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domenica 14 ottobre 2018

Jeanne Baret: la prima donna a circumnavigare il globo!

Immaginate un cielo sconfinato immerso in un orizzonte lontano da raggiungere anche solo con l’immaginazione e la prua di un vascello che solca i mari del mondo. Immaginate di respirare quell’aria frizzantina scevra del volere dell’uomo di infiammarla con la brama di potere, libera di librare nei polmoni auspicanti in essa l’essenza di terre sconosciute, di costumi lontani dalla corazza di morale sulla quale si è formata la coscienza. Bene! Ora immaginate di essere una donna francese nata nel 1740 nel villaggio di La Comelle nella regione della Borgogna e per caso di chiamarvi Jeanne Baret. Non ci riuscite? Vero? Bene! E se vi dicessi che questa signorina con un espediente dettato principalmente dall’amore, sfidando la legge che impediva alle donne di fare parte dell’equipaggio di una nave, è stata la prima ad aver circumnavigato il mondo, mi credereste?


Vi parrà paradossale che una donna, orfana per giunta, presumibilmente senza alcuna cultura, possa essere stata investita del ruolo di valletto ed assistente del naturalista Philibert Commerson, al quale più tardi potremmo riferire l’immagine precisa dei fiori della splendida Bougainvillea, e di essere stata ella stessa a raccogliere i vari esemplari di piante da catalogare. Eppure questa storia è vera quanto i giorni che si susseguirono sul suo giovane volto bardato dell’apparenza di un giovanotto eunuco alle dipendenze di uno scienziato zoologo naturalista quale fu il Commerson. Ma facciamo un passo indietro e raccontiamo questa storia dai suoi primordi.


Jeanne entrerà a far parte della vita di Philibert Commerson nell’anno  1760 allorquando fu assunta in qualità di casalinga presso la dimora di quelli che erano una coppia di novelli sposi, ben presto, nell’anno 1762, allietati dalla nascita di un figlio, e allo stesso tempo segnati dalla morte della donna che lo portava in grembo proprio all’atto di metterlo al mondo. Vedovo e disperato Commerson tenne con sé quella giovane sparuta dall’insolita cultura, insegnandole quanto poteva e permettendole di proseguire il suo lavoro di casalinga in quella casa vuota. Dal suo canto, Jeanne continuò a prendersi cura dei residui di quella che era stata una famiglia al culmine della gioia segnata dalla più brutale delle separazioni, e nel mentre credeva d’essere solo il margine di un contorno ben eseguito si ritrovò ad essere innamorata e amante di quell’uomo dallo sguardo profondo e l’intensa sensibilità.


Con  Commerson intraprese una relazione, non del tutto confermata dagli atti ma piuttosto da quanto avvenne nel tempo e nello specifico il parto di un bambino dal parte della Baret nel 1764 dato in adozione poco dopo.  Una storia di devozione e d’intensa intesa, una che spinse la giovane Jeanne a prendersi cura dei problemi di salute dell’amato rubando al tempo le ore pur di servirlo nell’amore e nell’anima.


La nostra avventura inizia nell’anno 1766  il giorno in cui Louis Antoine, conte di Bougainville invitò il  Commerson a partecipare ad una spedizione esplorativa volta alla scoperta di nuove specie di piante nonché di animali in tutto  il globo. Sulle prime, temendo per la propria salute, il Commerson oppose esitazione alla proposta, poi pensò bene di farsi accompagnare da Jeanne in qualità di infermiera e casalinga, dato che la sua posizione implicava il pagamento, da parte delle casse reali, di un servitore, unico impedimento era il sesso di Jeanne dato che la legge dell’epoca non permetteva alle donne di imbarcarsi sulle navi francesi.

Così si formò chiara nella mente l’idea di travestire Jeanne da uomo un espediente che le permise di imbarcarsi sull’Etoile una nave da carico che avrebbe accompagnato la fregata La Boudeuse la quale sarebbe salpata  da  Nantes il 15 novembre 1766. A quel punto Jeanne immischiata nella folla di anime che popolavano quelle imbarcazioni spinse il suo sguardo oltre, in alto verso la volta celeste, ad afferrare quelle stelle devote solo agli spiriti arguti.


Erano mesi che la loro nave solcava i mari del mondo, Jeanne teneva ben stretta nel cuore la voglia di spingersi oltre, lontano dal luogo in cui una donna sarebbe stata fuori posto nei panni di un uomo, per dimostrare a quel cielo la propria essenza spandendo il bagliore di un volto dallo spirito ruggente, uno che la vestiva dei panni di Jean Baret lo sconosciuto valletto che divideva l’alloggio con lo studioso Commerson.  A Rio de Janeiro il 13 giugno del 1767, La Boudeuse e il suo equipaggio si ricongiunsero con  Etoile e fu in quel luogo dalle spiagge bianchissime che Commerson scoprì una pianta splendida dalle foglie ovate appartenente alla famiglia delle Nyctaginaceae caratterizzata da grappoli di piccoli fiori e che presto assunse il nome della più conosciuta Bougainvillea proprio in onore dell’uomo che aveva dato vita a quella straordinaria spedizione, una che implicò non solo la scoperta di generi di piante completamente nuovi, ma anche di specie di animali mai visti prima, come ad esempio lo splendido esemplare di delfino Commerson uno straordinario cefalorinco che Commerson individuò nelle acque che danno verso lo stretto di Magellano nel dicembre dell’anno 1767.


Per giungere al marzo 1768 laddove la spedizione esplorò l’immenso e pericoloso arcipelago delle Tuamotu sito negli atolli della Polinesia Francese, per raggiungere poi il gruppo delle isole del vento sostando  nella piccola isola di Mehetia  per poi approdare, il 2 aprile del 1678, a Tahiti terra che Bougainville chiamò Nuova Citera, rivendicandone la scoperta perché inconsapevole del fatto che di essa era già ben nota l’esistenza grazie all’inglese Samuel Wallis.
Il viaggio proseguiva e assieme ad esso i problemi di salute di Commerson i quali imposero alla giovane di impegnarsi al fine di poter essere braccia mani e occhi dello studioso, il quale ebbe a patire ulcere alla gamba. Baret fu al fianco di Commerson guadagnandosi la stima di molti soprattutto per il coraggio che dimostrò allorquando visitarono nuovamente Montevideo e la Patagonia vincendo la resistenza dei venti sfavorevoli. Jeanne  accompagnò Commerson in ognuna delle escursioni caricando su di sé viveri, raccogliendo per lo studioso esemplari di piante  catalogandoli, e prendendosi cura della  sua gamba dolorante.


Per giungere, come avevamo preannunciato, al 1768 a Tahiti.
Si dice infatti che proprio in quell’occasione  fu scoperto il sesso di Baret.  Commerson e la sua amata accompagnatrice erano sbarcati da poco quando d’un tratto un gruppo di uomini tahitiani circondarono la spaventata Jeanne, sostenendo di avere di fronte una donna e non un uomo. Successivamente, furono analizzate memorie sulla base delle quali si ebbe a scoprire che l’effettivo sesso della giovane fosse stato scoperto molto tempo prima nella nuova Irlanda da un gruppo di inservienti, i quali ne intravidero
l’inconsapevole nudità.


Sulla scoperta di quell’inganno ci sarà a sostegno l’accusa del tahitiano Ahu-toru facente parte  dell’equipaggio,  il quale ebbe da sempre il sospetto della vera identità del giovane e delicato valletto.  Dopo aver attraversato il pacifico, sostarono sull’isola nota come Isle de France data l’importanza per la Francia, dal punto di vista commerciale, del suo porto. Parliamo dell’isola di Mauritius nell'Oceano Indiano, laddove Bougainville rammaricato per l’illecito perpetrato sotto i suoi occhi, fu ben lieto di scoprire che Commerson e la sua giovane aiutante decisero di abbandonare la spedizione per rimanere in qualità di ospiti, nella casa del vecchio amico di Commerson, il botanico  Pierre Poivre.


Baret continuò ad accompagnare lo studioso ovunque egli decidesse di dedicare il suo ingegno di esperto naturalista. Si narra infatti che egli abbia proseguito le sue esplorazioni in Madagascar e sull'isola di Bourbon nel 1770-1772, pur avendo gravi problemi di salute. Jeanne fece in modo di assisterlo e di sostenerlo nel suo viaggio nella vita e di essergli vicina il giorno in cui la perse. Commerson morì alle Mauritius nel febbraio 1773, lasciando alla sua Jeanne ogni suo avere.

Dell’impresa di questa donna e dell’amore che la spinse a vincere ogni paura ne abbiamo testimonianza nelle svariate memorie di quel viaggio che la rendono ai posteri come la prima donna ad aver circumnavigato il globo, impresa che le permise di ottenere un riconoscimento dalla marina tale da permetterle una pensione di 200 livree per la natura del suo ardore.

«Jeanne Barré, grazie ad un travestimento, circumnavigò il globo su uno dei vascelli comandati da de Bougainville. Si dedicò in particolare ad assistere de Commerson, dottore e botanico, e condivise con grande coraggio il lavoro ed i pericoli di costui. Il suo comportamento fu esemplare e de Bougainville gli riconobbe numerosi meriti.... Sua Altezza è stato abbastanza gentile da concedere a questa donna straordinaria una pensione di 200 livree da prelevare dal fondo per invalidi, e questa pensione verrà pagata dall'1 gennaio 1785»


Il suo corpo perse l’alito della vita il 5 agosto 1807 a Saint-Aulaye, nel tramonto di una scenografia che chiude il sipario su di una vita straordinaria come quella di Jeanne Baret, la donna che sfidò la legge del tempo per rimirare la vita attraverso gli occhi degli altri. Perché il mondo esiste solo se di esso gli occhi ne fanno una fotografia, in caso contrario di esso resterebbe solo l'immagine opaca di una vecchia e sdrucita idea.


Di: Anna Di Fresco


Fonti:
Glynis Ridley - The Discovery of Jeanne Baret: A Story of Science, the High Seas, and the First Woman to Circumnavigate the Globe - Random House USA Inc

sabato 6 ottobre 2018

Lo sbarco in Normandia: chi lo voleva e chi lo temeva?

Il D-Day  è passato alla storia come il giorno dello sbarco degli alleati in Normandia durante la seconda guerra mondiale. Nonostante l’acronimo fosse stato già utilizzato in altri contesti militari e disegnasse ogni tipo di operazione bellica d’ingente portata, la fama dello sbarco sul suolo francese ha monopolizzato il nome inducendo chiunque a pensare immediatamente al 6 giugno del 1944 quando gli USA e il Regno Unito, in uno sforzo congiunto,  sbarcarono in Normandia con lo scopo di liberare la Francia dall’occupazione tedesca.

Seppure è comunemente  nota e ampiamente ricordata la vittoria alleata sulle potenze dell’asse, proiettandosi indietro nel tempo in quei infausti giorni il risultato della partita tra Terzo Reich e forze alleate non era affatto scontato. Oggi, il momento dello sbarco è stato rappresentato da molti media e in numerosi modi. Partendo dalla letteratura di settore con la pubblicazione del libro di Cornelius Ryan, “The longest day” , al cinema con la famosa pellicola di Spielberg “Salvate il soldato Ryan” e persino dal mondo videoludico con “Call of Duty WW2” , lo sbarco è entrato nell’immaginario collettivo come gloriosa impresa americana ma ci potrebbero essere alcuni particolari non sufficientemente noti dai più riguardo come si arrivò alla formulazione dell’operazione Neptune.

Lo sbarco in un fotogramma del videogioco Call of Duty
Quando la Francia capitolò nel 1940 e gli inglesi dovettero ritirarsi nella famosa fuga da Dunkerque, nacque immediatamente l’intenzione di un invasione anfibia sul suolo tedesco ma questa non si poté realizzare per mancanza di forze effettive da scagliare contro un nemico ben preparato militarmente come la Germania che aveva sbaragliato ogni tipo di resistenza sul continente europeo. Solo quando Hitler decise di invadere la Russia , sguarnendo in questo modo parte delle truppe stanziate in Europa occidentale, nel  tardo 1941 venne formulato un vero e proprio piano chiamato Roundup per una vera ed effettiva operazione di sbarco. Eppure Winston Churchill, primo ministro inglese, ancora temeva di poter fallire per mancanza di mezzi e truppe adeguati all’impresa mentre d’altro canto, gli Stati Uniti entrati in guerra alla fine del 1941, premevano per l’operazione di sbarco, convinti di poter vincere combinando gli sforzi insieme all’Unione Sovietica che da parte sua, necessitava urgentemente l’apertura di un secondo fronte in Europa. Nonostante nel corso della guerra gli USA riuscirono ad impiegare una forza bellica notevole c’è da ricordare come nel solo 1939 l’esercito statunitense non contava più di 190.000 uomini e solo nel 1942, alla vigilia della sua entrata in guerra raggiunse 1.600.000. Nello stesso momento, la Germania aveva più di 3.760.000 uomini divisi in 270 divisioni mentre la Gran Bretagna non ne contava più di 35.

Ciò nonostante, Roosvelt, il presidente degli Stati Uniti continuò ad insistere per un’operazione di sbarco arrivando a minacciare anche di desistere nello sconfiggere prima la Germania per concentrarsi contro il Giappone. Churchill d’altra parte, temeva una possibile operazione anche in virtù del fallimento della manovra anfibia a Gallipoli contro gli Ottomani durante il primo conflitto mondiale e di cui aveva parte della colpa. Nel frattempo però, gli Alleati si occuparono di sbarcare in nord Africa per combattere lì, su un terreno non completamente occupato dalle forze tedesche. La strategia di Churchill quindi di guadagnare tempo ebbe proseguimento nelle operazioni in Sicilia e poi ad Anzio, dove gli anglo-americani riuscirono a riportare varie vittorie.


Un primo tentativo di attraversamento della manica fu compiuto nel porto francese di Dieppe nel 1942 dove la maggior parte dei soldati alleati e principalmente canadesi furono facilmente sconfitti e respinti verso l’Inghilterra.  Ma il tempo scorreva e gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica non potevano più attendere e mentre Stalin e Roosvelt insistevano, alla fine, durante la conferenza di Tehran nel 1943, Churchill si vide costretto ad accettare l’organizzazione dell’operazione nella primavera del 1944 che slittò in estate per esigenze organizzative.

Considerando le forze in campo da ambo le parti, l’esito dell’operazione era un vero e proprio azzardo che nessun genio militare avrebbe dato per scontato e nonostante l’esitazione di Churchill possa sembrare oggi eccessiva, forse fu in realtà decisiva per permettere soprattutto agli statunitensi di colmare quel mostruoso gap di uomini e mezzi che la Germania aveva guadagnato, risultando infine in una storica battaglia che difficilmente verrà sradicata dalle memorie comuni ma che forse bisognerebbe ricordare e valutare con queste e addirittura più considerazioni per non rischiare di guardare al passato con il cinico occhio del presente che inevitabilmente talvolta, tende a rileggere ogni evento accaduto come un’inevitabile sequenza destinata ad avere un unico esito perché di altri non poteva averne.


Di: Cristiano Rimessi

Fonti:
Operation neptune 1944, D-Day's seaborne armada, Ken Ford, Osprey Pubblishing 2014

mercoledì 26 settembre 2018

La storia di Mafalda di Savoia, principessa morta per mano nazista

Buchenwald è un campo di concentramento tristemente noto a tutti per lo sterminio di numerose persone afferenti a diverse religioni e partiti politici e, come per tutti i campi di concentramento istituiti nel periodo nazista, anche Buchenwald non ci lascia che storie strazianti di dolore e torture, storie che oggi meritano sempre più di essere ricordate, perché, senza memoria storica, l’uomo non è nulla.


Una vicenda legata a questo campo di concentramento colpisce particolarmente l’attenzione. Come ben sappiamo nei lager morivano persone di ogni età, sesso, religione, orientamento sessuale, politico e anche posizione sociale. In questo mattatoio umano, istituito nel 1937 nel bel mezzo della Turingia, a pochi chilometri da Weimar, si è consumata una delle più tristi e terribili tragedie legate anche ad una famiglia reale, quella dei Savoia. Mafalda di Savoia, infatti, troverà la morte ad attenderla proprio tra le colline della Germania centrale.

http://www.riscriverelastoria.com/p/riviste.html

Mafalda nasce a Roma il 19 novembre 1902 come secondogenita del Re Vittorio Emanuele III e della regina Elena di Montenegro. Trascorre un’infanzia molto piacevole e serena tra le residenze di famiglia, ma ama particolarmente Racconigi che sarà infatti la location delle sue nozze con il Principe tedesco Filippo d’Assia.


Il matrimonio fu sin dal principio ostacolato da politici ed ecclesiastici, primi fra tutti Mussolini e il Vaticano, che non vedevano di buon occhio il matrimonio di una Savoia – cattolica - con un langravio tedesco – protestante. Nonostante i primi ostacoli, lo sposalizio ebbe luogo e da questa unione felice e ricercata nacquero ben quattro bambini, amati e circondati da una famiglia calorosa e affettuosa. Come tanti tedeschi, anche Filippo fu ammaliato dal fascino nazista ed entrò a far parte dello Stato Maggiore del Führer, assicurandosi così una maggiore buona posizione sociale e politica; ma neanche questo basterà a salvare la gentile Mafalda, una donna caritatevole ed estremamente sensibile: la donna, infatti, alla notizia della morte di Re Boris III di Bulgaria, consorte della sorella Giovanna di Savoia non esitò un attimo a partire per Sofia, con tutti i rischi che comportava quel viaggio. Bisogna specificare infatti in che periodo storico delicato siamo, uno dei più pericolosi di sempre, soprattutto per i reali che volevano mettersi in viaggio: di regola, alla morte di un parente reale, tutta Casa Savoia si recava ai funerali, ma la morte del regnante ungherese coincise con l’Armistizio – 8 settembre 1943 – che porterà uno scambio di ruoli per gli italiani nello scacchiere del secondo conflitto mondiale. Da alleati, ora i tedeschi erano i nemici contro cui combattere: la mossa non piacque agli ex-alleati che useranno proprio Mafalda per vendicarsi dei Verräter. Muoversi per i reali era diventato quindi particolarmente rischioso.


Vittorio Emanuele III prese l’amara decisione di inviare solo la figlia Mafalda in Bulgaria: sperava che la presenza del genero tra le grazie tedesche e l’arruolamento del nipote nella Wermacht avrebbero dissuaso i nazisti dall’infastidire la donna, quindi il casato. Le aspettative di Vittorio furono ben presto disattese: dopo il funerale, la mattina dell‘8 settembre, Mafalda chiamò Roma per chiedere il permesso di tornare, ma nella telefonata non fu messa al corrente dell’imminente Armistizio, di cui venne a conoscenza solo grazie alla Regina di Romania, quando ormai era in partenza dalla stazione di Sinaia a tarda notte. Mafalda intuì il rischio, ma decise di mettersi comunque in viaggio; il desiderio di ricongiungersi con figli e marito era troppo per poter aspettare in una terra straniera la fine del conflitto. Il viaggio fino a Roma fu ostico e insidioso; raggiunse comunque la capitale con un’amara sorpresa ad attenderla. I suoi familiari, compresi il fratello Umberto – il futuro Re di Maggio – erano scappati a Brindisi; il marito era imprigionato in Germania; i figli, per fortuna, si trovavano sotto la tutela di Monsignor Giovanni Battista Montini – futuro pontefice noto come Paolo VI.


Nell’angosciante situazione riuscì a vedere almeno per l’ultima volta tre dei suoi amati figli, prima di essere catturata dalla Gestapo che – nell’ambito dell’Operazione Abeba - la deportò immediatamente a Buchenwald, sotto il falso nome di Frau Von Weber. Far sapere che la principessa Savoia era stata imprigionata avrebbe potuto scatenare una ribellione nel campo, soprattutto da parte dei prigionieri italiani: assegnata alla baracca n°15, la donna non sopravvisse a lungo in quell’inferno. Nell’agosto del 1944 gli angloamericani bombardarono proprio il lager in cui era rinchiusa, distruggendo anche la sua “dimora” e ustionando gravemente Mafalda. I medici nazisti la ricoverarono immediatamente, ma attesero ben quattro giorni prima di operarla al braccio che riportava gravissime ustioni - probabilmente per farla soffrire. L’agonia di quei giorni si concluse con l’amputazione dell’arto in cancrena e con un intervento chirurgico frettoloso, incurante e ai limiti della sopportazione umana. Nella fase delicata post-operatoria la donna fu definitivamente abbandonata al massimo dolore, senza assistenze né cure da parte del personale medico nazista, portandola alla morte a soli 42 anni, in un caldo giorno d’agosto del 1944.


La sua salma non fu cremata per volere di Padre Joseph Tyl – monaco boemo cattolico dell’ordine degli Agostiniani – ma rinchiusa in una cassa che riportava la dicitura “262 eine unbekannte Frau”. Concluso il conflitto, sette miliari italiani della Regia Marina ed ex-prigionieri di Weimar, a conoscenza della prigionia della Principessa, si recarono nella vicina Buchenwald proprio per cercare la sua salma, a cui apposero una targa identificativa. Il ricordo di Mafalda visse anche e soprattutto dopo la guerra, proprio in quelle persone che ebbero l’onore di incontrarla in quella disgraziata circostanza, primo fra tutti il radiologo italiano Fausto Pecorari, anch’egli internato a Buchenwald che a fine guerra, fu proprio lui a recarsi Roma per informare Casa Savoia sull’accaduto.

Salutatemi tutta l’Italia dalle Alpi, alla Sicilia”, queste furono le ultime parole – così si dice – della principessa Mafalda; uccisa e strappata ai suoi affetti solo per aver un cognome troppo ingombrante in una guerra che non ha risparmiato nessuno e che ha mostrato ai posteri solo il lato più bestiale dell’umanità.


Di: Simona Amadori

Fonti:
Franco Barbini, Margherita Giai, I Savoia. Mille anni di dinastia: storia, biografia e costume, Firenze, Giunti Editore, 2002
Cristina Siccardi, Mafalda di Savoia: dalla reggia al lager di Buchenwald, Torino, Paoline Editoriale Libri, 1999
M. Enrica Magni Bosio, Operazione Abeba. La vera storia di Mafalda di Savoia, Baldissero d'Alba, Umberto Soletti Editore, 2009

venerdì 21 settembre 2018

Il Processo di Norimberga tra accusa e difesa

Il Processo di Norimberga si tenne tra il novembre 1945 e l'ottobre 1946 nel tribunale della città tedesca per giudicare i crimini nazisti durante la seconda guerra mondiale.

Tuttavia, nel corso degli anni è sorto un filone della storiografia occidentale che ha cercato di risolvere alcune questioni legate a questo evento: fu un processo legittimo e corretto? Si bilanciò il rapporto tra accusa e difesa? Furono tenute in considerazione le garanzie di base?


Dopo oltre settant'anni è possibile fare il punto della situazione. Il Tribunale di Norimberga era composto, nel dettaglio, da quattro membri e da quattro sostituti, di modo che fossero presenti due giudici per ciascuna potenza alleata: Lord Geoffrey Lawrence (Gran Bretagna), l'ex procuratore generale Francis Biddle (Usa), il professor Donnedieu de Vabres (Francia), il maggior generale Nikitchenko (Unione sovietica).

Non era consentito indossare distintivi militari, né gli Alleati riconoscevano i gradi tedeschi, perché, in caso contrario, avrebbero dovuto attenersi alla convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra, i quali, pertanto, non avrebbero potuto essere tenuti in isolamento.

All'interno del processo è possibile distinguere due gruppi di imputati: l'uno rappresentato dallo Stato maggiore tedesco; l'altro dai ventiquattro imputati, tra cui i principali erano senza dubbio l'ex Reichsmarschall Hermann Göring - designato fin dal 1939 come possibile successore di Hitler, fino all'arresto per alto tradimento - e il ministro degli Esteri Joachim von Ribbentrop.

Tuttavia, ciò che emerge da uno studio analitico su quello che successe nelle aule del Tribunale di Norimberga tra il 1945 e il 1946 è un sostanziale sbilanciamento dei poteri a favore dell'accusa. In teoria, entrambe le parti - sia l'accusa sia la difesa - dovrebbero perseguire un unico scopo, e cioè scoprire la verità. In questo caso, gli imputati tedeschi furono posti in una condizione di enorme svantaggio.

Si possono elencare alcuni esempi. In primo luogo, non fu concessa pari possibilità di esaminare la documentazione relativa al processo, perché tutto il materiale era stato affidato agli Alleati.

I documenti erano affidati agli Alleati, e nonostante la Corte ordinasse ripetutamente all'accusa di renderli disponibili alla difesa, quando gli avvocati tedeschi cercavano di acquisirli, si sentivano dire che prima dovevano rendere noto ciò che volevano; dal momento che non esistevano indici né altri sistemi per conoscere il contenuto di particolari documenti, raramente essi sapevano cosa chiedere.


Un secondo aspetto rilevante è rappresentato dall'impossibilità di interrogare i testimoni sulle operazioni militari alleate durante il conflitto oppure sui tentativi da parte degli inglesi e dei francesi per convincere l'Unione sovietica ad unirsi alla Grande alleanza.

Inoltre, i procuratori tedeschi non poterono preparare nel dettaglio la difesa fino al momento in cui furono informati delle accuse che li riguardavano; ciò avvenne solamente il 18 e il 19 ottobre: gli avvocati ebbero quindi un mese per prepararsi, dato che le istanze dovevano essere presentate entro l'inizio della discussione, prevista per il 20 novembre 1945.

Infine, è necessario prendere in considerazione tutta una serie di aspetti che coinvolgevano direttamente le forze alleate, in particolare l'Unione sovietica, nei loro rapporti politici e diplomatici con il Terzo Reich.

Il procuratore capo sovietico, generale Rudenko, poté controinterrogare Hans Fritzsche sull'«aggressione tedesca alla Polonia», ma Fritzsche non ebbe il permesso di entrare nei dettagli di un argomento noto a tutti i membri della Corte: il fatto che l'attacco era stato reso possibile, e il suo successo assicurato, dalla firma del patto di non aggressione tra Hitler e Stalin, con le clausole segrete che spartivano la Polonia tra l'Unione sovietica e la Germania.


Di: Guglielmo Motta

Fonte:
Davidson E., Gli imputati di Norimberga. La vera storia dei ventidue fedelissimi di Hitler processati per crimini contro l'umanità, Newton Compton Editori, Roma 2007.

giovedì 20 settembre 2018

Il futuro è sempre esistito: le incredibili previsioni che si sono avverate

Che il mondo in cui viviamo oggi sia frutto di fantasie provenienti dal nostro passato più lontano a noi sembra una normalità, ma quanto normale può sembrarci invece se veniste a scoprire che già nel passato si progettavano robot intelligenti, smartphone con connessione ad internet, mp3 ed auto elettriche?

Attraverso il suo nuovo libro "Il futuro è sempre esistito", lo scrittore Edoardo Poeta, ci spiega come e perché nel passato sono state immaginate moltissime delle invenzioni che al giorno d'oggi costituiscono per noi una normalità. Ecco alcuni esempi:


Una pagina apparentemente innocua del giornale siciliano "Trapani Nuova" reca in realtà un titolo profetico nella pagina dedicata alla cultura già nell'anno 1962: "Secondo tre esperti americani: Nel 2000 i telefoni faranno tutti loro. Leggeremo i giornali attraverso la rete telefonica e potremo anche servircene per operazioni di banca".


Tale notizia, profetica diremmo noi, fu riportata su pochi giornali ed è è stata oggetto di numerose discussioni sul mondo dei social, una volta riscoperta. Follia per gli anni 60 immaginare un dispositivo portatile atto non solo ad effettuare telefonate, ma anche ad effettuare operazioni bancarie (ricordiamoci che lo strumento del bancomat fu messo a disposizione in Italia solo nel 1988!) e a leggere i giornali!

La notizia venne presto dimenticata, forse per il suo carattere fin troppo utopistico, tanto da essere presa "con le pinze" probabilmente dagli stessi scienziati ed esperti italiani... [1]


Sempre parlando di giornali, alcune previsioni degli anni 60 prevedevano per l'imminente futuro una nuova tecnologia in grado di stampare notizie e quotidiani dal proprio telefono di casa. Tale profezia si basava su un tipo di tecnologia datata anche per l'epoca, ovvero l'utilizzo di un fax che trasmetteva i giornali non via cavo, bensì via etere. Tale metodo fu progettato dall'uomo in foto, W.G.H Finch, nel 1938.


Facciamo un salto nel passato ancor più remoto e catapultiamoci nel 1936, in Svezia. Grazie ad alcuni ritagli di giornali, siamo venuti a conoscenza di un vero e proprio robot "intelligente" che addirittura rispondeva al telefono agli iscritti delle liste telefoniche, dando informazioni meteorologiche. La voce del robot in questione fu donata dalla 29enne Signhild Maria Björkman, come anche il giornale stesso scrive. Una tecnologia decisamente all'avanguardia per l'epoca, che avrebbe aperto la strada a nuove sperimentazioni negli anni successivi.[2]


Un'altra incredibile invenzione, che noi tutti conosciamo, è datata gennaio 1958. In questa data infatti, la rivista americana "Popular Science" presentò un apparecchio metallico portatile, che era in grado di riprodurre gli Lp da 33 giri! Si trattava a tutti gli effetti del primo, rudimentale modello di mp3 perfettamente funzionante al mondo!


"Un giorno potrai vedere le auto elettriche circolare - progettate dall'energia del progresso". Questo era l'incredibile titolo comparso sulle svariate inserzioni pubblicitarie della Investor-Owned Electric Light and Power Companies, apparsi nel maggio del 1968 anche sulla rivista Newsweek. Il futuro delle auto elettriche fu ampiamente previsto e progettato ben molti anni prima del nuovo millennio...

Ma le anticipazioni dal passato non finiscono qui! Qui sotto potrete trovare altre previsioni o sperimentazioni che in futuro si sarebbero rivelate geniali ed insostituibili invenzioni:

Garage a scomparsa, sperimentato già nel lontano 1938

Un giorno potrai leggere i giornali e stamparli dal tuo schermo: una bizzarra anticipazione del computer?

Vedere più canali allo stesso tempo su un unico schermo? La prova effettuata nel 1967 da Nordmende aveva fatto sorgere televisori come questi. Un po' rudimentali ma pratici...

"Il futuro diventa presente", così scriveva nel 1964 Bell Telephone in una didascalia di questa immagine che venne pubblicata sul proprio magazine per annunciare l'avvio del servizio commerciale del "picturephone", ovvero il videofono. Tale invenzione fu ampiamente descritta ben due anni prima in Sicilia proprio dalla stessa "Trapani Nuova", quando aveva profetizzato l'uso dei telefoni nel futuro nuovo millennio...


Di: Claudio Pira

Fonti: 
E.Poeta, Il futuro è sempre esistito
[1] Smithsonian Institution
[2] Popular Mechanics

giovedì 13 settembre 2018

Assoluto e scienza: il mistero della storia del cosmo

Immanuel Kant aveva cominciato a parlare di una possibile unione del sapere, aprendo la strada alla fisica speculativa di cui Schelling e Steffens parleranno poi ampliamente. Egli definisce la scienza della natura come la metafisica applicata, assumendo come modello di scienza la fisica matematica di impostazione newtoniana: occorre un riferimento ad un “a priori” di modello sistematico dottrinale.


La riflessione filosofica di Kant è sempre decisa nel sottolineare costantemente il ruolo dell’esperienza, della complessità molteplice del reale, andando a maturare, nel corso degli anni ’80 del Settecento, un interesse crescente per il problema della possibilità di una trattazione scientifica della natura organica. Offre altresì la definizione di puntualizzazione della questione esplicitata nella Kritik der Urteilskraft, edita per la prima volta nel 1790 e conosciuta in Italia come Critica del Giudizio. Occorre però, per uno studio più puntuale, avere delle massime di riferimento a cui poter far fede, onde migliorare la propria conoscenza in termini illuministici e nell’ordine di uno studio prettamente scientifico. Da qui si potranno trovare rapporti di studio tra l’oggetto esaminato e l’ambiente in cui esso si trova.

La riflessione filosofica di Immanuel Kant, in questo senso, interagisce in misura cospicua con il dibattito scientifico dell’area germanica. La concezione del suo pensiero mette in evidenza il ruolo dell’indagine nella fondazione e nello sviluppo della conoscenza scientifica, procedendo all’analisi del mutamento dell’immagine del mondo prodotta dall’evoluzione illuministica a partire da Copernico, Kepler e Galileo Galilei.

In tal senso il filosofo fonda ed esercita una critica della ragione che non si limita a sottoporre le analisi al vaglio dei criteri dell’esperienza delle scienze fondata sull’uso della matematica e sottolinea in ogni occasione di dibattito i limiti della conoscenza umana, estendendo il modello di analisi di Isaac Newton. Si fa dunque interprete di un’esigenza di unità di sistema, tra induzione e deduzione, dall’universale al particolare e viceversa. Le università tedesche oppongono istituzioni irrigidite nella loro arretratezza alla penetrazione e alla diffusione delle varie linee di ricerca presenti nel resto dell’Europa.


Lo scienziato, in tale contesto, continua ad essere di fatto un filosofo naturale e la scienza non cessa di essere letta come una sorta di filosofia naturale, in cui sono però assenti le partizioni tra le varie tipologia di trattazione specialistica, come astronomia, fisica, matematica.

La forma di studi rappresentata ed esaminata può essere considerata il punto di frattura tra natura e spirito, tendenzialmente rifiutata. In alcuni autori, la creazione letteraria è intessuta di immagini, metafore e simboli: si parla di Novalis; Friedrich Schlegel; Ludwig Tieck; Achim von Armin.

L’attività di Hans Christian Ørsted – chimico e fisico danese, scopritore dell’elettromagnetismo al quale è stato dedicato anche un asteroide, il 16853 Orsted - per la diffusione dei temi cruciali della scienza romantica sollevava più di una reazione critica da parte dei lavori scientifici, per esempio, come i lavori di Ritter. Questi ultimi, seppur intrisi di anticipazioni profetiche, erano carenti di un adeguato supporto sperimentale e le reazioni della comunità internazionale si univano alle perplessità di Ørsted stesso circa i connotati totali e mistici assunti dalla concezione dei sostenitori della fisica speculativa di Schelling. Ritter parlava infatti di un galvanismo, ovvero di un rapporto tra la natura e lo spirito vigente, nonché di rapporti stretti tra elettricità e chimismo. Quando giunse però alla scoperta dell’elettromagnetismo, si arrivò ad una svolta positiva riguardo la sua personalità all’interno della comunità scientifica, che finalmente lo accolse.

Friedrich Schelling – idealista tedesco assieme a Fichte ed Hegel, che vede unitario e ideale l’Essere in quanto tale - si fa invece promotore di una visione unitaria dei processi di natura organica e della scienza che ne è possibile, non segnando cesure di sorta alcuna tra organico e inorganico.


Ricollegandosi a Carl Friedrich Kielmeyer – biologo e naturalista di Bebenhausen, vissuto tra il 1765 e il 1844 - Schelling affermava che all’organizzazione del vivente non può bastare una forza di formazione, posseduta anche dalla materia morta, che offre prodotti dunque morti. Afferma che “la disposizione originaria della materia alla organizzazione si trova effettivamente nelle forze formatrici che spettano alla materia come tale, poiché, senza queste forze, non sarebbe pensabile che avesse origine una materia più distinta o distinguibile per figura e coesione. Ma del pari, a causa del fatto che la natura formatrice è dominante nella materia non organica, deve sopravvenirle, nella natura organica, un principio che la sollevi al di sopra della prima.” Si tratta dunque di un principio che non può essere dello stesso tipo di quello che sovraintende ai processi di formazione dell’inorganico in sé.

Questo secondo tipo di principio è dunque l’impulso formativo, nel quale concetto è implicito che “la formazione non si verifichi solo ciecamente, ma che a quanto di necessario si trova in queste forze si aggiunga l’elemento contingente di una influenza esterna che, nel movimento in cui modifica le forze formatrici della materia, le costringe nello stesso tempo a produrre una forma determinata”. In questo senso, la forza diviene impulso formativo, non appena che ai suoi effetti morti si aggiunge qualcosa di contingente, come “l’influenza perturbante d’un principio estraneo”. Questo impulso formativo è pertanto il principio, limitato però dalla ricettività della materia stessa nel processo di creazione. Il medesimo concetto non può essere applicato alla materia determinata, poiché essa è già in atto e viva.

Si può dedurre da tutto ciò l’inizio degli studi scientifici relativi alla nascita ed evoluzione della vita nel pensiero filosofico occidentale.


Di: Anna Maria Vantini

Fonti:
- (a cura di) Paolo Rossi, Storia della scienza moderna e contemporanea. Dall'età romantica alla società industriale, voll. II, TEA, Milano, 2000
- Immanuel Kant, (a cura di) A. Gargiulo, Critica del Giudizio, Editori Laterza, Roma-Bari, 1997
- Thomas Bach, Biologie und Philosophie bei C. F. Kielmeyer und F. W. J. Schelling. Frommann-Holzboog, Stuttgart, 2001
- Friedrich W. Schelling, (a cura di) G. Boffi, Sistema dell’idealismo trascendentale, Bompiani, Milano, 2006
- Dan Ch. Christensen, Hans Christian Orsted: Reading Nature’s Mind, Oxford, 2013

venerdì 7 settembre 2018

Una banca per l'aldilà

L’evoluzione dell’ideologia dell’Ordine dei mendicanti desta sospetto soprattutto riguardo la sua integrità, in pieno Trecento, quando oramai il suo assetto dottrinario risulta ben inserito nel contesto socio-culturale.
Il purismo nei principi, negli usi e nei costumi si rivela corrotto col passare del tempo, ove degenera la matrice pauperistica provocando un nutrito dissenso dall’opinione pubblica all’epoca. La frugalità delle chiese, ora, ostenta l’opulenza di complesse strutture cattedratiche, spesso luogo di sepoltura di casate importanti, che elargivano a tal proposito proventi e donazioni post-portem. Contradditio in terminis per la poetica mendicante che esulava dal possesso di un bene.


La situazione che si verificava era differente dall’assioma pauperistico, infatti spesso, gli appartenenti all’ordine si trovavano a dover gestire patrimoni fondiari ingenti; a tal fine si servivano di confratelli laici che orbitavano nel loro alveo. In alcuni casi specifici i frati erano investiti del ruolo di fedecommissari, attraverso l’amministrazione diretta del fondo pro anima ceduto.
Alla base l’ingenuità del presupposto da parte dei signori mandatari del testamento, i quali confidavano nella salda appartenenza di costoro ad un ordine mendicante, e di conseguenza la garanzia di una gestione del patrimonio in modo irreprensibile.


L’integrità morale, basata sulla carità e l’assenza di venalità e cupidigia, costituiva un valido garante per i testatori privati, di converso la delega a persone di fiducia poteva ordinare i vari patrimoni secondo un impianto moratorio che si focalizzava su una possibile parcellizzazione pro beneficenza. Altro aspetto importante risiedeva nella restituzione delle male ablata, ovvero il recupero delle usure nei testamenti. Purtroppo la situazione reale degenerò comportando un incremento negli abusi e sopraffazioni ad opera di frati, che approfittarono del loro ruolo, ricettando denaro.

Un caso noto fu quello del frate Alberto da Imola, dell’Ordine dei Frati Minori, definito da Boccaccio: “seppe in tal guisa li Viniziani adescare, che egli quasi d’ogni testamento che vi si faceva era fedel commissario e dipositario, e guardatore di denari di molti, confessore e consigliatore quasi della maggior parte degli uomini e delle donne”. “Seguendo il suo modello” diversi confratelli di frate Alberto, complice l’habitus monastico, specularono su beni considerevoli a svantaggio degli indigenti. Questo malcostume scandalizzò l’opinione pubblica e nel 1239 venne sancito il diniego per l’ordine francescano di occuparsi di attività onerose di tal specie. Di contro nel 1292 la provincia della Toscana rivendicava invece la legittimità della loro partecipazione all’esecuzione testamentaria. L’urlo inquisitorio degli Spirituali, capeggiati da Ubertino da Casale, si dibatteva sullo scandalo che investiva l’ordine, stimando questo la causa principale del declino dei francescani. La corsa alla sepoltura dei più ricchi, le richieste onerose di denari, offici mirati alla raccolta di somme con fine di lucro, la pratica abusiva dei legati testamentari.


L’ideale pauperistico fondante dell’ordine mendicante si discostava sempre di più dal “verismo” della sua pratica quotidiana. Stesso schema si riproduceva nel caso dei Predicatori, in merito ai quali fu ribadito il veto in materia di pratiche lucrose e successorie testamentarie.

La situazione normativa diede adito a dubbi e confusioni: era labile il limes entro cui l’attività era considerata consona, viste le frequenti attribuzioni lecite a frati quali legati testamentari, anche se non in prima persona, nel ruolo di consiglieri. Erano investiti potenzialmente di incarichi che spesso degeneravano in stati parossistici del principio alla base. Ad esempio nel caso di ricezione di denaro, deputato a messe o acquisto di beni di primaria necessità. Le cifre dei prospetti spesso venivano gonfiate per comperare arredi ecclesiastici importanti.

Dalla semplicità del prospetto iniziale, l’intento era mutato e l’ordine prediligeva ingenti somme per l’edificazione di costruzioni grandiose, exempla di autorità e prestigio; un inganno di opere per la misericordia, che invece utilizzavano proventi investendoli in opere omnia. A tal proposito si dispiega la predica dell’arcivescovo di Pisa, Federico Visconti, che si appellò a un episodio del Vangelo di Luca per giustificare la legittimità dell’offerta per i lavori di una chiesa, sobillando il suo progetto di ingrandire l’edificio di S. Caterina. Egli narra di come un servo giacesse infermo e fosse stato guarito dal Redentore, poiché il Centurione, suo protettore, fece un offerta per la costruzione della Sinagoga.

E’ così chiaro che l’elemosina data per la fabbrica di una chiesa riesce persino a liberarci dalla morte fisica e ci dà vita; e questo sia detto contro coloro che dicono; non mi va di dare la mia elemosina in tegole e calcina


Di: Costanza Marana

Fonti:
Investimenti per l'aldilà. Arte e raccomandazione dell'anima nel Medioevo, Michele Bacci, Bari, Laterza, 2003
Ordini Mendicanti e coscienza cittadina in Mélanges de l'école française de Rome. Moyen-Age, Temps modernes, Giacomo Todeschini, Tomo 89, n. 2, pp. 657 – 666, 1977

venerdì 31 agosto 2018

Nespresso... What else? La dimenticata storia del caffè

Celeberrima ormai la battuta pronunciata da George Clooney nella pubblicità delle cialde per il caffè. Ma dove nasce questa pianta? Di che si tratta? Quanto spesso se ne parla?


Il caffè fa parte della famiglia delle rubiaceae, un gruppo vastissimo di angiosperme, quindi piante abbastanza comuni. Fino al XIX secolo non era certo il luogo di provenienza del caffè: si ipotizzavano Etiopia, Persia, Yemen addirittura, in particolare nella regione di Mokha – e non per nulla noi usiamo la moka per prepararlo.
Tra le molte leggende, si narra che in Etiopia, nella regione di Caffa, delle pecore scapparono dal loro pastore, Kaldi, andando a mangiare foglie di questa rubianacea: vedendo che diventavano energiche, più vitali, il pastore abbrustolì i semi della pianta per trarne giovamento.
Diffusosi nel XV secolo fino a Damasco, al Cairo, ad Istanbul, si consumava nei luoghi di incontro dell’epoca, come anche piccoli mercati o fiere.

Francis Bacon (1561-1626), ritratto.
Nel 1627, Francis Bacon, in Sylva Silvarum, descrive i luoghi in cui i turchi si ritrovavano per il caffè. Capirono immediatamente gli affari legati al commercio del caffè i veneziani, che divennero presto – nel 1615 – primi importatori: nel 1645 nacquero proprio a Venezia i primi Caffè, frequentatissimi, in cui la bevanda veniva consumata in “chicchere di porcellana”, come si nota nelle testimonianze lasciata dal medico Francesco Redi.

Antico caffè letterario.
Dopo la battaglia di Vienna, l’usanza si diffuse presto in tutta Europa: Vienna; Londra; Parigi, dove una libbra di caffè costava anche 40 scudi.
Nel 1663 in Inghilterra c’erano circa ottanta coffee house, divenute tremila nel 1715. Berlino aprì il primo locale nel 1670, mentre Parigi solo nel 1686.
Presto la tradizione si diffuse oltreoceano, tanto che fu aperto un caffè a Boston nel 1689, il London Coffee House – oggi ancora in auge.

Una coffee house di Boston di oggi. 
La Compagnia olandese delle Indie Orientali prese a coltivare la pianta già alla fine del XVII secolo nella zona di Giava e nel 1720 il capitano Gabriel de Clieu portò la piantina in Martinica, Guadalupa, Giamaica, Cuba e Puerto Rico.
In Brasile, oggi il primo produttore mondiale, arriva solo nel 1727 per il tramite degli olandesi. Un accurato studio del caffè su condotto dal botanico Antoine de Jusseieu, mentre il nome “coffea” fu proposto proprio da Carl Nilsson Linnaeus nel 1737, le cui varietà più diffuse oggi sono “arabica”; “robusta”; “liberica”; “excelsa”, “stenophylla”; “mauritana” e“lacemosa”.

Proprio nei Caffè gli intellettuali vedono il luogo prediletto di riunione per esprimere e discutere con una certa regolarità le proprie tesi di studio: dalle discussioni tra Voltaire e Rousseau a Parigi ai circoli avanguardisti riuniti attorno a Margherita Sarfatti e il gruppo del Novecento.
Oggi abbiamo un’ampia diffusione di tale bevanda: in Italia la variante più gettonata è l’espresso, in Austria il moka, nei Paesi nordici e anglosassoni si predilige il caffè lungo, più ricco di caffeina, che rende perplessi però gli abitanti del Bel Paese. Una celebre battuta di Carlo Pistarino recita infatti

Quando vai all’estero, poi al ritorno non dici “ho visto il Louvre”, “ho visto la torre Eiffel”: dici “com’era brutto il caffè!”. Perché all’estero il caffè lo fanno così lungo, ma così lungo, che per berlo devi uscire fuori dal bar.

Pellegrino Artusi (1820-1911) e una copia del suo testo. 
Potremo altresì cercare nelle fonti letterarie qualche commento relativo ad esso.
Pellegrino Artusi – scrittore, gastronomo e critico letterario italiano del XIX secolo - scrive

V’è chi ritiene il caffè originario della Persia, chi dell’Etiopia e chi dell’Araba Fenice; ma di qualunque posto sia, è certamente una pianta orientale sotto forma di arboscello sempre verde, il cui fusto arriva fino ai quattro o cinque metri.  […] Questa preziosa bibita che diffonde per tutto il corpo un giocoso eccitamento, fu chiamata la bevanda intellettuale, l’amica dei letterati, degli scienziati e dei poeti perché, scuotendo i nervi, rischiara le idee, fa l’immaginazione più viva e più rapido il pensiero. 

Nel testo di Ernesto Ragazzoni, I vincitori, troviamo, in seguito al colloquiare in merito a questioni di guerra attorno alla figura di Napoleone Bonaparte:

Vedel: “Il generale Bonaparte chiede che si mandi a cercare del caffè immediatamente…”. 
Angereau risponde: “Fate dunque veglia di famiglia là dentro… Vi ci vuole del caffè?”
Vedel: “Giù in basso ci sono dei soldati d’ordinanza… Provvedano del caffè… Se non ne provano più qui, corrano in città, sveglino qualche droghiere…” 
Massena: “Ed è Bonaparte che è stato preso da questa furia di caffè?” […] 
Vadel: “Non c’era il caffè… e Bonaparte ha ordinato di mettere anche a soqquadro tutta Cherasco pur di trovarne…”.

 Dilettevole immaginarsi Napoleone Bonaparte in cerca di caffè. Storia effettiva o no, di certo è di sollazzo. Il contesto era trovare quella bevanda per alcuni accordi con il generale De La Tour, per il famoso armistizio di Cherasco.
Camillo Boito, in Senso – testo uscito nel 1883 - riporta delle lettere della contessa Livia e in una, in particolare, dopo una serie di episodi di disperazione in cui la protagonista medita addirittura il suicidio, si legge:

Mi trovai per caso di contro ad una modesta bottega di caffè, e , dopo avere più volte dirato innanzi alla vetrina, parendomi che non ci fosse nessuno, andai a pormi nel canto più lontano e scuro, ordinando qualcosa. Nell’angolo opposto, sdraiati sullo stesso sofà rosso, che circondava la sala vasta, bassa, umida e mezza buia, stavano due militari, fumando e sbadigliando. […] Abbassai il cristallo, e l’ufficiale mi porse qualcosa: era il mio portamonete, dimenticato sulla tavola della bottega da caffè, mentre stavo per pagare.

Che dire, la donna poi non si suicidò e la storia proseguì. Altro ancora si può scovare tra le pagine de La coscienza di Zeno, di Italo Svevo, oppure ne Il monologo del caffè di Eduardo De Filippo.
Bevanda che rinfranca, riappacifica, rincuora, vivacizza e dà energia: ecco perché beviamo ancora il caffè e le variabili oggi sono tantissime, dal numero quasi esagerato: espresso, decaffeinato, in vitro, corto, cortissimo, lungo, decerato, schiumato, corretto, annegato (moka fatta con grappa anziché con acqua), moretta francese, resentin, napoletano, americano (60% in più di acqua), moldavo, alla nocciola, al ginseng, mocaccino (cappuccino e cioccolata calda), marocchino (schiuma di latte, poi caffè e cacao), messicano, in ghiaccio, shakerato, alla turca, doppio lungo, doppio ristretto, corto con scorza d’arancia e.. forse l’elenco è abbastanza lungo per capire che tale bevanda ormai è declinata secondo ogni possibilità e gusto personale. Ci sono una miriade di gusti diversi ormai, citarli tutti potrebbe diventare un’impresa impossibile.


Di: Anna Maria Vantini

Fonti:
- Mark Pendergrast, M. Marconi, Storia del caffè, Odoya, Bologna, 2010
- Roberto Falsoni, Un mondo di caffè. Dalla storia alla degustazione, Grafiche Aurora, Bassone, 2013
- Francis Bacon, Sylva Sylvarum: Or a Natural History in Ten Centuries, Kessinger Publishing, Whitefish, Montana, 2010
- Pellegrino Artusi, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, Edizione del centenario, Giunti Editore, Firenze, 2011
- Ernesto Ragazzoni, Poesie e Prose, Scheiwiller, Milano, 1978
- (a cura di) C. Bertoni, Camillo Boito, Senso, Manni, Lecce, 2015

venerdì 24 agosto 2018

L'oblio della storia di Buffon sull'origine della Terra

Proprio tra il Settecento e l’Ottocento, a seguito del sapere divulgativo enciclopedico dell’età dei Lumi, si fa strada un pensiero volto allo studio delle origini sia dell’uomo che della terra stessa.

Alcuni dei primi studi in questa prospettiva li possiamo trovare in Georges-Louis Leclerc conte di Buffon, che si appassiona dello studio della terra, ovvero della geologia. La prima delle sue opere, Théorie de la Terre, fissa il quadro cosmologico e geologico entro cui si sviluppa la poderosa Histoire naturelle.

Georges-Louis Leclerc conte di Buffon (1707-1788).
La seconda opera, Époques de la nature, contiene alcune tra le pagine più speculative di Buffon, rappresentando quella grande sintesi che, in un certo senso, è l’ambizione di tutta la sua attività. Tornando alla prima opera, ci si trova ancora sotto l’influsso di John Woodward – geologo e naturalista inglese, che studia i benefici delle colture idroponiche e dell’acqua distillata negli ultimi anni del XVII secolo, nonché le rocce e i minerali, creando i prodromi della nascita della geologia – e dell’idea leibniziana di un globo originario di materia incandescente e di un fuoco primitivo poi spento.

Buffon non espone una vera e propria concezione personale della Terra e della sua origine, ma riprende tali studi già presenti, nonché la possibilità che una cometa avesse colpito il Sole scagliando nello spazio una massa fluida dalla quale si erano poi staccati i pianeti.

Un'ipotetica immagine di come potesse presentarsi la Terra primordiale presentata da Buffon.
Tramite questi eventi, il passato della terra poteva dirsi simile al presente: ovvero continua ad orbitare attorno al Sole poiché ad esso doveva la propria origine. Essa rileva una continua ripetizione di fenomeni non significativi: costante, irregolare, lenta, come il continuo flusso e riflusso delle acque che coprono il pianeta e hanno colpito montagne, valli ed altre irregolarità della superficie.
Costante ed irregolare è sempre stata anche l’attività dei vulcani, dei venti, piogge e fiumi: hanno modificato ulteriormente gli effetti dell’oceano originario.


Dal 1766, sotto l’influenza di Jean-Jacques Dortous de Mairan, astronomo francese, Buffon si sottrae alla credenza di un modellamento dovuto ad un oceano primordiale, teoria scientifica nota come nettunismo, dando sempre più importanza al calore proprio della Terra, studiato per l’appunto da Mairan in alcune memorie redatte tra il 1749 ed il 1767.

Tetide o oceano primordiale: l'altra ipotesi del modellamento della Terra. 
Intorno al 1770 è ormai un’opinione corrente che le comete non siano molto dense e che quindi abbiano una scarsa forza d’urto. Nelle Époques, la storia del pianeta è scandita in sette diverse epoche o grandi periodi.
La prima va dalla formazione del sistema solare al consolidamento della materia terrestre; la seconda prevede che

la materia, ormai consolidata, ha formato la roccia interna del globo e le grandi masse vetrificabili della superficie. 

Nella terza epoca, il raffreddamento rende possibile l’accumulo delle acque; la quarta prevede un ritiro delle acque e un loro arresto agli attuali livelli; nella quinta

gli elefanti, gl’ippopotami e gli altri animali del mezzogiorno vanno ad abitare le regioni settentrionali. 

Nella sesta epoca, gli attuali continenti si separano e compaiono i primi esseri umani, mentre nella settima ed ultima

la potenza dell’uomo ha assecondato la potenza della Natura.

In tal modo, le Époques si chiudono con una illuministica esaltazione della ragione umana e dell’uomo creatore.

L’opera è sintesi originale di elementi e temi sparsi nella cultura del tempo, piena di slancio speculativo per poche, grandi idee a cui i fatti sono spesso sottomessi, improntata da un deismo di matrice razionalista e fondato sulla separazione netta di scienza e religione laddove Thomas Burnet, William Whiston – teologo il primo e scienziato il secondo, ambedue di origine britannica - John Woodward e Buffon, seguiti da John Whitehurst, Richard Kirwan – scienziato irlandese e fondatore della Royal Irish Society – e John  Jameson si sono spinti, si cerca di far collimare il racconto geologico con il racconto biblico legato alla tradizione mosaica, considerandolo fonte di testimonianze valide quanto i fenomeni fisici.

Tuttavia, Buffon rifiuta nettamente la cronologia biblica e, come dirà poi l’accusa del teologo gesuita, nonché storico, François-Xavier de Feller, limita l’intervento di Dio al non aver ostacolato la formazione dei pianeti. Le sue teorie non convinsero ancora il mondo accademico, nonostante quest’ultima presa di posizione.

François-Xavier de Feller (1735-1802).
Guettard rimprovera a Buffon di essersi lasciato andare a “brillanti fantasie” e di essere annegato “nel mare oscuro delle idee ipotetiche”, ma l’attività speculativa di Buffon è comunque intrisa di critiche, provenienti anche da Charles Bonnet, filosofo speculativo svizzero del Settecento, che credeva in una volontà singola individuale assistita però dal governo divino; Albrecht von Haller, fisiologo, anatomico e medico, scopritore delle terminazioni nervose e della loro funzione; Lazzaro Spallanzani, gesuita padre “scientifico” della teoria della fecondazione artificiale; Eulero, ovvero Leonhard Euler, teorico matematico.

Il dibattito che poi si dipana tra 1700 e 1800 è proprio quello tra i nettunisti, che attribuiscono una primaria importanza all’acqua in qualità di agente geologico, e i vulcanisti, che privilegiano le cause ignee, mettendo in rilievo il ruolo dei vulcani.

La figura principale del nettunismo è Abraham Gottlob Werner, che sostiene l’importanza del fuoco come elemento modellante il pianeta, studi che vedranno una grande eco in James Hutton. Tra le tante teorie, si sostiene anche che i continenti attuali sono solamente delle formazioni transitorie, considerando dunque il tempo geologico come qualcosa di effettivamente immenso e non misurabile. Non si ha un cambiamento in una direzione unitaria, bensì si tratta di un equilibrio dinamico, stabilito dai continui rivolgimenti sotterranei e da una continua rigenerazione.

Furono poi avanzate anche altre due teorie: il catastrofismo ed il diluvianismo, con personalità di spicco come Cuvier e Buckland. Infine, Charles Lyell nei Principles of Geology, postula il teorema dell’uniformismo: successioni irreversibili caratterizzano la vita della e sulla Terra, come se si vivesse in un unico anno geologico.

In questo senso, il pianeta vedrà nascere ed estinguersi in un unico periodo tutte le specie possibili, animali e vegetali.
Alfred Wegener (1880-1930).
Successivamente, si andranno a trattare in modo più specifico le collisioni tra le proposte di geologia unitaria lyelliana, l’idrologia lamarkiana e tesi di orogenesi, ancora di matrice vulcaniana, di Beaumont, delineando una tettonica globale, i cui studi sfoceranno nella teoria della deriva dei continenti di Alfred Wegener.


Di: Anna Maria Vantini

Fonti:
- (a cura di) Paolo Rossi, Storia della scienza moderna e contemporanea. Dall'età romantica alla società industriale, voll. II, TEA, Milano, 2000
- Buffon George Louis Leclerc, Pezzi scelti di Buffon. O raccolta di quanto i suoi scritti hanno di più perfetto, Presso Sebastiano Nistri, Pisa, 1825
- Buffon George Louis Leclerc, Buffon’s natural history. Containing a full and accurate Description of the animated beings in nature, Milner and Sowerby, Halifax UK, 1860
- Buffon George Louis Leclerc, The Natural History of Animals, Vegetables, and Minerals; With the Theory of the Earth in General, Gale Ecco Print Editions, Michigan, 2010
- P. Giacomoni, Il Laboratorio della Natura. Paesaggio montano e sublime naturale in età moderna, Milano, FrancoAngeli, 2001.
- I. Bernhard Cohen, La rivoluzione nella scienza, Longanesi, Milano, 1995

domenica 19 agosto 2018

Come mandano a quel paese gli inglesi?

Spesso nella naturalezza della vita quotidiana, la memoria popolare custodisce frammenti di storia del linguaggio e della gestualità che a volte con il tempo rischiano di andare perduti se non adeguatamente conservati attraverso la tradizione. Tanto quanto un canto popolare o un modo di dire, anche un gesto,seppure volgare, fa parte di questa conoscenza che ci lega al passato.

Ovviamente, risalire al momento esatto della nascita di un elemento così sfuggevole è molto arduo se non impossibile e raramente gli storici si ritrovano concordi con la datazione temporale di tali fenomeni di massa che seppure pare scontato debbano avere un inizio e spesso si protraggono fino a tempi recenti, non è altrettanto banale il modo in cui sono nati.

In casi come questi, lo storico inoltre, si ritrova spesso sprovvisto di fonti scritte disponendo per la maggiore di quello che la cultura popolare ha deciso capricciosamente di salvare e di condurre fino al presente.

Street Art su un muro di Liverpool

Uno di questi casi è proprio il maleducato gesto delle due dita a "V" rivolte con il dorso della mano verso il proprio interlocutore. Diffuso nelle isole britanniche e in molte delle sue ex colonie, dal Canada all'Australia passando per il Sud Africa, il gesto è un corrispondente del dito medio alzato, quest'ultimo risalente addirittura all'antica Grecia. Ma tornando alle due dita, la sua origine non è chiara e gli storici si trovano in disaccordo.


La teoria principale sull'origine del gesto, risale alla lontana battaglia di Azincourt del 1415, quando inglesi e francesi si combattevano durante la guerra dei cent'anni. Il Re inglese Enrico V pretendeva il titolo del Re francese  Carlo VI e per ottenerlo da buon Re cavaliere quale era, aveva mosso guerra al regno della sponda opposta al canale della Manica. Il segreto della superiorità militare inglese che permetteva a quest'ultimi di vincere battaglie anche in situazioni di forte svantaggio numerico a favore dei nemici francesi, era nell'innovazione tecnologica delle armi a lunga gittata. L'esercito inglese era provvisto di arcieri equipaggiati con un arco lungo costruito con il legno di tasso, albero nativo inglese che forniva al corrispettivo regno la giusta quantità di materiale da sfruttare nella costruzione dell'arco lungo. In conseguenza di ciò, gli arcieri inglesi erano temuti dagli avversari tanto che nelle precedenti battaglie, qualora fossero stati catturati, pare fosse diffusa l'usanza di amputare loro le due dita con le quali si scoccano le frecce: l'indice e il medio.


Per goliardia quindi, gli arcieri inglesi mostravano in guerra le due dita utilizzate per scoccare frecce in modo tale da intimidire e beffarsi del nemico per sottolineare come fossero capaci di tirare con l'arco. Questo gesto quindi, è stato conservato dalla tradizione popolare fino ad oggi come gesto aggressivo e intimidatorio.

Ad ogni modo, l'origine potrebbe in realtà essere collegata addirittura a battaglie antecedenti Anzicourt o ad eventi ancora sconosciuti del nostro passato dato che si trovano testimonianze del gesto delle due dita nel Psalter, un libro di liturgie della chiesa cattolica risalente circa al 1330.

Inoltre, alcuni storici, ritengono addirittura che l'usanza dei francesi di tagliere le dita ai prigionieri inglesi sia solo un mito fantasioso che spiega l'origine del gesto di sfida ma che di storico ha poco e nulla, nonostante siano molte le testimonianze anche risalenti all'età antica nelle quali agli arcieri nemici vengono amputate dita per impedire loro di tirare con l'arco.

Oggi ad ogni modo, ruotando la posizione del gesto e rivolgendo verso se stessi il dorso della mano, le due dita a "V" sono sinonimo di vittoria da quando Winston Churchill durante la Seconda Guerra Mondiale ha deciso di rivoluzionare un gesto per sfruttarlo politicamente a suo favore.

Quale sia la verità è ancora materia di dibattito e mistero a cui forse non si giungerà mai ad una conclusione finale data la carenza di fonti sull'argomento. Nel frattempo però, il lettore si ricordi questo frammento di storia dimenticata quando in viaggio nel Regno Unito vorrà scattare una foto mimando il gesto giusto delle due dita a forma di "V" per vittoria e non per mandare a quel paese gli inglesi!


Di: Cristiano Rimessi

Fonti:
http://web.archive.org/web/20080607024254/http://www.britishshakespearecompany.com/synopsis.html Consultato ultima volta in data 09/08/2018
 
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