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martedì 19 settembre 2017

Oh fato crudele d’un popol sì grande, Che tanto splendore dall’urna ancor spande

La dove un dì sorgea Bisanzio, or sorge Alto, immenso edifizio, che la fronte Nel Bosforo si specchia, e d’ogni intorno Su le merlate spaziose mura Irta di torri formidabil cresta Al ciel s’aderge, ben guernita e carca D’enei colubri che minaccian morte All’uom ch’osa appressarvi. Qui Mamudde, Con la sua Corte Imperiale, ha seggio. La storia moderna greca ha avuto risalto nell’iconografia italiana romantica. La memoria storica e nazionale di un popolo viene stigmatizzata su tele di noti artisti che hanno colto alcuni episodi, elevati a simbolo di una condizione culturale e di un status letterario che contag il comune sentire dell’epoca. “I profughi di Parga” è uno degli esempi più esaustivi, dipinto nel 1826 da Francesco Hayez, artista esponente del romanticismo storico e del neoclassicismo, e commissionato dal conte Paolo Tosio di Brescia. Il pittore ha scelto questo soggetto storico poiché emblema delle tensioni che animavano la pubblica opinione all’epoca.

La città greca di Parga viene consegnata dall’esercito inglese a Alì Pacha di Jannina. Questo evento provoca una sommossa da parte degli intellettuali preoccupati della degenerazione della situazione ellenica. Personalità come Ugo Foscolo e Giovanni Berchet scrivono al riguardo un poema. Le rivendicazioni patriottiche greche coincidevano con l’atmosfera che si respirava in Italia, dove l’insofferenza verso il dominio straniero stava straripando. Quindi la scelta di Hayez accomunava “sentimenti patrii” di nazioni diverse, ma con una comune matrice e problematica. Nelle parole di Mazzini: “quel popolo-martire, di cui il nome collettivo è il solo superstite, di cui gli individui, tutti eroi di patriottismo, rimangono anonimi, sconosciuti”. La situazione ellenica ha condizionato ideologicamente oltre che culturalmente, in senso lato, l’atmosfera europea. Ne consegue un orientalismo dilagante, nella moda e nei costumi, oltre che un ottimismo diffuso a causa dell’esito positivo dell’indipendenza greca.

Un altro dipinto incisivo è “La morte di Marco Botzaris” (1841) di Ludovico Lipparini (Bologna 1800-Venezia 1856). Questa tela intrisa dell’aspetto più munifico dell’eroismo romantico, raffigura l’adagio del corpo del valoroso combattente che ancora serba l’ardore dello spirito, ma che lentamente soccombe alla ferita e al dolore, circondato dai compagni. Lo sguardo ha ancora un sussulto vivido, sebbene si scorga il vitreo che se ne sta impadronendo. La posa, quasi estatica, risulta di maniera, come spesso nella pittura di storia, dove il focus rimane il cerimoniale dell’evento narrato. Questa opera riporta alle parole di un testo “La tomba di Marco Botzaris”, di Cammillo Paganel, unico nel suo genere poiché riporta l’esperienza di un intellettuale francese durante la lotta per l’indipendenza greca. Egli racconta di come abbia incontrato un anziano accanto alla tomba, ove sorga il luogo di sepoltura di Marco Botzaris, l’eroe greco morto durante la resistenza. L’autore comincia la narrazione dal suo sbarco sull’isola, quasi in concomitanza con Lord Byron, valoroso intellettuale romantico, esprimendo tutta la sua stima per quel personaggio così insigne umanamente quanto intellettualmente.

“Il luminoso risorgimento degli Elleni mi aperse quella via che formava l’oggetto di tutti i miei voti. Qualche benché tenue legame mi riteneva ancora; lo ruppi e mi slanciai con entusiasmo verso un avvenire di gloria e di perigli: da quel momento mi sembrò che solo allora io cominciava ad esistere…Mentr’io scendeva sulla riva, vi approdava egualmente Lord Byron e giungeva munito di tutti tesori della civilizzazione. Egli compariva fra i Greci con la spada in una mano, la cetra nell’altra, e con la fronte cinta d’allori; in tale atteggiamento avrebbero gli antichi Greci rappresentato il Dio delle arti in atto di andare a combattere le barbarie…Io non porrò mai in oblio l’impressione indefinibile, che su di me produsse questo straordinario personaggio..”


Successivamente accade l’incontro con il vecchio Zenocle che pieno di passione e veemenza gli descrive la sua storia, colma di pathos e sofferenza. Fino al culmine in cui viene narrata la morte in battaglia del valoroso Marco Botzaris, adorato dal suo popolo come un dio, per la sua tempra e piglio. Come un fermo immagine la descrizione dell’evento luttuoso, in cui mentre è stato colpito non ha perso il furore da combattente e urla, con quanta voce gli rimaneva in corpo, dove fosse il Pascià, poiché egli, sofferente, suffragato da una volontà ferrea, lì voleva dirigersi, nonostante il dolore lancinante della ferita.

Arriva un vecchio e rispose che quel luogo funebre era la tomba di Botzaris, allora Cammillo si inginocchia e bacia la tomba. Il vecchio si chiama Zenocle e i Turchi lo avevano accecato. ..Sentivamo confusi clamori: tutto annunziava un violento fermento. Ah dicevano gli uni, traendo profondi sospiri, l’Aquila della Selleide non più ritornerà; egli sarà caduto sotto i colpi ei barbari, e Dio l’avrà chiamato a sé… vittoria e sciagura, Botzaris non è più. La vigilia Botzaris dopo un banchetto funebre in onore della Vergine di Sulli, e dopo che ci fummo purificati nella acque del Campiso, ci aveva tutti stretti al suo cuore: Se mentre ferve la pugna, voi mi perdete di vista, diss’egli nell’atto di patire, marciate alla tenda del Pascià; colà mi troverete... Ove sono i Pascia? Gridava Botzaris con la sua voce tonante, ove sono i Pascià?, afferrando dipoi per la barba il feroce Hago Bessiaris, carnefice dei Saliotti, tu non mi sfuggirai , il Selictar di Mustai pascià, sette Bey, e una folla di barbari erano sotto i suoi colpi caduti: egli stesso ferito sembrava attingere dalle ferite stesse nuova forza, l’eroe non ha provato il dolore di spirare tra i Turchi; noi l’abbiamo a viva forza involato al loro furore. Era morto da valoroso. E’ iconica questa descrizione quasi fosse un manifesto non solo della resistenza greca, ma di tutto l’afflato classico che non vuole soccombere, ma opporsi fino all’ultimo. Un rintocco di tutto il romanticismo europeo che ha cadenza fissa coopta tutti gli animi verso una comune causa. La diretta proporzionalità tra la tela di Lipparini e l’atmosfera che si respira nel testo rileva la temperatura dell’epoca e la stigmatizza in un universale sentire che commuove fino ai giorni nostri.


Di: Costanza Marana

Fonti:
I miei trent'anni : rimembranze letterarie, artistiche, storiche e politiche, colla riproduzione dell'episodio Filleno ed Alcmena relativo alle ultime guerre dell'indipendenza greca / di Domenico Biorci Torino : Tip. eredi Botta, 1859 La tomba di Marco Botzaris di Camillo Paganel traduzione dal francese Livorno : dai torchj di Glauco Masi e comp., 1826 150 anni dall'Unità : rileggere il Risorgimento tra storia e cultura / a cura di Fulvio Salimbeni Udine : Forum, 2012

giovedì 14 settembre 2017

Dunkirk: cosa c'è di vero?

Immaginate di entrare in una sala cinematografica e mettervi seduti sulle comode poltrone del cinema. Le luci si spengono, la pubblicità è finita e il chiacchiericcio delle persone termina. Comincia il film e vi ritrovate lì, a Dunkerque, in Francia, il 27 maggio del 1940. La prima scena è già sufficiente ad immergervi pienamente nel clima d’angoscia e disperazione provata dai soldati interpretati sullo schermo. Pochi dialoghi, una colonna sonora concitante che pone lo spettatore in una perenne condizione d’incertezza e il rumore della guerra come raramente si è visto in un film sull’argomento. Questo è “Dunkirk” il film di  Christopher Nolan ispirato alla più grande operazione d’evacuazione della storia. Ma quanto è attendibile da un punto di vista storico? Cerchiamo di rispondere, almeno parzialmente , a questa domanda.

Una delle prime questioni che vengono messe in risalto nella pellicola è che i soldati (inglesi e francesi) sono ormai circondati dal nemico che li ha spinti verso la spiaggia di Dunkerque. Asserragliati, non hanno più margine di manovra e ciò viene fatto capire nella scena in cui i nazisti lasciano cadere dagli aerei dei volantini che incitano i soldati alla resa. A quanto pare, questi volantini furono veramente distribuiti in quei drammatici giorni. [1]





La seconda questione che ci si pone è come sia possibile che dopo un’avanzata del genere da parte dei tedeschi, questi non riescano a mettere sotto scacco le ultime difese della spiaggia via terra. Nel film, viene fatto notare dal comandante Bolton che i tedeschi stanno intenzionalmente evitando un’offensiva terrestre con i carri armati per “giocare al tiro a bersaglio” con i soldati alleati sulla spiaggia. Potrebbe sembrare un’esagerazione, ma pare che anche in questo ci sia dell’attendibilità storica. Il 24 maggio, Hitler diede l’ordine di arrestare l’avanzata tedesca dei mezzi pesanti per convogliarla verso altri punti strategici. Gli storici presumono ci possano essere due principali spiegazioni. Una di queste consiste nel fatto che il maresciallo Göring aveva assicurato ad Hitler che l’aviazione avrebbe potuto uccidere i soldati francesi e inglesi bloccati sulla spiaggia, l’altra invece, si basa sulla supposizione che Hitler possa aver pensato che i britannici avrebbero accettato una resa in caso non fossero stati umiliati così pesantemente.  Questo permise di guadagnare tempo per i comandi inglesi impegnati nell’evacuazione. Ad ogni modo, due giorni più tardi, il 26 maggio, Hitler aveva già dato l’ordinare di continuare l’offensiva con i carri armati verso Dunkerque ma trovando una leggera resistenza, gli ordini si indirizzarono nuovamente verso la linea Somme-Aisne, poco più a sud di Dunkerque. [2]



Nel film di Nolan, non appena il soldato protagonista di cui si seguono le vicende, arriva alla spiaggia da dove vengono effettuate le evacuazioni, si possono vedere chiaramente varie file di soldati in attesa di essere imbarcati lungo la spiaggia. Tutti sono silenziosi, cupi e a testa china. Molte di queste scene sono state descritte in maniera pressoché identica in vari ricordi e racconti dei sopravvissuti. “There were lines of men waiting for evacuation by boat.[…] We stood there, silent and downhearted, hungry and tired with little hope left, bombs exploding all around us.”  [3]




Per ciò che concerne i personaggi invece, il regista ha dichiarato di non aver volute rappresentare le vicende di nessun uomo veramente coinvolto a Dunkerque. Ciò non toglie però, che si sia potuto ispirare a soldati o ufficiali veramente esistiti. Sembra il caso del Capitano William Tennant, vice ammiraglio della Royal Navy rappresentato nel film come il comandante Bolton. [4]

Una delle peculiarità della vicenda invece, che sembra tratta proprio da un romanzo d’avventura la cui unica attendibilità storica sembra essere l’eccessivo patriottismo inglese è l’intervento delle imbarcazioni civili per salvare i soldati intrappolati sulla spiaggia. Invece, Nolan sorprende anche qui gli spettatori, riportando fedelmente ciò che avvenne quei drammatici giorni a Dunkerque. A quanto pare,  un bel numero di piccole navi private intervennero per aiutare i soldati connazionali. “On 29 May, the evacuation was announced to the British public, and many privately owned boats started arriving at Dunkirk to ferry the troops to safety.” [5]

Eppure, nonostante il film sembra accumulare solo considerazioni positive da parte degli storici e degli esperti di cinema, in realtà, una leggera dimenticanza da parte di Nolan c’è stata. Vari esperti considerano una lacuna non trascurabile l’assenza nel film di un’adeguata rappresentazioni di soldati provenienti dalle colonie come l’India per l’impero britannico e l’Algeria per quello francese. A difesa di Nolan però, viene il fatto che soldati africani si vedono in qualche frame durante il film, seppur brevemente.[6]

A chiudere la pellicola vi è un happy ending con il protagonista che torna a casa, in Inghilterra. Tutti i soldati si aspettano l’odio e la delusione della popolazione perché stanno tornando da sconfitti, ma non è così. Il clima generale è diverso. Un vecchio si complimenta con i soldati e rivolge loro grandi sorrisi. Un commilitone del protagonista prende in mano un giornale e guarda le notizie. In prima pagina c’è parte del discorso di Churchill alla camera dei comuni e il ragazzo lo legge ad alta voce. Anche questo è un elemento che conferisce attendibilità storica al film dato che il discorso pare essere lo stesso veramente pronunciato da Churchill quel 4 giugno.

‘We shall defend our island, whatever the cost may be. We shall fight on the beaches, we shall fight on the landing grounds, we shall fight in the fields and in the streets, we shall fight in the hills; we shall never surrender.' – [7]


Il capolavoro di Nolan entra così a far parte del filone dei film storici, che con somma maestria e professionalità portano sul grande schermo eventi realmente accaduti, strappandoli all’oblio destinato ai polverosi libri di storia di qualche biblioteca e facendoli entrare nei cuori delle persone coniugando una trama avvincente e didattica ad una regia degna di un grande maestro di cinema quale Nolan è. 


Di: Cristiano Rimessi

Fonti:
[1] (https://digital.library.cornell.edu/catalog/ss:19343608)
[2](http://www.bbc.co.uk/history/ww2peopleswar/timeline/factfiles/nonflash/a1057312.shtml)
[3]http://www.bbc.co.uk/history/ww2peopleswar/stories/32/a4198232.shtml
[4]http://www.forcez-survivors.org.uk/biographies/repulsecrew/tennant.html

sabato 9 settembre 2017

Lutring, Vallanzasca e la mala del Nord

Vicende di ordinaria criminalità nel profondo nord Italia, i cui spietatissimi autori parlavano in dialetto milanese e veneto: tutto quello che c'è da sapere sulla delinquenza "formato padano"

IL SOLISTA DEL MITRA
La prima volta gli bastò battere un pugno sul bancone per far sì che l'impiegato postale consegnasse i soldi. Questi aveva intravisto la pistola che teneva al di sotto della cinta e, credendo fosse una rapina, non esitò a svuotare la cassa. Quel gesto di stizza era invece dovuto semplicemente alla fretta di un ragazzo andato in posta soltanto per pagare una bolletta, ma la facilità con cui riuscì ad ottenere i soldi lo convinse ad intraprendere la strada del crimine.

Era così che Luciano Lutring raccontava le origini della sua carriera malavitosa.
Nato a Milano nel 1937, verrà soprannominato "Il solista del mitra", a causa di quella strana ma ingegnosa trovata di nascondere l'arma in una custodia di violino.
Lutring assunse presto i tratti tipici del "bandito gentiluomo", capace di compiere le rapine con estrema calma (sempre esprimendosi in uno stretto dialetto milanese) e di condurre una vita all'insegna delle belle donne e delle auto di lusso. Tra le azioni più celebri della sua banda si registra il tentato furto di gioielli di Bulgari facenti parte del concorso di Miss Italia, avvenuto il 4 settembre 1964 a Salsomaggiore Terme. Il colpo non andò in porto e così i banditi ripiegarono su una pellicceria delle vicinanze, riuscendo a ricavarne un buon bottino. Successivamente la banda Lutring spostò le sue azioni criminali in Francia, stabilendo la propria "base operativa" in un bar di Marsiglia. Non gradito al clan dei Marsigliesi, il Solista del Mitra fu costretto a spostarsi a Parigi, dove il primo giorno di settembre 1965 verrà arrestato in seguito a un conflitto a fuoco. Tra il 1958 e il 1965 Luciano Lutring commise centinaia di rapine tra Italia e Francia, ottenendo un bottino stimato attorno ai trenta milardi di lire dell'epoca.
Condannato a vent'anni di lavori forzati nelle carceri francesi, scontò dodici anni durante i quali portò avanti una fitta corrispondenza di lettere con l'allora Presidente della Camera Pertini. Graziato sia dal presidente francese Pompidou, che in seguito da quello italiano Giovanni Leone, dopo essere diventato padre trascorse gli ultimi decenni della sua vita in veste di scrittore e pittore, raggiungendo buoni risultati ed evidenziando quelle sfumature che fecero di lui uno dei criminali più popolari e "romantici" d'Italia. 

IL BEL RENÉ E LA BANDA DELLA COMASINA
11 Agosto 1976
Era un pomeriggio assolato e i tre sedevano ai tavolini di un bar di Piazza Cavour, in pieno centro a Como. Sul quotidiano locale appariva l'intervista al questore cittadino, il quale affermava come fosse praticamente impossibile per qualsiasi rapinatore riuscire a fuggire in seguito ad un colpo effettuato in città. Le grandi vie di scorrimento al di fuori del centro erano infatti solamente due e sarebbe bastato bloccarle per rendere la vita difficile a chiunque avesse avuto cattive intenzioni.
Quelle dichiarazioni suonavano come una sorta di sfida per i tre, che decisero di smentirle con i fatti quello stesso pomeriggio. Di lì a poco erano già dentro la filiale del Credito Italiano, situata lì di fronte.
Dopo aver rassicurato i presenti, i banditi attesero per un paio d'ore l'arrivo del direttore e del capo cassiere, gli unici impiegati in possesso delle chiavi del caveau. Una volta giunti questi, rinchiusero clienti e personale all'interno dello stesso caveau e fuggirono con quasi cento milioni a testa.
Raggiunta l'autostrada, il capo del trio contattò da un autogrill la questura di Como, spiegando la situazione e invitando gli agenti a liberare i malcapitati ancora reclusi all'interno della banca. L'indomani i giornali avrebbero, ovviamente, riportato l'accaduto, sottolineando come la polizia cittadina, una volta raggiunta la banca, avrebbe atteso quasi due ore prima di fare irruzione, credendo che i rapinatori fossero ancora presenti all'interno.

Questo è il resoconto di una delle innumerevoli rapine commesse da Renato Vallanzasca, detto "Il bel René", e la sua banda.
Nato e vissuto a Milano, già a otto anni Vallanzasca venne condotto nel carcere minorile del capoluogo lombardo, reo di aver cercato di liberare una tigre dalla gabbia di un circo vicino casa sua. Ben presto il giovane entrò in contatto con la Ligéra, la malavita milanese, e a soli sedici anni era già in possesso di ben tre pistole. In breve tempo riuscirà a creare un proprio gruppo criminale, rinominato "La banda della Comasina", operante nella zona settentrionale della città.
Seguirà però un secondo arresto, avvenuto nel 1972, che lo costrinse a trascorrere quattro anni in galera, durante i quali si renderà protagonista di numerose rivolte e disordini all'interno dell'ambiente carcerario. Riuscì poi ad evadere dall'ospedale in cui venne ricoverato dopo aver volontariamente contratto l'epatite, ingerendo uova marce e iniettandosi urina nelle vene.
Tornato in libertà, la sua banda, in aperto contrasto con quella di Francis Turatello, si fece strada nel mondo criminale attraverso rapine e sequestri, il più importante dei quali resta quello di Emanuela Trapani, figlia dell'allora presidente della Camera di Commercio milanese. La giovane, che verrà liberata dopo quarantuno giorni di prigionia (24 gennaio 1977) in seguito al pagamento di un ingente riscatto, racconterà come, durante il sequestro, Vallanzasca si rivelò molto premuroso nei suoi confronti, rompendo la monotonia e accompagnandola addirittura a fare shopping. Il giovane, infatti, oltre al carattere spavaldo, mostrava un forte interesse nei confronti del gentil sesso, su cui esercitava un forte fascino.
Solamente due settimane dopo la liberazione della ragazza la banda si renderà responsabile della morte di due agenti di polizia, colpevoli di aver fermato la loro auto ad un posto di blocco nei pressi del casello autostradale di Dalmine (BG). Vallanzasca, ferito e braccato in seguito a tale atto, verrà nuovamente catturato dopo pochi giorni dai carabinieri.
15 febbraio 1977: l'arresto di Renato Vallanzasca a Roma

Nuovamente in carcere, il Bel René si sposò con una sua ammiratrice (l'ex nemico Turatello sarà suo testimone di nozze) e negli anni seguenti sarà ancora protagonista di rivolte carcerarie e tentate evasioni. Riuscirà ad evadere nel 1987, attraverso un oblò del traghetto che doveva trasferirlo fino al carcere di Nuoro, ma sarà nuovamente catturato dopo nemmeno un mese.
Dal 2005 in poi ottenne permessi e ruoli professionali che scaturirono le polemiche dell'opinione pubblica. Il tentato furto di biancheria intima avvenuto nel 2014 presso un supermercato pregiudica fortemente ulteriori permessi, aggiungendo altri dieci mesi di condanna ai suoi quattro ergastoli e 295 anni di reclusione.

FACCIA D'ANGELO E LA MALA DEL BRENTA
1 Dicembre 1983
I sei uomini mascherati e armati entrarono in azione rapidamente. In breve immobilizzarono una decina di persone lì presenti e in pochi minuti svanirono nel nulla, portando via con loro ben 170 chili d'oro, equivalenti all'incirca a tre miliardi delle lire di allora. Quell'oro si trovava in un magazzino dell'aeroporto Marco Polo di Venezia, ed era destinato a essere imbarcato su un volo Lufthansa.

Quello non fu l'unico colpo clamoroso commesso da Felice Maniero e dai suoi uomini. La mattina del 16 luglio 1982, per esempio, in cinque irruppero nella hall dell'Hotel des Bains sito nel lido della città lagunare, immobilizzarono personale e clienti e fuggirono poi su un motoscafo, non prima di aver sottratto due miliardi di lire. Bottino che salì a due miliardi e mezzo la notte del 30 aprile 1984, quando il colpo fu attuato nientemeno che al casinò della città. Il modus operandi fu praticamente lo stesso e i protagonisti svanirono nel buio della notte nuovamente attraverso il mare.
Il gruppo criminale, a cui venne imputata l'aggravante mafiosa, ottenne fin dalla fine dagli anni '70 il monopolio del traffico di stupefacenti e di armi con i paesi balcanici. Rinominata "Mala del Brenta", la banda risultò inflessibile verso chiunque si rifiutasse di collaborare. A tal proposito, è necessario ricordare il duplice omicidio di cambisti del casinò di Venezia (ovvero coloro che prestavano denaro ai giocatori), i quali si rifiutavano di cedere parte dei loro ricavi illegali al gruppo.
Un vero e proprio clan mafioso, i cui componenti parlavano in dialetto veneto e non si facevano scrupoli ad utilizzare modalità del tutto similari a quelle delle cosche meridionali. Per esempio, per l'assalto al treno Venezia-Milano, compiuto il 13 dicembre 1990 in piena campagna padovana, i criminali utilizzarono l'esplosivo per sventrare una carrozza che avrebbe dovuto contenere diversi miliardi. La tremenda esplosione coinvolse un altro treno sopraggiunto in quei momenti, causando la morte istantanea di Cristina Pavesi, una ragazza di soli 22 anni, e il ferimento di diversi passeggeri.
I richiami alle modalità mafiose meridionali riemersero anche nel furto della reliquia del mento di Sant'Antonio (patrono di Padova) avvenuto il 10 ottobre 1991, attraverso il quale Maniero volle ricattare lo Stato, al fine di ottenere la liberazione del cugino e la revoca delle misure di sorveglianza a suo carico. Il 23 gennaio 1992, invece, il clan irruppe nella Galleria Estense del Museo Civico di Modena, rubando quattro preziose tele dal valore inestimabile

Maniero era senz'altro il capo indiscusso della malavita veneta. Anch'egli, come lo stesso Vallanzasca, si rivela un personaggio suggestivo e popolare. Sempre sorridente (venne fin da subito rinominato "Faccia d'angelo"), amante della bella vita (significativo il fatto che nell'agosto 1993 venga arrestato a bordo del suo yacht a largo di Capri) e sempre circondato da belle donne, fin dalla prima adolescenza percorse la strada del crimine dedicandosi a furti di bestiame assieme allo zio e successivamente alle rapine vere e proprie. Nel corso degli anni '70 entrò in contatto con mafiosi e camorristi al confino in Veneto e ciò gli avrebbe garantito un solido appoggio per le future attività criminali. 
Dopo un'evasione avvenuta nel giugno 1994, verrà arrestato nuovamente a novembre e dopo pochi mesi diventerà collaboratore di giustizia. Ciò gli garantirà l'ammissione al programma testimoni rendendogli, dal 2010, una nuova identità e la libertà definitiva.
Il boss Felice Maniero
LA TRUCE "GIUSTIZIA SOCIALE" DELLA BANDA CAVALLERO
25 Settembre 1967
La Fiat 1100 D sfreccia per la città, causando terrore tra gli automobilisti e i passanti. La folle fuga nelle vie della metropoli dura circa mezz'ora. Le volanti della polizia, a sirene spiegate, macinano chilometri nel tentativo di raggiungere quell'auto. Il piombo dei folli rapinatori lascia sull'asfalto tre morti innocenti (una quarta persona morirà due giorni dopo a causa di un attacco di cuore), oltre ad una ventina di feriti.

La banda Cavallero, in seguito ad una rapina al Banco di Napoli in Largo Zandonai, seminò così morte e dolore tra la cittadinanza milanese. Nei giorni seguenti i responsabili verranno catturati, dopo aver commesso 18 rapine, sempre ad agenzie bancarie, tra Milano e Torino. 
I componenti del gruppo, infatti, provenivano dal capoluogo piemontese, dove erano nati e cresciuti, e attraverso le loro azioni volevano rivendicare, a loro dire, una forma di giustizia sociale attinente alle idee leniniste o addirittura anarchiche. Non a caso Pietro Cavallero, il leader del gruppo, e Sante Notarnicola erano ex attivisti del Partito Comunista, mentre Adriano Rovoletto, l'autista della banda, era un ex partigiano. Del gruppo facevano parte anche Danilo Crepaldi, un ex contrabbandiere, e Donato Lopez, torinese figlio di un operaio meridionale e all'epoca dei fatti ancora minorenne.
La Banda Cavallero, che aveva già ucciso un uomo durante una rapina a Ciriè (TO) il 17 gennaio 1967, in cinque anni riuscì ad accumulare un bottino di circa 98 milioni di lire, agevolati dalla tecnica della "tripletta", ovvero quella di compiere tre rapine nello stesso giorno per sviare le forze dell'ordine e ottenere campo libero.
Le loro azioni furono ben documentate dal film "Banditi a Milano", del regista Carlo Lizzani, pellicola incentrata soprattutto sulla rapina al Banco di Napoli e quella tragica fuga che resterà tristemente nitida nella memoria dei milanesi.

FILMOGRAFIA CONSIGLIATA
"Banditi a Milano" - Regia di Carlo Lizzani, 1968
"Svegliati e uccidi" - Regia di Carlo Lizzani, 1966
"Vallanzasca - Gli angeli del male" - Regia di Michele Placido, 2010
"Milano Calibro Nove" - Puntata di "Blu Notte-Misteri Italiani", di Carlo Lucarelli, 2004
"La Mala del Brenta" - Puntata di "Lucarelli racconta", di Carlo Lucarelli, 2010

Di: Domenico Carbone

martedì 29 agosto 2017

La Fidanzata Combattente: una vedova alla guida di un carro armato

In un celebre sonetto del grande poeta inglese William Shakespeare parla dell’amore immortale, l’amore eterno, che sopravvive a tutto, anche alla morte:
Amore non è soggetto al Tempo […] ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio: / se questo è errore e mi sarà provato, / io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.

Non sappiamo se Mariya Vasilyevna abbia mai letto Shakespeare, ma sappiamo con certezza che fu proprio il sentimento più umano tra tutti a spingerla ad azioni eroiche, tutte da ricordare e celebrare.
Mariya nasce il 16 agosto 1905 in un piccolo paese della Crimea, da una famiglia di bassa estrazione sociale. Con altri nove fratelli, cresce nella Russia ancora zarista, dominata dai proprietari terrieri in un regime di semi-schiavitù. Il 1917 rappresenta una svolta per la società russa, ora divenuta sovietica: la Rivoluzione è ben accetta tra il popolo, stanco dei soprusi e dell’ingordigia dei singoli
che per secoli ha danneggiato i molti e porta con sé molti vantaggi tra cui istruzione e lavoro, prima miraggi per la classe sociale a cui appartiene la giovane, divenuti poi beni di massa. Mariya frequenta così le scuole, ottiene un’educazione e finiti gli studi trova lavoro prima come operaia, poi come operatrice telefonica. Nel 1925 incontra Ilya Oktyabrskaya, ufficiale dell’esercito sovietico: i due si innamorano follemente e, dopo qualche anno di fidanzamento, convolano a nozze.

Mariya è la perfetta donna sovietica, sposata, attiva politicamente e localmente nei comitati aggregativi dedicati alle mogli dei soldati e desiderosa di diventare madre di numerosi figli. Nonostante i tentativi, i novizi sposi non riescono a realizzare il sogno di una famiglia in grande e dedicano loro stessi a servire la patria, spinti dalla convinzione di poter creare un mondo migliore grazie agli strumenti del regime: Ilya, infatti, convince la moglie a seguirlo tra le fila dell’esercito dove viene istruita come infermiera militare. Alla donna è inoltre insegnato l’uso delle armi e la guida dei veicoli; una prassi largamente diffusa nella Russia sovietica. Ma i venti di nuovi conflitti sono ormai sempre più forti e, a seguito dell’invasione tedesca della Polonia, l’URSS dedica sempre più risorse all’istruzione militare femminile.

Nel 1941 le ambizioni teutoniche di estendere verso est i confini del Reich si concretizzano nell’Operazione Barbarossa che spedisce numerosi coscritti sul fronte orientale - mossa che prenderà in contropiede i sovietici. Tutti i soldati disponibili sono inviati contro i nazisti, tra cui il marito di Mariya, di stanza presso Kiev; la donna, invece, viene trasferita lontano dal conflitto, in Siberia, dove per ben due anni cerca di avere notizie del suo amato sposo: solo nel ’43 giungerà la notizia della morte di Ilya, avvenuta nel ’41 proprio in Ucraina. Affranta, disperata e desiderosa più che mai di vendetta Mariya mette su carta il suo risentimento verso quegli uomini che l’hanno privata della sua ragione di vita e indirizza la lettera direttamente al Comitato di difesa dello Stato – istituito proprio per fronteggiare la minaccia nazista – a cui richiede il suo arruolamento ufficiale: nella lettera Mariya spiega, inoltre, di aver depositato tutti i suoi averi (circa 50.000 rubli) alla Banca Nazionale per l’acquisto di un carro armato T-34, allegando la richiesta di essere inviata direttamente al fronte per combattere gli assassini del marito e servire la sua patria.

Il Comitato e Stalin stesso vedono nella vedova un’ottima opportunità di propaganda e acconsentono a tutte le sue richieste: completato il periodo di addestramento di cinque mesi nell’uso dei carri armati, la 38enne, nel settembre ’43, viene affiliata alla 26° Compagnia dei Corpi Blindati con gli incarichi di autista e meccanico. Derisa e bistrattata dai compagni di unità che la considerano uno scherzo propagandistico, Mariya ha subito modo di cambiare la diffusa reputazione durante la sua prima battaglia, avvenuta il 21 ottobre 1943 a Smolensk, occupata dai nazisti già nel luglio 1941. Col suo personale carro armato, battezzato dalla stessa "Боевая подруга" - Boyevaya Podruga ovvero Fidanzata Combattente – distrugge buona parte dei cannoni anti-aereo tedeschi, ma non tutte le mitragliatrici che colpiscono il blindato, mettendolo fuori uso. Mariya non si arrende: la rabbia e il risentimento contro i nazisti la inducono a mettere a repentaglio la sua stessa vita, uscendo dall’abitacolo e aggiustando il suo carro armato con la guerra intorno a lei. Di nuovo operativa Mariya torna a sul campo di battaglia, contribuendo alla presa totale di Smolensk da parte dei sovietici.
Il coraggio dimostrato le valgono l’ammirazione della Brigata e degli ufficiali che la promuovono Sergente. La “Madre”, così soprannominata dai suoi compagni, sarà presente in nuove e decisive battaglie con la Fidanzata Combattente: il 17 novembre ’43 si trova a Novoye Selo, nella regione di Vitebsk (Bielorussia), dove il T-34 viene nuovamente colpito e riparato immediatamente in loco dalla donna, protetta dal fuoco di copertura dei commilitoni e, anche in questo caso, il supporto del celebre cingolato sarà determinante per la vittoria sovietica.

Due mesi più tardi – 17 gennaio 1944 - è coinvolta anche nella battaglia fuori la città di Shvedy, sempre in Bielorussia, dove questa volta i suoi acerrimi nemici sono più organizzati ed equipaggiati: nonostante la Fidanzata Combattente distrugga numerose mitragliatrici e armi anti-carro, viene nuovamente colpita, in modo critico. Come già fatto in precedenza Mariya ignora gli ordini dei superiori e salta fuori dal carro armato per provvedere a immediate riparazioni; ma i tedeschi colgono l’attimo e lanciano un colpo anti-carro proprio a pochi metri di distanza dalla Fidanzata Combattente: le schegge feriranno gravemente la testa della donna che cadrà in coma per due mesi. Mariya morirà il 15 marzo 1944 in un ospedale militare a Fastov, vicino a Kiev.
Riconosciuti il valore e il coraggio dimostrato nelle battaglie condotte vicino Vitebsk, Il Governo sovietico la insigne postumo di una delle più importanti onorificenze - Eroe dell’Unione Sovietica.

Amore è un faro sempre fisso, che sovrasta la tempesta e non vacilla mai
diceva William Shakespeare. Per questa donna è stato più vero che mai; il suo amore per il marito Ilya e la vendetta per la perdita di questo sono divenute ossessioni, forse anche malsane, ma promotrici del suo immenso coraggio ad affrontare la guerra più atroce e disumana che la Storia ricordi.

Nel 2016 il regista danese Gert Friborg ha iniziato le riprese di “The Fighting Girlfriend”, un cortometraggio che indaga nel dettaglio l’aventurosa vita di Mariya Oktyabrskaya.
Qui il link al sito dove potete visionare il trailer: http://fightinggirlfriend.com/


Di: Simona Amadori

Fonti:
Catherine Merridale, Ivan’s War – The Red Army 1939-1945, Faber & Faber, London, 2005
Rosalind Miles, Robin Cross, Hell Hath No Fury: True Stories of Women from Antiquity to Iraq, Three Rivers Press, New York, 2008
Linda Grant De Pauw, Battle Cries and Lullabies: Women in War from Prehistory to the Present, University of Oklahoma Press, Norman, 1998
Adrian Streather, Red & Soviet Military and Paramilitary Services: Female Uniforms 1941 – 1991, Veloce Publishing, Dorchester, 2010

mercoledì 23 agosto 2017

Gandhi e Hitler: lettere di 'pace'

La pace, un concetto ampio che passa per un’idea infida e contraria: la guerra!

L’ardimento della pace, durante la seconda guerra mondiale, si è realizzato ad opera di uomini e donne dall’apparenza mite e diametralmente opposta rispetto ai padroni della guerra, a quelli ad opera dei quali la distruzione, il genocidio, la mortificazione del più debole rappresentava pane quotidiano.

Ebbene quest’oggi non parleremo di chi ha, fruendo del potere, manipolato menti fragili, al punto da spingerle a compiere azioni riprovevoli, ma della disperazione di “una grande anima” rispettosa del genere umano al punto da raggiungere la disfatta del nemico non usando violenza. Non di un semplice uomo, ma di un’icona il cui operato ancora oggi ci spinge a riflettere sulla deriva dell’idea di persona umana, diffusa negli ultimi tempi, e sulla conseguente incapacità ad aprirsi alle ragioni degli altri, a quelle verità atroci che dovrebbero sconvolgerci al punto da muovere le coscienze verso pacifiche risoluzioni, di contro invece, pervasi dalla coscienza della ragionevolezza, tendiamo la mano all’idea che ribollisce le interiora, che ci da un capro espiatorio sul quale vomitare rigurgiti di frustrazione sociale. Scuserete questa digressione, ma sento il dovere di citare gli esempi di umanità che ad oggi descrivono la storia recente, ed in particolare l'atteggiamento della politica a dispetto di una tragedia umana e quantomai umanitaria rappresentata dalla migrazione verso le terre d’occidente frutto dei duri cambiamenti climatici, dell’assenza di cibo, acqua, di risorse, e della devastazione di intere città ad opera di signori della guerra non molto diversi da quelli raccontati nei libri di storia. La domanda che dovremmo porci è:” Siamo pronti a comprendere, e ad accogliere,al punto da immedesimarci nella condizione incerta di altri esseri umani, non invasori, o miserandi, ma esseri umani?

La ricerca storiografica, quest’oggi ci porta alla vista dei documenti importanti, che testimoniano la necessità di liberarsi dei preconcetti, dell’ideale, e di quelle strutture mentali che ci spingono a schierarci piuttosto che comprendere, al fine di tutelare un bene più grande:” la pace!”
Quest’oggi parleremo delle lettere che il Mahatma Gandhi ha vanamente inviato a Hitler. Vanamente dato il tempestivo intervento della censura indiana, la quale non permise che gli scritti varcassero il confine, imponendo ad esse una clausura d’intenti  lunga molti anni. Pubblicate  in un volume che raccoglie i lavori del Mahatma: Collected Works of Mahatma Gandhi, vol. 79, pp. 453-456,  arrivarono agli occhi dei posteri in una data anacronistica a dispetto della motivazione che ha spinto un uomo il cui coraggio non si misurava a polvere da sparo, ma a spirito di sacrificio ed empatia, lasciandoci nel profondo, una malinconia d'assenza.

Una domanda sorge spontanea: Se il Mahatma Gandhi fosse ancora in vita, a chi invierebbe le sue preziose lettere?

23 luglio del 1939

Caro amico, alcuni amici mi hanno chiesto con insistenza di scriverle una lettera per il bene dell’umanità. Io ho resistito alla richiesta, a causa della sensazione che qualunque lettera da parte mia sarebbe stata interpretata come un atto di impertinenza. Tuttavia, qualcosa mi spinge a fare lo stesso un tentativo, qualunque valore esso possa avere. E’ evidente che lei oggi è l’unica persona al mondo che possa scongiurare una guerra che potrebbe riportare l’umanità ad uno stato selvaggio. E’ disposto a pagare questo prezzo per raggiungere il suo obiettivo, qualunque valore questo obiettivo possa avere per lei? Ascolterà l’appello di uno che ha deliberatamente rinnegato il metodo della guerra, non senza considerevoli risultati? In ogni caso le anticipo le mie scuse se in qualche modo ho sbagliato decidendo di scriverle.

Sinceramente vostro,

M. K. Gandhi


24 dicembre 1940

Caro amico, se vi chiamo amico, non è per formalismo. Io non ho nemici. Il lavoro della mia vita da più di trentacinque anni è stato quello di assicurarmi l’amicizia di tutta l’umanità, senza distinzione di razza, di colore o di credo. Spero che avrete il tempo e la voglia di sapere come una parte importante dell’umanità che vive sotto l’influenza di questa dottrina di amicizia universale considera le vostre azioni. Non dubitiamo della vostra bravura e dell’amore che nutrite per la vostra patria e non crediamo che siate il mostro descritto dai vostri avversari. Ma i vostri scritti e le vostre dichiarazioni, come quelli dei vostri amici e ammiratori, non permettono di dubitare che molti dei vostri atti siano mostruosi e che attentino alla dignità umana, soprattutto nel giudizio di chi, come me, crede all’amicizia universale. È stato così con la vostra umiliazione della Cecoslovacchia, col rapimento della Polonia e l’assorbimento della Danimarca. Sono consapevole del fatto che, secondo la vostra concezione della vita, quelle spoliazioni sono atti lodevoli. Ma noi abbiamo imparato sin dall’infanzia a considerarli come atti che degradano l’umanità. In tal modo non possiamo augurarci il successo delle vostre armi. Ma la nostra posizione è unica. Noi resistiamo all’imperialismo britannico quanto al nazismo.

Se vi è una differenza, è una differenza di grado. Un quinto della razza umana è stato posto sotto lo stivale britannico con mezzi inaccettabili. La nostra resistenza a questa oppressione non significa che noi vogliamo del male al popolo britannico. Noi cerchiamo di convertirlo, non di batterlo sul campo di battaglia. La nostra rivolta contro il dominio britannico è fatta senza armi. Ma che noi si riesca a convertire o meno i britannici, siamo comunque decisi a rendere il loro dominio impossibile con la non cooperazione non violenta. Si tratta di un metodo invincibile per sua natura. Si basa sul fatto che nessun sfruttatore potrà mai raggiungere il suo scopo senza un minimo di collaborazione, volontaria o forzata, da parte della vittima, I nostri padroni possono possedere le nostre terre e i nostri corpi, ma non le nostre anime. Essi non possono possedere queste ultime che sterminando tutti gli indiani, uomini, donne e bambini. E’ vero che tutti non possono elevarsi a tale grado di eroismo e che la foza può disperdere la rivolta, ma non è questa la questione. Perché se sarà possibile trovare in India un numero conveniente di uomini e di donne pronti, senza alcuna animosità verso gli sfruttatori a sacrificare la loro vita piuttosto che piegare il ginocchio di fronte a loro, queste persone avranno mostrato il cammino che porta alla liberazione dalla tirannia violenta. Vi prego di credermi quando affermo che in India trovereste un numero inaspettato di uomini e donne simili. Essi hanno ricevuto questa formazione da più di vent’ anni.

Con la tecnica della non violenza, come ho detto, la sconfitta non esiste. Si tratta di un «agire o morire senza uccidere nè ferire. Essa può essere utilizzata praticamente senza denaro e senza l’aiuto di quella scienza della distruzione che voi avete portato a un tale grado di perfezione. Io sono stupito dal fatto che voi non vediate come questa non sia monopolio di nessuno. Se non saranno i britannici, sarà qualche altra potenza a migliorare il vostro metodo e a battervi con le vostre stesse armi. Non lascerete al vostro popolo un’eredità di cui potrà andare fiero. Non potrà andare orgoglioso raccontando atti crudeli, anche se abilmente preparati. Vi chiedo dunque in nome dell’umanità di cessare la guerra. In questa stagione in cui i cuori dei popoli d’Europa implorano la pace, noi abbiamo sospeso anche la nostra stessa lotta pacifica. Non è troppo chiedervi di fare uno sforzo per la pace in un momento che forse non significherà nulla per voi, ma che deve significare molto per i milioni di europei di cui io sento il muto clamore per la pace, perché le mie orecchie sono abituate a sentire le masse silenziose. Avevo intenzione d’indirizzare un appello congiunto a voi e al signor Mussolini, che ho avuto l’onore di incontrare all’epoca del mio viaggio in Inghilterra come delegato alla Conferenza della tavola rotonda.

Spero che egli vorrà considerare questo come se gli fosse stato indirizzato, con i necessari mutamenti.

M. K. Gandhi


Di: Anna Di Fresco

Fonti:
http://www.bergamopost.it/chi-ha-vinto/caro-hitler-ti-scrivo-firmato-gandhi/ http://digilander.libero.it/secondaguerra/gandhi.html

domenica 13 agosto 2017

Civiltà romana: veramente lontana dalla rivoluzione industriale?

Quando si parla di Rivoluzione Industriale è naturale collocarla in un contesto ottocentesco dove una borghesia intraprendente si mobilita per accumulare capitale da investire in attività economiche che a loro volta possano fornire ulteriore denaro ai magnati coinvolti.

Ma cosa accadrebbe se si provasse ad immaginare l’antica Roma coinvolta in un processo di industrializzazione? Sarebbe veramente possibile vedere una famiglia di patrizi romani gestire un’industria di cotone? E una legione romana che si dirige verso una remota regione dell’impero a bordo di un treno a vapore per sedare una rivolta? Semplice anacronismo o qualcosa di più?


L’impero romano possedeva molte, ma non tutte, le condizioni utili ad innescare il processo industriale.  Una di queste è senza dubbio l’elevato controllo del territorio da parte dei romani  non tanto diverso da quello di una qualsiasi nazione Europea dell’ottocento.

Una caratteristica indispensabile della rivoluzione industriale fu quella della stabilità delle vie di comunicazione. In particolare, strade e vie fluviali erano i collegamenti più utilizzati fino all’invenzione della ferrovia che rivoluzionò completamente la modalità dei trasporti. Prima dell’avvento del treno a vapore, il miglior metodo per trasportare qualsiasi tipo di merce era quello di impacchettarla e spedirla via mare, tant'è vero che, non a caso, l’Inghilterra dell’ottocento fu la prima nazione ad industrializzarsi anche grazie alla forza della propria flotta e del commercio via mare e via fiume.

In maniera non del tutto dissimile, anche Roma al massimo dello splendore, possedeva una delle flotte più forti del mondo e le vie di comunicazioni principali erano quelle che collegavano i vari porti dell’impero. In quanto a capacità di approvvigionamento, Roma era in grado di rifornire la capitale del proprio impero di tutto il pane necessario al mantenimento di circa un milione di abitanti. Con un’organizzazione come quella di Roma, fu allestita una flotta in grado di trasportare il grano dai porti dell’Egitto, dell’Africa e dalla Sicilia fino alla capitale. In più questo grano veniva distribuito gratuitamente a più di duecento mila famiglie proletarie. 

Un’altra caratteristica indispensabile all’industrializzazione delle nazioni europee di inizio ottocento fu quella di avere un sistema giuridico che tutelasse la proprietà privata e la libera impresa. Il sistema giuridico romano, pur essendo molto diverso da quello di un paese come l’Inghilterra del XIX secolo, aveva comunque forti riguardi nei confronti della proprietà privata e la libera impresa. Eppure i romani consideravano poco nobile per lo spirito, dedicarsi alle attività commerciali, essendo una società radicalmente diversa da quella odierna che si fonda su ben altri principi.

In quanto a capacità tecniche e inventive, inoltre, i romani furono uno dei popoli più ingegnosi della storia. Sono ben note le utili strade, le stupefacenti strutture a cupola e le opere architettoniche di straordinaria bellezza, i loro acquedotti che con straordinaria efficienza da più di duemila anni si erigono in varie parti d’Europa e la cui tecnica non fu superata se non in tempi moderni. Inoltre è stato attestato come i romani sfruttassero già la forza idraulica per far funzionare vari tipi di mulini e di pompe da utilizzare nella produzione agricola. Da recenti studi inoltre, si è scoperto come ai romani fosse nota anche l’invenzione di una certa macchina a vapore rudimentale, nota come eolipila, messa a punto da Erone, uno scienziato di Alessandria D’Egitto vissuto intorno al  I secolo d.C.

riproduzione di un'eolipila 
Sarebbe quindi stato possibile per i romani accedere al processo di industrializzazione? Non proprio. Sussistevano delle problematiche strutturali all’interno della loro società che non glielo avrebbero permesso nemmeno se l’impero fosse durato di più nel caso in cui l’economia avesse retto una burocrazia ed un esercito sempre più parassitario e se quest’ultimi avessero respinto le minacce provenienti dall’esterno del limes.

La società romana, come tutte le società del mondo antico, basavano il proprio sistema produttivo in larga misura sulla schiavitù. Tale offerta di manodopera a basso costo, impediva che negli imprenditori si innescasse quel processo di massimizzazione dei profitti attraverso la minimizzazione delle spese, quindi non era necessario investire sull’utilizzo di nuove e più efficienti tecnologie che sostituissero la manodopera dell’uomo con delle macchine.

I membri della classe privilegiata si dedicavano alle attività di governo, alle guerre e alle belle arti e mancavano quindi di quella spinta imprenditoriale e intraprendente della borghesia dell’ottocento.  In più, non è da sottovalutare che nonostante le civiltà antiche avessero raggiunto un altissimo livello di conoscenze scientifiche, esse non erano ancora paragonabili a quelle accumulate fino al XIX secolo.

Inoltre, a differenza dell’epoca contemporanea, il mercato dei produttori dell’antichità era ristretto al solo bacino mediterraneo mentre il potenziale mercato di un produttore di cotone del Lancashire nell’Inghilterra dell’ottocento era su scala mondiale. La domanda di beni, in altre parole, nel mondo antico era infinitamente minore a quello dell’ottocento. Infine il potere d’acquisto delle classi più povere era notevolmente ridotto a causa degli alti costi del grano e dalle tasse che servivano a mantenere attiva la macchina burocratica e militare di Roma, una delle più efficienti mai esistite.

Immaginare le altre ipotetiche vie che la storia avrebbe potuto prendere ma che non ha seguito è utile per lo storico affinché possa vedere gli eventi della storia reale non come un ordine immutabile in accordo con una visione hegeliana della storia, bensì come una delle possibili manifestazioni di circostanze e azioni che portano con loro cause e conseguenze che a loro volta possono o non possono verificarsi.


Di: Cristiano Rimessi

Fonti:
Rondo Cameron - Larry Neal, Storia economica del mondo I. dalla preistoria al XVII secolo , pagg. 66 e 72
http://www.antikitera.net/download/Rivoluzione_Antica.pdf

sabato 5 agosto 2017

5 film sull'Italia Repubblicana

Spesso la maniera migliore per rivivere la Storia coinvolgendo un alto numero di persone è quella di affidarsi alla cinematografia.
Attraverso questo articolo si vogliono mettere in luce cinque film che meglio di tutti illustrano gli eventi che hanno segnato la storia del nostro paese, dal secondo dopoguerra in avanti.

1 - LA MEGLIO GIOVENTÙ  

     Regia di Marco Tullio Giordana, 2003

Nel corso di quasi 400 minuti vengono ripercorsi quarant'anni di Storia italiana, attraverso le vite di Nicola (Luigi Lo Cascio) e Matteo (Alessio Boni) Carati, fratelli di alte prospettive e di opposte vedute. I due ben presto si ritroveranno a dover fare i conti con se stessi e con la realtà che li circonda: l'alluvione di Firenze del 1966 e le lotte Sessantottine, gli "anni di piombo" e i Mondiali di calcio del 1982, fino a giungere a Tangentopoli e alle stragi mafiose del '92.
Sei ore che, inoltre, mettono in luce tematiche non indifferenti al dibattito sociale, come l'utilizzo dell'elettroshock nei manicomi, le presunte connessioni tra l'attività lavorativa e le gravi patologie, la crisi delle industrie e il terrorismo.
Un'opera profonda e commovente, la cui trama ben si inserisce tra i più importanti accadimenti del Novecento repubblicano, garantendo così di riscoprire il racconto civile nella maniera migliore.
Assolutamente da non perdere.

2 - ROMANZO DI UNA STRAGE
     Regia di Marco Tullio Giordana, 2012

Il film illustra le inchieste e gli sviluppi riguardanti la strage di Piazza Fontana, ovvero quella che viene ricordata come "la madre di tutte le stragi" avvenute nell'Italia Repubblicana.
I fatti vengono raccontati in maniera assolutamente fedele alla realtà, attraverso una sceneggiatura e una fotografia di alto livello. Il cast, inoltre, non delude affatto le aspettative generate attorno ad una pellicola così ben realizzata. Tra tutti Pierfrancesco Favino e Valerio Mastrandrea, che interpretano rispettivamente Giuseppe Pinelli e Luigi Calabresi, impersonificano alla perfezione due dei protagonisti riguardanti gli sviluppi successivi alla strage.
Il film focalizza quindi la propria attenzione non soltanto sulle ombre che da più di quarant'anni annebbiano la verità sulla strage, ma anche sul clima di tensione di quei tempi e le successive sciagure che colpirono proprio l'attivista anarchico e il commissario.

3 - IL DIVO
    Regia di Paolo Sorrentino, 2008

La caduta dell'ultimo governo Andreotti, la contemporanea inchiesta di "Mani Pulite", le stragi e i delitti di Mafia, gli omicidi di Moro e Pecorelli.
Ne "Il divo" attraverso gli occhi di un ottimo Servillo formato Andreotti vengono ripercorsi gli anni più difficili della Repubblica. La breve durata del governo spiana la strada ai vari processi a carico del sette volte presidente del Consiglio, in un'escalation di testimonianze sui presunti rapporti con Cosa Nostra e flashback riguardanti gli avvenimenti più cupi del passato.
L'intepretazione maniacalmente fedele di Toni Servillo e la colonna sonora mai fuori luogo rendono "Il divo" uno dei migliori film di Paolo Sorrentino.

4 - IL CASO MORO
    Regia di Giuseppe Ferrara, 1986

Giuseppe Ferrara, regista di molteplici film di impegno civile (tra cui "Cento giorni a Palermo", "Giovanni Falcone" e "I banchieri di Dio"), con "Il caso Moro" ha voluto dipingere un quadro completo circa il sequestro del presidente Democristiano, partendo dalla strage di Via Fani e ripercorrendo i 55 giorni di prigionia, tra i più tragici della storia repubblicana.
Nella pellicola vengono messi in luce, oltre che gli interrogatori ad opera delle Brigate Rosse, le discussioni tenutesi nel mondo politico inerenti le soluzioni da adottare e i tentativi dei familiari di giungere ad un epilogo positivo della vicenda.
Tra tutti, si evidenzia l'interpretazione dell'indimenticato Gian Maria Volonté, primo attore a vestire i panni del leader Democristiano in seguito alla sua morte.
Si segnalano altri due film incentrati sulla vicenda, quali "Buongiorno, Notte" (di Marco Bellocchio, 2003 - La cui narrazione è focalizzata sul gruppo di sequestratori brigatisti) e "Piazza delle Cinque Lune" (di Renzo Martinelli, 2003 - Pellicola che si concentra soprattutto sugli aspetti più oscuri riguardanti il rapimento Moro e sui presunti coinvolgimenti in esso da parte di entità dello Stato).

5 - SALVATORE GIULIANO
    Regia di Francesco Rosi, 1962

Una mattina in un cortile di Castelvetrano, paese in provincia di Trapani, viene rinvenuto il cadavere di Salvatore Giuliano, a quei tempi l'uomo più ricercato dell'intera Sicilia.
Gli anni dell'immediato secondo dopoguerra a Montelepre, roccaforte del bandito e della sua banda, sono quelli della lotta per l'indipendenza a sostegno dell'EVIS (Esercito Volontario per l'Indipendenza della Sicilia), gestita attraverso continui agguati nei confronti delle forze dell'ordine.
Francesco Rosi (autore, negli anni a venire, di altri film di denuncia sociale come "Le mani sulla città" e "Il caso Mattei") mostra al grande pubblico la cruda realtà del banditismo siciliano, attraverso un neorealismo d'impatto che tocca il punto più alto nella rappresentazione della strage di Portella della Ginestra ("Segreti di Stato", film di Paolo Benvenuti del 2003, è incentrato proprio sui fatti riguardanti la strage) e nel successivo processo alla banda Giuliano.
Una vicenda colma di punti oscuri (soprattutto per ciò che riguarda i mandanti della strage e la morte di Pisciotta, braccio destro di Giuliano), in una terra che per l'intera seconda metà del Novecento sarà martoriata da interessi criminali e misteriosi giochi di potere.

Altri film riguardanti la storia repubblicana:

"Il muro di gomma" - Regia di Marco Risi, 1991
"Un eroe borghese"  - Regia di Michele Placido, 1995
"Paolo Borsellino" (miniserie) - Regia di Gianluca Maria Tavarelli, 2004
"1992" (Serie televisiva)  - Regia di Giuseppe Gagliardi, 2016


Di: Domenico Carbone

mercoledì 2 agosto 2017

L'organizzazione della famiglia ai tempi dell'antica Roma

Da sempre la famiglia ha rivestito un ruolo fondamentale nella società, in particolar modo ai tempi dell'antica Roma.
A questo proposito, la famiglia era intesa come l'insieme di beni, ovvero degli schiavi quando ce ne erano, e delle persone soggette alla patria potestas ( cioè il potere, generalmente illimitato, che il pater familias esercitava sui membri della propria famiglia) del pater familias. Pensate che costui, secondo le prime leggi scritte delle XII tavole, deteneva il discutibile diritto di vendere o persino uccidere i propri figli.

Alla nascita il proprio figlio si accettava o si rifiutava, lasciandolo fuori dalla porta. I bimbi esposti erano destinati alla morte, di conseguenza potevano essere raccolti e allevati come schiavi da altre persone.

All'origine della famiglia vi era l'unione tra l'uomo e la donna, ritenuto l'istituto umano fondamentale, poiché assicurava la sopravvivenza della gens, un gruppo di famiglie, che si riteneva discendessero da un antenato comune.

La famiglia era un ordinamento patriarcale non privato, bensì pubblico. Sposarsi e generare una discendenza erano, allo stesso tempo, un obbligo ed una necessità sociale.

I RUOLI

1) Pater Familias
Come si è già intuito dalle righe precedenti, era il capo della famiglia, nonché autorità indiscussa del patriarcato romano alla quale tutti dovevano ubbidire. Nelle famiglie patrizie era lui a tramandare l'appartenenza alla gens. Inoltre, il Pater Familias esercitava pure una funzione religiosa come sacerdote di culto domestico.

2) Donne e Matrone
La matrona era la moglie, talvolta molto influente, del Pater Familias. Le spose avevano beni propri, ma come le figlie e le sorelle, dovevano tassativamente sottostare al volere del capofamiglia.

3)Figli
Mentre i figli maschi venivano istruiti ai valori dell'aristocrazia dal padre o dai precettori; le figlie femmine erano indottrinate dalla madre al governo della casa.

4) Servi e Ancelle
Potevano essere consanguinei, ma più spesso si trattava di servitori legati alla famiglia anche da generazioni, oppure di liberti (schiavi liberati). Erano totalmente dipendenti dal Pater Familias.

5) Clientes
Erano privi di vincoli di sangue con la famiglia. Si trattava di cittadini legati al patronus (che coincideva con il capofamiglia) da un vincolo di obbligo, in virtù di favori ricevuti. La loro fortuna (e spesso anche la loro vita) dipendeva da quanto il pater familias li tenesse in considerazione. Chi aveva più clientes era più importante.

Il Sistema famigliare 

Mentre la già citata gens comprendeva diverse famiglie, la familia era identificabile molto più facilmente, siccome discendeva da un capostipite, vivo o defunto.
I rapporti tra i membri della gens, seppur sia un po' complicato, si possono ricostruire mediante il sistema di nomi adoperato dai Latini.
Il praenomen, ad esempio, era il nome proprio dell'individuo, che non si trasmetteva ai discendenti. Il nomen, invece, indicava la gens a cui si apparteneva, il quale veniva trasmesso ai discendenti.
Il cognomen, caratteristico dell'individuo, si trasmetteva anch'esso ai discendenti.
Il signum, infine, era il soprannome facoltativo.
Insomma, volendo fare un esempio, all'interno della gens Cornelia, il nome completo di Scipione l'Africano (vincitore in Africa a discapito dei Cartaginesi) era Publio Cornelio Scipione Africano, mentre il fratello di costui, vincitore in Asia contro i Parti, si chiamava Lucio Cornelio Scipione Asiatico.

Insomma, come si può notare da questo breve articolo senza pretese, l'organizzazione della famiglia ai tempi dell'antica Roma era una cosa seria, ognuno aveva il suo ruolo, dal capo supremo, ovvero il Pater Familias, agli schiavi. Parrebbe di più una di quelle grandi società, dove la differenza tra chi comanda e chi esegue è abissale, ma cosi non è. La famiglia nell'antica Roma era organizzata proprio in codesto discutibile modo.


Di: Martino Linardi

Fonti:
Web 
 
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