accusa di aver violato la legge sulla segregazione,  di aver compito un’aggressione a danno dei due poliziotti e di disturbo della quiete pubblica. Il giudice le sconterà tutti i capi di accusa, tranne quello di aggressione, nonostante molti testimoni giurarono che non vi era stato alcun tipo di colluttazione, anzi: l’aggressione fisica e verbale era stata compiuta piuttosto dalle due guardie ai danni della giovane. La storia giudiziaria di Claudette non si conclude con l’archiviazione del suo caso: nel 1956 sarà infatti una delle cinque querelanti nel processo Browder contro Gayle, che si concluderà con la storica valutazione - pronunciata dalla Corte suprema degli Stati Uniti d’America - come anticostituzionale della legge di segregazione a bordo degli autobus in Alabama, obbligando lo Stato, nel dicembre dello stesso anno, alla sua abrogazione.

Claudette ha cambiato la legge di uno degli stati più razzisti su suolo statunitense: perché quindi non viene ricordata? Perché conosciamo l’episodio di Rosa Parks e non il suo? La domanda trova purtroppo risposta nell’appetibilità mediatica. La giovane adolescente non poteva essere icona per gli adulti - come invece lo sarà Parks - in primis, causa la sua giovane età, ma non solo. La Comunità Nera di Montgomery aveva bisogno di un leader per poter iniziare la protesta, una persona pacata e sicura di ciò che stava facendo e di che cosa avrebbe affrontato. Claudette non era niente di tutto ciò; viene ricordata infatti come una ragazza chiacchierona ed esuberante e inoltre, la giovane - secondo la sua versione raccontata nel celebre saggio di Philip Hoose - sarebbe anche stata messa da parte a causa del fatto che rimase incinta, molto giovane, di un uomo più anziano – un atto screditante per una ragazza dell’epoca.

https://www.spreaker.com/user/riscriverelastoria


Solo recentemente la sua memoria è stata riportata alla luce, in quanto importante testimonianza della battaglia condotta da tutte le donne e uomini afroamericani per la liberazione dalla prigionia sociale cui sono stati costretti, sin dal principio, nella storia degli Stati Uniti.

Per i più curiosi, a questo link Claudette - Police è possibile reperire il documento redatto dalla Polizia di Montgomery all’arresto della giovane.
Consigliamo, infine, la visione di questa breve intervista del 2016 rilasciata dalla protagonista stessa della vicenda, Claudette, oggi una (quasi) ottantenne, che ha dedicato tutta la sua vita alla causa dei diritti civili.




Di: Simona Amadori

Fonti:
Frederick C. Harris, The Price of the Ticket, New York, Oxford University Press, 2016
Randolph Hohle, Black Citizenship and Authenticity in the Civil Rights Movement, New York, Routledge, 2013
Philip Hoose, Claudette Colvin: Twice Toward Justice, Turtleback, (manca luogo di edizione ), 2010
Robin D. G. Kelley, Earl Lewis (edited by), To make our World anew: a History of African Americans from 1880, Vol. II, New York, Oxford University Press, 2005

mercoledì 1 agosto 2018

La fine dell’unità politica dei cattolici

Nel gennaio del 1994 cessò di esistere il partito che dal 1948 era stato il partito di maggioranza relativa e aveva caratterizzato tutta la storia della prima Repubblica. La Dc era in crisi dalla fine degli anni 70 del 1900 e molti storici sostengono che l’inizio del tramonto avvenne per due motivi: la scomparsa di Aldo Moro e il venir meno dell’anticomunismo. La fine della Dc non può essere imputata solo alla fine del collante che era stato l’anticomunismo, ma è da ricercarsi in una crisi più profonda, nell’incapacità di riformismo e di cambiamento all’interno e nella politica di governo.


Negli anni Ottanta, l’affanno della Dc si manifestava sia all’ interno che all’esterno del partito, in preda ad una lotta tra le correnti divise tra di loro da una visione strategica sul futuro; nessuno nascondeva la debolezza di questo partito di correnti senza trovare un accordo sulla ricetta da seguire per risanarlo. Il cercare una possibile soluzione alla crisi interna della Dc venne affidato al nuovo segretario che apparteneva alla sinistra Dc, ovvero Ciriaco De Mita che riuscì solo a rallentare il declino della Dc rispetto alle elezioni del 1983. La nuova formula di governo - il pentapartito - si basava su un’alleanza con i partiti laici e il partito socialista, ma la forte concorrenza tra la Dc di Ciriaco De Mita e il Psi di Craxi portarono a continue crisi di governo e ad un indebolirsi del ruolo della Dc. Si continuò pertanto a privilegiare gruppi di potere e di uomini vicini alla Dc e al Psi. Questa alleanza portò come conseguenze l’isolamento del Pci e il passaggio di molti comuni da giunte di sinistra a giunte guidate dal Pentapartito. Ciriaco De Mita cercò di portare al superamento delle correnti interne della Dc e anche alla regionalizzazione del partito, ma fu un’iniziativa di non facile attuazione. La segreteria De Mita si concluse nel 1989 senza però aver inciso in mondo particolare sulla situazione di difficoltà del partito.


Il XVIII Congresso nazionale della Dc segnò un ritorno alla segreteria di Arnaldo Forlani e l’emergere della sua nuova corrente di Area Popolare, che dovette affrontare diversi problemi nei primi anni Novanta: il rapporto del CAF con la sinistra Dc, la questione dell’esperimento della giunta Orlando a Palermo, e poi a partire dal 1992 la cosiddetta Tangentopoli.
Le tre questioni erano strettamente connesse tra di loro. All’inizio del 1990 finì la gestione unitaria della Dc, la cui causa fu dovuta principalmente alla situazione a Palermo dove il sindaco Leoluca Orlando aveva costituito una Giunta con degli Assessori del Pci lasciando fuori il Psi ed il Psi: quest’ultimo minacciava una crisi a livello nazionale. Alcuni gesuiti si schierarono a favore di Orlando usando anche toni apocalittici invitando a non votare né Dc né Psi alle successive europee. La questione si risolse con le dimissioni l’anno successivo, del sindaco di Palermo e la sua uscita dalla Dc. Tutto ciò aveva innescato un altro problema nel mondo cattolico: all’interno della Cei e tra la Cei e il clero di base, si discuteva in merito al ruolo del partito unico dei cattolici della Dc, che a Nord non godeva più il consenso che aveva da sempre avuto a seguito delle ripercussioni di Tangentopoli.
Nel 1991 si tenne una conferenza ad Assago in cui la Dc cercò di trovare dei punti su cui autoriformarsi. In questa conferenza vennero trattati temi caldi come la degenerazione nella gestione del potere sia in centro che in periferia del sistema politico, ossia una critica al partito come federazione di correnti. Ciò avvenne con la presenza di gran parte della classe dirigente e del gruppo dirigente storico. La conferenza si concluse con l’approvazione di un documento: si trattava della sintesi delle proposte delle sei commissioni di approfondimento in cui si era divisa la conferenza, ed era stato messo a punto dal responsabile della formazione, Gianpaolo D’Andrea. Il documento era stato preventivamente discusso ed approvato nella direzione della Dc e dall’ufficio di segreteria, esso era molto articolato e toccava tutti i punti più critici e criticati nel funzionamento della vita di partito.
A decorrere dal 1992, la situazione della Dc si aggravò ulteriormente, dal momento che la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista Italiano furono tra i partiti più coinvolti in Tangentopoli e la Magistratura scoprì una diffusa corruzione nei partiti e ciò non poteva che provocare il distacco di un elettorato deluso, che comunque, alle elezioni del 1992 diede alla Dc la maggioranza relativa con il 27 %, ma che per la prima volta scese sotto il 30%, e soprattutto al nord, ci fu un passaggio di voti dalla Dc alla Lega Nord .

L’ultimo tentativo di rinnovamento della Dc venne affidato il 12 ottobre 1992 dal Consiglio nazionale su iniziativa di Castagnetti e Bodrato a Mino Martinazzoli, esponente della sinistra non coinvolto in Tangentopoli e per questo ritenuto adatto per risolvere questa questione di enorme complessità. Nello stesso periodo Segni presentò a Roma il movimento dei “Popolari per la riforma”, che mirava ad una riforma elettorale che portasse al bipartitismo che aveva come modello quello Inglese. La Dc di Martinazzoli non discuteva più di alleanze, sostituì la direzione con un organismo formato da dipartimenti che erano stati assegnati ad amici di fiducia, ma erano ben poco rappresentativi del partito e non avevano alcun potere reale. Il tentativo di sostituire la vecchia classe dirigente prevalentemente del sud, con una del centro-nord non portò alcun risultato. La Dc di Martinazzoli, che ormai si presentava senza un chiaro programma, si indebolì ulteriormente quando Rosi Bindi riunì i suoi amici del Veneto e dichiarò la fine della Dc in quella Regione e la formazione di un partito popolare del Veneto. Lo stesso Martinazzoli si fece affidare il mandato per costituire un nuovo soggetto politico in grado di adattarsi alla nuova situazione e al bipolarismo; quindi venne dichiarata estinta l’esperienza della Dc all’Eur alla fine di Luglio del 1993 e venne decretata la fine del sistema confederativo che teneva insieme le correnti.
La Dc alla fine implose non per il venir meno di un collante ideologico o per il venir meno dello spirito confederativo delle Dc divisa diverse correnti, ma a causa di fattori esterni.
Un fattore molto importante nella fine della Dc fu l’introduzione del sistema elettorale maggioritario proposto da Segni, secondo cui contano il numero di seggi vinti e non la percentuale di voti. Tale cambiamento richiedeva una chiara scelta di campo, impedendo quelle mediazioni e compromessi che il sistema proporzionale aveva garantito a lungo alla Democrazia cristiana. Veniva meno la necessità dell’unità politica dei cattolici, che si divisero nelle diverse anime che da sempre avevano caratterizzato il cattolicesimo politico: quella moderata e quella basata e più sensibile ai valori di solidarietà e giustizia sociale. Questo carattere confederativo di correnti e quindi di varie aree di consenso, caratterizzato dalle correnti locali rimase una peculiarità anche dei partiti postdemocristiani per esempio L’Udc in Sicilia e il Ppi in Calabria e Campania.

In questa fase di crisi la Dc si richiama ai nomi di Sturzo, De Gasperi e Moro che ricorrono con una certa frequenza negli interventi e nelle riflessioni dei protagonisti in questo ultimo atto del partito. Il partito della Dc ha lasciato un segno importante nella storia della “prima Repubblica” per tutta la sua lunga storia. La conclusione della parabola di tale partito non deve essere intesa solo come il suo tracollo, ma come il venir meno dell’aspetto federativo tra le correnti che componevano la Dc.


Di: Sunil Sbalchiero
Fonti:
  • Francesco Malgeri, L’Italia democristiana, Gangemi Editore, Roma, 2005
  • (a cura di) Marco Gervasoni, Andrea Ungari, Due repubbliche, Rubbettino, Soveria Manelli, 2014
  • www.storiadc.it ultima consultazione 02/08/2016
  • Giovanni di Capua, Paolo Messa, Dc. Il partito che fece l’Italia, Marsilio, Venezia, 2011
  • Carlo Baccetti, I postdemocristiani, Il Mulino, Bologna, 2007

domenica 29 luglio 2018

Dal paroliberismo al rumorismo: L’avvento del Futurismo

“Marciare non marcire” è stato il monito belligerante della poetica futurista che investì tutti i campi artistici dalla pittura, alla letteratura, alla musica, al teatro, fotografia, cinema. Il sovvertire la retorica e andare oltre il limite dei confini sensoriali rivoluzionò l’habitus artistico, contestualizzandolo in un’ideologia politica interventista.


Un’eterogeneità delle manifestazioni artistiche dove la libertà e il dinamismo regnavano sovrani. Una contaminazione tra i vari generi stilistici come nel caso delle “parolelibere”, delle poesie grafiche, ibride tra scritto e figurativo. Una rivoluzione della sintassi, una volontà di innovazione e di sovversione degli schemi consolidati letterari. Marinetti sosteneva l’epurazione di orpelli linguistici quali aggettivi, avverbi, punteggiatura, utilizzare i verbi solo all’infinito, e “creare parole in libertà”. L’intento era di produrre un nuovo formulario comunicativo, in antitesi a quello tradizionale stagnante, che desse un’impressione di enfasi nell’utilizzarlo.


Frasi che suonavano come precetti, assiomi, nella loro linearità sintattica. “In aeroplano, seduto sul cilindro della benzina, scaldato il ventre dalla testa dell’aviatore, io sentii l’inanità ridicola della vecchia sintassi ereditata da Omero”. Eliminare la metrica tradizionale e portare lo stendardo del “verso libero”. Lo stesso sperimentalismo e desiderio di varcare la frontiera stilistica fu adottato nel campo della musica. Francesco Balilla Pratella con il suo manifesto sdoganerà gli studi musicali dalle costrizioni della retorica estetica. L’incentivo era di dare libero sfogo alla pura fantasia, avulso da dogmi consolidati.


Con maggior ardore e determinatezza questa linea di pensiero fu accolta e approfondita da Luigi Russolo. Costui operò una vera e propria rivoluzione. Realizzò degli strumenti musicali mai esistiti prima, con la conseguente produzione di sonorità sconosciute finora. La complessità della società comportava un cambiamento nel sentire e percepire gli stimoli sensoriali, in questo caso auditivi. Russolo asseriva: “Ci avviciniamo così sempre più al suono-rumore”. Classificava tra suoni e vibrazioni accidentali e suoni creati artificialmente dall’uomo. L’apologia di Russolo del rumore, come suono con la stessa meritocrazia delle altre sonorità consolidate, era basato proprio sul principio che questo richiama alla vita in quanto ne è una pura espressione. L’artista divideva sei famiglie principali di rumori: rombi, fischi, bisbigli, stridori, percussioni e voci. Seguivano i sottoinsiemi come nel caso dei rombi: boati, tonfi ecc. Attraverso la creazione degli “intonarumori”, del rumorarmonio”, dell’arco enarmonico, fornirà l’orchestra futurista degli strumenti per riprodurre e amplificare le sonorità. Il pragmatismo e la concretezza insite nell’ideologia futurista erano delle muse che ispiravano l’arte al reale. Tutto il mondo circostante, dai bagliori luminosi, alle forze centripete, ai fragori rumorosi, costituiva arte, o comunque terreno fertile da cui attingere per creare arte.


Di: Costanza Marana


Fonti:
Futurismo. La prima Avanguardia, Claudia Salaris, Firenze, Giunti Editore, 2009
Le due avanguardie. Dal Futurismo alla Pop art, Maurizio Calvesi, Bari, Laterza, 2008

mercoledì 25 luglio 2018

Il mistero del cuore di Adelchi

Nella vita di Alessandro Manzoni gioca un ruolo fondamentale la conversione al cristianesimo. Fu un fatto totalizzante, che investì profondamente la sua personalità. Scrisse nel 1819 le Osservazioni sulla morale cattolica, con lo scopo di controbattere le tesi esposte da Sismonde de Sismondi - rinomato storico di Ginevra - nella Storia delle repubbliche italiane nel Medio Evo. In questo trattato, Sismondi sosteneva che la morale dei cristiani cattolici era stata la radice della corruzione del costume italiano.

Un ritratto-fotomontaggio raffigurante lo stesso Alessandro Manzoni.
Manzoni controbatte facendo trasparire dalle sue Osservazioni una fiducia assoluta nella religione come fonte di tutto ciò che è buono e vero, definendola il punto di riferimento di ogni qualsivoglia scelta, dalla politica alla spiritualità.

Tale svolta nel carattere di Alessandro Manzoni si rispecchia nella letteratura.
In primo luogo, legge la storia non più attraverso la lente classicista, che vedeva nel mondo romano l'antecedente della modernità e un supremo modello di civiltà, bensì secondo la visione cristiana. Secondo questa concezione, riscopre il Medio Evo cristiano, vera matrice della civiltà moderna, rifiutando altresì l'ottica eroica ed aristotelica che celebra i grandi, i potenti e i vincitori, tralasciando intere masse di individui considerati di minor rilievo. Manzoni sente così la necessità di una rinnovata letteratura che guardi al "vero" dell'uomo, rifiutando il formalismo retorico e l'arte come ornamento stilistico.


In una lettera a Cesare D'Azeglio del 1823 scriverà che i principi che muovono la ricerca letteraria sono "L'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo": in tal modo Manzoni realizza le esigenze di rinnovamento letterario proprie del gruppo romantico.
Interessandosi dunque alle storie dei vinti e del popolo dimenticato dalla grande storia enciclopedica di matrice illuminista ed in obbedienza al culto del vero, scrive due tragedie: Il conte di Carmagnola e Adelchi.

Quest'ultima opera sarà più emblematica per la lettura dei cambiamenti stilistici e tematici adottati dal Manzoni, che afferma, in una lettera a Chauvet, di non voler inventare fatti per adattarvi dei sentimenti, bensì "spiegare ciò che gli uomini hanno sentito, voluto e sofferto, mediante ciò che essi hanno fatto".

Il culto del "vero" va ad escludere anche l'osservanza delle unità aristoteliche di tempo e spazio, in quanto costringerebbero il poeta ad inutili forzature ed esagerazioni. Solo la libertà da regole artificiose, per Alessandro Manzoni, consente la riproduzione della verità storica.
Nell’opera Adelchi (1822) mette dunque in scena il crollo del regno longobardo in Italia nell'VIII secolo, sotto la spinta dei Franchi di Carlo Magno
Nel mentre, si pubblica il saggio storico manzoniano Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia, in cui si narrano le cronache effettive.

In Adelchi si vedono in scena quattro personaggi principali: Desiderio, re dei Longobardi; Adelchi, suo figlio, che sogna la gloria in nobili imprese in un'Italia dominata dalla meschinità e dall'ingiustizia; Ermengarda, sorella di Adelchi - non è verificata la veridicità del nome storico, in quanto non compare nelle cronache a noi giunte, ma effettiva sorella di Adelchi e Gilperga - e moglie di Carlo Magno, che morirà a causa della forte passione che la attanaglia al ripudio da parte de marito; Carlo Magno stesso, che si propone come difesa e garanzia del Papa contro i Longobardi.

Una raffigurazione della morte di Ermengarda, distrutta dal dolore causatole dall'abbandono da parte di Carlo Magno, suo promesso sposo. 
Ciò che sorprende in questo testo, oltre al vero storico, è la forza tragica della contrapposizione tra i personaggi politici - Desiderio e re Carlo - e quelli ideali - Adelchi e Ermengarda. 
Questi ultimi sono inadatti a vivere nel mondo, schiacciati dalle passioni romantiche dei loro animi e cercheranno una soluzione nell'aldilà, letto come via di fuga dalla corruzione terrestre.
Il testo presenta dialoghi carichi di tormento, passioni, emozioni e sfavilla per la scelta accurata dei termini linguistici da parte dell'autore. Manzoni erige dunque Adelchi ad eroe romantico, come tale è anche il fascino in cui si stagliano la figura ed il destino infelice dell'eroe manzoniano, che sarà condannato alla sofferenza e all'infelicità a causa dei suoi medesimi ideali.


Tuttavia, come si nota nell'atto III, egli non è un ribelle come altri personaggi del romanticismo: non sfida il padre, a differenza degli eroi alfieriani, non si occupa di politica, al contrario di Jacopo Ortis - alter ego di Ugo Foscolo - e non si oppone nemmeno a norme civili o alla ragion di Stato.


Il mio cor m'ange, Anfrido: ei mi comanda 
Alte e nobil cose; e la fortuna 
Mi condanna ad inique; e strascinato 
Vo per la via ch'io non mi scelsi, oscura, 
Senza scopo; e il mio cor s'inaridisce,
Come il germe caduto in rio terreno, 
E balzato dal vento.

 (Adelchi, III, 1)

Una raffigurazione medievale di Adelchi in quanto personaggio storico: non ha saputo vincere contro Carlo Magno e la sua casata finirà con lui, un eroe romantico e cristiano, medievale che è passato comunque alla storia, sebbene sia stato sconfitto.
Il rifiuto di Adelchi della contemporaneità che vive si intravede solamente nell'interiorità che balena in qualche sporadico dialogo della tragedia, secondo appunto le norme del cristianesimo medievale, che presupponeva taciti lamenti e dolori soppressi. È una vittima del proprio tempo a tutti gli effetti, quindi si pone come una delle figure che viene prediletta da Manzoni nella rinnovata letteratura: è nella morte il riscatto di un cristiano, poiché attraverso essa ci si può finalmente inoltrare in una dimensione immune dalla degradazione dell'esistenza storica.

Il tipico conflitto romantico tra ideale e reale, nella prospettiva religiosa del Manzoni, si risolve dunque nell'ordine dell'eterno: in una vita nuova gli uomini e le donne del "volgo disperso che nome non ha" troveranno la propria agognata Patria.  


Al pio colono augurio
Di più sereno dì.

(coro atto IV)



Di: Anna Maria Vantini

Fonti:

- A. Manzoni, Adelchi, Garzanti, Milano, 2000
- M. Gorra, Manzoni, Palumbo, Palermo, 1962
- E. Sala Di Felice, Il punto su Manzoni, Laterza, Roma-Bari, 1989
- B. Croce, Alessandro Manzoni. Saggi e discussioni, Laterza, Bari, 1930
- R. Amerio, Alessandro Manzoni filosofo e teologo, Torino, 1958
- A. R. Pupino, Manzoni. Religione e romanzo, Salerno, Roma, 2005
 
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