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martedì 17 aprile 2018

'Dove non c'è legge, non c'è libertà' (J.L.)

I principi politici di John Locke (1632-1704) - considerato il padre del liberalismo classico -dipendono da due tesi fondamentali: la società politica è istituita per patto dagli individui e deve essere funzionale ai loro interessi e soltanto un governo regolato dal consenso del popolo e limitato dai diritti degli individui è considerato prettamente legittimo.

Occorre riuscire anche a connubiare correttamente soggetti morali e razionali per una migliore percezione e filosofica e dottrinale. In questa prospettiva si parla di criteri che legittimano il potere politico stesso e si criticano le forme e gli esercizi arbitrari secondo i quali istituirlo. Il filosofo inglese esamina pedissequamente il processo che costituisce il legislativo e gli altri poteri del governo, ovvero l’esecutivo e il giudiziario. Il potere che il popolo conserva è di controllare in ultima istanza l’attività stessa del governo, destituendolo se guastato dall’interno o dall’esterno onde crearne uno migliore. Il popolo deve vagliare anche le basi e i limiti dell’obbligo politico degli individui, il diritto di resistenza se inciampa nello stato di guerra e le condizioni dell’esercizio stesso di tali prerogative.

John Locke (1632-1704)

Per prima cosa Locke distingue la società e il potere politico da altre forme di governo e sfere di azioni ponendosi già nell’ottica del liberalismo. Postula quindi che l’unione e l’autorità politica siano compatibili con la libertà e l’uguaglianza naturale degli uomini. In tale ottica l’antico potere paterno presente anche nello stato di natura rientra solamente nella sfera stessa del governo naturale e nella società liberale trova spazio solamente nel privato. Questo genere di potere ha come fondamento la procreazione e le cure parentali e si estende sulla prole unicamente fino all’età della ragione, nella quale da sola saprà discernere il giusto dall’errore ed entrerà a pieno titolo nel legislativo comunitario. I figli, qualora esercitino la loro intelligenza in modo assolutamente autonomo, sono prosciolti dal vincolo parentale e come guida seguiranno ora la legge.

A differenza di questo, il potere dispotico, che può nascere sempre dallo stato di natura primigenio, è assoluto e arbitrario e non procede da nessun patto tra gli uomini e nemmeno da qualsivoglia legge naturale, bensì si fonda sulla rinuncia delle proprie libertà assoggettandosi ingiustamente a un altro individuo come suo inferiore o schiavo. John Locke, come i suoi predecessori Grozio e Hobbes, sostiene l’impossibilità della genesi di un tale potere o forma di governo, poiché nessuno può darsi per libera scelta o addirittura per patto in schiavitù. Il potere dispotico è descritto come una forma di stato di guerra prolungato, ciò che quindi si cercherà di abbattere risolutivamente.

Una rappresentazione di come potrebbe apparire lo stato di natura

Queste due forme di autorità possono essere riconosciute legittime e funzionali nel loro ambito circoscritto, ma mai nella comunità. Il potere politico, infatti, deve regolare le azioni di coloro su cui si esercita, per mezzo di leggi generali e concordate debitamente, onde difendere la vita, la libertà e soprattutto la proprietà degli individui che ne andranno a fare parte. L’estensione di tale governo si pone come intermedio tra quello parentale e quello dispotico in quest’ottica. L’autorità che ne reggerà il comando, oltretutto, dovrà essere neutrale e congiunta ai diritti politici e ai rapporti personali. Le leggi devono essere elaborate solamente per preservare il bene comune.

Una delle tante prescrizioni lockiane è anche la tolleranza rispetto alle varie forme di religione. Il potere politico è “anthtropine ktisis”, ovvero il prodotto artificiale del consenso e della ragione degli uomini. Sta poi agli individui decidere come e se entrare in società, secondo una piena libertà, uguaglianza e indipendenza: ciò che si genera è una relazione possibile soltanto tra soggetti effettivi di diritti, poiché si presumono attori razionali, capaci di agire secondo una propria volontà. Anche durante un conflitto i vinti possono entrare nella società dei vincitori tramite il consenso: “without the consent of the people, can never erect a new one”, dice il pensatore Cap. XVI, per lo più).

Si crea la società politica tramite due contratti: il pactum unionis e il pactum dominationis. Il primo prevede il costituirsi di un unico corpo sociale e il secondo sceglie un’autorità sotto la quale sottostare, che legifererà come scritto precedentemente. In seconda istanza, si crea un rapporto fiduciario tra popolo e governo: il trust, che assume in se anche il carattere di mandato, che può essere revocato in particolari situazioni di malcontento. Locke procede la trattazione della politica proponendo anche i casi estremi della tirannia, della prerogativa, della conquista, dell’usurpazione, nonché della dissoluzione del governo. A tal proposito pone una distinzione netta tra dissoluzione del governo e della società: il primo si può ricostruire, mentre se cede la seconda, non si potrà far altro che ricominciare dallo stato di natura e appellarsi al cielo per eventuali problematiche. Ecco dunque i cardini, le fondamenta dell'attuale liberalismo.


Di: Anna Maria Vantini

Fonti:
Nuovo Testamento, 1 Pietro, II, 13: “humana creatura”, dunque creazione degli uomini
John Locke, Il secondo trattato sul governo, BUR, Milano, 2013

domenica 15 aprile 2018

Tra contaminazione e pulizia: particolari 'norme igieniche'

Contaminazione:

Franz Steiner, a cavallo tra XIX e XX secolo, parla della contaminazione come una forte attenzione verso gesti di separazione, classificazione e pulizia. Nel Congo, per esempio, l’ambiente culturale è molto attento ai contatti, sia con animali che con oggetti, poiché non per igiene ma per paura di incorrere in malattie, frutto di maledizioni. L’impurità è la rappresentazione, secondo queste civiltà ataviche, confusa di una paura specifica che blocca la normale riflessione razionale. Gli antropologi si sono addentrati più profondamente nello studio di queste culture primitive ma le tracce di terrore erano ben mascherate da apparati rituali cadenzati e ragionati.

Cartina geografica del Congo belga

L’amore per la pulizia e il rispetto per le convenzioni sono i due elementi di cui si compone la nostra idea di sporco, che non è tale in ogni regione del mondo. Le norme igieniche cambiano con il mutare dello stato delle nostre conoscenze e talvolta possono essere messe da parte, come per esempio il caso degli uomini della fattoria di Hardy, che preferivano bere in brocche sporche per farsi emblemi di una comunità omogenea. Un caso simbolico nella cultura cristiana è rappresentato da Santa Caterina da Siena: ritenendosi indegna di curare i malati dal momento che le purulenze le causavano disgusto, si narra che bevve una coppa di pus al fine di punirsi e manifestare così il proprio pentimento.

Santa Caterina da Siena

Oggi non si hanno correlazioni tra pulizia e sacro, mentre durante l’epoca barocca e ancora nelle civiltà ebraiche e islamiche queste ci sono ancora. Per esempio, durante la caccia alle streghe e le grandi persecuzioni ed esorcismi, gli ebrei non bevevano acqua dai pozzi se non prima filtrata, giacché si era convinti che essa possedesse delle anime disciolte nonché dei demoni e che queste entità potessero tramite le labbra arrivare a pervadere il corpo. Sempre secondo la religione, occorreva seguire in modo precipuo le norme del Levitico, che enumeravano gli animali che si potevano o meno mangiare e che erano più o meno puri. Queste norme vennero successivamente applicate anche dai musulmani, benché essi le facevano pervenire dal Corano e non dalla Bibbia.

I lavacri e le separazioni in queste culture avevano lo scopo di offrire informazioni dietetiche e la trichinosi del 1828 venne imputata ad una cattiva applicazione delle norme comportamentali e igieniche del Deuteronomio. Queste peculiarità furono a lungo osservate da Kramer, un noto studioso biblico. Trattando invece i primitivi, essi non operano alcuna distinzione tra il sacro e l’impurità. Durkheim aveva definito la religione sulla base della differenza tra l’igiene primitiva e la religione primitiva.

Émile Durkheim (1858-1917)

Casi simili alle grandi religione monoteiste si hanno nelle civiltà degli Yoruba, Havik, Bemba, Boshimani Kung, Dinka. In particolare, questi ultimi, seguivano un rituale ben preciso per la cura della malaria, causata forse da un sortilegio, ma sanata attraverso operazioni mediche e sanitarie molto logiche. Da parte del rito si spera sempre che vi sia una qualche efficacia esterna: si tratta delle religioni spirituali legate alla natura. La cultura primitiva ha una forte avversione verso la contaminazione, mentre per noi essa è solamente una questione igienica, estetica e di galateo. A tal proposito alcuni studi concernenti queste pratiche si sono sviluppati a fronte della concezione stessa dell’acqua e di che cosa comporta, come il trattato di Paolo Sorcinelli.


Acqua, contaminazione e credenze misteriose:

Abbiamo già citato il caso dell’invasione corporea di spiriti negativi tramite l’abbeveramento a fonti non purificate nel caso della religione ebraica, ma anche altre sono le concezioni dell’acqua. Hervè Maneglier ci parla di quattro ere in cui se ne divide l’utilizzo: nell’era primaria si parla di acque lustrali; nell’era secondaria si spiegava il suo addomesticamento per l’irrigazione agricola; nell’era terziaria i pozzi individuali ebbero la meglio sugli acquedotti collettivi; in quella quaternaria, la cui nascita si pone nel XIX secolo, si scoprono i comfort e la sua potabilità, dagli studi di Pasteur.

Louis Pasteur (1822-1895)

Commisto a ciò si hanno le agiografie: i Santi e i loro miracoli sono strettamente collegati all’uso dell’acqua. Per esempio, nei casi di guarigione di San Fantino seniore si cura un cieco tramite l’imposizione delle mani del santo stesso, ma poi gli occhi vengono detersi. Simili strategie sono operate da Sant’Elia Speleota e San Giovanni Theristi. A Gerusalemme viene addirittura scavata la cosiddetta “piscina probatica”. Altre sono poi le credenze che si discostano dal raziocinio.

Nel biellese è vietato fissare a lungo l’acqua dei pozzi, in quanto si troverebbe una sorta di sirena, descritta come creatura demoniaca dagli occhi verdi. Nel Piemonte le fonti sono invece la sede di spiriti buoni che aiutano i contadini. In Irlanda le sorgenti sono ritenute invase da spiriti mortiferi che si possono aizzare contro i nemici. Nelle credenze legate alla rabbia e alla licantropia diverse sono le varianti, spiegate da Gianfranca Ranisio. Il lupo mannaro di norma lo si raffigura come sporco di fango o completamente fradicio e la sua trasformazione è coadiuvata o scatenata dalle tempeste. In altri racconti, il soggetto può evitare la trasformazione tuffandosi in un bacino limpido. Quando di notte si sente che ululano e corrono per i campi, si pongono fuori dalle porte delle abitazioni degli otri ricolmi che avrebbero la capacità di soffocare la crisi isterica.

Le prime docce progettate da Merry Delabost (1836-1918)

E voi, come vi lavate? Preferite la doccia? Ebbene, essa compare solo nel 1872 grazia all'ingegno di Merry Delabost. L'idea? I lavacri quotidiani per i carcerati.


Di: Anna Maria Vantini

Fonti:

Mary Douglas, Purezza e Pericolo, Il Mulino, Bologna, 1996
J.H. Hajes, Posseduti ed esorcisti nel mondo ebraico, Bollati Boringhieri, Milano, 2010
Paolo Sorcinelli, Storia sociale dell’acqua. Riti e culture, Bruno Mondadori, Milano, 1998
(a cura di) Vito Teti, Storia dell’acqua. Mondi materiali e universi simbolici, Donzelli Editore, Roma, 2003

sabato 14 aprile 2018

Memorie di Adriano, uno sguardo attraverso l'anima dell'Imperatore

Il romanzo è concepito come fosse una lettera scritta dall'anziano imperatore al giovane nipote adottivo e prossimo imperatore (dopo Antonino Pio) Marco Aurelio. L'opera è definibile come un misto tra un diario memoriale delle esperienze di vita dell'imperatore ed un trattato che dispensa consigli sul modo di affrontare le sfide che la vita ci pone davanti.


Il libro, come ben spiegato dall'autrice da una ricchissima e ottimamente curata appendice di fondo, nasce in modo lunghissimo e travagliato, una genesi che vede passare decine di anni da quando la Yourcenar scrive le prime righe a quando viene stampato il manoscritto definitivo. L'opera della sua vita, viene continuamente cambiata, stracciata e riscritta per poter meglio esprimere quello che provava Adriano, vi è uno studio quasi ossessivo e psicologico dell'individuo, sia come uomo che come imperatore. Sì, al suo interno troviamo anche parti romanzate, ma sono poco importanti, imprecisioni storiche utilizzate per snellire la narrazione o per non mettere eccessivamente in difficoltà un lettore non troppo preparato sull'argomento. Lo studio delle fonti è frutto di un lavoro eccezionale, nell'appendice questo è ripercorso con grande destrezza e passione. Proprio questa è l'elemento che traspare di più, un amore profondo per il personaggio di cui ha scelto di parlare e per l'età aurea che lui stesso incarna.


Gli stessi temi analizzati sono da sempre i temi che affascinano e struggono l'animo umano: l'amore, la perdita delle persone amate, la filosofia e il più importante: il senso della vita.
Il lettore non può che perdersi e riconoscersi all'interno delle pagine, sciogliendosi quasi nel personaggio di Adriano nel quale ci si può riconoscere umanamente per i dubbi che lo sconvolgono. Ne esce il profilo di un imperatore umano, non lontano dal mondo, che anzi seppur riparato nella sua casa di Tivoli è un grande viaggiatore, un uomo che ha la "malattia" del viaggio perché conscio che sia il modo migliore per ottenere la conoscenza. È consapevole di quanto sia importante che il governante sia vicino alla gente: viaggiando conosce i provinciali, che vedono in lui quasi una personificazione della divinità ed il suo passaggio diventa un evento da raccontarsi per generazioni. Capisce così le necessita dei provinciali, cittadini romani spesso non troppo ascoltati dal potere centrale.

È ben analizzato anche il rapporto con la guerra: Adriano è un soldato, cresciuto tra i campi di battaglia, ma non per questo non conosce il valore della pace e tutto il suo impero sarà permeato da questa volontà di pace e armonia, di non andare oltre quello che si può mantenere. Infatti ereditato da Traiano un impero in guerra con i Parti, l'imperatore si affretta a concludere il conflitto restituendo al nemico i territori sottratti e inaugurando una pace che durerà a lungo. Si concentra quindi nella fortificazione dei confini, dalla celebre costruzione del vallo di Adriano nell'odierna Scozia alle fortificazioni in Dacia e lungo il confine germanico.
Consiglio la lettura dell'edizione Einaudi perché superiore nella traduzione dal francese rispetto alla prima edizione della Richter. Questa ottima traduzione è figlia di un lungo carteggio tra l'autrice e Lidia Storoni Mazzolanila, la traduttrice scelta dalla stessa Yourcenar.


Di: Ludovico Scaglione
Fonti:
Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano seguite dai taccuini di appunti, Torino, Einaudi, 1981.

Un brevetto troppo rosa per un mondo di uomini!

Nascere con un volto a dir poco perfetto; nascere e crescere con il tormento d'essere all'altezza di questa perfezione, in un mondo di uomini capaci solo a captarne la grazia e non l'arguzia, e poi perdersi nell'iconografia della celluloide eludendo le grandi doti intellettive. Il quadro che dipingo è
quello di un volto e di una mente, il  suo nome è Hedy Lamarr, e parlerò di lei non solo come donna dalla spiccata arguzia, ma anche e soprattutto, di come il suo intelletto ha cambiato il mondo.


Hedwig Eva Maria Kiesler, nasce a Vienna il nove novembre 1914, da una famiglia dell'alta borghesia austriaca,  padre ebreo e madre cattolica. Ad essi ascriverà quell'assenza d'affetto che in futuro segnerà e motiverà il difficile rapporto con i suoi figli. Brillante studentessa in ingegneria, abbandonerà gli studi per dedicarsi alla carriera cinematografica e ben presto, quel volto dagli occhi graziosi come un dipinto, la porteranno a recitare, nel ruolo di protagonista,
nel film Estasi. Una pellicola soggetta più volte a censure, nonché ad un lungo processo, data l'apparizione in topless della Kiesler e della sessualità libera palesata dal personaggio interpretato dall'attrice, affrancata dalle tipiche convenzioni sociali, etichetta di un'epoca - gli anni trenta - in cui la donna non poteva che essere relegata ad angelica protettrice del focolaio domestico, priva di qualsivoglia pulsazione legata alla mera passione.


Hedy stravolge il concetto di donna, e non è che il primo passo verso il profondo cambiamento che la sua persona compirà nel mondo nonché nell'idea di donna. Tuttavia la società è ancora troppo bigotta e dunque incapace a comprendere lo sforzo attoriale e personale della giovane e incantevole attrice. Il film non fu accolto nel modo sperato. Fischi e sgomento tramutarono il suo esordio nello spaventoso vuoto che fa seguito al senso di vergogna per ciò di cui non si è colpevoli. Non era colpevole della libertà che le pervadeva le idee, non era colpevole se ogni particella del suo corpo era devota all'arte e alla bellezza, non era colpevole se per lei  il mondo dell'arte era quel luogo in cui la morale comune non attecchisce. Lo scrosciante plauso, per quel lavoro innovativo, tuttavia, non tarderà a flettere le coscienze, tramutandole al punto da porre l'accento sul contenuto interessante della scabrosa pellicola.  Di essa si dirà infatti:

« Siamo privi di parole per rendere l'idea delle qualità di Estasi. È un poema pittorico, una sinfonia di stati d'animo e movimenti espressi con le più evanescenti sfumature della visione e dell'ascolto. Vive di un'armonia e di un ritmo che sono i ritmi crescenti e decrescenti della natura. »

                                                                (F. Stein, The Hollywood Spectator, 23 maggio 1936)


La mostra del film di Venezia, poi, ne celebrerà l'intensità e l'espressività, lasciando che la trasmissione di esso, potesse effondere endemico compiacimento,  ancorché , tuttavia, ancora relegata a pellicola dal contenuto pornografico. Quegli anni per Hedy erano, in apparenza, ricchi di successo e di pacata serenità sentimentale.Ella è, nei fatti, sposa infelice del noto industriale di armi Fritz Mandl  detto il il re delle munizioni amico personale di Benito Mussolini.


Intanto gli anni corrono veloci, fino a giungere nelle stelle di un tempo incollato ad un ideale troppo truce per appartenere a comuni umani:" l'antisemitismo!".
Anno 1936 l'associazione dei produttori cinematografici austriaci vieta l'ingaggio di attori di origine ebraica, fugge a Budapest per continuare a recitare, per continuare a dare aria alle sue candide ali. La fuga da quella vita placcata d'oro zecchino, giunge al termine allorquando il marito la ricondurrà a sé  afferrandola  al laccio, come si fa per le fiere recalcitranti e libere. La pacata vita matrimoniale non si confaceva alla sua voglia di vivere, e quella cappa d'oro non poteva che soffocare il suo desiderio di emergere,  separerà poco dopo, allorquando rocambolescamente riuscì a dirottare il suo cammino verso le sponde floride della Svizzera. Medl otterrà l'annullamento del matrimonio, per ragioni di natura razziale, nel 1938, anno in cui Hedy, ha già intrapreso la carriera d'attrice negli Stati Uniti d'America.


Di lì a poco scorreranno sul grande schermo i titoli di coda di film epici ai quali Hedy Lamarr prese parte, palesando le sue grandi doti attoriali, e rappresentando, per le donne americane, un'icona di bellezza e di emancipazione tale da rinvigorire lo spirito femminista ben sopito sul finire degli anni trenta una scoperta che implicava la possibilità di intercettare un  canale radio, sfruttando onde radio, ad intervalli di tempo regolari in una sequenza di successione di canali nota esclusivamente al trasmettitore e al ricevitore.
Nel frattempo la guerra imperversa in Europa e ben presto gli Stati Uniti saranno coinvolti. La comunità austriaca si mobilita contro i nazisti e con essa anche Hedy ben lieta di abbandonare le sue origini. Sfoggiando le sue pregresse conoscenze ingegneristiche, Hedy  aiutata dal compositore George Antheil, partorisce il brevetto numero 2.292.387.

 Rivoluzionario! Direte! Eppure questa scoperta straordinaria non ottenne i riscontri desiderati, perché partorita da un'attrice di Hollywood e un musicista compositore. Doverono trascorrere molti anni e nello specifico gli albori della diffusione della telefonia mobile verso la metà degli anni ottanta.  A tutt'oggi dobbiamo rendere grazie al genio di Hady grazie al quale possiamo sfruttare le proprietà di frequenze con più canali per usare i cellulari e sistemi wireless. Ottenne, dopo anni di sofferenze dovute alla repentina caduta in miseria, riconoscimenti nel mondo scientifico, e persino, nel 1998, l'ambita medaglia Kaplan, prestigiosa onorificenza austriaca volta a magnificare la scienza. Morì nel 2000 sazia di una vita che sfumando lascia al mondo l'essenza di una presenza contemplativa ed eterna. Hedy ha cambiato il mondo ed è proprio grazie alla sua insaziabile voglia di vivere e di esserci in questo mondo di diavoli e santi, che a tutt'oggi abbiamo bisogno di tenerla stretta nella memoria affinché di ella non resti solo una misera figurina, ma anche e soprattutto una mente viva capace di stravolgere il mondo della comunicazione.

Di: Anna Di Fresco

Fonti:
R. Barton - Hedy Lamarr. La vita e le invenzioni della donna più bella della storia del cinema- Castelvecchi edizioni
https://www.hedylamarr.com/ 

venerdì 13 aprile 2018

Un sogno irlandese: La storia di Constance Markiewicz, comandante dell’IRA (1868-1927)

Marta Petrusewicz è storica e professoressa presso l’Università della Calabria e alla City University di New York. Nel 1998 pubblica con la casa editrice romana Manifestolibri Un sogno irlandese – la storia di Constance Markiewicz, comandante dell’IRA (1868 -1927).


Il testo ripercorre le tappe più importanti della splendida e avventurosa vita di Costance Markiewicz, la Contessa più famosa d’Irlanda, tra i promotori della Easter Rising del 1916, che ha messo a ferro e fuoco le strade di Dublino per una intera settimana. Petrusewicz si concentra particolarmente sulla biografia della donna - prima eletta in Parlamento e Ministro del lavoro - giocando sul rapporto con la sorella con cui condivide molte passioni, tra cui il teatro in lingua gaelica. Pittrice e intellettuale, intorno alla donna gravitano artisti e poeti di grande calibro, come William Butler Yeats. Ma Markiewicz sin dalla giovinezza è attiva moltissimo anche nel sociale: la questione irlandese è evidentemente calda a inizio ‘900, causa la Grande Carestia, che tra il 1845 e il 1846, causò la morte di ben un milione e mezzo di persone, costringendo molti irlandesi ad emigrare. La storica intreccia la storia della Contessa alle questioni nazionali legate ai giorni dell’Insurrezione di Pasqua, evento spartiacque nella storia irlandese, a cui Markiewicz partecipò attivamente, in prima linea, costituendo un commando formato esclusivamente da donne: il Cumman na mBan.


Il carattere energico della Contessa delineato egregiamente da Petrusewicz ci presenta una donna indipendentista, repubblicana, femminista, giovanilista e socialista sino alla fine dei suoi giorni. Così infatti la descrive: «Costance intimidiva molti uomini, […] la sua preminenza politica e la sua promiscuità sessuale, per gli uomini irlandesi aveva troppi tratti da virago. Parlava a voce alta, un po’ stridula, carica dei toni arroganti dell’Ascendancy. Era troppo alta, troppo snella e slanciata. Faceva sport, sparava meglio degli uomini, andava in bicicletta, si era persino comprata quell’automobile Ford che riparava da sola. All’insurrezione andò in pantaloni.» [1]

Come si evince la storica è estremamente affascinata dalla figura di Markiewicz: come da lei riportato nella prefazione, l’incontro con questa donna avvenne puramente per caso, durante lo studio di una generica storia generale dell’età contemporanea. Incantata da questa, Petrusewicz scriverà di lei solo più avanti, durante la preparazione del 60° compleanno dell’attivista polacco Kuron, la cui storia attiva e travagliata – in parte – le ricordava quella della Contessa. Il testo è estremamente scorrevole, di facile comprensione anche ai novizi, ma anche sofisticato e tendente a travolgere nella lettura. Viene descritta una favola moderna, un bellissimo esempio di emancipazione femminile, una lotta per l’indipendenza di una nazione, bistrattata e abbandonata dal Regno Unito.


 Constance Markiewicz rappresenta quell’inarrestabile necessità di sentirsi legittimati come soggetti politici, come soggetti pensanti, con ambizioni, desideri e anche delusioni, divenendo eroina della lotta irlandese, fonte di ispirazione per molti uomini, e soprattutto donne, che all’alba dei Troubles hanno ripercorso il suo stesso cammino, per la liberazione dell’Irlanda. Con questo testo possiamo cogliere, quindi, il nesso tra due generazioni, le cui esigenze sono state tanto simili da presentare la stessa risposta violenta.
Parlare di donne come Constance Markiewicz, oggi, è più importante che mai, e grazie a Petrusewicz è possibile innamorarsi di una figura storica di altissimo spessore che ispirerà fiducia nel futuro a tutti quelli che leggeranno le sue gesta.


Di: Simona Amadori
Fonti:
[1] Marta Petrusewicz, Un sogno irlandese, Roma, Manifestolibri, 1998, p.53

giovedì 12 aprile 2018

Che disgrazia l’ingegno di Griboedov: un caposaldo dell’ironia 'alla russa'

“Nella mia commedia ci sono venticinque imbecilli contro un solo uomo dal giudizio sano” così esordisce Aleksandr Griboedov (1795-1829) descrivendo il suo capolavoro “Che disgrazia l’ingegno”. Tradotto senza punto esclamativo, come precisa il traduttore e docente di lingua e letteratura russa presso l’università degli Studi Aldo Moro di Bari, Marco Carotozzolo, per esprimere il sarcasmo compunto e calante nel tono racchiuso nel titolo. Una silente chiusa, come una sospensione allusiva di una riflessione attonita. In questo particolare è custodito il senso, o meglio il non sense, della morale del dramma scritto da questo intellettuale moscovita. Figlio di un militare che in finis vitae si è beato di mondanità e di un’aristocratica, prona all’educazione culturale poliedrica di Aleksandr. Costui viene spinto a fruire di ulteriori studi post-universitari nell’ambito filosofico, storico-artistico e in appendice nella Classe di Scienze Politiche. Un imprinting eterogeneo che illuminerà la sua carriera di diplomatico e scrittore. Stimato da autori del calibro di Puškin, riceve da quest’ultimo un encomio che dipinge la sua personalità, piena di sfumature. Un habitus malinconico dallo spirito sagace, un animo generoso, non esule da piccolezze, non considerato equamente per il suo talento, per la sua originalità formale e di contenuti.


Recentemente (2017) è stata proposta dall’Associazione Marchese Editore, una nuova traduzione del suo plot teatrale, “Che disgrazia l’ingegno”, curata da Marco Caratozzolo, un russista d’eccezione che ha approfondito l’opera di Dostoevskij, la “diaspora” sovietica in suolo francese a seguito della Rivoluzione e le intercapedini culturali tra Gramsci e l’input russo in Italia.

La trama si snocciola in pochi interni di scena. Un giovane appartenente all’alta società di Mosca fa ritorno in patria dopo un viaggio di tre anni. Il suo primo desiderio è visitare i luoghi dove è cresciuto e dove dimora un suo amore passato Sofija: casa Famusov. Lo scenario che gli si presenta davanti è un ritratto di genere: il padrone di casa, sbiadito funzionario ossequioso dei parametri consoni alle aspettative di ruolo, che classifica il genere umano in base alle apparenze; la figlia, e amata, prodotto dell’educazione impartita, dedita al mondo salottiero “alla francese” privo di contenuti, promessa sposa di un parvenu (Molčalin), mero segretario paterno. Il sentimento che lega i due giovani è un rapporto di convenienza reciproca, privo di ogni impulso vitale. Čackij sente e manifesta la sua estraneità a questo mondo ovattato, sterile, dagli accenti stentorei. I dialoghi che si svolgono tra lui e i vari personaggi che orbitano intorno casa Famusov sono il manifesto del pensiero dell’autore che con ironia caustica destruttura una società vacua, imitazione pallida e passiva di un modello francese. Il solipsismo intellettuale, l’individualismo, la critica corrosiva dell’homo bulla. Un misantropo che mostra tutto il suo scetticismo, ma che comunque tenta di riconquistare l’amata, sebbene quest’ultima lo deluda per la sua superficialità.


“Un circolo di persone già note al lettore, ma anche definito e chiuso come un mazzo di carte”, così descrive Ivan Gončarov l’universo umano del romanzo. Personaggi resi nella loro autenticità, nelle loro debolezze, nel loro particularismo mimico che forniscono un’immagine esemplificativa della Russia Post-Napoleonica. Era effimera agli occhi di Čackij che matura ed esprime il suo dissenso, con un sarcasmo sprezzante, e che viene additato quale folle per il suo atteggiamento ostile, in controtendenza al sentire dell’epoca. Si notano gli echi di Nikolaj Gogol nelle sfaccettature comiche dei personaggi affabulatori, mentre si riscontra l’impronta di Puškin nell’approccio grottesco dell’individuo ruffiano; un accenno al mito faustiano di Goethe nella rappresentazione di derivazioni mefistofeliche di alcune figure in scena. Una panoplia dell’eterogeneità umana che soverchia tutti gli aspetti caratteriali e li inserisce in una dialettica efficace e dinamica che, nonostante la semplicità della scenografia suggerita, assurge a un complesso e organico costrutto sociale. Non sense, regno del paradosso, spirito prosaico e una morale dell’ineluttabilità.

L’ironia russa è “pantagruelica”, raffinata e grezza al medesimo tempo. Vige un pragmatismo nell’espressività, una consuetudine di genere che distende il tessuto connettivo narrativo in modo avvincente. Griboedov con questa commedia teatrale fornisce punti di riflessione storica sul vissuto dell’epoca, ma in prima battuta dipinge un affresco di genere delle affezioni, degenerazioni e esasperazioni umane, ancora attuali nel mondo odierno.


Di: Costanza Marana

Fonti:
Che disgrazia l’ingegno, Marco Caratozzolo, Grumo Nevano (Na), Associazione Marchese editore, 2017
Storia della letteratura russa, Ettore Lo Gatto, Firenze, Sansoni, 1943

mercoledì 11 aprile 2018

La storia si e conclusa? Siamo gli ultimi uomini?

“La fine della storia e l’ultimo uomo” è l’avvincente saggio dal titolo sensazionalistico di Francis Fukuyama, professore di Scienze Politiche e autore di numerose altre pubblicazioni.


Il titolo colpisce immediatamente l’ipotetico lettore alla ricerca di qualcosa da leggere tra gli scaffali delle sempre più polverose librerie di paese. Sfogliando le pagine scritte da Fukuyama, ci si rende immediatamente conto che non si tratta di un testo di fantastoria, ma della storia che noi tutti conosciamo. Sia la fine della storia che l’ultimo uomo, sono concetti filosofici di antica origine e difficili da riassumere in poche righe. Il saggio si pone varie ambizioni tra cui quella di delineare una storia universale dell’uomo analizzando il percorso dell’idea di liberalismo e democrazia nella prospettiva di punto d’arrivo definitivo dell’uomo e quindi della costituzione di un “ultimo uomo” che ormai ha tagliato il traguardo che si è auto prefissato e ha raggiunto il grado più alto di sistema politico a cui potesse ambire. Quindi la “storia” hegelianamente intesa come lungo percorso teleologico sarebbe definitivamente finita proprio nell’ultimo quarto del XX secolo. Infatti, tutti gli altri sistemi che si sono opposti al liberalismo democratico come il socialismo reale nell’esperienza sovietica e le varie dittature militari fasciste e naziste nell’esempio tedesco, sono finite per collassare a causa delle loro interne contraddizioni irrisolvibili.

Seppure la teoria di Fukuyama possa sembrare miope o semplicistica riassunta in così poche righe, il suo saggio in realtà dimostra quanto questa si poggi su solide basi che spaziano in vari millenni di storia del pensiero filosofico da cui l’autore attinge a piene mani per supportare le sue teorie. Inoltre, non si trattiene affatto dal criticare la sua stessa teoria insieme all’intero regime liberal-democratico di cui riconosce ampiamente i problemi ed i limiti dimostrando lucidità e onestà intellettuale.

Attraverso una scrittura ampliamente comprensibile, scorrevole e pulita si ha quasi la sensazione di essere condotti per mano durante il ragionamento dell’autore che spiega passo dopo passo i propri concetti. Nel testo inoltre, non mancano esempi storici e contemporanei che offrono un riscontro immediato delle teorie enunciate, lasciando al lettore l’opportunità di verificare da sé, come fosse nel laboratorio di uno scienziato, i buoni esiti e i fallimenti di quello o quell’altro regime.

“La fine della storia e l’ultimo uomo” però, non parla solo di politica e filosofia astratta. Bensì arriva ad indagare la stessa natura umana, fornendo una spiegazione viscerale ma anche ideologica e razionale delle motivazioni che spingono gli uomini a lottare per concetti come la libertà, la giustizia, l’autoaffermazione e la volontà di potenza e sopraffazione.

Insomma, leggere Fukuyama può realmente ampliare le vedute e offrire una prospettiva nuova per conoscere il passato umano, capirne il presente e forse, addirittura, intravedere il futuro.


Di: Cristiano Rimessi
Fonti: Francis Fukuyama, La fine della storia e l'ultimo uomo

lunedì 9 aprile 2018

La politica italiana agli occhi di Federico Chabod

Nel libro Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, diviso in due volumi, lo storico Federico Chabod cerca di porre l'attenzione sullo scarto tra la politica interna ed estera italiana, distinta in due ministeri diversi. Si cercava, per la politica estera, un appoggio per tentare un'azione bellica per quell'osannato bagno di sangue che avrebbe fatto nascere l'Italia quale potenza europea. C'era il timore di un nuovo smembramento della nazione italiana, se non si fosse affermata: lo si legge tra le righe del testo.


Federico Chabod (1901-1960)
 Per quanto concerne la visione della politica interna, si comprende come ci si sentiva soffocati dai limiti giuridici, nell'accezione materialistica dei politici.
 Procedendo con la lettura, Chabod spiega come l'Italia sarebbe stata prossima ad una guerra con la Francia. Il pensiero politico italiano era rivolto ad un trepidare di animo, coraggio e forza che dovevano diventare appannaggio di una grande potenza, scardinandola da nazione di periferia. Si parla di un sogno di matrice mazziniana, espresso a più riprese nei discorsi di Francesco Crispi. Questi viene descritto da Enrico Cialdini come segue:


Era un uomo che divergeva parecchio, su questioni fondamentali, dall'ambiente crispino; che, partigiano dell'alleanza francese e della lotta a fianco della Francia contro la Prussia, ancora il 3 agosto del '70, si trovava, su questo problema capitale della politica estera italiana, esattamente al polo opposto di Crispi. Ma anche nel Cialdini, autoritario e suscettibile non certo meno del Crispi, anche nel Cialdini eran poi insofferenza militaresca dell'ordinato viver civile, sprezzo per i "contabili" dell'amministrazione e aspirazioni a grandezza, potenza, forza militare.

Francesco Crispi (1818-1901)

Era d'uopo, per l'Italia,  iniziare ad affermarsi sul campo militare, come fecero la Francia napoleonica, la Prussia di Guglielmo I, la Svizzera del Grigioni. Attorniata da grandi potenze belliche, la penisola non poteva essere da meno. Di occasioni, per il popolo e la nazione italiana, ce ne sarebbero state, ma lo storico valdostano si  focalizza sulla la fretta febbrile dei protagonisti dell'Unità.

Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, uno dei tanti frontespizi.

 Nella conclusione del testo, Federico Chabod scrive:

 Così, l'indirizzo di governo della Destra trovava, contro di sé, anche al di fuori dell'opposizione per tattica parlamentare, la tendenza alla poesia, cioè all'azione: un'azione magari senza una precisa mèta; vaga irrequieta, ma azione. E se non era da sopravvalutare la forza numerica degli innamorati della poesia – pochi essendo in allora - , non era nemmeno da guardar con indifferenza al loro agitarsi, forti com'erano di alcuni nomi d'indiscutibile prestigio e valore.
 Per fortuna, l'Italia ebbe come nocchiero nel mare grosso della politica internazionale, in quegli anni dopo il '70, l'uomo adatto alle circostanze de' tempi, l'uomo che nessuna accusa di prosa avrebbe mai turbato: e fu Emilio Visconti Venosta."

Queste righe conclusive sono precedute dalla narrazione dei fatti accaduti: il 28 febbraio 1971 Enrico Cialdini a Madrid, in ambasceria straordinaria presso re Amedeo, telegrafò a Visconti Venosta. Si  fa riferimento ad una questione sorta tra Egitto e Spagna, nella quale il console inglese si era intromesso come mediatore. Avrebbe desiderato essere lui a capo di una disputa diplomatica nel Mediterraneo.

Emerge lo spirito nazionalista di Federico Chabod: desiderava che l'Italia fosse stata in precedenza più accorta nella politica estera, per affermarsi sui fronti diplomatico e militare.


Di: Anna Maria Vantini
Fonti:
Margherita Angelini, Fare storia. Cultura e pratiche della ricerca in Italia da Gioacchino Volpe a Federico Chabod, Carocci Editore, Roma, 2012
Gennaro Sasso, Il guardiano della storiografia. Profilo di Federico Chabod e altri saggi, Guida Editori, Napoli, 1985

Federico Chabod, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896", Vol. I e II, Laterza, Roma- Bari, 1971

domenica 8 aprile 2018

Ada Lovelace, una programmatrice vittoriana

Ben appurato è che il femminile sia (purtroppo) una categoria nella storia e nella storiografia, una sezione di queste, un percorso a parte il quale si incrocia a volte con quello ufficiale androcentrico. In campo tecnologico, ad esempio, tutti conoscono i big dell’informatica del XX secolo, come Bill Gates, Steve Jobs - ogni giorno siamo circondati dai loro prodotti che hanno già modificato i nostri stili di vita inesorabilmente. Ma quanti sanno che i due celeberrimi imprenditori devono le loro milionarie attività ad una donna del XIX secolo?


Per questo è importante e interessante raccontare la storia di Augusta Ada Byron, la prima programmatrice dei nostri tempi. Nasce il 10 dicembre 1815 a Londra e già il cognome le conferisce uno stato di celebrità, ma non solo: è l’unica figlia legittima di George Gordon Byron - meglio conosciuto come Lord Byron - poeta ed esponente del Romanticismo inglese; ma è anche figlia di Anne Isabella Milbanke, detta Annabella, donna di una immensa cultura ed estremamente affascinata dalla matematica, in cui eccelle particolarmente. Il matrimonio tra i due è destinato a durare molto poco, le divergenze sono enormi e l’arrivo di una figlia non giova: Ada perde contatti con suo padre ad appena un mese di vita, il quale non rivendicò mai la patria potestas nei suoi confronti. L’unica figura genitoriale rimastale, la madre, la educa al calcolo e alle scienze con costanza, nonostante le importanti crisi di salute che colpiscono la giovane Ada sin dall’infanzia. Obiettivo principale di Annabella era allontanare il più possibile la figlia dalla strada poetica percorsa dal padre e, con l’ausilio di eccellenti insegnati, quali Mary Somerville e William Frend – rispettivamente matematica e clericale/scrittore scientifico – Ada acquisisce destrezza nella materia scientifica. Forse è stato un bene deviare il percorso scolastico della figlia: Ada, infatti, si dimostra molto portata per la matematica, disciplina in cui eccellerà particolarmente, stonando con l’epoca, quella vittoriana, che relegava spesso le donne allo studio delle scienze umanistiche. Influenzata anche dal matematico Augustus de Morgan, dal 1832, Ada intraprende lo studio anche accademico della disciplina e solo all’età di diciotto anni, può già vantare enormi risultati.


Il 1833 fu un anno particolare per la giovane, una svolta, promossa dall’incontro con l’ingegnere e matematico Charles Babbage, durante un ricevimento organizzato da Sommerville. La collaborazione tra i due si farà sempre più stressa, nonostante il matrimonio di Ada con William King, Conte di Lovelace  (di cui prenderà il cognome, acquisendo anche il titolo nobiliare di Contessa). Lo sposalizio non cambia le sue abitudini e Ada continua i suoi studi e ricerche al fianco del fidato Babbage, uomo eccentrico, con una mente sublime e inventore della Macchina Differenziale, capace di automatizzare gli step meccanici implicati nel processo di calcolo. L’amicizia la porta ad avvicinarsi allo studio dei calcoli automatici grazie proprio all’invenzione di Babbage, il quale chiese l’aiuto della fresca mente di Ada per costruire un’altra invenzione importante per la storia dell’umanità, la Macchina Analitica, prototipo di un primo calcolatore programmabile. Il fascino per il mondo dei numeri promuove molte nuove amicizie ad Ada, in particolare con l’italiano Luigi Federico Menabrea.


Babbage era stato invitato al Congresso degli scienziati italiani, tenutosi a Torino del 1840, e qui conobbe il giovane ingegnere, grande ammiratore dalle sue macchine e dal suo lavoro. Di ritorno nel Regno Unito, Babbage chiede a Lovelace di tradurre articoli e saggi dell’italiano, in particolare il testo di Menabrea Notions sur la machine analytique de Charles Babbage, dal francese all’inglese. Da questo momento si avvia una fitta e produttiva corrispondenza tra la studiosa e il matematico italiano, che spesso le chiede di aggiungere sue note personali alla traduzione, dei commenti e delle migliorie. Nel 1843 Lovelace pubblica il suo articolo con le note relative al testo di Menarea, in cui spiega il funzionamento della Macchina Analitica come strumento programmabile e al contempo ne prefigura anche le funzioni future, vicine al concetto di intelligenza artificiale. La matematica infatti afferma anche la possibilità che la Macchina Analitica sarebbe diventata, con l’evolversi e l’aggiunta di miglioramenti, uno strumento essenziale per l’umanità.
Così Ada scriveva in quegli anni: «Consentendo al meccanismo di combinare tra loro simboli generali in successioni di varietà ed estensione illimitate, viene stabilito un legame unificante tra le operazioni della materia e i processi mentali della branca più astratta della scienza matematica. Viene sviluppato un linguaggio nuovo, vasto e potente per gli usi futuri dell'analisi, in cui esprimere le sue verità, sicché esse possono avere applicazione pratica più rapida e precisa per i fini dell'umanità di quanto non abbiano permesso i mezzi finora in nostro possesso». Una nota particolare dell’articolo, la “Nota G” è degna di estrema attenzione: questa è corredata di un algoritmo che permette di calcolare i numeri di Bernouilli - una successione di numeri razionali - senza dover conteggiare tutti quelli ad essi precedenti.


Questo algoritmo è ad oggi considerato il primo software della storia: la sua estrema importanza nel campo della programmazione informatica, non è dovuta solo alla valenza computazionale, ma anche perché, grazie ad esso, viene sancito un indissolubile legame tra la Matematica e l’Informatica, specchio di tutte le invenzioni future. Questo è un chiaro esempio di che brillante mente fosse Lovelace, l'Incantatrice dei Numeri - così definita dallo stesso Babbage - che purtroppo morirà precocemente nel 1852, causa un cancro uterino, all’età di 36 anni, lasciando una memoria di inestimabile valore per l’umanità, ma che, fino agli anni ’70 del ‘900, non le viene riconosciuta. Per oltre un secolo non è mai stata citata nei testi accademici e non; le remore ad affidare una merito così grande ad una donna erano ancora molto sentite. Nel 1979, finalmente un cambiamento: in suo onore, il nome ADA viene utilizzato per designare un importante linguaggio di programmazione del Dipartimento della Difesa statunitense. Da questo momento in poi Lovelace ritorna ufficialmente nella storia ufficiale dell’informatica. Al suo lavoro, alla sua intelligenza e alla sua lungimiranza dobbiamo oggi la possibilità di poter usare i nostri tanto amati e indispensabili strumenti informatici.


Di: Simona Amadori

Fonti:
Corrado Bonfanti, Giuseppe O. Longo, Ada Byron e la Macchina Analitica, in “Mondo Digitale”, No. 26, giugno 2008, AICA – Associazione italiana per l’Informatica e il Calcolo Automatico
Silvio Hénin, Ada Lovelace (1815-1852) , in “Mondo Digitale”, anno XIV, No. 57, Aprile 2015, AICA – Associazione italiana per l’Informatica e il Calcolo Automatico
Eugene Eric Kim, Betty Alexandra Toole, Ada and the first computer, in “Scientific America”, Vol. 280, No. 5, May 1999
Martina Pennisi, Marta Serafini, Donne che amano la tecnologia, RCS Media Group, Milano, 2015

sabato 7 aprile 2018

Man, I'm Bob (Dylan)

La contraddizione e la coerenza. Due elementi imprescindibili del vissuto umano e della serigrafia musicale di un artista. Bob Dylan non ha bisogno di legittimazioni biografiche o di clausure storiografiche legate agli anni della contestazione giovanile. Il suo stilema è senza tempo né luogo, concentrato in un individualismo titanico che volta le spalle, come Caspar David Friedrich, alla contingenza.


Uomo dotato di una disciplina rigida, ferrea, in cui, al medesimo tempo, il livello di entropia sbanca. Un ossimoro, avvolto dal “gelo”, quest'ultimo, calvario e fede di Edoardo de Filippo, che identifica proprio in questo tormento l’estasi della vita di un artista. Un solipsismo in cui ogni elemento vitale è deputato alla musica; non c’è alcun frangente, non c’è alcuna discrepanza, non c’è alcuna idiosincrasia. Il cinismo di Dylan è languido. Egli, sebbene incorpori il sentire di un’epoca e i suoi “fieri accenti”, surclassa il tempo, immergendolo in un pulviscolo, denso e leggero, reale e metafisico. Le sue sonorità, dalla fisarmonica alla chitarra acustica, creano come un velo di malinconia, squarciato da una prosa dialettica. Dylan getta i suoi fraseggi armonici, con una tonalità spesso calante: è un recitato, oltre il canto. Le sue dissonanze sono il tracciato melodico.


Non fa prove, scaglia la musica sul palco e ne reinventa gli arrangiamenti ogni volta. Atto creativo perpetuo in fieri. Quasi come l’action-painting, in senso lato, in cui l’opera germoglia nell’assetto operativo in sé. Dylan entra in scena e suona, senza accordare strumenti, voci, poiché non c’è finzione né separè tra vita e performance. Arrangia intro, acuti, tonalità, travestendo di un habitus irriconoscibile i suoi pezzi. Destabilizza la band che deve assecondarlo, stare al suo passo, e soprattutto il pubblico che viene colto e domato dal suo essere indomito, esule da compromessi cognitivi. La flessibilità del corpus musicale distoglie dal selciato. Non un gesto di accoglienza, né un cenno di saluto: il filtro tra lui che è l’artista e l’alter. L’aura di un uomo che sa gestire e guidare un pubblico, che sembra ribadire il verso biblico, con il suo sguardo fermo, due fessure dal taglio all’ingiù: “Nessuno può servire due padroni”. Il filtro è necessario: è la cortina di ferro che deve sussistere tra l’autore e chi assiste. Assottigliare ed eludere questa separazione significa svalutare il lavorio artistico umano e il concetto di persona nella sua originaria etimologia etrusca (maschera, personaggio). La singolarità come valore ineluttabile.

Il timbro di Dylan è profondo, mobile, perentorio, consapevole di far risuonare nella sua cassa armonica la memoria storica e l’imprinting di un universo umano, segnato. A tratti lo spessore vocale si infittisce, a momenti si inasprisce. La sua postura altera, nonostante l’età, il suo piglio a volte sdegnoso, ma che incanta e asservisce gli ascoltatori. Sostanza, non forma. Come sosteneva Rimbaud, il senso del reale della poesia, è incluso nel Direttorio linguistico e immaginifico di Dylan. Sofisticato e al medesimo tempo selvatico, egli investe letteralmente con la sua musica, destrutturando la scaletta e il costrutto compositivo delle canzoni, celandole, in modo che ne rimanga lui, come sempre, il vero depositario e detentore. Un vero artista che ha consapevolezza del deserto che nutre l’anima di un compositore, dell’austerità che rinfocola lo spirito di un musicista, dell’anomia che assembla una folla di spettatori. Un tour con l’appellativo di senza fine che stigmatizza un modo di essere artista, che va ben oltre le solite dissertazioni socio-politiche di stampo sessantottino.


Di: Costanza Marana

Fonti:
Parole nel vento. I migliori saggi critici su Bob Dylan di A. Carrera, Interlinea, Novara, 2008

giovedì 5 aprile 2018

Com'era l'igiene nel Medioevo?

La letteratura medica che circola nell’occidente cristiano fra il IX e l’XI secolo è molto ridotta. Tra i testi che sono giunti sino a noi, spicca il genere dei brevi trattati. Questi testi, attribuiti a Ippocrate, sono per lo più consacrati a due problemi: l’igiene e la pratica del salasso. In questo periodo, la cura si rifugia nei monasteri e le norme per la sua conservazione si riscontra negli scritti monastici, come per esempio nella Regola di San Benedetto e nelle generiche Consuetudini. Poi, l’igiene è considerata sotto diversi punti di vista: le età dell’uomo; la devianza rispetto alla norma; le stagioni e certe circostanze particolari quali sono i viaggi. Un’enciclopedia medica che conserva esempi di queste trattazioni è il Continens del medico persiano Rhazes, tradotto a Toledo. Quest’autore parla di regole molto semplici da seguire, connesse al buon senso semplicemente. Esistono altri due testi di origine araba, gli Secreta Secretorum e Colliget. Il primo fu indebitamente attribuito ad Aristotele, il secondo è stato scritto da Averroè, medico di Cordoba.

Andrea di Bonaiuto (artista fiorentino morto nel 1377) - Averroè (1126-1198)
A cavallo tra il XIII e il XIV secolo, in luoghi geografici ben delimitati, si assiste ad un risveglio dell’interesse per l’igiene araba, sotto forma di manuali indirizzati a persone dall’identità ben precisa. Nel 1299, a Montpellier, Jacob ben Albuali Avenzoar, padre dell’autore del Taysῐr. Tre anni più tardi, nella medesima regione, Armengaud Braise tradurrà il regime di Maimonide per il sultano Saladino. 

Le “regole della salute” medievale, ricordati nei testi come i regimina sanitatis, costituiscono un genere caratterizzato dall’orientamento verso l’igiene individuale. Eredi sia della tradizione greca sia di quella araba, appaiono nel corso della seconda metà del XIII secolo per poi arrivare ad avere la massima diffusione alla fine del Medioevo. Queste regole della salute mirano a servire uomini di rango sociale elevato, dedicate a persone concrete, anche se talvolta rivolte a un pubblico generico. Mentre nella prima tipologia vi è abbondante frequenza di elementi individualizzanti, i regimi generali, detti “universitari” poiché legati all’attività didattica stessa dei loro autori, prendono in considerazione ogni possibilità di vita umana: le varie classi di età; le complessioni individuali; il viaggio; la convalescenza. Non c’è tuttavia da meravigliarsi se si ripetono schemi già visti ed enumerati, perché in ogni caso la base di ogni trattato era la medicina galenica. A decorrere dal XIV secolo si assiste alla traduzione volgare di questi testi prima redatti in latino, per meglio arrivare fino alle classi inferiori. Sono scritti prosaici, con regimi versificati a favore della mnemotecnica ritmica. L’esempio più caratteristico di questi volumi è il Regimen sanitatis salernitanum, studiato da Karl Sudhoff.
Una pagina tratta dai Regimen sanitatis salernitanum
L’ultimo periodo medioevale in analisi va dal XIV secolo ed è caratterizzato da una sovrabbondanza di scritti, dovuto in parte dall’aumento della domanda causato a sua volta dallo sviluppo delle classi urbane che ne diventano il destinatario principale. Un altro carattere che emerge proprio in questi anni è la quasi completa volgarizzazione della lingua, probabilmente perché i regimina erano ormai appannaggio di medici oscuri senza alcuna notorietà il cui nome mai era rilevante. Infine, la stesura in versi era facilitata dalla diffusione popolare dei testi e la principale autorità nominata era Avicenna.
Avicenna (980-1037)
I regimina sanitatis cominciano di solito con soggetti legate all’azione sull’uomo esercitata da tutto ciò che lo circonda. Questo insieme di fattori, più volte enumerato prima, è definito aer, ma di là delle qualità dell’aria vista sotto la prospettiva dell’ambiente circostanziale, si parla anche dei venti preponderanti, della geografia fisica, dell’influenza delle stagioni climatiche, della posizione abitativa. Arnaldo da Villanova propone una differente definizione: operimenta. Per quanto concerne la medicina medievale, l’aria è l’elemento più indispensabile alla conservazione della vita, nonostante la scoperta dell’ossigeno sia operata nel 1777 da Lavoisier.

Antoine-Laurent de Lavoisier (1743-1794)
In quest’ottica, l’aria inspirata penetra nel cuore, lo raffredda e impedisce che la sua umidità radicale sia consumata. Questa visione della respirazione è la via per eliminare i fumi prodotti dalle combustioni fisiologiche. Con la diastole, il cuore attira l’aria necessaria per refrigerarsi, tramite la sistole espelle le scorie. La correlazione cuore ed aria appare così strettissima. Qualsiasi modifica apportata alla qualità dell’aria andrà quindi a ripercuotersi sul funzionamento cardiaco e quindi su tutto l’organismo. I medici del tempo ritenevano che i fattori in grado di modificare l’ambiente fossero i corpi celesti; i minerali; le piante e gli animali. Si preferisce poi la vita in città rispetto a quella campestre, giacché più controllata.

Anche l’abbigliamento stesso inizia a entrare nella sfera dell’igiene, poiché diviene uno strumento per proteggersi dall’ambiente. Nei testi medievali prende ampio respiro anche la concezione di sonno. Leggendo lo Speculum medicinae di Arnaldo da Villanova, esso è un assopimento delle forze e della motricità volontaria. La fisiologia medievale spiega il suo funzionamento in tal modo: il calore innato si ritira verso le membra interne, il che provoca una diminuzione degli spiriti presenti nel cervello, da cui una sospensione delle funzioni sensitive e motrici. Tutto ciò determina una quiete che va identificata con la sonnolenza che precede il vero e proprio riposo. Durante tale fase, il calore aumenta negli organi digestivi, facendo affluire il calore al cervello che, freddo e umido, condensa i suddetti vapori. Si sprofonda poi nel vero e proprio sonno. Il risveglio è il processo inverso, ma è poco chiaro in tali documenti. Chissà come mai...


Di: Anna Maria Vantini

Fonti:
(a cura di) Kawakita Yosio, Sakai Shizu e Otsuka Yasuoory of Hygiene, Tokyo, Ishiyaku Euro America, 1991
Pedro Gil Sotres, Le regole della salute, in Storia del pensiero medico occidentale, a cura di Mirko D. Grmek, vol. I, Roma-Bari, Laterza, 1993
 
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