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sabato 23 giugno 2018

America Latina: Le ragioni storiche del sottosviluppo

L’America Latina come realtà sociale politica ed economica è assai complessa e caratterizzata da molteplici sfaccettature. Da un punto di vista di storia globale, tutto il processo di colonizzazione di quest’area del mondo e la sua successiva evoluzione nei secoli rappresenta un caso alquanto particolare verificatosi solo in poche altre zone del globo. Per quanto possa essere relativo come termine, l’America Latina viene considerata parte del mondo occidentale tanto che un noto studioso di storia dell’America Latina, Carmagnani, intitola una sua opera proprio “L’altro Occidente” riferendosi a quest’area del pianeta. Senza entrare nella diatriba terminologica sul significato di termini come occidentale o orientale e a quel che si riferiscono ampiamente discusso dal filone critico iniziato da Said nel suo “Orientalismo”, si vuole qui porre un altro tipo di interrogativo.


Se quindi si accetta una comune appartenenza culturale tra l’America Latina e il resto del mondo occidentale, viene spontaneo chiedersi come nella storia possano essersi sviluppate delle così abissali differenze tra questi due mondi oltre che sul piano inevitabilmente sociopolitico ma anche e soprattutto su quello economico. L’America Latina ad oggi risulterebbe –compiendo un’ampia generalizzazione che si provvederà più avanti a sfatare – uno delle zone del mondo occidentale ancora in via di sviluppo e non pienamente industrializzata. Chiedersi quali siano i motivi di questa differenza empirica tra America Latina e resto dell’occidente, può diventare compito dello storico se quest’ultimo si pone nella prospettiva di ricercare le origini del suddetto fenomeno. Una ricerca del genere –che approfondisce le motivazioni di un ritardo economico nel passato di un gruppo di nazioni – non ha l’intenzione o l’ambizione di univocità e completezza, bensì intende aprire una finestra e offrire una prospettiva diversa al pubblico nell’ottica di informare riguardo una tematica spesso poco presa in considerazione, dando troppo frequentemente per assodato l’arretratezza economico di un settore del mondo decontestualizzandolo dalla sua storia. L’America Latina non è sempre stata come appare oggi semplicemente guardando una cartina geografica. Successivamente alla scoperta del continente americano, gli spagnoli colonizzarono l’attuale area caraibica, del Messico e del Perù espandendosi in tutto il continente e lasciando il Brasile ai rivali portoghesi grazie all'intermediazione delle bolle papali.


La colonizzazione consistette quindi nella creazione di un vero e proprio sistema sociale ed economico da applicare in un nuovo territorio. Ovviamente questo tipo di sistema non poteva che ispirarsi a ciò che i colonizzatori già praticavano in patria in quell’epoca. L’effetto fu quindi una specie di esportazione del sistema sociale spagnolo in America con tutte le ovvie particolarità che vennero combinandosi. Occorre soffermare l’attenzione proprio sulla società coloniale per ricercare le prime tracce di quello che fu un difficoltoso processo di modernizzazione che avvenne più tardi. Il crearsi di una élite economica paragonabile all’aristocrazia europea fu proprio un elemento di disturbo di quel processo.

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giovedì 21 giugno 2018

1938: L'anno zero!

Trieste anno 1938,
tutto uguale, mi pare! Il mare cristallino, il sole alto nel cielo, e fa ancora caldo. Sì, fa caldo! Mangio il gelato con il mio amico Aldo, stamane è meno allegro degli altri giorni, qualcuno ha detto che insieme non si può più giocare, ma io non credo che sia illegale mangiare il gelato. Guardate non stiamo giocando! Aldo mi dice che neppure il gelato si può più mangiare insieme. Aldo se ne va... Aldo non andare! Aldo, non ti vedrò più? ...



Trieste 18 settembre 1938,
piazza Unità d'Italia Benito Mussolini propone nella sua sintesi più aulica, il contenuto di quelle che di lì a poco saranno identificate come leggi razziali, apponendo un sigillo alla libertà d'essere al mondo con uno stato di natura contrario a quello prescritto dalla legge dell'uomo.

« È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l'opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l'indirizzo arianonordico. »

(La difesa della razza, anno I, numero 1, 5 agosto 1938, p. 2)

Francamente razzisti, come se l'esserlo fosse il valore aggiunto dell'italiano dell'era fascista, come se il peso di questo attributo non significasse svanire qualità umane e sogni. Perseguire umani per un'etichetta che li rende differenti, brillanti di una luce troppo sgargiante per non essere notati, una che di punto in bianco spalanca il sipario di un silenzio che fa di quegli italiani, che fino al giorno prima rappresentavano l'amico, il medico, il farmacista, l'insegnante, l'amante, nient'altro che ebrei. Troppo differenti dall'italiano insignito, per chissà quale assurda convinzione, nella categoria di ariano.



I fatti raccontano di un'Italia ansiosa di vantare le origini nobili della propria razza - razza mescolata, commista, e per questo arricchita di troppi sapori - nel manifesto sulla razza che fondava la propria ragion d'essere in motivazioni di natura scientifica, pubblicate in forma anonima nel luglio di quell'anno nel Giornale d'Italia. Di lì a poco sarebbe stato vietato:
  • il matrimonio tra ebrei e italiani
  • un ariano assunto in qualità di domestico in casa di ebrei
  • per un ebreo assumere cariche pubbliche
  • per un ebreo lavorare in istituti bancari
  • trasferirsi in italia
  • perdita di cittadinanza da parte di tutti quegli ebrei introdotti in Italia in data posteriore al 1919
  • svolgere professione di notaio
  • svolgere professione di giornalista
  • per i giovani ebrei, non convertiti al cattolicesimo, di iscrizione nelle scuole pubbliche 
  • per le scuole medie adottare testi ai quali avessero collaborato ebrei
Era vietato per un insegnate ebreo insegnare indistintamente, furono istituite scuole apposite per soli ebrei, era vietato quel vivere civile che li rendeva parte di una comunità era vietato. VIETATO!



Cosa resta di questa triste storia, uno spirito di negazione che porta la nostra coscienza ad escludere d'essere stati crudeli ed ingiusti, o la cognizione del precedente che ci impone di non ripercorrere gli stessi passi perseguendo impronte scalfite in una terra pregna di sangue ? Un passato che freme le ossa dei dipartiti imponendo una eco di ravvedimento rispetto a quei corsi e ricorsi storici  di Vichiana memoria, che imperturbabili invadono le bocche di coloro i quali  per meriti qualunquistici colpiscono alla pancia invece che al cuore, istigando all'odio anziché alla comprensione, abbandonando, inesorabilmente, le coscienze ad un'univoca domanda: "Dove stiamo andando?"


Il mio gelato si scioglierà, assieme ai  sogni  immersi nelle nuvole di un'infanzia che non tornerà. Chiuso nel buio del mio silenzio terrò nel cuore un amico, i suoi sorrisi, i miei, e i balocchi che terrò sepolti nel giardino che ci vedeva bambini ...



Di: Anna Di Fresco

Fonti:
http://www.raiscuola.rai.it/articoli-programma-puntate/le-leggi-razziali-del-1938-storie-e-testimonianze-gli-ebrei-e-litalia/8119/default.aspx
1938. I bambini e le leggi razziali in Italia - curatore B. Maida - Giuntina edizioni 
Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia - autore Enzo Collotti - La Terza edizioni
 Norme integrative del Regio decreto–legge 17 novembre 1938-XVI, n.1728, sulla difesa della razza italiana

lunedì 18 giugno 2018

Abdolkarim Soroush: il Lutero dell'Islam

La storia dei pensatori arabi è, rispetto a quel che si pensa comunemente, assai ricca di spunti di riflessione e di pensatori stessi. Essa, per tutto il 900, risulta essere il centro della diatriba che vede opporsi il modello di pensiero scientifico (tipico dell'Occidente) alle normative islamiche tradizionali, basate sulla giurisprudenza classica del testo sacro: il Corano. All'interno di questa folta schiera di pensatori contemporanei, uno in particolare merita la nostra attenzione: si tratta di Abdolkarim Soroush, considerato da molti come il Lutero dell’Islam. Tale soprannome risulta essere assai interessante per capire fin da subito l'ideologia che lo contraddistingue. Infatti, la strumentazione filosofica gli è servita per argomentare un discorso fortemente riformista sull’Islam, essenzialmente basato su tre nodi cruciali: il problema della conoscenza, la secolarizzazione del testo sacro e la rivendicazione di libertà e democrazia.

Nato nel 1945 a Teheran, un anno cruciale per la storia mondiale, si trasferisce ben presto a Londra dove ottiene un dottorato in filosofia della scienza, all'interno del quale formula le sue teorie innovative sulla religione islamica. Il testo coranico (cioè la religione stessa) rimane per Soroush invariabile, mentre deve essere la conoscenza che si ha di esso a mutare (quindi l’interpretazione, che egli considera essenzialmente un fattore umano, quindi storico).


La conoscenza religiosa quindi è al centro del pensiero riformista di Soroush e deve essere storicizzata dall’uomo, mentre il nucleo dogmatico/religioso della rivelazione rimane immutabile. IL pensatore iraniano avanza diverse metodi di secolarizzazione: 1) sottoporre ogni questione a critica 2) contrastare il dominio della metafisica 3) escludere la religione dall’attività legislativa 4) legittimare i governi su base popolare. Tale processo di secolarizzazione viene posto da Soroush come la ragione fondamentale dello sviluppo socioeconomico dell’Occidente. Essa non è altro che la scientificizzazione e la razionalizzazione del pensiero. La religione deve quindi essere ridotta al "foro interiore" del credente e quindi separata dal "foro pubblico" proprio perché essa, nel mondo islamico, viene considerata una libera scelta e non dovrebbe essere così vincolante per il credente.

La religione islamica, con Soroush, perde il suo carattere pervasivo nella vita quotidiana ed è proprio questo a fare di Soroush l'interpretere e lo studioso di religione più ideologicamente vicino a quel riformismo che in Europa viene ancora oggi paragonato a Lutero, perno dello scisma religioso ancora oggi presente nel Cristianesimo. Soroush non parla mai di shari’a ma di fiqh, cioè dell’elaborazione positiva ed umana dei principi della shar’ia (la legge religiosa divina iscritta nel Corano per mano di Dio). Egli critica inoltre il sistema di governo del suo paese: l'Iran. Essendo la stessa Repubblica Iraniana uno stato teocratico in cui la religione riveste un'importanza fondamentale nel "foro pubblico" (così chiamato da Soroush) è comprensibile l'aspra critica dell'autore.


Soroush individua alcuni obiettivi del riformatore religioso per eccellenza: riabilitare il pensiero religioso, correggere le storture, denunciare gli empi e ri-orientare la religione verso la sua essenza. L’autore si pone inoltre la questione dell’armonizzazione tra religione e democrazia ed individua due presupposti: l’armonia della ragione e della fede non rappresentano che due diverse valenze della conoscenza umana. Vengono esclusi tutti i governi che possano rivendicare una qualifica di islamicità: dal governo giurisprudenziale (fiqhi) basato sulla shari’a, ai fragili governi basati sulla consultazione (shura), del consenso (ijma) e del patto tra governanti e governati (bay’a). L’armonizzazione tra religione e democrazia dipende per Soroush dal fatto che condividono alcuni valori comuni: dai diritti umani alla tolleranza, dalla moralità alla libertà di fede e di opinione e anche a quella di essere irreligiosi.

Un modo nuovo ed alternativo, all'interno del panorama ideologico dei pensatori arabi contemporanei, di interpretare la religione islamica in un mondo contemporaneo, dove essa fatica a modernizzarsi e si scontra inevitabilmente con il suo passato, fatto di incomprensioni, versetti mal interpretati o male attualizzati. Proprio per questo il Lutero islamico ha cercato, attraverso un'ideologia di conciliazione tra due mondi completamente opposti, di ridare luce al testo coranico attraverso una migliore e moderna interpretazione di carattere prettamente storico, ma allo stesso tempo senza sminuirne i contenuti e il senso universalistico del suo messaggio divino. Una democrazia religiosa e tollerante, dove c'è spazio per tutti e dove nessuno utilizza il sacro per scopi personali, manipolazioni di governo e divisioni sociali.


Di: Claudio Pira

Fonti:
M. Campanini, Il pensiero islamico contemporaneo, Il Mulino, Bologna, 2016
G. Filoramo, Islam, Laterza, 1999

domenica 17 giugno 2018

L’universo onirico, gotico, romantico di Eta Hoffmann

Ernst Theodor Wilhelm Hoffmann (1776-1822), artista tedesco che spazia nel campo della letteratura, musica e pittura, lascerà il segno per la sua indole controversa, umbratile, segnata da una condizione psicologica ed esistenziale alterata, dominata dall’eccesso. L’alveo familiare in nuce prepara il terreno fertile allo sviluppo di una personalità, già precocemente disturbata, a causa dell’imprinting nevrotico materno e dell’inflessibilità paterna.


Affronta con incertezza gli studi da giurista, portandoli a compimento, e intraprende la carriera da giurista, sebbene il suo focus interiore rimanga celato dalla lettura dei romanzi di Goethe, commisti a opere di Rousseau e Sterne. Il preromanticismo lo avvolge e lo coinvolge sensorialmente facendo breccia nel suo animo ipersensibile, suggestionando il suo potenziale immaginifico. Hoffmann è dotato del dono della fantasia, la sua anima esula dai freni inibitori della ratio. Costruirà trame fiabesche, novelle surreali, gotiche, romantiche, suggellando un innovativo stilema personale. L’imago del femminino, trasposta dalla figura dell’amata Cora Hatt alla baronessa sposa infelice nel Majorat, racchiude in sé il senso misterico del sentimento inappagato. Il suo talento poliedrico trasmoda al di là del solo campo letterario. In campo musicale e pittorico, nello specifico, l’incontro con il pittore Molinari, individuo sui generis di stampo decadente, lo attrarrà in un particolare ciclo virtuoso artistico. L’input dello stile rinascimentale delle opere della galleria di Dresda lo ispira e, attraverso il filtro della sua personale suggestione, ne sgorgano gli affreschi della sala del palazzo Mniszek.

La cultura polacca gioca un ruolo fondamentale nell’esistenza dell’artista, dalla sua compagna e moglie al suo soggiorno a Varsavia, ove il fascino del vetusto, del decadente, del ricordo corroborano il suo animo e lo rinfrancano. Hoffmann sente vicino a sé un luogo dimenticato, afflitto da invasioni, memore di un sentire tradizionale, culla di una malinconia del vivere, testimone della commistione con la cultura tedesca. Questo sarà proprio lo scenario dei suoi racconti: un non luogo, ibrido della mistura culturale slavo-tedesca. Terreno maturo anche per l’impianto compositivo musicale. Dopo il suo trasferimento a Bramberga metterà in scena opere di Kleist e Calderòn cogliendo lo spirito barocco spagnolo, mitigandolo con il verticalismo gotico. Nonostante il suo aspetto gracile, cagionevole, egli svolge la sua attività di giudice, ponendovi fine durante l’invasione francese, periodo difficile per l’artista che, investitosi di tal habitus, viene vessato da delusioni e fallimenti. All’indomani della permanenza dello straniero, Hoffmann può riprendere la toga, ma assaporato il gusto letterario, costui sente la sua vera vocazione. Il destino gli dà l’assenso e comincia un fervido lavorio di novellatore. Romantico d’origine e d’adozione sposa in pieno l’Organismusgedanke, ovvero la stretta compenetrazione tra arte e vita.


Mai mi persuaderò che colui di cui tutta la vita non innalza la poesia al disopra della volgarità e al disopra delle piccole miserie della vita convenzionale, colui che non è buono e generoso possa esser poeta, poeta per vocazione. Il suo introitus è l’osservazione. L’elemento reale coglie la sua attenzione e il suo acume, particolare, trasfigura il dato, dando adito all’altro aspetto che caratterizza il suo stilema: l’immaginifico. Un “espressionismo” che dilaga rendendo la sua presenza artistica unica e personalissima. Il Wunderbare è l’elemento fiabesco, il senso del meraviglioso, il soprannaturale, commisto al Wunderliches ovvero l’estroso, l’individuale, il peculiare. La stravaganza è il suo humus, l’habitat in cui il suo intelletto si sente compreso e si placa. Insofferente della realtà conformista, borghese che lo attanaglia, Hoffmann struttura un mondo parallelo, originato, dal vero e trasposto nel surreale. Costui dà voce agli eccezionali, ai curiosi. Descrive minuziosamente tutto lo spettro delle manie, piccolezze, bizzarrie dell’universo umano, rendendolo grottesco. Scrive di lui il suo biografo, Giorgio Ellinger: Nelle strade di Berlino o lungo i viali dei Zelten cominciò ad agitarsi in lui quella magica forza che trasformava gli individui strani che lo avevano colpito in creature fatate. L’artista si spinge fino al campo del soprannaturale e delle tenebre. Le sue ambientazioni sono caratterizzate da fantasmi, creature diaboliche, fino a toccare le corde del macabro. L’elemento del visionario e del doppio corrobora il tessuto narrativo e lo esaspera. Il clima diventa paradossale...

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giovedì 7 giugno 2018

Il rapporto tra magia e cristianesimo

Nella concezione di magia altomedievale sono convenute commistioni culturali estranee al sentire dell’epoca che convergono e divergono nel registro emotivo-comunicativo collettivo, creando un organigramma eterogeneo.

Il metodo di ricerca è biunivoco e è formato dall’apporto metodologico sia del ramo medievalista che del ramo etno-antropologico. In seno a questo connubio risiede una netta differenza nei contenuti e nei contributi. L’impostazione etnologica parte da una comunità, organizzata e limitata, nell’alveo di un “presente storico”, mentre i medievalisti oppongono come presupposto metodologico un campo di ricerca che si dirama su un’area geografica vasta, dominata da gruppi sociali differenti, con diacronie. Nell’ambito semantico, la magia viene decodificata come: “conoscenza di riti capaci di asservire alla volontà dell’uomo forze non fisiche, soggiacenti alla natura e tali da dominarla”. L’individuo attraverso l’azione magica acquisisce la facoltà di indirizzare le sue potenzialità e i suoi fini, padroneggiando la loro estrinsecazione in seno alla realtà naturale.


Si ponga l’esempio del credente che mediante la preghiera mira al conseguimento di quanto espresso nella formula dialettica, abituale e consona, assemblando tale procedura al rituale magico. Ciò rivela come il limes sia fragile, corruttibile.

L’ambito cognitivo in seno a questo aspetto è quello latino, celtico, germanico, esulando il mondo geco e slavo. Roma risulta caput mundi nell’antro di pratiche magiche, oltre che di dialettiche religiose. Il cristianesimo dona un apporto decisivo alle influenze magiche, ne cambia i connotati, dal neoplatonismo alla sublimazione del paganesimo. Il binomio angeli e demoni e la netta consapevolezza di una frattura in seno al mondo magico comportano un rimodellamento della materia ad opera della matrice cristiana. Il registro delle forze naturali viene assoldato come mercenario della superstizione, svilendo il comparto greco-romano che ne usufruiva.
Con l’accezione agostiniana (De civitate Dei) la magia viene identificata con ciò che è diabolico. L’equazione pagani-diavoli trova la sua diretta espressione.
E’ in atto un processo di scristianizzazione di tali procedure rituali. Il cristianesimo si pone come il baluardo dell’antimagico, nonostante ne serbi la struttura anch’esso. Dalle invocazioni “pro impetranda pluvie” alle cerimonie confacenti il giudizio divino, lo spettro magico cristiano agisce coscientemente, a dimostrazione dell’ineluttabilità del sentire comune. Questo accoglimento della mentalità magica in seno al motus cristiano provoca uno sdoganamento e un rafforzamento della stessa, identificato come una necessità insita nella natura stessa dell’uomo.
Un netto spartiacque che fa confluire nel settore diabolico la superstizione, spettro di forze demoniache, insite in manifestazioni di realtà naturali e di vicende quotidiane.

Fonti che attestano la rientranza del comparto magico sono il De correctione rusticorum di Martino di Braga, alcune prediche di Cesareo di Arles, Etymologiae di Isidoro di Siviglia, testi di Rabano Mauro e Incmaro di Reims. La definizione di magia oscilla tra due aspetti: prassi rituale, vettore dell’ignoranza, (denominata superstizione); manifestazione del diabolico e del divino.


La prima intesa nella sua matrice primitivista, come supporto ad azioni elementari, diventa emanazione diretta della finalità proposta.
Un esempio riportato dalla tradizione celtico-germanica, dal Corrector, è l’usanza di dare da mangiare al marito il pesce per accrescerne le doti virili e il sentimento nei confronti della moglie. Di seguito vengono riportati riti propiziatori per legare e attrarre il compagno o, al contrario per allontanarlo e indebolirlo. Uno suggestivo narra di come la donna unga il proprio corpo con il miele e si rotoli su un piano dove sono posti dei chicchi di grano. Dopo aver raccolto i chicchi rimasti attaccati, questi vengono macinati con un processo inverso al consueto; con la farina ottenuta viene composto un pane dato in pasto al marito, infaustamente, per causargli danno.
La stretta connessione tra magia e simbolismo è il focus del sentire altomedievale, ove il potere immaginifico e il sentore apotropaico convivono. Il cristianesimo gioca il ruolo di collante di tali ramificazioni intellettuali, dagli accenti primitivi a un registro allegorico maturo. La dottrina cristiana seppure avversa a un sistema cognitivo, tale quello magico, risente degli echi e stanzia un suo mutamento e avvaloramento, estinguendo il fuoco della superstizione, alimentando la dialettica divino-diabolico, con tutte le sfumature del credibile.


Di: Costanza Marana

Fonti:
Simboli e simbologia nell'alto Medioevo. Atti (dal 3 al 9 aprile 1975), Fondazione CISAM, Spoleto, 1976
Il ramo d'oro. Studio della magia e della religione, James George Frazer, Bollati Boringhieri, Torino, 2012

domenica 3 giugno 2018

La resistenza fascista nel Meridione all'indomani del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943

Sulla resistenza partigiana nel centro e nord Italia in opposizione al nazifascismo durante il secondo conflitto mondiale si sono scritti centinaia di libri, l'argomento è stato trattato, celebrato e studiato in moltissime delle sue sfaccettature. Pochi sanno però che dopo l'occupazione Alleata del sud Italia, vi fu una vera e propria resistenza da parte dei fascisti rimasti nei territori in mano a quello che fino all'8 settembre sarebbe stato ancora per tutti gli italiani, fedeli alla Corona e allo Stato, il nemico ufficiale.


L'argomento è stato a lungo trascurato e lasciato nel dimenticatoio un po' perché la storiografia si è sempre concentrata sul fenomeno della resistenza nel nord Italia, più utile da celebrare in un'ottica di unità nazionale all'indomani della fine della seconda guerra mondiale, e un po' perché il tema era principalmente composto da memoriali di ex combattenti fascisti risultando quindi scomodo per la classe dirigente politica dell'epoca composta dalle forze che il fascismo l'avevano combattuto (in primis la Democrazia Cristiana (DC) e il Partito Comunista Italiano (PCI) nonché le altre forze parlamentari).

Dalla narrazione dei memoriali si può scorgere, già dal '43, la netta presa di posizione dei combattenti di questa resistenza di combattere solamente contro il nemico straniero e di non macchiarsi di attacchi nei confronti di italiani, seppur di fede politica avversa, per evitare il clima da guerra civile che sarebbe poi esploso con la resistenza nel nord Italia. Sembra che questo monito, incoraggiato direttamente dal Duce, fosse stato seguito, sia per netta convinzione che per una mancanza effettiva di fondi economici, problema non da poco per chi cercava di creare uno sbarramento al nemico per bloccare la via verso il nord. Dal punto di vista della ricerca delle fonti si può notare dagli anni '90 del secolo scorso una crescita di pubblicazioni memoriali e non solo riguardanti l'argomento, si può sottolineare come nel 1998 a Napoli si sia tenuto un convegno sul fascismo clandestino e sulla sua resistenza.


Per meglio comprendere questo fenomeno bisogna fare un passo indietro e tornare lì dove tutto ha avuto inizio; gli storici non concordano sulla reale ed effettiva data che ha portato alla caduta del fascismo. Sono stati scelti come spartiacque tra l'età del Consenso e l'inizio della fine del regime eventi come la guerra di Etiopia (con la conseguente espulsione dalla Società delle Nazioni e l'allontanamento dalla comunità internazionale), la promulgazione delle leggi razziali del 1938 con il definitivo abbraccio alla Germania nazista, l'entrata in guerra (seppur impreparati per affrontarla) del 1940 o come supposto dal famoso storico Renzo De Felice la doppia sconfitta in Russia e in Africa settentrionale con il conseguente cedimento del fronte interno con i successivi scioperi seguiti dall'invasione angloamericana del meridione.

Per quanto riguarda puramente l'argomento che ci accingiamo a trattare risulta centrale invece il 187° Gran Consiglio del Fascismo, che si tenne dalle ore 17.00 del 24 luglio alle tre di notte del 25 luglio del 1943. Le truppe angloamericane erano sbarcate in Sicilia due settimane prima e la situazione stava diventando esplosiva; fu quindi votato l'ordine del giorno Grandi, che prevedeva la destituzione del Duce con il conseguente passaggio del potere al Re che avrebbe nominato un nuovo primo ministro. La destituzione del Duce aveva sicuramente fatto scalpore l'indomani, ma con il messaggio “la guerra continua al fianco dell'alleato tedesco” l'evento era sembrato più un cambio di comandante piuttosto che un crollo del regime e dell'ideologia che aveva permeato l'Italia per un ventennio. Certo, gli italiani identificavano il fascismo con il Duce, espressione fisica del movimento, ma seppur con qualche sospetto sembrò quasi che la sua destituzione fosse concordata. Solo il suo successivo arresto rese chiaro a tutti che l'esperienza del fascismo come forza nazionale si era chiusa per sempre.

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martedì 29 maggio 2018

Gli années de plomb francesi: il terrorismo politico di Action Directe

Negli ultimi anni la Francia è stata uno dei Paesi europei che più ha subito attacchi terroristici, in particolare legati all’ideologia islamica; ma nel Paese sono più di cinquant’anni che si susseguono attentati: i primi attacchi durante la guerra d’Algeria – con il Fronte Nazionale di Liberazione – poi il turno di Carlos lo Sciacallo – con i doppi attentati alla stazione TGV di Marsiglia; e infine quelli di Fatah, l’organizzazione paramilitare palestinese, costola dell’OLP e del GIA, Gruppo Islamico Armato. Non legato esclusivamente alla matrice islamica, il terrorismo francese è esploso anche sotto l’ala politica, negli anni di maggiore lotta sociale, quali sono stati i decenni ’70 e ’80.


Proprio come in Italia, sono nate organizzazioni terroristiche evolutesi dentro il contesto dell’estrema sinistra che, con le loro azioni, hanno contribuito a rendere ancora più instabile un clima politico- sociale caldo e irrequieto. Nella Patrie des droits de l’homme – come d’altronde nel resto dell’Europa, in quel decennio – la crisi politica è accompagnata da una estremizzazione della Sinistra, che già negli anni precedenti, aveva dato vita a numerose forma di lotta politica e armata. Il dibattito sul marxismo, sul leninismo e sul maoismo è molto sentito dai giovani (ma anche operai, donne) che non si sentono assolutamente rappresentanti dalla classe politica dominante, ai loro occhi incapace di apportare un serio cambiamento agli squilibri sociali sempre più divaricanti. Da questo contesto nasce Action Directe, la più attiva e la più importante tra le organizzazioni terroristiche su suolo francese.

LA NASCITA E GLI OBIETTIVI:

In Action Directe confluiscono membri dei GARI (Groupes d'action révolutionnaire internationalistes), dei NAPAP (Noyaux armés pour l'autonomie populaire) e delle Brigades internationales, tutti gruppi afferenti allo stesso pensiero politico, quello maoista, tipico della Sinistra proletaria - molto vivace in quegli anni – e confluiranno anche molti attivisti che ruppero con le pratiche sindacali preesistenti.


Le tre organizzazioni, fuse, cambiano la loro impostazione originaria di la lotta sociale per il proletariato, con la violenza agita: come le altre organizzazioni politiche occidentali, Action Directe crede sia possibile ricostruire la politica e la società solo ed esclusivamente attraverso la lotta armata, praticata per le strade delle città e che colpisse luoghi e rappresentanti del potere, il quale, conservatore, osteggiava il cambiamento sociale. Asservendo l’ideologia marxista-leninista – tradizionalmente attaccata al concetto di rivoluzione- alla violenza, questa diventerà il rituale attraverso cui Action Directe esprimerà il suo dissenso.

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domenica 27 maggio 2018

Storia di uno stato in trappola

“La libertà non consiste tanto nel fare la propria volontà quanto nel non essere sottomessi a quella altrui.” – Jean-Jacques Rousseau

Al mondo, lo sappiamo bene, ancora oggi una gran parte dei moderni stati-nazione controlla e veicola a sé numerose minoranze etniche e linguistiche. I media internazionali, attraverso la carta stampata e la comunicazione web, ci narrano quotidianamente episodi di ribellione e di guerriglia in molti di questi stati, la maggior parte dei quali vengono però brutalmente repressi dal regime al potere. La storia è piena di episodi del genere che potremmo rapidamente citare: dalle famose Guerre Giudaiche ai confini dell’Impero Romano nel 66 d.C. alle ribellioni dei nativi americani nel XVII e XVIII secolo, passando poi per i numerosi casi di genocidio: dal genocidio della minoranza armena nei primi anni del 900 ad opera dei soldati turchi, al più famoso olocausto degli ebrei in Germania sotto il nazismo, dall’odio interetnico tra Hutu e Tutsi che comportò il genocidio in Ruanda del 1994, a quelli attualmente in corso, come ad esempio il sempre attuale conflitto tra Palestina ed Israele o il nuovo bombardamento delle città e delle minoranze curde in Siria ad opera (nuovamente) della Turchia moderna di Erdogan.


Abbiamo elencato forse lo 0,1% dei massacri e dei genocidi avvenuti nella storia contro popoli e minoranze non riconosciute all’interno della maggior parte di regni e stati-nazione ma in questo articolo l’attenzione verrà posta su una particolarissima minoranza etnica ancora oggi esistente e che, per questioni politiche ed economiche, i media internazionali si rifiutano di affrontare e analizzare nei loro quotidiani report geopolitici. Stiamo parlando del popolo tibetano, che nel 1959 fu vittima della fulminea ed inaspettata invasione dello stato cinese e che, ancora oggi, vive sotto continue restrizioni culturali, politiche ed economiche. Tuttavia, la storia del Tibet non fu sempre teatro di incursioni, schiavitù e sottomissioni ma anche e soprattutto una storia d’espansione, di guerra e di pace, che si intreccia col mistero della sua particolare religione, unica al mondo!


TRA STORIA E LEGGENDA:

Una antica iscrizione su pietra, datata VIII secolo d.C., ci dice molto sulle origini storiche del Tibet, un regno che affonda le sue radici nel mito. L’iscrizione recita così:

Dal bel mezzo dei sette cieli
Dalle sfere celesti, dal profondo blu
Viene il nostro re, signore degli uomini,
Figlio divino del Tibet.

Nelle leggende che tentano di ricostruire la storia del misterioso Regno del Tibet, la più bella e importante sembrerebbe essere quella che vede il primo grande sovrano unificatore di tutti i clan locali semi-nomadi essere venuto dal cielo, dalle sacre montagne, da sempre simbolo di unione tra umanità e forze sovrannaturali. Prima dell’arrivo del leggendario re del Tibet, la società era infatti divisa in famiglie mentre la storia veniva suddivisa in epoche a seconda delle scoperte effettuate (caccia, fuoco, pastorizia, utensili, decorazioni, ecc). Si trattava di una società semi-nomade, che non conosceva l’agricoltura e viveva allo stato primitivo. L’importanza di questa iscrizione testimonia l’evoluzione di una società primitiva in una società urbana e moderna. Molto probabilmente giunto in Tibet da uno dei grandi stati limitrofi del Magadha indiano o del Kosala, leggenda vuole che il primo grande sovrano tibetano fosse uno straniero. Questa necessità di riunire tutte le famiglie sotto un unico re super partes fu colta al volo dal giovane Nyatri Tsenpo, portatore di diversità, di valori nuovi e sconosciuti, accettati da un popolo di pastori come simbolo di sapienza e di valori unici. Fu così che venne inaugurata la dinastia dei Sette Troni.

Importante, nella storia leggendaria del Tibet, sarà anche l’avvento della scrittura ad opera dei monaci buddhisti. “Il Segreto” fu il primo testo importato in Tibet, nessuno ne conosceva il significato, ma fu subito considerato un oggetto superiore, quasi divino. Nonostante l’assidua penetrazione di saggi, asceti e monaci buddhisti indiani, il Tibet non abbandonò velocemente la propria tradizione pagana, legata alla religiosità sciamana denominata bonpo. Il rapporto con elementi naturali e fantastici, orchi e demoni, stregonerie e sacrifici era ancora strettissimo in quella che fino al IX secolo d.C. è da considerarsi ancora una società molto arcaica per quel che riguarda istituzioni e modelli sociali. Il buddhismo però, complice il primo re che lo accettò chiamato Trison Detsen, si infiltrerà nella primitiva religione tibetana sia imponendo la propria visione del mondo ma anche adattandosi e assorbendo culti magici e sciamanici...

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venerdì 25 maggio 2018

Un killer che non ti aspetti: il Grande Smog

Nel 1952 Londra è una metropoli appena uscita dalla guerra, ancora arrancante per i danni subiti durante il secondo conflitto mondiale. I londinesi hanno appena iniziato a riprendere in mano le loro vite, tornando lentamente ma proficuamente ai rispettivi lavori, trovandone anche di nuovi. Il Regno Unito, infatti, dopo la fine del conflitto, si riaccende economicamente grazie ad un nuovo e importante effetto di industrializzazione.


Come nella Prima Rivoluzione Industriale, i britannici erano ancora molto legati all’utilizzo del carbone per alimentare le grandi industrie sul territorio e i riscaldamenti privati e pubblici. Nel dicembre 1952 l’utilizzo di carbone è smisurato, causa un forte fronte freddo che invaderà la regione. La nebbia non è una novità nei Paesi del Nord Europa – come vogliono i migliori stereotipi – e dal 5 dicembre di quell’anno, le giornate inizieranno a farsi sempre più foggy nella capitale britannica. Come sempre questa è viva, attiva: ogni mattina migliaia di persone affollano le sue strade per recarsi al lavoro, affrontando quella che credevano fosse una innocua nebbia invernale, mista al terribile muro di smog, diventato un’abitudine e percepito quindi come “normale”. Ma di fatto, quel mix, non lo era.
Dal 5 dicembre, infatti, il clima freddo e umido tipico del Nord, lasciò lo spazio ad un nuovo fronte di aria calda che andò proprio a posizionarsi sulla città, legando la solita nebbia all’inquinamento atmosferico. E non finì lì: la mancanza di correnti che spostassero la massa calda, intrappolarono l’inquinamento ad un basso livello atmosferico, creando una sorta di cappa. Questa bolla, nota ai meteorologi come inversione termica, si stanziò definitivamente sopra la città, come una cupola, isolando e intrappolando la popolazione sotto di essa.
Il fenomeno si protrasse per cinque lunghissimi giorni - dal 5 dicembre al 9 dicembre 1952 - creando un disastro di ampie proporzioni. In un primo momento, il governo britannico non si preoccupò della situazione, ma, man mano che la nebbia diventò sempre più folta, fitta, densa e potenzialmente letale, si cercò di ricorrere ai ripari.


Negli ultimi giorni del fenomeno la visibilità era talmente ridotta nella metropoli che furono sospesi i servizi ferroviari e aerei; le persone che sfidavano la pea soup fog – così nominata all’alba dell’era industriale inglese, per la sua somiglianza cromatica alla celebre pea and ham soup, una zuppa giallastra a base di piselli e prosciutto – mettevano seriamente a rischio la loro salute e, causa la scarsa visibilità, per orientarsi nelle strade, erano addirittura costrette ad accompagnarsi a braccetto. Il governo tentò in extremis una soluzione tampone, invitando la popolazione a restare nelle proprie abitazioni, e solo in casi di estrema necessità uscire all’esterno, sempre e solo con l’ausilio di mascherine. Furono chiuse le scuole, gli uffici pubblici, quelli privati, e – come spesso accade in periodi di scarso controllo sociale – si registrò anche un forte aumento della criminalità. L’acido solforoso e solforico presente, scaturiti dalla combustione del carbone, si erano combinati quindi con il vapore acqueo fisso sopra la città e i danni che portò questo mix non riguardarono solo una limitazione delle attività quotidiane: anche se il fenomeno della London Fog era già noto alla popolazione sin dalla Prima Rivoluzione Industriale, quest'ultima non era certamente stata fornita degli strumenti giusti per poterla affrontare, né tanto meno il Ministero della Salute inglese possedeva i mezzi per evitare il disastro.


La cupola di smog divenne infatti immediatamente mortale, in particolare per le categorie più deboli come bambini e anziani, ma non mancò di creare severi problemi respiratori – quali l’asma e altre patologie – in molti soggetti sani e adulti. In totale, in quei fatidici cinque giorni, morirono 4mila persone nella sola Londra, e altre 8mila perirono nei seguenti a causa delle gravi lesioni interne all’apparato respiratorio provocate dallo zolfo presente nell’aria. Il governo era impotente di fronte ad una crisi che, dopo la guerra, non si aspettava certamente di dover affrontare, non restava che sperare che il clima cambiasse. Finalmente all’alba del 9 dicembre 1952, il meteo venne in soccorso: un nuove fronte, freddo e ventoso, spazzò via definitivamente la pea soup fog.
Una volta sparita la nebbia, solo un macabro elemento rivelò ai britannici (e al mondo intero) a che evento disastroso aveva appena assistito Londra, che di fatto non aveva ancora elaborato la sua gravità: il Dott. Robert Waller, un medico che lavorava al St. Bartholomew’s Hospital, affermò in una intervista alla BBC:
« There weren't bodies lying around in the street and no one really noticed that more people were dying. One of the first indications was that undertakers were running out of coffins and florists were running out of flowers.» [1] . 


 A seguito di questo mortale evento, il governo inglese istituì una équipe incaricata di studiarlo, di comprenderne i meccanismi e di imparare a prevenire nuovamente una possibile tragedia. Dopo quattro anni, nel 1956 fu emanato il Clean Air Act - il primo provvedimento legislativo in materia di inquinamento atmosferico in tutto il mondo – che si propose come obiettivo principale di ridurre l’inquinamento nell’aria, adottando importanti restrizioni attraverso il controllo a zone – le smoke control areas - in cui le autorità potevano riscontrare un aumento di polluzione e lanciare un eventuale allarme. Sulla scia di questa legge, anche altri paesi nel resto del mondo adottarono simili provvedimenti, dando vita ad una nuova sensibilità, che ha portato con sé importanti cambiamenti mondiali in materia ambientale.

Di: Simona Amadori

 [1] «Non c’erano morti per le strade e nessuno aveva capito quante persone stessero morendo. Uno dei primi indicatori fu che le pompe funebri erano a corto di bare, così come i fioristi di fiori».

Fonti:

BBC News, Historic smog death toll rises, 5 december 2002, reperibile all’URL http://news.bbc.co.uk/2/hi/health/2545747.stm
Peter Brimblecomble, The Big Smoke: A History of Air Pollution in London since Medival Times, Routledge, 2012, New York
Kate Winkler Dawson, Death in the Air, Hachette Books, 2017, New York

domenica 20 maggio 2018

Matrimoni reali inglesi: un romanticismo senza tempo

Ebbene sì, anche il principe Harry è convolato a nozze!


Qualche riflessione in merito è d'obbligo. Innanzitutto, il nome del caro pupillo inglese è Henry Charles Albert David Mountbatten-Windsor e non è propriamente un principe, bensì il duca di Sussex. Da oggi, 19 maggio 2018, ha assunto anche il titolo di Conte di Doumbarton. Questo titolo fu creato solo nel 1675 per Lord George Douglas, fratello minore del primo conte di Selkirk. Stamane, il Duca di Sussex, nato a Londra il 15 settembre 1984, è convolato a nozze e la regina Elisabetta II gli ha conferito questo titolo. La promessa sposa e già consorte Meghan Markle, divorziata dal primo marito Trevor Engelson. Ex modella, ex attrice, da oggi la possiamo chiamare Principessa del Regno Unito per matrimonio. Vanta, da oggi, altri titoli nobiliari: Duchessa di Sussex, Contessa di Doumbarton e Baronessa di Kirkeel.


Secondo la storia delle casate reali inglesi, la consorte dell'erede prende tre titoli: duchessa, contessa e baronessa, titoli nobiliari messi ora in ordine decrescente. Questo avviene perché all'interno della famiglia reale sono molto più importanti i primi consorti e i figli al fronte di altri personaggi o lord esterni. Ma è storia nota. 
Il matrimonio ha fatto scalpore a causa delle ingenti spese e delle grandi cifre che si sono potute rilevare - e sembrava costoso, all'epoca, il matrimonio della Regina Victoria! 
Il numero degli invitati è di 600 ospiti; 2.640 persone invitate a prendere parte alla cerimonia ma non al banchetto regale offerto per pranzo dalla Regina Elisabetta II e che quindi dovranno portarsi il pranzo al sacco; 200 ospiti per la cena offerta dal Principe Carlo; un costo di circa duemila euro a portata; un costo complessivo di due milioni per il ricevimento e le nozze, che sommati ai 34 milioni investiti per la sicurezza fanno salire la cifra a 36 milioni (sempre in euro); circa 100.000 persone che assisteranno all'evento ed infine, per la costruzione della miniatura del castello di Windsor, 60.000 mattoncini. Se non è un matrimonio da favola, sicuramente è uno sposalizio all'insegna dell'opulenza e dei gossip.
Volete un po' di orari di arrivi (secondo l'ora italiana, ovviamente)? Dunque, alle 12.37 cominciano ad arrivare i due eredi al trono, Henry e William. Alle 12.38 entrano alla St. George Chapel di Windsor, dove si terranno poi le nozze. Alle 12.47 parte l'auto della sposa, che arriva alle 13.00 in punto, con una quarantina di minuti di ritardo rispetto all'ora prefissata (ore 12.20). Prima della sposa entra la Regina, alle ore 12.58 in un completo color verde limone, assolutamente appariscente. I paggetti e le damigelle d'onore sono bimbi, tra i quali anche i figli di Catherine Middleton, la futura cognata, moglie del principe William.


Ma vediamo un po' com'era stato il celeberrimo matrimonio della Regina Victoria. Dunque, lei si sposò che aveva già lo scettro in mano e quindi il potere per regnare. Il matrimonio, sebbene fosse combinato a scopo politico dallo zio Leopold della dinastia dei Coburgo, avvenne per amore reciproco dei due promessi. Il principe Albert di Sassonia-Coburgo-Gotha fu infatti ammaliato dalla bellezza della giovane regina e la loro intesa fu rapida e ancor di più la stima e l'amore reciproco che provavano l'un per l'altra, tanto che dopo la sua morte, la Regina prese le distanze dagli altri uomini, ancora legata al marito, per il quale ogni mattina - seppur defunto - faceva preparare dal valletto gli abiti da indossare, come se fosse ancora in vita. Smise questo rito solo alla propria morte: era troppo legata sentimentalmente al Principe Albert per riuscire a porre fine a una, forse anche un po' morbosa, nuova routine.


La cerimonia ebbe costi più contenuti rispetto agli attuali pupilli d'Inghilterra, in quanto in quel momento storico - era il 1840 - c'erano ingenti problemi economici a cui far fronte. Lei stessa lanciò la moda dell'abito bianco per le nozze: mai nessuno prima lo aveva pensato e realizzato: troppo complicato da tenere pulito e difficilissimo da lavare in seguito. L'abito fu confezionato adoperando metri di satin (raso) e accompagnato ad un velo di pizzo Honiton (costosissimo!) , adoperato anche per maniche e scollatura. d'altra parte, era pur sempre la Regina! Si legge che arrivò con uno stuolo di damigelle al seguito, vestite e agghindate per le nozze, tra le quali le sue quattro dame di compagnia, scelte accuratamente grazie ai consigli di Lord Melbourne - visconte - e Sir Robert Peel: dovevano essere in parte della fazione dei tories e in parte dei whigs, onde assicurare l'imparzialità della Regina dal punto di vista politico. Ella non doveva infatti mostrare inclinazioni politiche, così come ora, le mogli dei principi Henry e William hanno il divieto di esporre le proprie idee politiche pubblicamente. 

Si può dire che il suo seguito fu carico di matrimoni avvenuti per amore e non solo per etichetta: si vedano Elizabeth Bowes-Lion e il Principe Alberto (re Giorgio VI); Elisabetta II e Filippo di Mountbatten; Anna e Mark Phillips; Carlo e Lady Diana; Sarah Ferguson e Andrea; il Principe William e Catherine Middleton. 
Se in questa epoca storica abbiamo dubbi in merito al romanticismo, è sufficiente leggere qualche gossip tra i reali delle ultime casate europee per ricredersi. 
Un po' di cronaca, un po' di storia e un po' di giornali mostrano che il 1840 non è poi così lontano dal 2018. 

Di: Anna Maria Vantini.

Fonti:

Deborah Chadler, Learning to weave, Interwave Press, 1995
Jacques Chastenet, La vita quotidiana in Inghilterra ai tempi della regina Vittoria, BUR Rizzoli, Milano, 2017

sabato 19 maggio 2018

Shutruk: il re dei ladri

Oggi si pensa al ladro come ad una professione del mondo moderno, come una figura che agisce nell'ombra e che cerca di mascherare le sue tracce attraverso stratagemmi e azioni complicate all'interno di istituti come banche, musei e abitazioni! Eppure la storia del furto ha origini assai più antiche! In particolare il furto sembrerebbe essere strettamente connesso con la nascita delle rappresentazioni artistiche, per il fatto che esso è presente fin dalle epoche remote nei luoghi specifici di primaria e massima produzione artistica!


Quella di oggi è quindi la storia di uno dei primi ladri della storia mai conosciuti! Siamo in Mesopotamia, nel II millennio a.C. ed il suo nome era Shutruk Nakhunte. Non era di origini umili come si può pensare in un primo momento, poiché questa personalità era assai conosciuta in tutto il mondo antico per essere stato re dell'Elam (ovvero l'attuale Iran) tra il 1170 ed il 1155 a.C. Egli estese il suo regno fino ai confini della Mesopotamia, conquistando addirittura Babilonia e innescando una grave crisi economica e politica nella città, che nel tempo la costrinse a diventare un attore secondario sulla scena mediorientale. Susa era la capitale del regno dell'Elam e proprio qui vennero trasportati grandi manufatti ed opere d'arte in seguito alle conquiste di Shutruk.

Il famoso "re-ladro" poté vantarsi di aver saccheggiato inestimabili tesori provenienti da Babilonia, tra cui figuravano: la stele di Naram-Sin (in arenaria rossa raffigurante quindici guerrieri in guerra), l'obelisco di Manishtusu (una stele a forma di piramide utilizzata come supporto a una grande iscrizione cuneiforme arcadica) e, forse il bottino più importante, l'autentica stele contenente il Codice di Hammurabi, il più antico codice giudiziario al mondo, uno dei monumenti più celebrati e ammirati di sempre!


Tuttavia, in seguito alla morte di Shutruk Nakhunte, al trono di Susa andò il figlio Kutir-Nakhunte, cui successe il fratello Shilkhak-In-Shushinak, "ampliatore dell'impero". Di lì a poco, l'intervento di Nabucodonosor di Babilonia determinò un ribaltamento delle posizioni geopolitiche dell'area. Egli conquistò l'Elam intorno al 1120 a.C., portando il regno ad un lungo periodo oscuro (1100-700 a.C. ca.).

Tuttavia, non è un caso che questi tre monumenti siano stati riscoperti solo nel XIX secolo, in seguito a scavi condotti direttamente a Susa, la capitale del regno elamita. Shutruk Nakhunte, da perfetto ladro, trovò il modo di conservarli e di nasconderli alle future conquiste da parte di altri regni (tra cui la devastante incursione delle truppe di Alessandro Magno) e la sua strategia di occultamento delle opere razziate fu premiata, permettendogli una conservazione quasi perfetta a Susa, per più di tre lunghi millenni!


Di: Claudio Pira

Fonti:
Mario Liverani, Antico Oriente: storia, società, economia, Roma-Bari, Laterza, 2009
https://it.wikipedia.org/wiki/Shutruk-Nakhunte_I

lunedì 14 maggio 2018

'Tu sei la sola al mondo...'. L'importanza dimenticata delle mamme nella storia e nel mondo

“Nel pronunciare la parola mamma le labbra si baciano due volte”

Un detto che anticipa l’infinito orizzonte dell’amore materno, uno al quale non potrà mai esserci confine. Vien da pensare al coraggio del parto, alla forza e lo strepito di cuori continuamente pervasi dal timore di perdere il frutto delle proprie viscere,  il sentire sottile di quel sentimento che si perde nella trama ingarbugliata delle vene che hanno nutrito e concesso la vita, la forza di quell’amore che si nasconde negli occhi e nello sguardo sempre pregno di quella forma di perfezione nascosta solo negli occhi della madre.


Vien da pensare alla pietà di Michelangelo Buonarroti, allo sguardo mesto e consapevole di una madre eterna, pronta ad
immolare il suo unico figlio per l’ingrata umanità, o al dolore umano e frangibile della stessa madre ne“il pianto della Madonna” di Jacopone da Todi, allorquando alla straziante consapevolezza della imminente dipartita di quelle membra amate gridava:

“O croce, que farai ?
el figlio mio torrai ?
e che ce aponerai
ché non ha en sé peccato ?”.


Alle madri che segnano nell'albo dei ricordi gli occhi liberi dalle preoccupazioni di figli cresciuti troppo in fretta, figli dalle ali ferite pari a quelle che accompagnavano le dita di pittore di Vincent Van
Gogh quelle stesse che dipingevano lo sguardo gentile di  quella madre dalle infinite carezze.


Madre battagliera come Erin Brockovich Ellis, che nel 1993 bussò su porte sempre chiuse, corse di città in città alla ricerca di quelle firme che avrebbero segnato la fine dell’abuso ambientale perpetrato dalla Pacific Gas & Electric. Ne abbiamo un ritratto, magistralmente interpretato dalla Roberts nell’omonimo film del 2000 “Erin Brockovich - Forte come la verità”.


Madri il cui amore non per forza è legato al cordone che ha reso la vita, le cui, nell'imprecisione di questa vita sconclusionata, raccontano di figli adottivi perché salvati da morte sicura come  i 2500 bambini ebrei resi in sicurezza  dal coraggio di una piccola infermiera polacca di nome Irena Krzyżanowska.


Un ghetto, tanti documenti falsi, occhi che hanno pianto troppo e  mani che hanno giocato poco, salvate dalla ferocia becera del prepotente, afferrate in caduta libera nel vuoto di morte certa in una Varsavia del ’39 occupata dai tedeschi e dalle loro assurde regole. Madre esserlo e per questo combattere per l’idea di quell'amore che resta nell'epidermide anche dopo lo sfumare tenue di una carezza, i cui sorrisi restano indelebili nel ricordo di figli bramosi di quell'affetto perso…


“È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l'anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l'infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l'unico modo per sentire la vita,
l'unica tinta, l'unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…”
   

Supplica a mia madre - Pier Paolo Pasolini 

Di: Anna Di Fresco

Fonti: 
Roberto Giordano - Irena Sendler. La terza madre del ghetto di Varsavia-  La Mongolfiera edizioni
Jacopone da Todi - Il pianto della Madonna 
Foto Julia Roberts in Erin Brockovich. Forte come la verità - Steven Soderbergh Regista
Pier Paolo Pasolini - estratto di " Supplica a mia madre "
Foto d'intestazione tratta dalla pagina Facebook "Disambigua Visione"

domenica 13 maggio 2018

Il Medio Evo nell’America Centromeridionale

Il mondo delle civiltà precolombiane è difficile da conoscere, sia per la scarsezza delle fonti sia per le distruzioni operate dai conquistadores. Già dal IX secolo, la civiltà dei Maya del Centro America presentava segni di debolezza e decadenza, tanto da permettere ai vicini Toltechi di invadere il territorio partendo dalla città di Tula, capitale, nello stato di Hidalgo a nord della Città del Messico. I Toltechi erano una popolazione di lingua nahua e si insediarono presso il golfo del Messico attorno al IX secolo, invadendo diverse civiltà: gli Huaxtechi, i Tonoachi, gli Olmechi, i Mixtechi, gli Zapotechi. La leggenda narra che Topilzin, il supremo sacerdote del Quetzaòatl, scappò da Tula arrivando fino a toccare i Mixtechi, che erano insediati presso il territorio degli Aztechi.


Tra le loro conquiste, spicca quella della città Maya di Chichén Itzà: vi portarono cultura, architettura e arti tolteche, tra cui la tecnica della navigazione. I Maya erano un popolo pacifico e tale invasione li prese alla sprovvista. Alla base dell’economia avevano l’agricoltura intensiva che, considerato il territorio della penisola che unisce America Settentrionale e Meridionale, gli permetteva di sfruttare ogni zolla di terra disponibile, con una resa dignitosa. Adoperavano ancora utensili primitivi e rozzi e le colture erano principalmente mais, cotone, fave, fagioli e cacao. Una grande importanza viene rivestito dal cacao, poiché adoperato come moneta di scambio: adoperato anche per pagare i tributi, ottanta chicchi sono sufficienti per acquistare un martello.

Sembra forse una notizia banale e di poco conto, letta dagli uomini del XXI secolo, ma non è così. Il cacao si decompone e pertanto va adoperato immediatamente per le spese ed i tributi, onde evitare che non sia più una moneta valida. Questo comporta la mancanza del concetto di capitalizzazione nel mondo Maya: non potendo conservare la moneta corrente, la ricchezza era sempre in circolo e mancavano problematiche di tipo squisitamente sociale, come la differenza tra ricchi e poveri, fatta eccezione per la casta sacerdotale, privilegiata come all’interno della società tolteca.

L’alimentazione è prevalentemente leggera: si consumano cereali e legumi, poca carne e i tacchini sono considerati una prelibatezza. Tra la cacciagione si trova, nei documenti, il cervo virginiano – Odocoileus virginianus – molto diffuso nelle foreste di conifere presenti nell’area sub-messicana, mentre nelle pianure si cacciano spesso il coniglio selvatico e le anatre. Oltre a questo, è da sottolineare che sulle tavole dei Maya medievali compaiono spesso pesce, salamandre, rane, molluschi e crostacei, rendendo così l’alimentazione estremamente variegata.


I Maya passano però alla storia come grandi astronomi: a loro appartiene il computo del tempo nel calendario maya e l’uso dei numeri. In questo senso anticipano di quasi due secoli l’Occidente cristiano, adoperando in matematica anche il numero zero, non ancora conosciuto nel bacino mediterraneo, dove sarà portato dalla civiltà araba. Le loro cifre sono ordinate dal basso verso l’alto, con le unità in fondo, le ventine – adoperavano il calcolo ventesimale – appena sopra e in cima le quattro centinaia, le otto miglia e così via. Il segno dello zero è una conchiglia chiusa, mentre gli altri 19 segni sono tratti dai bestiari a loro noti, benché spesso siano adoperati due punti per l’uno e delle sbarre per il numero cinque. Tra le scienze, oltre alla nota astronomia, spicca la medicina, che successivamente stupirà gli stessi conquistadores spagnoli: si tratta dei prodromi dell’omeopatia attuale. Molto vicina anche alla naturopatia, adopera circa un centinaio di piante o poco più per curare ferite, gangrene, dolori articolari, emicranie, punture di insetti, applicando i decotti sia umidi che secchi, a seconda dell’effetto che si voleva ottenere e considerando anche la gravità della malattia. Si curano in tal modo addirittura la febbre e la gotta, con la controindicazione di forti allucinazioni, utili però a far svanire il dolore.

Un altro aspetto curioso di questa civiltà ben progredita rispetto i tempi, è la lavorazione dei colori. I Maya riescono ad ottenere cromie assolutamente strepitose, come indaco, azzurro, acquamarina, sempre coadiuvati dalla ricchezza di informazioni che avevano delle piante e dei minerali, nonché dei molluschi: da alcune conchiglie ottengono cocciniglia e porpora; dalla beidellite - un minerale argilloso monoclino del gruppo delle smectiti, di colore bianco, grigio o rosso e dalla lucentezza vitrea, un fillosilicato di alluminio, calcio e sodio con ossidrili e molecole d’acqua, il cui nome deriva dalla località di Beidell del Colorado – ottengono un azzurro molto brillante, il cosiddetto “azzurro maya”.

Infine, i Maya sono noti per la lavorazione del caucciù e della gomma, adoperati in molteplici prodotti. Vengono confezionate delle sfere per il gioco della pelota, l’antenato del calcio; suole per i sandali; mantelle impermeabili; bitume. Si tratta dunque di una civiltà decisamente all’avanguardia, se si considera che tali scoperte e innovazioni tecniche, artistiche, scientifiche si hanno attorno al X secolo. Sono dunque un popolo da ricordare non solo per il calendario e le piramidi tanto studiate, bensì anche per una tecnica e degli studi stupefacenti, non dimenticando tuttavia l’arretratezza dei sacrifici umani tuttavia presenti.


Di: Anna Maria Vantini

Fonti:

M. Longhena, Antico Messico. Storia e cultura dei Maya, degli Aztechi e di altri popoli precolombiani, White Star, Savona, 2014
J. E. Thompson, A. Guaraldo (a cura di), La civiltà Maya, ET Storia, Bologna, 2014
M. Apple Kunow, Maya Medicine: Traditional Healing in Yucatàn, University of New Mexico, New Mexico, 2003
P. Golinelli, Un millennio fa. Storia globale del pieno Medioevo, Mursia Editore, Milano, 2015 - A. Aimi, Raphael Tunesi, L’arte Maya, Giunti editore, Milano, 2014

sabato 5 maggio 2018

Lo stile narrativo nel campo storiografico

“Non si può sperare di cogliere il carattere esatto e la giusta significazione di certi fatti storici, se questi, oltrechè nei documenti e nelle relazioni autentiche, non si rintracciano ancora nelle finzioni cui diedero origine” Arturo Graf

Il registro storiografico merita diversi approcci stilistici. Si può passare da uno stilema saggistico a uno più prettamente scientifico, da un piglio spiccatamente cronachistico a uno descrittivo-narrativo.

Il focus è come si possono porgere i contenuti? Ogni storico deve creare e obliterare il suo stile, anche con versatilità. Exempla memorabili, come lo scrittore fiammingo Huizinga (1872-1945), immergono il lettore in un ibrido tra storiografia e letteratura, in cui il suo modus nobilita e stigmatizza un imprinting originale, unico che deputa il suo “Autunno nel Medioevo” un’opera d’arte in toto. Le Goff, compagno d’avventura, segue un costrutto più lineare, asciutto, ove l’ossatura concettuale si staglia in modo scientifico. Scansiona l’assetto medievale in tutti i suoi aspetti, dall’immaginifico, al sacro, al sociale, all’iconografico.


Se dovessi pensare ove tutto ebbe inizio, sovviene subito Pirenne, come un capostipite. Un progenitore che ha sapientemente assemblato il canone manualistico a quello critico. E mentre cita ossequiosamente tutto la panoplia delle popolazioni barbariche, si abbandona a chiose come “la nota passionalità dei Carolingi”, che assecondando il loro “ardore” mutano gli scenari storici. Dalla visione d’insieme di Villari al “particularismo” di Vidotto, Saitta focalizza uno dei più completi ritratti di Martin Lutero e Calvino, cogliendo la loro contradditoria sensibilità, e analizzando la loro psicologia nel profondo, creando un sofisticato quadro introspettivo degli stessi. Todeschini predilige uno stile cronachistico, allacciandosi anche a altri riferimenti di stampo letterario.

La sua indagine sugli infames li qualifica da ogni punto di vista, elencando tutto lo spettro di attività conniventi con la qualifica deteriore umana secondo la logica del tempo. Sottile il limes presente tra apporto storico e antropologico in Bloch, che con la sua teoria della traccia solca un punto di tangenza tra i due filoni e ottempera a un’etica condivisa.


Già settario dall’intitolazione: “Quattrocento bolognese. L’agonia del libero comune”, costituisce un esempio di testo tipico degli anni 30-40 del Novecento. Scritto da Sebastiano Sani che illustra la contesa tra Bologna e il Papato nel primo Rinascimento, colorendone la cronologia con aneddoti locali. Lo stile è prezioso, altisonante, ridondante a tratti, incalzante, come se dirigesse anche le emozioni da parte del lettore. Semplice nella narrazione, non esule da alcune ingenuità nei riferimenti, ma che garantisce un efficace quadro delle vicende narrate. Ad esempio quando papa Martino V dimostra l’intenzione di resa ai Bolognesi, dà l’assenso anche al Reggimento Popolare.

"…Costituì gli anziani il vessillifero ed il Popolo amministratori in nome suo e della Chiesa, si disse perfino disposto a rinnovare in perpetuo la concessione di Bonifazio IX. Troppa generosità! Infatti, una glossa del compromesso diceva, che tutte queste belle cose avevano valore ed effetto solo in apsentia sanctissimi domini Pape”.

E sotto Sani argomenta sarcasticamente come i bolognesi chiusero le porte in faccia a Martino V quando volle entrare in città, visto il senso, nemmeno troppo celato, della suddetta glossa.
Un altro aneddoto dal registro descrittivo è l’episodio che ha come protagonista un domenicano.

Un altro sant’uomo si offerse per togliere il Papa dall’imbarazzo

Corradino Bornati, appellato quale uno tra gli accoliti più insigni per pietà sacerdotale dall’ordine illustre, decide di partire allo sbaraglio da Firenze, ove è relegato il Papa, su una giumenta con una pertica in mano, infra le cedole della scomunica contro il Canetoli e gli altri interdetti Bolognesi. Appena giunto sfida la plebaglia asserragliata e con “eloquenza aggressiva” libra la più fiera delle rampogne contro la piazza in fermento. Ovviamente viene catapultato giù dal cavallo e trascinato in prigione. Il punto è lo stile, la modalità utilizzata per snocciolare la vicenda. Lo scrittore veicola l’immaginazione del lettore, senza nulla togliere alla causticità dell’evento. L’apparato aggettivale corroborante decora, arricchendo la narrazione, trasportando subito chi legge nella verità dell’atmosfera dell’epoca.

La realtà è spesso ridicola nei suoi personaggi, accenti. E la storia è il grande universo anche delle piccolezze e bassezze che hanno caratterizzato l’assetto umano. Il microcosmo narrativo è fondamentale per dare fruibilità, immediatezza, e soprattutto autenticità al registro storiografico. E’ inscindibile, a detta di grandi storici come Morghen e Le Goff, che hanno attinto al sacro e al profano dell’universo della memoria.


Di: Costanza Marana

Fonti:

Johan Huizinga, Autunno nel Medioevo, Rizzoli, Milano, 1997
Henri Pirenne, Storia d'Europa : dalle invasioni al XVI secolo, Sansoni, Firenze, 1973
Armando Saitta, Guida critica alla storia moderna, Laterza, Bari, 1994
Jacques Le Goff, L’immaginario medievale, Laterza, Bari, 1990
Sebastiano Sani, L'agonia del libero comune: quattrocento bolognese, Cappelli, Bologna, 1933
Arturo Graf, Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo, Chiantore, Torino, 1923

giovedì 3 maggio 2018

Dante cospira contro la donna-angelo

Dante Alighieri non ha bisogno di alcuna presentazione: tutti lo conosciamo, in un modo o nell’altro. Nominandolo, subito vengono alla mente la Commedia, il De Vulgari Eloquentia, il Convivio, De monarchia, la Vita Nova e i vari sonetti, ad oggi collazionati in quelle che sono le Rime.


Dante nel De vulgari eloquentia parla ampliamente di ciò che accade alla lingua italiana e cerca di offrire una suggestiva spiegazione al perché è d’uopo adoperare il volgare toscano tra i vari dialetti della penisola. Oltre a questo, afferma che ogni poeta deve eliminare gli elementi municipali onde arrivare ad un sostrato linguistico comune, reso opaco dalla patina delle tendenze locali. Si perviene dunque a quel volgare aulico che si divide in tre stili: tragico, elegiaco e comico, altrimenti detto elevato, mezzano e basso.

Nella Commedia, Dante Alighieri fa uso di questi tre registri linguistici rispettivamente nelle tre cantiche e quindi non ci si scandalizza per nulla quando si leggono alcuni brani dell’Inferno in cui si parla di lussuria, putridume e altri temi “bassi e volgari”. Ma c’è di più nella Commedia: Dante realizza un sunto di quello che è stato il suo percorso di scrittore, latino e volgare: ogni tendenza dantesca, da quelle giovanili a quelle senili, sono presenti.
Curiosa è quindi l’analisi di due testi che compaiono assolutamente squallidi e che non sembrano nemmeno rientrare nei canoni del dolce stilnovo che stava sperimentando il sommo poeta, quando scrive la tenzone – duello poetico - con Forese Donati e nel momento in cui compone le rime petrose, tra le quali emerge Così nel mio parlar volgi’ esser aspro, la numero 43 nell’edizione curata da Claudio Giunta per la pregiata collezione dei classici Mondadori. Se ne citano due, poiché sono le più emblematiche di quel Dante comico, sconcio, schietto che poco – forse – si conosce.

 Lasciando qui da parte la tenzone con Forese Donati – Rima 25 della suddetta edizione – si vuole immediatamente porre l’attenzione sulla Rima 43.
Dimentichiamoci per prima cosa della purezza dell’amore cantato dal sommo poeta: la donna acquista forma, fisicità e materia, scendendo da quel piedistallo su cui la si è sempre posta nello Stilnovo. Ricordiamoci invece che anche Dante Alighieri era un uomo, con delle pulsioni e con dei sentimenti concreti, in ogni accezione.


La Rima 43 principia con Così nel mio parlar vogli’ esser aspro e non si scorge nulla, per ora, se non l’appartenenza alle cosiddette rime petrose dantesche, ovvero quelle canzoni che emergono per la durezza dei termini nonché l’asprezza dei suoni. Si tratta di un componimento di sei stanze con piede ABbC ABbC e sirma CDdEE, con congedo uguale alla sirma. Tecnicamente, Dante parla nel De vulgari eloquentia di “rithimorum asperitas, nisi forte sit lenitati permixta” (Cap. II XIII 13), ovvero del fatto che lo stesso stile tragico acquista splendore dalla mescolanza di rime aspre e morbide, ma in questo caso, esse si mescolano creando un vortice pungente in cui il poeta stesso è immerso.
La seconda stanza ha come primo verso “Non truovo schermo ch’ella non mi sprezzi”, in quanto l’uomo è condannato alle pene inflitte dall’amore stesso, a cui porrà rimedio, in questo caso, tramite una rappresaglia verso la donna, l’oggetto-soggetto dei suoi desideri inappagati e manifesta questo rancore a decorrere dal verso 53.

 Così vedess’io lui fender per mezzo / il cuore a la crudele che ‘l mio squatra, / poi non mi sarebbe atra / la morte, ov’io per sua bellezza corro: ché tanto dà nel sol quanto nel rezzo, / questa scherana micidiale e latra. […] che nei biondi capelli / ch’Amor per consumarmi increspa e dora / metterei mano, e piacere’le allora.
 S’io avesse le belle trecce prese / che son fatte per me scudiscio e ferza, / pigliandole anzi terza / con essere passerei vespero e squille; / e non sarei pietoso né cortese, / anzi farei com’orso quando scherza; […]

 Canzon, vattene ritto a quella donna / che m’ha rubato e morto […] / ché bello onor s’acquista in far vendetta (vv. 53-58; vv. 63-71; v. 79; v. 83, Rima 43, Dante Alighieri).

 Immediatamente colpiscono il lettore due elementi: un regolamento di conti e l’acrimonia verso quella donna che ha straziato il poeta, che si ritrova come fantasma di sé stesso e non riesce più a implorare un saluto, bensì vuole vendicarsi. Il cuore, squartato – nel gergo medievale, lo “squartare” era una tortura delle più tremende, in cui il condannato veniva legato ai polsi e alle caviglie fino a spezzarlo in quattro – dalla matrona che nelle liriche precedenti donava soavità, purezza e perdono, ora non sopravvive e reclama una rivincita. L’amore ha sciupato il corpo e la mente dello scrittore, i capelli dorati della donna che ha davanti ai suoi occhi non fanno altro che annullarlo ancor di più, tanto sono belli e inaccessibili. Il desiderio non sarà mai appagato, conviene dunque un contro attacco virile: prenderà le trecce di lei in un gesto tipico del sadomaso, trecce che paragona alle fruste e agli scudisci. Con la sottomessa, passerà poi le ore dal tramonto all’alba e non sarà “pietoso né cortese”, giacché la sofferenza lo ha corroso. Dante crea un parallelismo con l’orso: nei bestiari medievali era l’animale che simbolizzava l’anima della lussuria, poiché questa sarà la pena da infliggere a quella vergine che mai concede segni d'intesa. Conclude poi dicendo che in tal modo ha recuperato il suo onore, tramite una vendetta carnale, dal momento che l’amore non guasta più, a questo punto, solo lo spirito.

 I termini adoperati, i parallelismi che si ritrovano richiamano allo stile di Cecco Angiolieri, più materialista rispetto a Dante e questa è la particolarità: uscendo dalla purezza dello stilnovo - narrante una donna che non va mai sfiorata poiché solo la vista di lei innalza lo spirito benché la sofferenza nel non poterla avvicinare logori - ottiene una lirica intensa, tragica, macchiata di volgarità che mai avrebbe scritto, se non esasperato da questa idea miticizzata della domina. trattasi dell’ennesimo gioco linguistico: la donna “domina e matrona” latina ora è essa dominata dalla veemenza lussuriosa dell’uomo, sferzata dai suoi stessi capelli biondi, dorati, strumenti di seduzione che le si rivolgono contro. Essa verrà soggiogata dalle voglie erotiche dall’alba al tramonto e solo quando chiederà infine pietà  - che nelle altre liriche era appannaggio maschile domandarla - e solo allora la rivalsa delle aspettative tradite dell’uomo avrà compimento.
 Ecco dunque un Dante che si impossessa di ciò che non dovrebbe nemmeno guardare e così come lui si contamina di lussuria, le parole stesse che adopera, gli argomenti e le circonlocuzioni si depravano e arrivano ad un livello aspro, crudo, inadeguato - ai nostri occhi colmi di ammirazione reverenziale - per il sommo poeta.
“Ché bello onor s’acquista in far vendetta”: ora può tornare ai temi elevati, tipici del poetare di Dante Alighieri.


Di: Anna Maria Vantini

Fonti:
(a cura di) Claudio Giunta, Rime, in Dante Alighieri, Opere, Arnoldo Mondadori, Milano, 2011
(a cura di) Mirko Tavoni, De vulgari eloquentia, in Dante Alighieri, Opere, Arnaldo Mondadori, Milano, 2011
Sergio Bozzola, La lirica. Dalle origini a Leopardi, Il Mulino, Bologna, 2012
Vittorio Coletti, Storia dell’italiano letterario. Dalle origini al Novecento, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 2000
Luca Serianni, Lezioni di grammatica storica italiana, Bulzoni Editore, Roma, 1998
Marco Santagata, Amate e amanti. Figure della lirica amorosa fra Dante e Petrarca, Il Mulino, Bologna, 1999
Michel Pastoureau, Medioevo simbolico, Laterza, Roma-Bari, 2009
 
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