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martedì 11 dicembre 2018

Principato di Monaco: un piccolo Stato, una grande crisi diplomatica

Nel film Grace di Monaco uscito nel 2014 e diretto da Oliver Dahan, la vita della nota attrice americana Grace Kelly, divenuta principessa del Principato monegasco grazie al matrimonio reale con Ranieri III, fa da sfondo ad una delle peggiori crisi diplomatiche che il piccolo Stato, enclave della Francia, dovrà mai affrontare nella sua lunga esistenza.
Il periodo storico in questione è quello di fine anni ’50 – inizio anni 60’, un periodo difficile e teso  a livello politico, soprattutto per la Francia, impegnata dal 1954 nella guerra anticoloniale algerina; inoltre vi era anche la questione del referendum sull’elezione del Presidente della Repubblica Francese, a suffragio universale, estremamente voluto dal Generale De Gaulle e che avrà luogo il 28 ottobre 1962.


La crisi con Monaco si inserisce in queste serie problematiche: il Principe Ranieri III decide di riprendere il totale possesso dei media di Montecarlo, quali Radio Montecarlo (RMT) e Télé Montecarlo (TMC) emanando un’ordinanza sovrana conosciuta come Ordonnace Image et Sons, il 14 gennaio 1962. Entrambi i media erano precedentemente sotto l’ente francese per le trasmissioni radiodiffuse, ovvero il SOFIRAD, e le antenne per la loro trasmissione di trovavano su territorio francese. La mossa di Ranieri fece perdere immense quantità di denaro all’erario francese che decise immediatamente di reagire alle disposizioni monegasche.


La tensione tra i due paesi continua a salire vertiginosamente anche a causa della questione tassazione, molto cara a Monaco. Il Principato infatti, dal 1869 aveva eliminato le imposte sui redditi ai propri cittadini, stimolando una continua affluenza di ricchi, industriali e non, a trasferire le proprie residenze nel piccolo stato, costituendo così uno dei primi “Paradisi Fiscali” d’Europa. Il regime tax-free, inoltre, iniziò ad essere applicato anche a molte aziende che decidevano di spostare la loro sede fiscale nel Principato, comportando una perdita di imposte non da poco, soprattutto per lo stato francese che si è visto privare di molte imprese, nate e sviluppatesi su territorio francese, che prima, pagando le tasse sul proprio territorio, reinvestivano su di esso.



Il refugium peccatorum di questi imprenditori divenne proprio Monaco, suscitando le ire di De Gaulle che non tardò all’azione. Furono inviati delegati francesi, che convincessero Ranieri a ritrattare la sua ordinanza, ma il Principe rifiutò categoricamente, incrinando definitivamente i rapporti con i vicini, portando ad una crisi diplomatica senza precedenti. Fu nominato infatti Ministre d’Etat Emilé Pellettier, già collaboratore di De Gaulle nel precedente governo, per cercare una risoluzione – tutta a vantaggio francese - con il Principe. Inviato a Montecarlo fu ricevuto da Ranieri il 28 gennaio 1962, dopo giorni in cui l’alto funzionario francese aveva tentato – vanamente – una rettifica dell’ordinanza, e ad ora tarda il colloquio si concluse con uno scontro duro: Pellettier fu invitato bruscamente a lasciare il Paese e, secondo alcune testimonianze, Ranieri molto adirato per le insensate richieste francesi gli disse «Ce n’est pas vous qui partez, c’est moi qui vous met à la porte!». Questa frase è figlia del clima molto teso che si protrarrà per quasi un anno.
La crisi infatti si dilungherà fino ad ottobre 1962 e nei mesi fino alla sua conclusione si sfiorerà anche l’invasione.


Dopo il rifiuto di Ranieri, De Gaulle e il suo governo inaspriranno ancora di più il loro dissenso verso Montecarlo, soprattutto a seguito delle numerose interviste a giornali francesi che il Principe rilascerà fino ad aprile 1962 per far prevalere le sue ragioni. Il Generale decise quindi di concedere sei mesi ai monegaschi per decidere se adottare il nuovo allineamento fiscale proposto dai francesi, ovvero reintrodurre le imposte dirette, obbligando così i numerosi imprenditori francesi a ritornare al loro paese di origine, venendo a mancare il privilegio della esente tassazione.
Monaco impotente di fronte alla superiorità economica della Francia subisce dure pressioni: De Gaulle disporrà nuove misure che inaspriranno ancora di più la questione, quali  il fermo della registrazione dei cittadini francesi che decidono di stabilirsi a Monaco; la restrizione sui soggiorni di cittadini del Principato in Francia (assimilati a stranieri); la denuncia della convezione sui trasporti e sui prodotti farmaceutici monegaschi.
Le pressioni sembrano dare i loro frutti e il 19 settembre 1962 furono ripresi i negoziati e Monaco si dimostrò disponibile alla trattazione su alcuni punti cruciali, in particolare il principio di imposta sulle società e sulle persone, anche se restava ancora  da chiarire la spinosa questione dell’importo. Altra spina nel fianco fu la richiesta francese di togliere la cittadinanza monegasca a chi non viveva nel principato da più di 5 anni, di fatto svantaggiando i recenti cambi di residenza di marocchini, algerini e tunisini. Monaco non poté accettare queste condizioni e lo scontro con De Gaulle fu inevitabile.
Il Generale infatti adottò una linea ancora più dura della precedente, passando dalle parole ai fatti: la dogana fu presidiata da sei poliziotti francesi e nessuno poteva uscire dal paese. Di fatto i monegaschi si ritrovarono sotto embargo – in particolare economico, poiché fu applicato il tasso di scambio internazionale tra i due paesi - e la paura di una possibile invasione francese si fece reale, soprattutto quando Ranieri III trasmise in tv e radio un suo personale messaggio ai concittadini in cui li invitava ad adottare la resistenza passiva, se si fosse realizzata l’invasione.
Inoltre Monaco non faceva parte neanche dell’ONU, fu così impossibilitato a richiedere anche l’aiuto al Consiglio di Sicurezza e delle altre Nazioni. Inevitabilmente era più che necessario trovare una risoluzione a questa guéguerre (guerricciola) e finalmente ripresero i negoziati, coadiuvati anche dalla Principessa Grace, che riuscì a portare l’opinione pubblica dalla parte dei monegaschi.



Dopo mesi di trattative, il 12 ottobre 1962 Raineri III e De Gaulle firmarono finalmente il “trattato di pace”, con la stipula di una nuova convenzione fiscale che stabilì un nuovo regime nel Principato: questo si impegnava a imporre nuove imposte su imprese ed imprenditori che decidevano di delocalizzare le proprie sedi fiscali nel territorio. Per darsi un tono anche più vicino alla modernità, Monaco introdusse nuovi diritti civili per i suoi cittadini, come l’abolizione della pena di morte e il diritto di voto alle donne.  Inoltre, compresa la fragilità del suo sistema economico, il paese di soli 150 ettari, intraprese una nuova via economica, spingendo verso il settore del lusso e dei casinò, attirando ricchi e non da ogni parte del globo, e assicurandosi, ancora oggi, un futuro “alla moda”.



Qui una delle numerose interviste rilasciate da Ranieri III dove spiega ad un giornalista britannico le ragioni della disputa franco-monegasca. 





Simona Amadori

Fonti:

Jean-Remy Bezias, Les Alpes Maritimes et la crise Franco-Monégasque de 1962, in “Cahier de La Méditérrannée”, Les Crises dans l’Historie des Alpes-Maritimes, n° 74, 2007, p.321-336

Bertrand Le Gendre, 1962: l'année prodigieuse, Paris, Editions Denoël, 2012

Jean-Marie Guillon, La crise franco-monégasque de 1962, Video – Journal télevisé, 17 octobre 1962, reperibile all’URL https://fresques.ina.fr/reperes-mediterraneens/fiche-media/Repmed00227/la-crise-franco-monegasque-de-1962.html

Stéfanie Mourou, Les relations internationales de la Principauté de Monaco, Villeneuve d'Ascq, Presses Universitaires du Septentrion, 2000

giovedì 6 dicembre 2018

La campagna di Russia e le esperienze degli italiani


Quale fu il contributo dell'esercito italiano all'Operazione Barbarossa? Cercheremo di dare un risposta a questo interrogativo, poiché si tratta di una domanda ricca di suggestioni che ricadono sul piano politico e culturale.

Innanzitutto, è necessaria una breve premessa di contestualizzazione. Siamo nel mezzo della seconda guerra mondiale, nel momento in cui la Germania, guidata da Adolf Hitler, è ormai entrata in controllo di gran parte dell'Europa centrale e settentrionale. Il Belgio, l'Olanda, la Francia, i Paesi scandinavi.

Sostanzialmente sono rimaste due Nazioni a combattere contro la Wehrmacht tedesca: da un lato, la Gran Bretagna, contro cui verrà avviata la campagna militare denominata Leone Marino e che sfrutta la precedente divisione territoriale della Francia; dall'altro, l'Unione Sovietica, l'ex alleata contro cui verrà organizzata l'Operazione Barbarossa, che copre il periodo tra l'estate 1941 e il gennaio 1943.
Entrambe falliscono, per una serie di cause, contesti e finalità diversi.

Tuttavia, l'Italia, in virtù del suo stato di alleato della Germania, partecipa alla campagna di Russia e darà un contributo importante all'Operazione Barbarossa. Nel 1941, infatti, viene costituito il CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia), posto sotto il controllo del generale Giovanni Messe, il quale aveva già avuto esperienze di comando nella seconda metà degli anni '30 in Etiopia e durante la seconda guerra mondiale in Albania e Grecia.
Nel 1942, il CSIR sarà incorporato nell'ARMIR (ARMata Italiana in Russia), che gestirà le operazioni militari fino al gennaio dell'anno successivo, quando la situazione crollerà precipitosamente sul fronte di Stalingrado.

Torniamo al quesito iniziale. Quale fu il contributo dell'Italia alla campagna di Russia? Gli storici discutono ancora a livello quantitativo, ma sembra plausibile l'idea che partirono circa 230.000 uomini e che ci furono circa 84.000 tra morti e dispersi. In ogni caso, per comprendere le dinamiche di questo fenomeno vi consigliamo la visione del film "I girasoli", diretto da Vittorio de Sica nel 1970 con Sophia Loren e Marcello Mastroianni.

Chi partecipò all'Operazione Barbarossa?
Uno dei più famosi è senza dubbio Mario Rigori Stern, scrittore-soldato che fu presente durante gli scontri a fuoco con l'esercito sovietico e che scrisse una serie di testi molto intensi in merito alla sua esperienza: "Il sergente nella neve", pubblicato nel 1953, e "Ritorno sul Don", edito vent'anni dopo e all'interno del quale l'autore torna sui luoghi di guerra provando sconforto nel vederli ormai irriconoscibili.

Tino Petrelli, fotografo illustre e collaboratore di numerose riviste culturali, fu in Russia tra il gennaio e il luglio 1942, ma questo breve periodo passato sotto le armi lo segnò in maniera inequivocabile e, al ritorno in Italia, entrerà nelle file della Repubblica Sociale. Nuto Revelli, scrittore e ufficiale degli Alpini, partecipò all'Operazione Barbarossa nel 1941, ma dopo l'8 settembre decise di aderire al movimento partigiano e di entrare nelle forze cuneesi di Giustizia e Libertà.

Infine, personaggio illustre per la Chiesa cattolica (da cui sarà nominato beato), Carlo Gnocchi, educatore e cappellano militare, che partecipa alla seconda guerra mondiale in diversi teatri: prima in Albania e, successivamente, in Russia, dove entra a far parte della divisione Tridentina.

Fonti:

- "I girasoli" (V. De Sica, 1970).
- BOCCA G., Storia d'Italia nella guerra fascista: 1940-43, Mondadori, Milano 1966.
- RIGORI STERN M., Ritorno sul Don, Einaudi, 2005.

martedì 4 dicembre 2018

Il vezzo nell'arte di Fragonard

Jean-Honoré Fragonard (1732-1806) si staglia quale uno dei maggiori esponenti dell’arte settecentesca.

Il suo si rivela essere un connubio espressivo che veicola una leggerezza rococò con una vivificazione del classicismo. Nasce a Grasse da una famiglia benestante e manifesta precocemente la sua attitudine artistica, esemplificata nello studio di Chardin e sotto il magistero di Boucher. Viaggio di ispirazione rappresenterà per lui un tour italiano, dove, in particolar modo, Roma rivestirà una fascinazione particolare nel suo immaginario.


La plasticità di Michelangelo, la morbidezza di Raffaello uniti al pathos barocco dei Carracci, dove lo strutturalismo muscolare impone una fastosità atta a impreziosire gli ambienti. Artifizi e teatralità suggestionano il potere immaginifico di Fragonard che li interiorizza, arricchendo le sue tele di quello spazialismo degno di Pietro da Cortona. Un respiro più ampio di stampo internazionale investe le sue opere che suscitano interesse dell’opinione pubblica.
Riscuote un discreto successo soprattutto in ambito accademico nella fase iniziale in cui predilige il paesaggismo. Fragonard s’inserisce nel dialogo laico di rappresentare il verisimile, il dato naturale. Scorci di boschi, elementi scultorei classici, figure femminili compunte, pose plastiche di maniera: una narrazione prosaica, ma sempre tendente al vezzo. Quest’ultima caratteristica prende sempre più corpo nella sua intenzione artistica.


Abbandona, lascivo, un certo assetto drammatico per affrontare espressivamente tutto lo spettro della frivolezza umana. Il noto “I fortunati casi dell’altalena” è una tela in cui si rivela l’essenza maliziosa del settecento, secolo patinato, lustrato dai Lumi, ma invischiato in un gusto edonista.

Come gli scherzi shubertiani l’elemento goliardico è un fattore caratterizzante dell’epoca. E, seguendo questo vettore, Fragonard riempie le sue tele di scene di genere in cui la vezzosità e la leggerezza umana iconizzano stati d’animo e posture.

Fragonard si sdogana da una pittura narrativa storica e, passando per il campionario seduttivo classico-mitologico approda a una pittura di interni incipriati e imbellettati. Ritratti dai tratti accennati, luce soffusa, sorrisi maliziosi. Virtuosismi di amanti, come in un vortice emotivo, impulsivo di pose estatiche, lascive. Una pittura dal segno veloce come l’emozione che crea.


Un approccio voyeurista dove la donna viene colta nel sonno o è il caso fautore di un’occasione maliziosa, come ad esempio nella celebre figura della fanciulla sul letto che infantilmente è dedita a trastullarsi con il cane sui piedi, in un boudoir rosa confetto. Qui gioca l’inconsapevolezza del soggetto femminile che, senza né intenzione né pudore, crea una situazione piccante.  
In “Bacio rubato” l’atmosfera è avvolta da un’aura di tenerezza. L’ingenuità risiede sia nell’avventore che nell’avventata, sprovveduta che si trova in una situazione incresciosa ed inaspettata. Un approccio sebbene impulsivo, piuttosto cauto. La fanciulla viene travolta e come da un’onda il suo corpo viene rapito in una linea burrosa, diagonale. 


Un fatalismo di fondo coglie e caratterizza le scene raffigurate da Fragonard, come un deus ex machina che sovverte i piani e enfatizza il vezzo, colonna portante del suo stilema. Una leggerezza costante, misurata che stigmatizza un desiderio di vivere senza sovrastrutture, ma con i verticalismi tipici di un’epoca densa di contraddizioni. 


Di: Costanza Marana

Fonti
Fragonard in I Maestri del colore, Anna Maestri, Fabbri, Milano, 1993
Fragonard in Galleria d'arte : i maestri della pittura dal Rinascimento ai grandi protagonisti dell'arte moderna n. 57, De Agostini, Novara, 2001

sabato 1 dicembre 2018

Le Botteghe dell'Illuminazione: La gabbia di Pound. Le prigioni di un poeta libero.


Interessante opera introspettiva sulla figura di Pound, scritta da Piero Sanavio, antropologo, giornalista e traduttore di Ezra Pound. 

Sanavio analizza l’Ezra Pound uomo, il libro è frutto di una lunga serie di incontri che l’autore poté avere con il poeta americano durante il suo processo e dopo la fine di questo ed il suo internamento, durato ben tredici anni presso il manicomio criminale di Saint Elizabeth.


Il saggio sfiora lievemente il coinvolgimento di Pound con il regime repubblichino, perché la vera missione dell’autore è parlare dell’uomo dietro il poeta, dell’uomo dietro il “politico”, della vittima, del prigioniero politico del proprio stato.

Possiamo così seguire la dura odissea del poeta nei campi di prigionia americani di Pisa, dove era stato deportato a causa di un suo coinvolgimento con il regime fascista. Pound stava scontando con la prigionia il fatto di aver parlato su Radio Roma con un proprio programma per convincere gli americani che la guerra che stavano combattendo contro l’Italia era sbagliata. Ezra argomentava come i suoi connazionali erano stati ingannati e che si erano schierati con il grande capitale, con gli usurai, che erano coloro che avrebbero tratto maggior guadagno dalla guerra.

Il ritratto che appare del poeta e sopratutto dell’uomo è toccante. Chiuso in una gabbia soffrendo il sole e la pioggia, in precarie condizioni igieniche e di salute, umiliato dai soldati e costretto a defecare all’aperto. È affascinante seguire la prigionia di Ezra all’interno del “gulag” di Pisa, dove il poeta tra le mille angherie e privazioni costruisce la poetica del suo capolavoro. I Canti Pisani, vengono composti a mente, ripetendoli tra se e se per ore per non perderli e poi riuscendo a farli trascrivere a macchina addirittura giorni dopo grazie all’aiuto di qualche infermiera.


Rientrato negli USA Pound sarà processato per alto tradimento, ma gli verrà evitata l’esecuzione capitale solo perché ritenuto incapace di intendere e di volere e quindi internato per anni in un manicomio criminale. Qui il poeta si isola dal mondo, se ne allontana perché il mondo non lo ha capito, il mondo lo ha tradito e rinchiuso li dentro. Decide quindi di accogliere solo chi vuole in fugaci o lunghe chiacchierate e colloqui dove parla di poesia, arte e di tutto ciò che sente. Parla spesso del passato e dei torti che è stato costretto a subire da un governo che giudica corrotto. Il ritratto del poeta è quello di un uomo ferito, ma ancora forte, testardo e ancora convinto di non essere stato capito. La lunga prigionia sarà però anche occasione per perfezionare i propri scritti e per poter parlare a lungo con un circolo di adepti che si verrà a creare attorno alla sua figura, una cerchia cosmopolita che gli permetteva di poter passare dall’inglese all’italiano durante le sue lunghe discussioni o invettive contro i governi di Truman e Roosvelt da lui definiti liberticidi.


L’autore ci sottolinea come siano in molti ad essere concordi nel definire geniale e visionaria la sua poetica e che sia stato un vero e proprio furto il fatto che non fosse stato insignito del premio Nobel. Johannes Edfelt infatti riuscì a candidarlo per il premio Nobel, ma visto il suo passato coinvolgimento con il fascismo venne escluso dalla contesa. Non venne tuttavia lasciato solo durante i suoi anni di detenzione al Saint Elizabeth, qui gli facevano spesso visita e compagnia molti scrittori ed artisti americani, tra questi Thomas Eliot, William Carlos Williams ed Ernest Hemingway.

Sanabrio concorda con la visione che vede la sua straordinaria poetica messa da parte perché si era avvicinato al fascismo, sottolineando però che Pound pur avendo simpatie per il fascismo non era di certo antisemita, aveva aderito alla RSI e il connubio con il Duce, figura che comunque ammirava, era stato forse più un modo per poter esporre le proprie idee in radio. Ezra era rimasto affascinato dall’impianto corporativistico fascista e vedeva negli speculatori e nel grande capitale i veri nemici dell’uomo libero. Vedeva in loro i veri artefici della guerra mondiale, coloro che avrebbero guadagnato nella corsa agli armamenti e successivamente nella ricostruzione. Ma le sue simpatie per il fascismo passavano sicuramente in secondo piano rispetto alla propria indipendenza e libertà che aveva sempre coltivato sopra ogni cosa.


All’interno del libro sono presenti alcune fotografie che ci restituiscono un Pound sempre più invecchiato e provato prima dalla prigionia e poi dall’isolamento. Infatti quando venne finalmente liberato, grazie alle pressioni di colleghi e amici, si ritirò in Italia, lontano da quel mondo americano che lo aveva denigrato e richiuso per aver espresso liberamente il proprio pensiero. Forse è proprio questo il contrasto più sottolineato dall’autore, gli USA, terra delle libertà ed esportatrici della stessa nel mondo, costrinsero alla prigionia e all’internamento uno dei propri più grandi poeti perché aveva deciso di schierarsi contro il governo e la mentalità dominante. Sicuramente gli ultimi quattordici anni di vita di Pound, seppur vissuti in libertà in Italia, furono fortemente segnati dall’internamento che aveva scavato profonde ferite nell’uomo che Sanavio ci restituisce come in preda alla depressione e problemi psicotici.

Consigliato per: Consigliato per chi ha già conosciuto il poeta Ezra Pound, magari leggendo i Canti pisani o altre sue opere poetiche e vuole scoprire l’uomo che gli si celava dietro, vedendolo in un momento di difficoltà e sofferenza durante la prigionia, momento nel quale provato nel corpo il poeta si trincera all’interno del proprio spirito per non perdere la coscienza di se. Momento che lo mette fortemente alla prova ma dal quale scaturirà la sua poetica.


Di: Ludovico Scaglione


Fonti: Piero Sanavio, La gabbia di Pound. Fazi Editore, Roma, 2005. Pagine XIII + 191, [ISBN 8881125757]

lunedì 26 novembre 2018

Il dimenticato Museo Storico della Comunicazione di Roma

Un aspetto talvolta ingiustamente sottovalutato, nel panorama della ricerca storiografica, è il valore dei migliaia di modi e tecniche di comunicazione che il genere umano ha sviluppato nel corso dei millenni che lo hanno visto protagonista della sua storia. Una caratteristica così tipicamente umana come quella comunicativa dovrebbe riacquistare la centralità che gli spetta e uscire dalla nicchia alla quale forse, è stata relegata in certi ambienti. Come avrebbe fatto la civiltà umana a svilupparsi senza comunicazione? Città , regni, imperi e nazioni poi hanno trionfato anche grazie all’alternarsi di nuovi metodi e strumenti comunicativi.

 Ricostruzione dell'ufficio postale del Granducato di Parma, Piacenza e Guastalla del 1861
Il Museo Storico della Comunicazione di Roma, in quest’ambito è una vera perla situata nel quartiere Eur. Inaugurato nel 1982 e facente parte del Ministero dello Sviluppo Economico è unico nel suo genere su tutto il territorio italiano. Accedendo al museo, si possono visitare più di tre kilometri di esposizione d’oggetti legati alla comunicazione come i primi telefoni, telegrafi, mappe, televisori e centinaia di strumenti tecnologici e pre-moderni. L’esposizione conta più di tremila reperti e quattromila documenti risalenti al Regno d’Italia e agli stati preunitari.

Il percorso nel museo si svolge in maniera lineare cronologicamente , accompagnati da una guida che spiega passò passo l’evoluzione della comunicazione nella storia. Anche per questo, è possibile intraprendere il percorso solo su prenotazione. Nonostante ciò, l’ingresso è completamente gratuito. Partendo dai sistemi postali dell’antichità, viene illustrata come le reti postali che servivano per le comunicazioni istituzionali dell’impero o del regno nel mondo antico non erano accessibili a tutti i cittadini, ma solo ai funzionari governativi. I cittadini infatti, dovevano affidarsi a mercanti o sacerdoti che viaggiando, potevano recapitare una lettera in un determinato luogo.
In epoca medievale, nacquero i primi servizi postali che oggi potremmo definire come privati dato che svolgevano servizi di trasporto della corrispondenza non solo per conto di Stati, Regni e Imperi ma anche per normali cittadini. La famiglia Tasso da cui nascerà anche il famoso scrittore Torquato Tasso, ad esempio, istituì uno dei servizi postali più importanti d’Europa.


L’esposizione continua con l’invenzione del francobollo dell’inglese Rowland Hill e al suo rivoluzionario impatto che permise un controllo maggiore sul pagamento delle imposte della corrispondenza e un servizio più efficiente.  Al francobollo e alla filatelia per giunta, è dedicata un’ingente parte del museo che raccoglie una vasta collezione di francobolli originali con molti bozzetti della maggior parte degli Stati del mondo e persino di molte ex colonie europee. Come è noto d’altronde, molti francobolli sono vere e proprie opere d’arte prodotte da artisti di fama internazionale, ciò quindi aggiunge anche del valore strettamente artistico alla mostra.

All’interno del vasto repertorio del museo , trova spazio anche una sezione dedicata ad Antonio Meucci, l’inventore del telefono. Alcuni membri del personale della struttura hanno uno specifico interesse per la figura di questo inventore italiano e sapranno intrattenere i visitatori con un’esaustiva panoramica sull’infausta vita e carriera del Meucci.

Anche a Guglielmo Marconi del resto, è dedicata un’ampia sezione nella quale viene ben approfondito il suo lavoro e le sue ricerche sulle onde elettromagnetiche che hanno portato allo sviluppo della radio e sul ruolo che questa ha avuto negli anni.

Il museo si rivela essere un vero e proprio gioiello che merita certamente molte più visite di quelle che già riceve, quindi, chiunque si trovi a Roma dovrebbe sicuramente visitarlo e scoprire o riscoprire una parte importante del nostro passato che ci definisce in quanto essere umani che hanno un costante bisogno di comunicare, attività arrivata all’apogeo nella nostra contemporaneità e che proprio per questo richiederebbe un’attenzione maggiore.


Di: Cristiano Rimessi

Fonti:
Visita guidata al Museo Storico della Comunicazione di Roma

venerdì 23 novembre 2018

1924: che il Black Friday abbia inizio!

Oggi è il penultimo venerdì del mese, il Black Friday, che ha origine nel primo dopoguerra e per motivi folkloristici e per motivi economici.
I motivi folkloristici sono legati alla festa del Ringraziamento americano, il Thanksgiving. Festeggiato tradizionalmente con un banchetto luculliano che prevede l'immancabile tacchino, prima di diventare una festa (anche) laica, era una celebrazione cristiana.

Happy Thanksgiving!
Nel 1621 ci fu una celebrazione religiosa ad opera dei pellegrini, ripetutasi nel 1623 con annessa documentazione: il governatore della colonia fondata dai Pellegrini, William Bradford, emise un ordine specifico rivolto alla comunità di Plymouth, nell'attuale stato del Massachussets. Espresse la volontà di pregare il Signore per il raccolto appena ultimato, dicendo

Tutti voi Pellegrini, con le vostre mogli e i vostri piccoli, radunatevi alla Casa delle Assemblee, sulla collina [...] per ascoltare lì il pastore e rendere Grazie a Dio Onnipotente per tutte le sue benedizioni.


Si trattava di una cerimonia religiosa volta a ringraziare l'Altissimo per il buon raccolto e durante il Thanksgiving ancora oggi ci sono delle celebrazioni liturgiche alle quali presenziano i fedeli cristiani. Se per gli Stati Uniti si festeggia il penultimo giovedì del mese di Novembre, per i canadesi è il secondo giovedì di Ottobre, mentre in Italia tale ricorrenza cade nel penultimo giovedì di Ottobre e la liturgia cattolica prevede 72 ore di preghiera, che termineranno di domenica con la Santa Messa.

Per gli americani, inizia effettivamente il periodo delle feste natalizie: il raccolto veniva riposto nei granai per l'inverno, vengono macellati gli animali per le scorte dei mesi freddi, si fanno conserve e confetture prima che non ci siano più frutti di cui disporre. L'unico mestiere che si svolge ancora nei mesi invernali, nel settore terziario ovviamente, è quello del taglia legna: nel 1600 non c'era il riscaldamento a metano e non vi erano le stufe, bensì i caminetti e, considerate le riserve boschive dalle quali potevano attingere i padri pellegrini, non ci vuole molto per comprendere che di certo non si sarebbe temuto il freddo.

Mappa dei nativi americani e dei loro insediamenti
prima dell'avvento dei conquistadores e dei Pellegrini.
Purtroppo, questa ricorrenza ricorda anche il lutto della comunità nativa americana, come ricorda Debra Messing - attrice statunitense vocata per la filantropia e i diritti umani - proprio in questi giorni. Sul sito web canadese Native-land si possono recuperare delle mappe che mostrano i luoghi e i nomi degli insediamenti americani, come si può evincere dalla mappa qui presente. Infatti, il compito dei Pellegrini era quello di conquistare l'America, rendendola "bianca", epurandola dai non credenti, o meglio, dai pagani. La lotta per catechizzare il suolo americano fu intrisa di sangue e il giorno del Ringraziamento ricorda anche questo.

Successivamente, il 1800 porta le decorazioni natalizie tedesche negli Stati Uniti e il pranzo (o la cena) vengono serviti su tavolate decorate e si recupera la tradizione dell'accensione del Tannenbaum (albero di natale) tedesco: un abete verde viene guarnito di candeline che vengono man mano illuminate con dei fiammiferi.

Andando avanti con gli anni, già nel periodo del primo Novecento si fa strada un altro uso, ovvero quello di cominciare a far compere per l'avvento del Natale proprio il venerdì che segue il Thanksgiving. Accade quindi che si esca per negozi, mercatini, per iniziare a preparare i primi regali per famigliari e amici.

La celeberrima sede di Tiffany, New York City. 
Così la grande boutique di Louis Vuitton di New York vede uomini d'affari, banchieri e commercianti accaparrarsi le migliori valigie per le vacanze incombenti oppure per acquistare la nuovissima borsa iconica per le mogli. Tiffany apre i battenti con una calca di fidanzati, mariti pronti a fare acquisti per le future e già mogli.

La sede newyorkese di Barneys, 7th Avenue.
Ecco che, nel 1923, apre Barneys, la catena di negozi di lusso degli Stati Uniti, con capi pregiati dell'ultima moda. Apre dapprima a New York, nella 7th Avenue e, volendo acchiappare l'attenzione dei compratori, il venerdì che segue il Ringraziamento propone sconti imperdibili per i clienti, al fine di promuovere la propria azienda.

Lo slogan del Black Friday di Amazon.com, 2018.
Nel 1924 altri negozi si comportano allo stesso modo: è il Black Friday del mercato azionario e finanziario. Si spende di più poiché ci sono offerte ad hoc, ci si accalca ai negozi, si prenotano le novità per i doni natalizi. Perché "black"? Semplicemente, perché la partita doppia americana, in economia, prevede gli introiti al netto segnati in nero (quindi Black) e le perdite in rosso. Notando un incremento degli utili in questo giorno, è chiamato Black Friday.
La moda divampa maggiormente a decorrere dagli anni Ottanta, fino ad approdare anche in Europa. In questo modo, si può capire dalle spese del "venerdì nero" quale sarà il potere di acquisto per il mese di dicembre e quanto si potrà guadagnare durante le vendite natalizie.

Comincia il periodo natalizio a NY!
 Ecco i nostri amici statunitensi al Bryant Park!
Ad oggi, con il dilagare della tecnologia, si parla anche di Cyber Monday: segue al Black Friday un lunedì in cui ci sono offerte nell'ambito dell'elettronica ed informatica e si trovano online, da cui "cyber".

Smettete di leggere adesso, filate via a far le prime compere!


Di: Anna Maria Vantini

Fonti:
- Giovanni Orelli, La festa del Ringraziamento, Casagrande, Svizzera, 2000
- Native-land.ca
- Archivio online di "Vogue"

lunedì 19 novembre 2018

La mappa del tesoro del 1502: il Planisfero del Cantino

Il "Planisfero Cantino" è una carta del 1502 che ci dà conto dei risultati del trattato di Tordesillas. Il papa si pone come un testimone nei confronti della spartizione dei territori del Nuovo Continente, in relazione ad un'opera di evangelizzazione mirata ad essere diffusa parimenti all'evoluzione del processo coloniale.

Il Trattato fa riferimento ad un meridiano che divide esso stesso le aree di competenza di Portogallo e Spagna. Al primo, per esempio, vengono assegnate l'Africa e il Capo di Buona Speranza, oltre al Brasile. I diritti li vantava infatti ad est rispetto al meridiano preposto alla divisione territoriale. Tutto ciò che invece si trovata ad occidente rispetto al medesimo era appannaggio della Spagna.
Nella mappa si vedono chiaramente i confini territoriali, oltre all'indicazione precisa dei tropici e del circolo polare artico. Il tutto viene disegnato seguendo l'esecuzione delle mappe nautiche secondo il diagramma dei rombi di vento, come nel grafico che segue.

Lo schema cartografico alla maniera dei rombi di vento. 

Tuttavia, in un secondo momento, il Planisfero è redatto secondo la logica del reticolato geografico.
Lungo il meridiano del trattato di Tordesillas si spartiscono aree che copriranno nuove linee di orizzonte, sebbene l'Atlantico ne venga confuso, soprattutto per quanto concerne le isole.
D'altra parte, questa spartizione prevede anche l'appannaggio dell'oceano Pacifico e non era di certo di poco conto, considerate le scoperte che si faranno in seguito.

La mappa del Cantino, 1502.

Nel planisfero sono presenti alcuni errori cartografici: la Groenlandia appare attaccata all'Europa, alla Scandinavia precisamente, mentre la regione di Terranova ha un'ubicazione totalmente errata.

La denominazione "Cantino" è dovuta non tanto al nome dell'autore della carta - fu redatta in una bottega da più artigiani - quanto al suo possessore e committente, che la portò fino alla corte dei duchi d'Este. Cantino, infatti, curava gli interessi degli estensi e con soli 12 ducati d'oro riuscì a carpire delle informazioni che all'epoca erano dei segreti internazionali. Le informazioni che interessavano il duca d'Este erano legate alla costiera africana, di rilievo e per gli scali commerciali e per la localizzazione di elementi territoriali naturali e politici.
In Africa c'erano delle comunità organizzate vocate al commercio e legate alle rotte delle miniere d'oro.


Tuttavia, Cantino ebbe questa mappa tramite spionaggi e latrocini, pertanto le informazioni che essa conteneva non potevano essere divulgate, ma potevano essere vendute, sempre nell'ambito del mercato nero, ad altre realtà interessate.
La carta stessa è preziosa, poiché presenta due diverse rose dei venti articolate e riportate al centro dell'Africa.

Si colgono notevoli capacità di disegno, precisione nel tracciato dei tropici, informazioni in merito a siti di interesse e popolazioni del territorio, un disegno decisamente preciso del tratto di costa delle Indie occidentali, fino a questo momento non conosciute in Europa, come altri confini africani.
Le informazioni erano pervenute in modo diretto tramite degli scambi culturali ed economici oltre a dialoghi diplomatici in cui si discuteva in merito alle mappe in possesso delle due contendenti, Portogallo e Spagna, all'epoca in possesso di qualche carta ma non dell'unicum creatosi con il Planisfero del Cantino, prima effettiva carta geografica globale attendibile.

Rosa dei venti, particolare della mappa
del Cantino, 1502.

Ora diamo uno sguardo ad alcuni particolari della mappa che si è analizzata dal punto di vista geopolitico. Qui sopra si è riportata la rosa dei venti disegnata nella zona centrale, grossomodo dove c'è il Sahara. Viene disegnata qui proprio perché si era già a conoscenza del fatto che non vi fossero elementi di interesse in questa zona, bensì "solo" un deserto e in tal modo non si va a coprire alcuna zona di interesse maggiore, sia per rotte sia per cartografia spiccia. Le cromie forti servono appunto per catturare l'occhio dell'osservatore che cerca di riconoscerla a primo sguardo: essa serve ad indicare le direzioni dei venti ed era fondamentale saper leggere le mappe in termini nautici, pertanto la rosa diventava qualcosa di imprescindibile e davvero importante, da cui anche il colore oro che la orna.

Gerusalemme, particolare.

Altri elementi che saltano agli occhi di chi osserva questo planisfero sono le città e in particolare la città murata di Gerusalemme, come si può notare nell'immagine riportata. Bella, trionfante, potente si erge a capo del Vicino Oriente, per indicare che la commissione ha matrice cristiana e che il Papa propone dei termini di evangelizzazione molto forti in quello che è il Nuovo Mondo, poiché, al di là delle mura di Gerusalemme, ci sono i musulmani. Trattasi quindi di una sorta di confine invalicabile per il potere pontificio, ma anche di un punto di partenza per le future terre cristiane cattoliche, secondo una sorta di revanchismo papale.

Penisola italiana, particolare.

Infine, analizziamo assieme il particolare della penisola italiana. Essa si presenta come un territorio unitario, poiché trattasi di una mappa e politica e fisica. Si nota la bandiera elvetica a Nord, mentre a Sud ben delineate sono le isole e i litorali. Innumerevoli sono le città il cui nome è qui impresso, tra le quali Roma. Come si può notare, il reticolato geografico presente corrisponde ai rombi di vento dei quali si parlava poco fa e l'attendibilità del disegno era sufficiente ai fini commerciali dei naviganti, poiché regalava un ottimo schema delle possibili raffiche di vento che si sarebbero potute incontrare navigando per il Mediterraneo o per l'Adriatico.

In fin dei conti, si potrebbe dire che il planisfero di Cantino sia una vera e propria mappa del tesoro!


Di: Anna Maria Vantini

Fonti:
- Achille Lodovisi, Stefano Torresani, Cartografia e informazione geografica. Storia e tecniche, Patron Editore, Bologna, 2005
- Paolo dell'Oro, Carte, cartografi e marinai. Storia della cartografia nautica, Il Frangente, Verona, 2014
- Jerry Borton, trad. a cura di A. Fontebuoni, Le grandi mappe. Oltre 60 capolavori raccontano l'evoluzione dell'uomo, la sua storia e la sua cultura, Gribaudo, Roma, 2015

martedì 13 novembre 2018

La vera storia di Mary Celeste: la nave fantasma ritrovata intatta

Il 1872 non fu un buon anno per i marinai delll'Oceano Atlantico. Colpite da alcune delle peggiori condizioni meteorologiche della storia, centinaia di navi furono perse o abbandonate in mare. Ma la Mary Celeste si distingue come l'unica che alla fine ha trovato la sua strada di ritorno in porto senza il suo equipaggio. Il 5 dicembre (circa un mese dopo aver lasciato New York), è stata scoperta dall'equipaggio di una nave diversa, la Dei Gratia, in condizioni quasi perfette. Le sue razioni erano completamente rifornite e il suo carico era al sicuro nella stiva. L'unica cosa che mancava era una scialuppa di salvataggio e... ogni anima vivente a bordo.

Dalla ricostruzione storica sembra che l'equipaggio sia saltato sulla scialuppa di salvataggio in fretta, troppo in fretta per raccogliere almeno una delle loro scorte. Tuttavia non al momento della scoperta non c'era alcun segno di un disastro che avrebbe causato quel tipo di panico. E, dopotutto, la nave era piena zeppa e conteneva circa 1700 barili di alcool industriale.


La storia della nave Mary Celeste cominciò a diffondersi quando Sir Arthur Conan Doyle, scrittore e drammaturgo scozzese, pubblicò una storia per spiegare quello che accadde, incolpando un ex schiavo vendicativo del suo naufragio. Tuttavia, ad oggi una spiegazione particolarmente convincente non esiste, ma ci sono alcune teorie che vale la pena considerare.

Come ci spiega Giancarlo Costa, storico navale e scrittore, tale episodio misterioso: «va inquadrato in un’epoca, in cui si credeva e voleva credere molto al soprannaturale, al magico, allo spiritismo. E anche alle navi fantasma». Mostri e paure che ritroviamo tutte puntualmente nel caso Mary Celeste. «Si è detto tutto e il contrario di tutto. Per spiegare la sparizione dell’equipaggio si sono ipotizzate trombe marine, onde anomale, tempeste, iceberg; grandi piovre (kraken), pirati, alieni; folli scommesse, maniaci religiosi; malattie... I giornali hanno continuato ad attingere dall’enigma, facendo apparire di tanto in tanto improbabili superstiti».

Solo ultimamente però, la documentarista Anne MacGregor ha fornito una spiegazione abbastanza convincente del perché l'esperto capitano avrebbe fatto l'impensabile e avrebbe abbandonato una nave in grado di navigare ancora. Non si sarebbe trattato infatti di un assalto dei pirati, in quanto essi avrebbero rubato il carico, rimasto invece intatto. Non fu nemmeno un incendio a mettere in fuga i naviganti, poiché non c'era alcun segno di danno a bordo della nave. Avendo escluso l'impossibile (ovvero ogni credenza fantasiosa) e l'improbabile, MacGregor si rivolse unicamente a ciò che poteva verificare: i registri cartacei della nave.


Secondo gli ultimi documenti consultati, la nave era in vista di Santa Maria nelle Azzorre il 25 novembre e 10 giorni dopo, fu trovata a 400 miglia ad est da quel punto. Secondo la stima di MacGregor, lo scenario più probabile è che l'equipaggio abbia abbandonato la nave nell'ultimo giorno consultato nel registro e che la nave abbia fatto il resto del percorso da sola.

Ma perché questo gesto disperato e insensato da parte dell'equipaggio? Dopo aver esaminato attentamente i registri disponibili, MacGregor e l'oceanografo Phil Richardson, giunsero alla conclusione più plausibile e alquanto particolare: secondo i loro studi, il capitano aveva un cronometro difettoso che suggeriva che la nave si trovava a circa 120 miglia a ovest rispetto a dove effettivamente si trovava. Così, a causa di un oceano turbolento, il capitano probabilmente ordinò all'equipaggio di abbandonare temporaneamente la nave e dirigersi verso l'isola vicina. L'equipaggio, probabilmente disperso o affogato nell'oceano, non fece più ritorno sulla nave, che rimase intatta e continuò a navigare fino al primo avvistamento, quasi un mese dopo, da parte della Dei Gratia. Una storia incredibile, che lascia tutti - amanti del mistero e non - con l'amaro in bocca. Se solo il capitano avesse avuto più fiducia nella sua nave, molto probabilmente tutti sarebbero giunti a destinazione sani e salvi...


Di: Claudio Pira

Fonti:
Roberti V. Il mito della Mary Celeste, Mursia, Milano
Progetto Gutenberg - Il capitano del Polestar di Arthur Conan Doyle, su gutenberg.net.
La vera storia del Mary Celeste, Smithsonian Networks, su https://www.smithsonianchannel.com/shows/the-true-story-of-the-mary-celeste/0/130102 URL consultato il 30 ottobre 2018 (archiviato dall'url originale il 1º febbraio 2008).
 
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