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domenica 20 maggio 2018

Matrimoni reali inglesi: un romanticismo senza tempo

Ebbene sì, anche il principe Harry è convolato a nozze!


Qualche riflessione in merito è d'obbligo. Innanzitutto, il nome del caro pupillo inglese è Henry Charles Albert David Mountbatten-Windsor e non è propriamente un principe, bensì il duca di Sussex. Da oggi, 19 maggio 2018, ha assunto anche il titolo di Conte di Doumbarton. Questo titolo fu creato solo nel 1675 per Lord George Douglas, fratello minore del primo conte di Selkirk. Stamane, il Duca di Sussex, nato a Londra il 15 settembre 1984, è convolato a nozze e la regina Elisabetta II gli ha conferito questo titolo. La promessa sposa e già consorte Meghan Markle, divorziata dal primo marito Trevor Engelson. Ex modella, ex attrice, da oggi la possiamo chiamare Principessa del Regno Unito per matrimonio. Vanta, da oggi, altri titoli nobiliari: Duchessa di Sussex, Contessa di Doumbarton e Baronessa di Kirkeel.


Secondo la storia delle casate reali inglesi, la consorte dell'erede prende tre titoli: duchessa, contessa e baronessa, titoli nobiliari messi ora in ordine decrescente. Questo avviene perché all'interno della famiglia reale sono molto più importanti i primi consorti e i figli al fronte di altri personaggi o lord esterni. Ma è storia nota. 
Il matrimonio ha fatto scalpore a causa delle ingenti spese e delle grandi cifre che si sono potute rilevare - e sembrava costoso, all'epoca, il matrimonio della Regina Victoria! 
Il numero degli invitati è di 600 ospiti; 2.640 persone invitate a prendere parte alla cerimonia ma non al banchetto regale offerto per pranzo dalla Regina Elisabetta II e che quindi dovranno portarsi il pranzo al sacco; 200 ospiti per la cena offerta dal Principe Carlo; un costo di circa duemila euro a portata; un costo complessivo di due milioni per il ricevimento e le nozze, che sommati ai 34 milioni investiti per la sicurezza fanno salire la cifra a 36 milioni (sempre in euro); circa 100.000 persone che assisteranno all'evento ed infine, per la costruzione della miniatura del castello di Windsor, 60.000 mattoncini. Se non è un matrimonio da favola, sicuramente è uno sposalizio all'insegna dell'opulenza e dei gossip.
Volete un po' di orari di arrivi (secondo l'ora italiana, ovviamente)? Dunque, alle 12.37 cominciano ad arrivare i due eredi al trono, Henry e William. Alle 12.38 entrano alla St. George Chapel di Windsor, dove si terranno poi le nozze. Alle 12.47 parte l'auto della sposa, che arriva alle 13.00 in punto, con una quarantina di minuti di ritardo rispetto all'ora prefissata (ore 12.20). Prima della sposa entra la Regina, alle ore 12.58 in un completo color verde limone, assolutamente appariscente. I paggetti e le damigelle d'onore sono bimbi, tra i quali anche i figli di Catherine Middleton, la futura cognata, moglie del principe William.


Ma vediamo un po' com'era stato il celeberrimo matrimonio della Regina Victoria. Dunque, lei si sposò che aveva già lo scettro in mano e quindi il potere per regnare. Il matrimonio, sebbene fosse combinato a scopo politico dallo zio Leopold della dinastia dei Coburgo, avvenne per amore reciproco dei due promessi. Il principe Albert di Sassonia-Coburgo-Gotha fu infatti ammaliato dalla bellezza della giovane regina e la loro intesa fu rapida e ancor di più la stima e l'amore reciproco che provavano l'un per l'altra, tanto che dopo la sua morte, la Regina prese le distanze dagli altri uomini, ancora legata al marito, per il quale ogni mattina - seppur defunto - faceva preparare dal valletto gli abiti da indossare, come se fosse ancora in vita. Smise questo rito solo alla propria morte: era troppo legata sentimentalmente al Principe Albert per riuscire a porre fine a una, forse anche un po' morbosa, nuova routine.


La cerimonia ebbe costi più contenuti rispetto agli attuali pupilli d'Inghilterra, in quanto in quel momento storico - era il 1840 - c'erano ingenti problemi economici a cui far fronte. Lei stessa lanciò la moda dell'abito bianco per le nozze: mai nessuno prima lo aveva pensato e realizzato: troppo complicato da tenere pulito e difficilissimo da lavare in seguito. L'abito fu confezionato adoperando metri di satin (raso) e accompagnato ad un velo di pizzo Honiton (costosissimo!) , adoperato anche per maniche e scollatura. d'altra parte, era pur sempre la Regina! Si legge che arrivò con uno stuolo di damigelle al seguito, vestite e agghindate per le nozze, tra le quali le sue quattro dame di compagnia, scelte accuratamente grazie ai consigli di Lord Melbourne - visconte - e Sir Robert Peel: dovevano essere in parte della fazione dei tories e in parte dei whigs, onde assicurare l'imparzialità della Regina dal punto di vista politico. Ella non doveva infatti mostrare inclinazioni politiche, così come ora, le mogli dei principi Henry e William hanno il divieto di esporre le proprie idee politiche pubblicamente. 

Si può dire che il suo seguito fu carico di matrimoni avvenuti per amore e non solo per etichetta: si vedano Elizabeth Bowes-Lion e il Principe Alberto (re Giorgio VI); Elisabetta II e Filippo di Mountbatten; Anna e Mark Phillips; Carlo e Lady Diana; Sarah Ferguson e Andrea; il Principe William e Catherine Middleton. 
Se in questa epoca storica abbiamo dubbi in merito al romanticismo, è sufficiente leggere qualche gossip tra i reali delle ultime casate europee per ricredersi. 
Un po' di cronaca, un po' di storia e un po' di giornali mostrano che il 1840 non è poi così lontano dal 2018. 

Di: Anna Maria Vantini.

Fonti:

Deborah Chadler, Learning to weave, Interwave Press, 1995
Jacques Chastenet, La vita quotidiana in Inghilterra ai tempi della regina Vittoria, BUR Rizzoli, Milano, 2017

sabato 19 maggio 2018

Shutruk: il re dei ladri

Oggi si pensa al ladro come ad una professione del mondo moderno, come una figura che agisce nell'ombra e che cerca di mascherare le sue tracce attraverso stratagemmi e azioni complicate all'interno di istituti come banche, musei e abitazioni! Eppure la storia del furto ha origini assai più antiche! In particolare il furto sembrerebbe essere strettamente connesso con la nascita delle rappresentazioni artistiche, per il fatto che esso è presente fin dalle epoche remote nei luoghi specifici di primaria e massima produzione artistica!


Quella di oggi è quindi la storia di uno dei primi ladri della storia mai conosciuti! Siamo in Mesopotamia, nel II millennio a.C. ed il suo nome era Shutruk Nakhunte. Non era di origini umili come si può pensare in un primo momento, poiché questa personalità era assai conosciuta in tutto il mondo antico per essere stato re dell'Elam (ovvero l'attuale Iran) tra il 1170 ed il 1155 a.C. Egli estese il suo regno fino ai confini della Mesopotamia, conquistando addirittura Babilonia e innescando una grave crisi economica e politica nella città, che nel tempo la costrinse a diventare un attore secondario sulla scena mediorientale. Susa era la capitale del regno dell'Elam e proprio qui vennero trasportati grandi manufatti ed opere d'arte in seguito alle conquiste di Shutruk.

Il famoso "re-ladro" poté vantarsi di aver saccheggiato inestimabili tesori provenienti da Babilonia, tra cui figuravano: la stele di Naram-Sin (in arenaria rossa raffigurante quindici guerrieri in guerra), l'obelisco di Manishtusu (una stele a forma di piramide utilizzata come supporto a una grande iscrizione cuneiforme arcadica) e, forse il bottino più importante, l'autentica stele contenente il Codice di Hammurabi, il più antico codice giudiziario al mondo, uno dei monumenti più celebrati e ammirati di sempre!


Tuttavia, in seguito alla morte di Shutruk Nakhunte, al trono di Susa andò il figlio Kutir-Nakhunte, cui successe il fratello Shilkhak-In-Shushinak, "ampliatore dell'impero". Di lì a poco, l'intervento di Nabucodonosor di Babilonia determinò un ribaltamento delle posizioni geopolitiche dell'area. Egli conquistò l'Elam intorno al 1120 a.C., portando il regno ad un lungo periodo oscuro (1100-700 a.C. ca.).

Tuttavia, non è un caso che questi tre monumenti siano stati riscoperti solo nel XIX secolo, in seguito a scavi condotti direttamente a Susa, la capitale del regno elamita. Shutruk Nakhunte, da perfetto ladro, trovò il modo di conservarli e di nasconderli alle future conquiste da parte di altri regni (tra cui la devastante incursione delle truppe di Alessandro Magno) e la sua strategia di occultamento delle opere razziate fu premiata, permettendogli una conservazione quasi perfetta a Susa, per più di tre lunghi millenni!


Di: Claudio Pira

Fonti:
Mario Liverani, Antico Oriente: storia, società, economia, Roma-Bari, Laterza, 2009
https://it.wikipedia.org/wiki/Shutruk-Nakhunte_I

lunedì 14 maggio 2018

'Tu sei la sola al mondo...'. L'importanza dimenticata delle mamme nella storia e nel mondo

“Nel pronunciare la parola mamma le labbra si baciano due volte”

Un detto che anticipa l’infinito orizzonte dell’amore materno, uno al quale non potrà mai esserci confine. Vien da pensare al coraggio del parto, alla forza e lo strepito di cuori continuamente pervasi dal timore di perdere il frutto delle proprie viscere,  il sentire sottile di quel sentimento che si perde nella trama ingarbugliata delle vene che hanno nutrito e concesso la vita, la forza di quell’amore che si nasconde negli occhi e nello sguardo sempre pregno di quella forma di perfezione nascosta solo negli occhi della madre.


Vien da pensare alla pietà di Michelangelo Buonarroti, allo sguardo mesto e consapevole di una madre eterna, pronta ad
immolare il suo unico figlio per l’ingrata umanità, o al dolore umano e frangibile della stessa madre ne“il pianto della Madonna” di Jacopone da Todi, allorquando alla straziante consapevolezza della imminente dipartita di quelle membra amate gridava:

“O croce, que farai ?
el figlio mio torrai ?
e che ce aponerai
ché non ha en sé peccato ?”.


Alle madri che segnano nell'albo dei ricordi gli occhi liberi dalle preoccupazioni di figli cresciuti troppo in fretta, figli dalle ali ferite pari a quelle che accompagnavano le dita di pittore di Vincent Van
Gogh quelle stesse che dipingevano lo sguardo gentile di  quella madre dalle infinite carezze.


Madre battagliera come Erin Brockovich Ellis, che nel 1993 bussò su porte sempre chiuse, corse di città in città alla ricerca di quelle firme che avrebbero segnato la fine dell’abuso ambientale perpetrato dalla Pacific Gas & Electric. Ne abbiamo un ritratto, magistralmente interpretato dalla Roberts nell’omonimo film del 2000 “Erin Brockovich - Forte come la verità”.


Madri il cui amore non per forza è legato al cordone che ha reso la vita, le cui, nell'imprecisione di questa vita sconclusionata, raccontano di figli adottivi perché salvati da morte sicura come  i 2500 bambini ebrei resi in sicurezza  dal coraggio di una piccola infermiera polacca di nome Irena Krzyżanowska.


Un ghetto, tanti documenti falsi, occhi che hanno pianto troppo e  mani che hanno giocato poco, salvate dalla ferocia becera del prepotente, afferrate in caduta libera nel vuoto di morte certa in una Varsavia del ’39 occupata dai tedeschi e dalle loro assurde regole. Madre esserlo e per questo combattere per l’idea di quell'amore che resta nell'epidermide anche dopo lo sfumare tenue di una carezza, i cui sorrisi restano indelebili nel ricordo di figli bramosi di quell'affetto perso…


“È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l'anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l'infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l'unico modo per sentire la vita,
l'unica tinta, l'unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…”
   

Supplica a mia madre - Pier Paolo Pasolini 

Di: Anna Di Fresco

Fonti: 
Roberto Giordano - Irena Sendler. La terza madre del ghetto di Varsavia-  La Mongolfiera edizioni
Jacopone da Todi - Il pianto della Madonna 
Foto Julia Roberts in Erin Brockovich. Forte come la verità - Steven Soderbergh Regista
Pier Paolo Pasolini - estratto di " Supplica a mia madre "
Foto d'intestazione tratta dalla pagina Facebook "Disambigua Visione"

domenica 13 maggio 2018

Il Medio Evo nell’America Centromeridionale

Il mondo delle civiltà precolombiane è difficile da conoscere, sia per la scarsezza delle fonti sia per le distruzioni operate dai conquistadores. Già dal IX secolo, la civiltà dei Maya del Centro America presentava segni di debolezza e decadenza, tanto da permettere ai vicini Toltechi di invadere il territorio partendo dalla città di Tula, capitale, nello stato di Hidalgo a nord della Città del Messico. I Toltechi erano una popolazione di lingua nahua e si insediarono presso il golfo del Messico attorno al IX secolo, invadendo diverse civiltà: gli Huaxtechi, i Tonoachi, gli Olmechi, i Mixtechi, gli Zapotechi. La leggenda narra che Topilzin, il supremo sacerdote del Quetzaòatl, scappò da Tula arrivando fino a toccare i Mixtechi, che erano insediati presso il territorio degli Aztechi.


Tra le loro conquiste, spicca quella della città Maya di Chichén Itzà: vi portarono cultura, architettura e arti tolteche, tra cui la tecnica della navigazione. I Maya erano un popolo pacifico e tale invasione li prese alla sprovvista. Alla base dell’economia avevano l’agricoltura intensiva che, considerato il territorio della penisola che unisce America Settentrionale e Meridionale, gli permetteva di sfruttare ogni zolla di terra disponibile, con una resa dignitosa. Adoperavano ancora utensili primitivi e rozzi e le colture erano principalmente mais, cotone, fave, fagioli e cacao. Una grande importanza viene rivestito dal cacao, poiché adoperato come moneta di scambio: adoperato anche per pagare i tributi, ottanta chicchi sono sufficienti per acquistare un martello.

Sembra forse una notizia banale e di poco conto, letta dagli uomini del XXI secolo, ma non è così. Il cacao si decompone e pertanto va adoperato immediatamente per le spese ed i tributi, onde evitare che non sia più una moneta valida. Questo comporta la mancanza del concetto di capitalizzazione nel mondo Maya: non potendo conservare la moneta corrente, la ricchezza era sempre in circolo e mancavano problematiche di tipo squisitamente sociale, come la differenza tra ricchi e poveri, fatta eccezione per la casta sacerdotale, privilegiata come all’interno della società tolteca.

L’alimentazione è prevalentemente leggera: si consumano cereali e legumi, poca carne e i tacchini sono considerati una prelibatezza. Tra la cacciagione si trova, nei documenti, il cervo virginiano – Odocoileus virginianus – molto diffuso nelle foreste di conifere presenti nell’area sub-messicana, mentre nelle pianure si cacciano spesso il coniglio selvatico e le anatre. Oltre a questo, è da sottolineare che sulle tavole dei Maya medievali compaiono spesso pesce, salamandre, rane, molluschi e crostacei, rendendo così l’alimentazione estremamente variegata.


I Maya passano però alla storia come grandi astronomi: a loro appartiene il computo del tempo nel calendario maya e l’uso dei numeri. In questo senso anticipano di quasi due secoli l’Occidente cristiano, adoperando in matematica anche il numero zero, non ancora conosciuto nel bacino mediterraneo, dove sarà portato dalla civiltà araba. Le loro cifre sono ordinate dal basso verso l’alto, con le unità in fondo, le ventine – adoperavano il calcolo ventesimale – appena sopra e in cima le quattro centinaia, le otto miglia e così via. Il segno dello zero è una conchiglia chiusa, mentre gli altri 19 segni sono tratti dai bestiari a loro noti, benché spesso siano adoperati due punti per l’uno e delle sbarre per il numero cinque. Tra le scienze, oltre alla nota astronomia, spicca la medicina, che successivamente stupirà gli stessi conquistadores spagnoli: si tratta dei prodromi dell’omeopatia attuale. Molto vicina anche alla naturopatia, adopera circa un centinaio di piante o poco più per curare ferite, gangrene, dolori articolari, emicranie, punture di insetti, applicando i decotti sia umidi che secchi, a seconda dell’effetto che si voleva ottenere e considerando anche la gravità della malattia. Si curano in tal modo addirittura la febbre e la gotta, con la controindicazione di forti allucinazioni, utili però a far svanire il dolore.

Un altro aspetto curioso di questa civiltà ben progredita rispetto i tempi, è la lavorazione dei colori. I Maya riescono ad ottenere cromie assolutamente strepitose, come indaco, azzurro, acquamarina, sempre coadiuvati dalla ricchezza di informazioni che avevano delle piante e dei minerali, nonché dei molluschi: da alcune conchiglie ottengono cocciniglia e porpora; dalla beidellite - un minerale argilloso monoclino del gruppo delle smectiti, di colore bianco, grigio o rosso e dalla lucentezza vitrea, un fillosilicato di alluminio, calcio e sodio con ossidrili e molecole d’acqua, il cui nome deriva dalla località di Beidell del Colorado – ottengono un azzurro molto brillante, il cosiddetto “azzurro maya”.

Infine, i Maya sono noti per la lavorazione del caucciù e della gomma, adoperati in molteplici prodotti. Vengono confezionate delle sfere per il gioco della pelota, l’antenato del calcio; suole per i sandali; mantelle impermeabili; bitume. Si tratta dunque di una civiltà decisamente all’avanguardia, se si considera che tali scoperte e innovazioni tecniche, artistiche, scientifiche si hanno attorno al X secolo. Sono dunque un popolo da ricordare non solo per il calendario e le piramidi tanto studiate, bensì anche per una tecnica e degli studi stupefacenti, non dimenticando tuttavia l’arretratezza dei sacrifici umani tuttavia presenti.


Di: Anna Maria Vantini

Fonti:

M. Longhena, Antico Messico. Storia e cultura dei Maya, degli Aztechi e di altri popoli precolombiani, White Star, Savona, 2014
J. E. Thompson, A. Guaraldo (a cura di), La civiltà Maya, ET Storia, Bologna, 2014
M. Apple Kunow, Maya Medicine: Traditional Healing in Yucatàn, University of New Mexico, New Mexico, 2003
P. Golinelli, Un millennio fa. Storia globale del pieno Medioevo, Mursia Editore, Milano, 2015 - A. Aimi, Raphael Tunesi, L’arte Maya, Giunti editore, Milano, 2014

sabato 5 maggio 2018

Lo stile narrativo nel campo storiografico

“Non si può sperare di cogliere il carattere esatto e la giusta significazione di certi fatti storici, se questi, oltrechè nei documenti e nelle relazioni autentiche, non si rintracciano ancora nelle finzioni cui diedero origine” Arturo Graf

Il registro storiografico merita diversi approcci stilistici. Si può passare da uno stilema saggistico a uno più prettamente scientifico, da un piglio spiccatamente cronachistico a uno descrittivo-narrativo.

Il focus è come si possono porgere i contenuti? Ogni storico deve creare e obliterare il suo stile, anche con versatilità. Exempla memorabili, come lo scrittore fiammingo Huizinga (1872-1945), immergono il lettore in un ibrido tra storiografia e letteratura, in cui il suo modus nobilita e stigmatizza un imprinting originale, unico che deputa il suo “Autunno nel Medioevo” un’opera d’arte in toto. Le Goff, compagno d’avventura, segue un costrutto più lineare, asciutto, ove l’ossatura concettuale si staglia in modo scientifico. Scansiona l’assetto medievale in tutti i suoi aspetti, dall’immaginifico, al sacro, al sociale, all’iconografico.


Se dovessi pensare ove tutto ebbe inizio, sovviene subito Pirenne, come un capostipite. Un progenitore che ha sapientemente assemblato il canone manualistico a quello critico. E mentre cita ossequiosamente tutto la panoplia delle popolazioni barbariche, si abbandona a chiose come “la nota passionalità dei Carolingi”, che assecondando il loro “ardore” mutano gli scenari storici. Dalla visione d’insieme di Villari al “particularismo” di Vidotto, Saitta focalizza uno dei più completi ritratti di Martin Lutero e Calvino, cogliendo la loro contradditoria sensibilità, e analizzando la loro psicologia nel profondo, creando un sofisticato quadro introspettivo degli stessi. Todeschini predilige uno stile cronachistico, allacciandosi anche a altri riferimenti di stampo letterario.

La sua indagine sugli infames li qualifica da ogni punto di vista, elencando tutto lo spettro di attività conniventi con la qualifica deteriore umana secondo la logica del tempo. Sottile il limes presente tra apporto storico e antropologico in Bloch, che con la sua teoria della traccia solca un punto di tangenza tra i due filoni e ottempera a un’etica condivisa.


Già settario dall’intitolazione: “Quattrocento bolognese. L’agonia del libero comune”, costituisce un esempio di testo tipico degli anni 30-40 del Novecento. Scritto da Sebastiano Sani che illustra la contesa tra Bologna e il Papato nel primo Rinascimento, colorendone la cronologia con aneddoti locali. Lo stile è prezioso, altisonante, ridondante a tratti, incalzante, come se dirigesse anche le emozioni da parte del lettore. Semplice nella narrazione, non esule da alcune ingenuità nei riferimenti, ma che garantisce un efficace quadro delle vicende narrate. Ad esempio quando papa Martino V dimostra l’intenzione di resa ai Bolognesi, dà l’assenso anche al Reggimento Popolare.

"…Costituì gli anziani il vessillifero ed il Popolo amministratori in nome suo e della Chiesa, si disse perfino disposto a rinnovare in perpetuo la concessione di Bonifazio IX. Troppa generosità! Infatti, una glossa del compromesso diceva, che tutte queste belle cose avevano valore ed effetto solo in apsentia sanctissimi domini Pape”.

E sotto Sani argomenta sarcasticamente come i bolognesi chiusero le porte in faccia a Martino V quando volle entrare in città, visto il senso, nemmeno troppo celato, della suddetta glossa.
Un altro aneddoto dal registro descrittivo è l’episodio che ha come protagonista un domenicano.

Un altro sant’uomo si offerse per togliere il Papa dall’imbarazzo

Corradino Bornati, appellato quale uno tra gli accoliti più insigni per pietà sacerdotale dall’ordine illustre, decide di partire allo sbaraglio da Firenze, ove è relegato il Papa, su una giumenta con una pertica in mano, infra le cedole della scomunica contro il Canetoli e gli altri interdetti Bolognesi. Appena giunto sfida la plebaglia asserragliata e con “eloquenza aggressiva” libra la più fiera delle rampogne contro la piazza in fermento. Ovviamente viene catapultato giù dal cavallo e trascinato in prigione. Il punto è lo stile, la modalità utilizzata per snocciolare la vicenda. Lo scrittore veicola l’immaginazione del lettore, senza nulla togliere alla causticità dell’evento. L’apparato aggettivale corroborante decora, arricchendo la narrazione, trasportando subito chi legge nella verità dell’atmosfera dell’epoca.

La realtà è spesso ridicola nei suoi personaggi, accenti. E la storia è il grande universo anche delle piccolezze e bassezze che hanno caratterizzato l’assetto umano. Il microcosmo narrativo è fondamentale per dare fruibilità, immediatezza, e soprattutto autenticità al registro storiografico. E’ inscindibile, a detta di grandi storici come Morghen e Le Goff, che hanno attinto al sacro e al profano dell’universo della memoria.


Di: Costanza Marana

Fonti:

Johan Huizinga, Autunno nel Medioevo, Rizzoli, Milano, 1997
Henri Pirenne, Storia d'Europa : dalle invasioni al XVI secolo, Sansoni, Firenze, 1973
Armando Saitta, Guida critica alla storia moderna, Laterza, Bari, 1994
Jacques Le Goff, L’immaginario medievale, Laterza, Bari, 1990
Sebastiano Sani, L'agonia del libero comune: quattrocento bolognese, Cappelli, Bologna, 1933
Arturo Graf, Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo, Chiantore, Torino, 1923

giovedì 3 maggio 2018

Dante cospira contro la donna-angelo

Dante Alighieri non ha bisogno di alcuna presentazione: tutti lo conosciamo, in un modo o nell’altro. Nominandolo, subito vengono alla mente la Commedia, il De Vulgari Eloquentia, il Convivio, De monarchia, la Vita Nova e i vari sonetti, ad oggi collazionati in quelle che sono le Rime.


Dante nel De vulgari eloquentia parla ampliamente di ciò che accade alla lingua italiana e cerca di offrire una suggestiva spiegazione al perché è d’uopo adoperare il volgare toscano tra i vari dialetti della penisola. Oltre a questo, afferma che ogni poeta deve eliminare gli elementi municipali onde arrivare ad un sostrato linguistico comune, reso opaco dalla patina delle tendenze locali. Si perviene dunque a quel volgare aulico che si divide in tre stili: tragico, elegiaco e comico, altrimenti detto elevato, mezzano e basso.

Nella Commedia, Dante Alighieri fa uso di questi tre registri linguistici rispettivamente nelle tre cantiche e quindi non ci si scandalizza per nulla quando si leggono alcuni brani dell’Inferno in cui si parla di lussuria, putridume e altri temi “bassi e volgari”. Ma c’è di più nella Commedia: Dante realizza un sunto di quello che è stato il suo percorso di scrittore, latino e volgare: ogni tendenza dantesca, da quelle giovanili a quelle senili, sono presenti.
Curiosa è quindi l’analisi di due testi che compaiono assolutamente squallidi e che non sembrano nemmeno rientrare nei canoni del dolce stilnovo che stava sperimentando il sommo poeta, quando scrive la tenzone – duello poetico - con Forese Donati e nel momento in cui compone le rime petrose, tra le quali emerge Così nel mio parlar volgi’ esser aspro, la numero 43 nell’edizione curata da Claudio Giunta per la pregiata collezione dei classici Mondadori. Se ne citano due, poiché sono le più emblematiche di quel Dante comico, sconcio, schietto che poco – forse – si conosce.

 Lasciando qui da parte la tenzone con Forese Donati – Rima 25 della suddetta edizione – si vuole immediatamente porre l’attenzione sulla Rima 43.
Dimentichiamoci per prima cosa della purezza dell’amore cantato dal sommo poeta: la donna acquista forma, fisicità e materia, scendendo da quel piedistallo su cui la si è sempre posta nello Stilnovo. Ricordiamoci invece che anche Dante Alighieri era un uomo, con delle pulsioni e con dei sentimenti concreti, in ogni accezione.


La Rima 43 principia con Così nel mio parlar vogli’ esser aspro e non si scorge nulla, per ora, se non l’appartenenza alle cosiddette rime petrose dantesche, ovvero quelle canzoni che emergono per la durezza dei termini nonché l’asprezza dei suoni. Si tratta di un componimento di sei stanze con piede ABbC ABbC e sirma CDdEE, con congedo uguale alla sirma. Tecnicamente, Dante parla nel De vulgari eloquentia di “rithimorum asperitas, nisi forte sit lenitati permixta” (Cap. II XIII 13), ovvero del fatto che lo stesso stile tragico acquista splendore dalla mescolanza di rime aspre e morbide, ma in questo caso, esse si mescolano creando un vortice pungente in cui il poeta stesso è immerso.
La seconda stanza ha come primo verso “Non truovo schermo ch’ella non mi sprezzi”, in quanto l’uomo è condannato alle pene inflitte dall’amore stesso, a cui porrà rimedio, in questo caso, tramite una rappresaglia verso la donna, l’oggetto-soggetto dei suoi desideri inappagati e manifesta questo rancore a decorrere dal verso 53.

 Così vedess’io lui fender per mezzo / il cuore a la crudele che ‘l mio squatra, / poi non mi sarebbe atra / la morte, ov’io per sua bellezza corro: ché tanto dà nel sol quanto nel rezzo, / questa scherana micidiale e latra. […] che nei biondi capelli / ch’Amor per consumarmi increspa e dora / metterei mano, e piacere’le allora.
 S’io avesse le belle trecce prese / che son fatte per me scudiscio e ferza, / pigliandole anzi terza / con essere passerei vespero e squille; / e non sarei pietoso né cortese, / anzi farei com’orso quando scherza; […]

 Canzon, vattene ritto a quella donna / che m’ha rubato e morto […] / ché bello onor s’acquista in far vendetta (vv. 53-58; vv. 63-71; v. 79; v. 83, Rima 43, Dante Alighieri).

 Immediatamente colpiscono il lettore due elementi: un regolamento di conti e l’acrimonia verso quella donna che ha straziato il poeta, che si ritrova come fantasma di sé stesso e non riesce più a implorare un saluto, bensì vuole vendicarsi. Il cuore, squartato – nel gergo medievale, lo “squartare” era una tortura delle più tremende, in cui il condannato veniva legato ai polsi e alle caviglie fino a spezzarlo in quattro – dalla matrona che nelle liriche precedenti donava soavità, purezza e perdono, ora non sopravvive e reclama una rivincita. L’amore ha sciupato il corpo e la mente dello scrittore, i capelli dorati della donna che ha davanti ai suoi occhi non fanno altro che annullarlo ancor di più, tanto sono belli e inaccessibili. Il desiderio non sarà mai appagato, conviene dunque un contro attacco virile: prenderà le trecce di lei in un gesto tipico del sadomaso, trecce che paragona alle fruste e agli scudisci. Con la sottomessa, passerà poi le ore dal tramonto all’alba e non sarà “pietoso né cortese”, giacché la sofferenza lo ha corroso. Dante crea un parallelismo con l’orso: nei bestiari medievali era l’animale che simbolizzava l’anima della lussuria, poiché questa sarà la pena da infliggere a quella vergine che mai concede segni d'intesa. Conclude poi dicendo che in tal modo ha recuperato il suo onore, tramite una vendetta carnale, dal momento che l’amore non guasta più, a questo punto, solo lo spirito.

 I termini adoperati, i parallelismi che si ritrovano richiamano allo stile di Cecco Angiolieri, più materialista rispetto a Dante e questa è la particolarità: uscendo dalla purezza dello stilnovo - narrante una donna che non va mai sfiorata poiché solo la vista di lei innalza lo spirito benché la sofferenza nel non poterla avvicinare logori - ottiene una lirica intensa, tragica, macchiata di volgarità che mai avrebbe scritto, se non esasperato da questa idea miticizzata della domina. trattasi dell’ennesimo gioco linguistico: la donna “domina e matrona” latina ora è essa dominata dalla veemenza lussuriosa dell’uomo, sferzata dai suoi stessi capelli biondi, dorati, strumenti di seduzione che le si rivolgono contro. Essa verrà soggiogata dalle voglie erotiche dall’alba al tramonto e solo quando chiederà infine pietà  - che nelle altre liriche era appannaggio maschile domandarla - e solo allora la rivalsa delle aspettative tradite dell’uomo avrà compimento.
 Ecco dunque un Dante che si impossessa di ciò che non dovrebbe nemmeno guardare e così come lui si contamina di lussuria, le parole stesse che adopera, gli argomenti e le circonlocuzioni si depravano e arrivano ad un livello aspro, crudo, inadeguato - ai nostri occhi colmi di ammirazione reverenziale - per il sommo poeta.
“Ché bello onor s’acquista in far vendetta”: ora può tornare ai temi elevati, tipici del poetare di Dante Alighieri.


Di: Anna Maria Vantini

Fonti:
(a cura di) Claudio Giunta, Rime, in Dante Alighieri, Opere, Arnoldo Mondadori, Milano, 2011
(a cura di) Mirko Tavoni, De vulgari eloquentia, in Dante Alighieri, Opere, Arnaldo Mondadori, Milano, 2011
Sergio Bozzola, La lirica. Dalle origini a Leopardi, Il Mulino, Bologna, 2012
Vittorio Coletti, Storia dell’italiano letterario. Dalle origini al Novecento, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 2000
Luca Serianni, Lezioni di grammatica storica italiana, Bulzoni Editore, Roma, 1998
Marco Santagata, Amate e amanti. Figure della lirica amorosa fra Dante e Petrarca, Il Mulino, Bologna, 1999
Michel Pastoureau, Medioevo simbolico, Laterza, Roma-Bari, 2009

domenica 22 aprile 2018

Medicina, igiene e dieta nell'antichità

Dagli antichi esordi, i medici si sono occupati dell’igiene, ovvero di tutte quelle pratiche atte a contribuire a un mantenimento adeguato del benessere del corpo dell’uomo e al suo migliore funzionamento in una ottica di prevenzione dalle malattie. Già nella Grecia del V secolo, in margine alle idee religiose e magiche, è esposta una serie di precetti dietetici e igienici di origine empirica, affiancate da teorie mediche connesse alla religione e alla magia.

L’igiene, in ogni caso, dipende strettamente dalla cultura più o meno tecnologica, potremo dire oggi, della società presa in esame. Oltre all’empirismo e alla tecnica, l’igiene greca, per esempio, fa uso di una serie di norme di origine pitagorica, un genere di vita particolare il cui scopo era di raggiungere una purezza rituale e spirituale molto avanzata. La dieta stessa è comunque uno dei temi più ricorrenti nel ben noto Corpus Hippocraticum. In particolare, nel trattato De antiqua medicina, l’arte medica è considerata la tappa successiva a quella della scoperta delle regole culinarie nel progresso della conoscenza del regime di vita.

Ippocrate (460 a.C. circa - 377 a.C. termine post quem), secondo una moderna rappresentazione.
Il culmine del sapere dietetico del periodo classico è rappresentato dal trattato, sempre di origine ippocratica, De regime. In questo fascicolo si propone la tesi secondo la quale la salute è la risultante dell’equilibrio tra ciò che s’ingerisce e ciò che si consuma e gli alimenti in se inducono a uno stato pletorico che va controbilanciato con il tramite dell’esercizio fisico. L’attenzione quindi sia per il movimento sia per l’alimentazione non va comunque a emarginare l’importanza di altri fattori igienici, quali il sesso maschile o femminile, l’età e l’abitazione.

Tutto questo comporta una serie di pratiche prima e dopo i rapporti sessuali e anche interpersonali, una profonda cura del proprio corpo immergendosi in bagni e acque più o meno calde a seconda dell’età dell’individuo ed una serie di prescrizioni che concernono l’architettura abitativa: la ventilazione, l’esposizione dei muri, l’altitudine della costruzione. Nel secolo successivo alla pubblicazione di questi manuali si trova un altro testo a carattere igienico, l’ Epistola sulla vita sana, redatta dal medico peripatetico Diocle di Caristo, che suggerisce una sorta di catechismo su come meglio evitare malattie adeguandosi a cure e diete specifiche, proponendo uno stile di vita strettamente connesso a queste pratiche ed incentrato in particolar modo su come e quando eseguire esercizi ginnici.

L’etica del corpo diventa una profilassi prevista proprio come una forma di legislazione fisica. L’idea essenziale che sostiene questa etica risale alla credenza secondo la quale certe situazioni di malessere sono strettamente connesse a dei comportamenti individuali scorretti. La medicina inizia quindi ad assumere il carattere di una pedagogia che prevede lo stato di conservazione della salute mediante un’educazione specifica: quella che insegna all’uomo l’utilizzo di strumenti dalla valenza morale neutra, che non va a intaccare i quattro umori di cui è composto il suo organismo, qualcosa che non alteri gli equilibri tra bile nera, bile gialla, flegma e sangue.

Gli elementi, gli umori e la salute a confronto. Qui si può notare come anche la stessa natura privilegi o meno la salute dell'uomo e come pure il cosmo ne è, come dire, responsabile. Tutto ciò secondo la teoria umorale, ovviamente. 

Da un lato, le cure igieniche sono ordinate attorno alle stagioni, mantenendo in luce il modello ippocratico; dall’altro, le cure sono descritte dai vari organi del corpo umano e questo porterà alla nascita del corpus medico medioevale. Sempre nel mondo greco, ma nell’ambito filosofico, sono redatti nell’81 d.C. i Precetti sulla salute di Plutarco.

Le ragioni che conducono uomini di cultura non medici a interessarsi alla medicina sono legate al parallelismo esistente fra la conoscenza del corpo e l’oggetto della filosofia etica, perciò la cultura dell’anima stessa. Il legame che unisce i filosofi alla medicina è necessario: il filosofo assume in questo periodo storico il ruolo di medico delle anime e il suo compito è quello di procurare a loro del bene tramite la pratica della paideia, l’educazione. Plutarco si preoccupa della conservazione della salute, perché condizione preliminare alla vita dello spirito, rifiutando sia gli eccessi quanto il rigorismo stoico, che mirava invece alla soppressione di ogni forma di piacere, mediante il regime di vita rigoroso e uniforme basato su rimedi artificiali e impositivi.

Il testo, redatto in forma teatrale, contiene raccomandazioni su ciò che è più opportuno mangiare o bere; sugli esercizi fisici da eseguire, distinti tra intellettuali e lavoratori; sui bagni. Galeno avrà invece la prerogativa di introdurre l’igiene in pratiche nobili, grazie alla sintesi che opera fra le idee ippocratiche, l’aristotelismo, e le acquisizioni della scienza ellenistica.

Galeno di Pergamo (130 d.C. -210 d.C.)
Il trattato galenico Sull’igiene è un’opera di grande levatura, nota al Medioevo latino attraverso due versioni realizzate in Italia da Burgundio da Pisa e Niccolò da Reggio. Questo trattato tuttavia non è sistematico, bensì organizzato attorno a un’asse centrale: lo studio dell’individuo complesso come oggetto delle cure igieniche. Il paziente necessita, secondo tale logica, di un’attenzione individuale e non generale, poiché la conservazione della salute cambia secondo le complessità e degli habitus corporei.

La concezione galenica postula l’esistenza di un equilibrio ideale, di un’armonia perfetta, la cui alterazione è causa di malattie. A metà strada tra equilibrio e disequilibrio vi è quella che lui stesso chiama neutralità. Il vigore può essere alterato, secondo questi precetti, anche da cause esterne, che vanno ricercate nell’ambiente in cui esso è immerso: l’azione dell’aria-ambiente lo va ad influenzare, per esempio. Pratiche salubri in questo senso sono l’attenzione del sonno e della veglia; dell’esercizio e del riposto; della fame e della sete; del cibo e delle bevande; della sazietà; dei bagni e delle emozioni. Tutto questo è l’igiene secondo Galeno e si troverà in testi a lui posteriori sotto la teoria delle sex res non salutares.


Di: Anna Maria Vantini

Fonti:
Richard Palmer, Health, Hygiene and Longevity in Medieval and Renaissance Europe, in History of Hygiene, a cura di Kawakita Yosio, Sakai Shizu e Otsuka Yasuo, Tokyo, Ishiyaku Euro America, 1991
Pedro Gil Sotres, Le regole della salute, in Storia del pensiero medico occidentale, a cura di Mirko D. Grmek, vol. I, Roma-Bari, Laterza, 1993
Genevieve Miller, Airs, Waters, and Places in History, in “Journal of the History of Medicine”, 17 (1962)

martedì 17 aprile 2018

'Dove non c'è legge, non c'è libertà' (J.L.)

I principi politici di John Locke (1632-1704) - considerato il padre del liberalismo classico -dipendono da due tesi fondamentali: la società politica è istituita per patto dagli individui e deve essere funzionale ai loro interessi e soltanto un governo regolato dal consenso del popolo e limitato dai diritti degli individui è considerato prettamente legittimo.

Occorre riuscire anche a connubiare correttamente soggetti morali e razionali per una migliore percezione e filosofica e dottrinale. In questa prospettiva si parla di criteri che legittimano il potere politico stesso e si criticano le forme e gli esercizi arbitrari secondo i quali istituirlo. Il filosofo inglese esamina pedissequamente il processo che costituisce il legislativo e gli altri poteri del governo, ovvero l’esecutivo e il giudiziario. Il potere che il popolo conserva è di controllare in ultima istanza l’attività stessa del governo, destituendolo se guastato dall’interno o dall’esterno onde crearne uno migliore. Il popolo deve vagliare anche le basi e i limiti dell’obbligo politico degli individui, il diritto di resistenza se inciampa nello stato di guerra e le condizioni dell’esercizio stesso di tali prerogative.

John Locke (1632-1704)

Per prima cosa Locke distingue la società e il potere politico da altre forme di governo e sfere di azioni ponendosi già nell’ottica del liberalismo. Postula quindi che l’unione e l’autorità politica siano compatibili con la libertà e l’uguaglianza naturale degli uomini. In tale ottica l’antico potere paterno presente anche nello stato di natura rientra solamente nella sfera stessa del governo naturale e nella società liberale trova spazio solamente nel privato. Questo genere di potere ha come fondamento la procreazione e le cure parentali e si estende sulla prole unicamente fino all’età della ragione, nella quale da sola saprà discernere il giusto dall’errore ed entrerà a pieno titolo nel legislativo comunitario. I figli, qualora esercitino la loro intelligenza in modo assolutamente autonomo, sono prosciolti dal vincolo parentale e come guida seguiranno ora la legge.

A differenza di questo, il potere dispotico, che può nascere sempre dallo stato di natura primigenio, è assoluto e arbitrario e non procede da nessun patto tra gli uomini e nemmeno da qualsivoglia legge naturale, bensì si fonda sulla rinuncia delle proprie libertà assoggettandosi ingiustamente a un altro individuo come suo inferiore o schiavo. John Locke, come i suoi predecessori Grozio e Hobbes, sostiene l’impossibilità della genesi di un tale potere o forma di governo, poiché nessuno può darsi per libera scelta o addirittura per patto in schiavitù. Il potere dispotico è descritto come una forma di stato di guerra prolungato, ciò che quindi si cercherà di abbattere risolutivamente.

Una rappresentazione di come potrebbe apparire lo stato di natura

Queste due forme di autorità possono essere riconosciute legittime e funzionali nel loro ambito circoscritto, ma mai nella comunità. Il potere politico, infatti, deve regolare le azioni di coloro su cui si esercita, per mezzo di leggi generali e concordate debitamente, onde difendere la vita, la libertà e soprattutto la proprietà degli individui che ne andranno a fare parte. L’estensione di tale governo si pone come intermedio tra quello parentale e quello dispotico in quest’ottica. L’autorità che ne reggerà il comando, oltretutto, dovrà essere neutrale e congiunta ai diritti politici e ai rapporti personali. Le leggi devono essere elaborate solamente per preservare il bene comune.

Una delle tante prescrizioni lockiane è anche la tolleranza rispetto alle varie forme di religione. Il potere politico è “anthtropine ktisis”, ovvero il prodotto artificiale del consenso e della ragione degli uomini. Sta poi agli individui decidere come e se entrare in società, secondo una piena libertà, uguaglianza e indipendenza: ciò che si genera è una relazione possibile soltanto tra soggetti effettivi di diritti, poiché si presumono attori razionali, capaci di agire secondo una propria volontà. Anche durante un conflitto i vinti possono entrare nella società dei vincitori tramite il consenso: “without the consent of the people, can never erect a new one”, dice il pensatore Cap. XVI, per lo più).

Si crea la società politica tramite due contratti: il pactum unionis e il pactum dominationis. Il primo prevede il costituirsi di un unico corpo sociale e il secondo sceglie un’autorità sotto la quale sottostare, che legifererà come scritto precedentemente. In seconda istanza, si crea un rapporto fiduciario tra popolo e governo: il trust, che assume in se anche il carattere di mandato, che può essere revocato in particolari situazioni di malcontento. Locke procede la trattazione della politica proponendo anche i casi estremi della tirannia, della prerogativa, della conquista, dell’usurpazione, nonché della dissoluzione del governo. A tal proposito pone una distinzione netta tra dissoluzione del governo e della società: il primo si può ricostruire, mentre se cede la seconda, non si potrà far altro che ricominciare dallo stato di natura e appellarsi al cielo per eventuali problematiche. Ecco dunque i cardini, le fondamenta dell'attuale liberalismo.


Di: Anna Maria Vantini

Fonti:
Nuovo Testamento, 1 Pietro, II, 13: “humana creatura”, dunque creazione degli uomini
John Locke, Il secondo trattato sul governo, BUR, Milano, 2013

domenica 15 aprile 2018

Tra contaminazione e pulizia: particolari 'norme igieniche'

Contaminazione:

Franz Steiner, a cavallo tra XIX e XX secolo, parla della contaminazione come una forte attenzione verso gesti di separazione, classificazione e pulizia. Nel Congo, per esempio, l’ambiente culturale è molto attento ai contatti, sia con animali che con oggetti, poiché non per igiene ma per paura di incorrere in malattie, frutto di maledizioni. L’impurità è la rappresentazione, secondo queste civiltà ataviche, confusa di una paura specifica che blocca la normale riflessione razionale. Gli antropologi si sono addentrati più profondamente nello studio di queste culture primitive ma le tracce di terrore erano ben mascherate da apparati rituali cadenzati e ragionati.

Cartina geografica del Congo belga

L’amore per la pulizia e il rispetto per le convenzioni sono i due elementi di cui si compone la nostra idea di sporco, che non è tale in ogni regione del mondo. Le norme igieniche cambiano con il mutare dello stato delle nostre conoscenze e talvolta possono essere messe da parte, come per esempio il caso degli uomini della fattoria di Hardy, che preferivano bere in brocche sporche per farsi emblemi di una comunità omogenea. Un caso simbolico nella cultura cristiana è rappresentato da Santa Caterina da Siena: ritenendosi indegna di curare i malati dal momento che le purulenze le causavano disgusto, si narra che bevve una coppa di pus al fine di punirsi e manifestare così il proprio pentimento.

Santa Caterina da Siena

Oggi non si hanno correlazioni tra pulizia e sacro, mentre durante l’epoca barocca e ancora nelle civiltà ebraiche e islamiche queste ci sono ancora. Per esempio, durante la caccia alle streghe e le grandi persecuzioni ed esorcismi, gli ebrei non bevevano acqua dai pozzi se non prima filtrata, giacché si era convinti che essa possedesse delle anime disciolte nonché dei demoni e che queste entità potessero tramite le labbra arrivare a pervadere il corpo. Sempre secondo la religione, occorreva seguire in modo precipuo le norme del Levitico, che enumeravano gli animali che si potevano o meno mangiare e che erano più o meno puri. Queste norme vennero successivamente applicate anche dai musulmani, benché essi le facevano pervenire dal Corano e non dalla Bibbia.

I lavacri e le separazioni in queste culture avevano lo scopo di offrire informazioni dietetiche e la trichinosi del 1828 venne imputata ad una cattiva applicazione delle norme comportamentali e igieniche del Deuteronomio. Queste peculiarità furono a lungo osservate da Kramer, un noto studioso biblico. Trattando invece i primitivi, essi non operano alcuna distinzione tra il sacro e l’impurità. Durkheim aveva definito la religione sulla base della differenza tra l’igiene primitiva e la religione primitiva.

Émile Durkheim (1858-1917)

Casi simili alle grandi religione monoteiste si hanno nelle civiltà degli Yoruba, Havik, Bemba, Boshimani Kung, Dinka. In particolare, questi ultimi, seguivano un rituale ben preciso per la cura della malaria, causata forse da un sortilegio, ma sanata attraverso operazioni mediche e sanitarie molto logiche. Da parte del rito si spera sempre che vi sia una qualche efficacia esterna: si tratta delle religioni spirituali legate alla natura. La cultura primitiva ha una forte avversione verso la contaminazione, mentre per noi essa è solamente una questione igienica, estetica e di galateo. A tal proposito alcuni studi concernenti queste pratiche si sono sviluppati a fronte della concezione stessa dell’acqua e di che cosa comporta, come il trattato di Paolo Sorcinelli.


Acqua, contaminazione e credenze misteriose:

Abbiamo già citato il caso dell’invasione corporea di spiriti negativi tramite l’abbeveramento a fonti non purificate nel caso della religione ebraica, ma anche altre sono le concezioni dell’acqua. Hervè Maneglier ci parla di quattro ere in cui se ne divide l’utilizzo: nell’era primaria si parla di acque lustrali; nell’era secondaria si spiegava il suo addomesticamento per l’irrigazione agricola; nell’era terziaria i pozzi individuali ebbero la meglio sugli acquedotti collettivi; in quella quaternaria, la cui nascita si pone nel XIX secolo, si scoprono i comfort e la sua potabilità, dagli studi di Pasteur.

Louis Pasteur (1822-1895)

Commisto a ciò si hanno le agiografie: i Santi e i loro miracoli sono strettamente collegati all’uso dell’acqua. Per esempio, nei casi di guarigione di San Fantino seniore si cura un cieco tramite l’imposizione delle mani del santo stesso, ma poi gli occhi vengono detersi. Simili strategie sono operate da Sant’Elia Speleota e San Giovanni Theristi. A Gerusalemme viene addirittura scavata la cosiddetta “piscina probatica”. Altre sono poi le credenze che si discostano dal raziocinio.

Nel biellese è vietato fissare a lungo l’acqua dei pozzi, in quanto si troverebbe una sorta di sirena, descritta come creatura demoniaca dagli occhi verdi. Nel Piemonte le fonti sono invece la sede di spiriti buoni che aiutano i contadini. In Irlanda le sorgenti sono ritenute invase da spiriti mortiferi che si possono aizzare contro i nemici. Nelle credenze legate alla rabbia e alla licantropia diverse sono le varianti, spiegate da Gianfranca Ranisio. Il lupo mannaro di norma lo si raffigura come sporco di fango o completamente fradicio e la sua trasformazione è coadiuvata o scatenata dalle tempeste. In altri racconti, il soggetto può evitare la trasformazione tuffandosi in un bacino limpido. Quando di notte si sente che ululano e corrono per i campi, si pongono fuori dalle porte delle abitazioni degli otri ricolmi che avrebbero la capacità di soffocare la crisi isterica.

Le prime docce progettate da Merry Delabost (1836-1918)

E voi, come vi lavate? Preferite la doccia? Ebbene, essa compare solo nel 1872 grazia all'ingegno di Merry Delabost. L'idea? I lavacri quotidiani per i carcerati.


Di: Anna Maria Vantini

Fonti:

Mary Douglas, Purezza e Pericolo, Il Mulino, Bologna, 1996
J.H. Hajes, Posseduti ed esorcisti nel mondo ebraico, Bollati Boringhieri, Milano, 2010
Paolo Sorcinelli, Storia sociale dell’acqua. Riti e culture, Bruno Mondadori, Milano, 1998
(a cura di) Vito Teti, Storia dell’acqua. Mondi materiali e universi simbolici, Donzelli Editore, Roma, 2003

sabato 14 aprile 2018

Memorie di Adriano, uno sguardo attraverso l'anima dell'Imperatore

Il romanzo è concepito come fosse una lettera scritta dall'anziano imperatore al giovane nipote adottivo e prossimo imperatore (dopo Antonino Pio) Marco Aurelio. L'opera è definibile come un misto tra un diario memoriale delle esperienze di vita dell'imperatore ed un trattato che dispensa consigli sul modo di affrontare le sfide che la vita ci pone davanti.


Il libro, come ben spiegato dall'autrice da una ricchissima e ottimamente curata appendice di fondo, nasce in modo lunghissimo e travagliato, una genesi che vede passare decine di anni da quando la Yourcenar scrive le prime righe a quando viene stampato il manoscritto definitivo. L'opera della sua vita, viene continuamente cambiata, stracciata e riscritta per poter meglio esprimere quello che provava Adriano, vi è uno studio quasi ossessivo e psicologico dell'individuo, sia come uomo che come imperatore. Sì, al suo interno troviamo anche parti romanzate, ma sono poco importanti, imprecisioni storiche utilizzate per snellire la narrazione o per non mettere eccessivamente in difficoltà un lettore non troppo preparato sull'argomento. Lo studio delle fonti è frutto di un lavoro eccezionale, nell'appendice questo è ripercorso con grande destrezza e passione. Proprio questa è l'elemento che traspare di più, un amore profondo per il personaggio di cui ha scelto di parlare e per l'età aurea che lui stesso incarna.


Gli stessi temi analizzati sono da sempre i temi che affascinano e struggono l'animo umano: l'amore, la perdita delle persone amate, la filosofia e il più importante: il senso della vita.
Il lettore non può che perdersi e riconoscersi all'interno delle pagine, sciogliendosi quasi nel personaggio di Adriano nel quale ci si può riconoscere umanamente per i dubbi che lo sconvolgono. Ne esce il profilo di un imperatore umano, non lontano dal mondo, che anzi seppur riparato nella sua casa di Tivoli è un grande viaggiatore, un uomo che ha la "malattia" del viaggio perché conscio che sia il modo migliore per ottenere la conoscenza. È consapevole di quanto sia importante che il governante sia vicino alla gente: viaggiando conosce i provinciali, che vedono in lui quasi una personificazione della divinità ed il suo passaggio diventa un evento da raccontarsi per generazioni. Capisce così le necessita dei provinciali, cittadini romani spesso non troppo ascoltati dal potere centrale.

È ben analizzato anche il rapporto con la guerra: Adriano è un soldato, cresciuto tra i campi di battaglia, ma non per questo non conosce il valore della pace e tutto il suo impero sarà permeato da questa volontà di pace e armonia, di non andare oltre quello che si può mantenere. Infatti ereditato da Traiano un impero in guerra con i Parti, l'imperatore si affretta a concludere il conflitto restituendo al nemico i territori sottratti e inaugurando una pace che durerà a lungo. Si concentra quindi nella fortificazione dei confini, dalla celebre costruzione del vallo di Adriano nell'odierna Scozia alle fortificazioni in Dacia e lungo il confine germanico.
Consiglio la lettura dell'edizione Einaudi perché superiore nella traduzione dal francese rispetto alla prima edizione della Richter. Questa ottima traduzione è figlia di un lungo carteggio tra l'autrice e Lidia Storoni Mazzolanila, la traduttrice scelta dalla stessa Yourcenar.


Di: Ludovico Scaglione
Fonti:
Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano seguite dai taccuini di appunti, Torino, Einaudi, 1981.

Un brevetto troppo rosa per un mondo di uomini!

Nascere con un volto a dir poco perfetto; nascere e crescere con il tormento d'essere all'altezza di questa perfezione, in un mondo di uomini capaci solo a captarne la grazia e non l'arguzia, e poi perdersi nell'iconografia della celluloide eludendo le grandi doti intellettive. Il quadro che dipingo è
quello di un volto e di una mente, il  suo nome è Hedy Lamarr, e parlerò di lei non solo come donna dalla spiccata arguzia, ma anche e soprattutto, di come il suo intelletto ha cambiato il mondo.


Hedwig Eva Maria Kiesler, nasce a Vienna il nove novembre 1914, da una famiglia dell'alta borghesia austriaca,  padre ebreo e madre cattolica. Ad essi ascriverà quell'assenza d'affetto che in futuro segnerà e motiverà il difficile rapporto con i suoi figli. Brillante studentessa in ingegneria, abbandonerà gli studi per dedicarsi alla carriera cinematografica e ben presto, quel volto dagli occhi graziosi come un dipinto, la porteranno a recitare, nel ruolo di protagonista,
nel film Estasi. Una pellicola soggetta più volte a censure, nonché ad un lungo processo, data l'apparizione in topless della Kiesler e della sessualità libera palesata dal personaggio interpretato dall'attrice, affrancata dalle tipiche convenzioni sociali, etichetta di un'epoca - gli anni trenta - in cui la donna non poteva che essere relegata ad angelica protettrice del focolaio domestico, priva di qualsivoglia pulsazione legata alla mera passione.


Hedy stravolge il concetto di donna, e non è che il primo passo verso il profondo cambiamento che la sua persona compirà nel mondo nonché nell'idea di donna. Tuttavia la società è ancora troppo bigotta e dunque incapace a comprendere lo sforzo attoriale e personale della giovane e incantevole attrice. Il film non fu accolto nel modo sperato. Fischi e sgomento tramutarono il suo esordio nello spaventoso vuoto che fa seguito al senso di vergogna per ciò di cui non si è colpevoli. Non era colpevole della libertà che le pervadeva le idee, non era colpevole se ogni particella del suo corpo era devota all'arte e alla bellezza, non era colpevole se per lei  il mondo dell'arte era quel luogo in cui la morale comune non attecchisce. Lo scrosciante plauso, per quel lavoro innovativo, tuttavia, non tarderà a flettere le coscienze, tramutandole al punto da porre l'accento sul contenuto interessante della scabrosa pellicola.  Di essa si dirà infatti:

« Siamo privi di parole per rendere l'idea delle qualità di Estasi. È un poema pittorico, una sinfonia di stati d'animo e movimenti espressi con le più evanescenti sfumature della visione e dell'ascolto. Vive di un'armonia e di un ritmo che sono i ritmi crescenti e decrescenti della natura. »

                                                                (F. Stein, The Hollywood Spectator, 23 maggio 1936)


La mostra del film di Venezia, poi, ne celebrerà l'intensità e l'espressività, lasciando che la trasmissione di esso, potesse effondere endemico compiacimento,  ancorché , tuttavia, ancora relegata a pellicola dal contenuto pornografico. Quegli anni per Hedy erano, in apparenza, ricchi di successo e di pacata serenità sentimentale.Ella è, nei fatti, sposa infelice del noto industriale di armi Fritz Mandl  detto il il re delle munizioni amico personale di Benito Mussolini.


Intanto gli anni corrono veloci, fino a giungere nelle stelle di un tempo incollato ad un ideale troppo truce per appartenere a comuni umani:" l'antisemitismo!".
Anno 1936 l'associazione dei produttori cinematografici austriaci vieta l'ingaggio di attori di origine ebraica, fugge a Budapest per continuare a recitare, per continuare a dare aria alle sue candide ali. La fuga da quella vita placcata d'oro zecchino, giunge al termine allorquando il marito la ricondurrà a sé  afferrandola  al laccio, come si fa per le fiere recalcitranti e libere. La pacata vita matrimoniale non si confaceva alla sua voglia di vivere, e quella cappa d'oro non poteva che soffocare il suo desiderio di emergere,  separerà poco dopo, allorquando rocambolescamente riuscì a dirottare il suo cammino verso le sponde floride della Svizzera. Medl otterrà l'annullamento del matrimonio, per ragioni di natura razziale, nel 1938, anno in cui Hedy, ha già intrapreso la carriera d'attrice negli Stati Uniti d'America.


Di lì a poco scorreranno sul grande schermo i titoli di coda di film epici ai quali Hedy Lamarr prese parte, palesando le sue grandi doti attoriali, e rappresentando, per le donne americane, un'icona di bellezza e di emancipazione tale da rinvigorire lo spirito femminista ben sopito sul finire degli anni trenta una scoperta che implicava la possibilità di intercettare un  canale radio, sfruttando onde radio, ad intervalli di tempo regolari in una sequenza di successione di canali nota esclusivamente al trasmettitore e al ricevitore.
Nel frattempo la guerra imperversa in Europa e ben presto gli Stati Uniti saranno coinvolti. La comunità austriaca si mobilita contro i nazisti e con essa anche Hedy ben lieta di abbandonare le sue origini. Sfoggiando le sue pregresse conoscenze ingegneristiche, Hedy  aiutata dal compositore George Antheil, partorisce il brevetto numero 2.292.387.

 Rivoluzionario! Direte! Eppure questa scoperta straordinaria non ottenne i riscontri desiderati, perché partorita da un'attrice di Hollywood e un musicista compositore. Doverono trascorrere molti anni e nello specifico gli albori della diffusione della telefonia mobile verso la metà degli anni ottanta.  A tutt'oggi dobbiamo rendere grazie al genio di Hady grazie al quale possiamo sfruttare le proprietà di frequenze con più canali per usare i cellulari e sistemi wireless. Ottenne, dopo anni di sofferenze dovute alla repentina caduta in miseria, riconoscimenti nel mondo scientifico, e persino, nel 1998, l'ambita medaglia Kaplan, prestigiosa onorificenza austriaca volta a magnificare la scienza. Morì nel 2000 sazia di una vita che sfumando lascia al mondo l'essenza di una presenza contemplativa ed eterna. Hedy ha cambiato il mondo ed è proprio grazie alla sua insaziabile voglia di vivere e di esserci in questo mondo di diavoli e santi, che a tutt'oggi abbiamo bisogno di tenerla stretta nella memoria affinché di ella non resti solo una misera figurina, ma anche e soprattutto una mente viva capace di stravolgere il mondo della comunicazione.

Di: Anna Di Fresco

Fonti:
R. Barton - Hedy Lamarr. La vita e le invenzioni della donna più bella della storia del cinema- Castelvecchi edizioni
https://www.hedylamarr.com/ 

venerdì 13 aprile 2018

Un sogno irlandese: La storia di Constance Markiewicz, comandante dell’IRA (1868-1927)

Marta Petrusewicz è storica e professoressa presso l’Università della Calabria e alla City University di New York. Nel 1998 pubblica con la casa editrice romana Manifestolibri Un sogno irlandese – la storia di Constance Markiewicz, comandante dell’IRA (1868 -1927).


Il testo ripercorre le tappe più importanti della splendida e avventurosa vita di Costance Markiewicz, la Contessa più famosa d’Irlanda, tra i promotori della Easter Rising del 1916, che ha messo a ferro e fuoco le strade di Dublino per una intera settimana. Petrusewicz si concentra particolarmente sulla biografia della donna - prima eletta in Parlamento e Ministro del lavoro - giocando sul rapporto con la sorella con cui condivide molte passioni, tra cui il teatro in lingua gaelica. Pittrice e intellettuale, intorno alla donna gravitano artisti e poeti di grande calibro, come William Butler Yeats. Ma Markiewicz sin dalla giovinezza è attiva moltissimo anche nel sociale: la questione irlandese è evidentemente calda a inizio ‘900, causa la Grande Carestia, che tra il 1845 e il 1846, causò la morte di ben un milione e mezzo di persone, costringendo molti irlandesi ad emigrare. La storica intreccia la storia della Contessa alle questioni nazionali legate ai giorni dell’Insurrezione di Pasqua, evento spartiacque nella storia irlandese, a cui Markiewicz partecipò attivamente, in prima linea, costituendo un commando formato esclusivamente da donne: il Cumman na mBan.


Il carattere energico della Contessa delineato egregiamente da Petrusewicz ci presenta una donna indipendentista, repubblicana, femminista, giovanilista e socialista sino alla fine dei suoi giorni. Così infatti la descrive: «Costance intimidiva molti uomini, […] la sua preminenza politica e la sua promiscuità sessuale, per gli uomini irlandesi aveva troppi tratti da virago. Parlava a voce alta, un po’ stridula, carica dei toni arroganti dell’Ascendancy. Era troppo alta, troppo snella e slanciata. Faceva sport, sparava meglio degli uomini, andava in bicicletta, si era persino comprata quell’automobile Ford che riparava da sola. All’insurrezione andò in pantaloni.» [1]

Come si evince la storica è estremamente affascinata dalla figura di Markiewicz: come da lei riportato nella prefazione, l’incontro con questa donna avvenne puramente per caso, durante lo studio di una generica storia generale dell’età contemporanea. Incantata da questa, Petrusewicz scriverà di lei solo più avanti, durante la preparazione del 60° compleanno dell’attivista polacco Kuron, la cui storia attiva e travagliata – in parte – le ricordava quella della Contessa. Il testo è estremamente scorrevole, di facile comprensione anche ai novizi, ma anche sofisticato e tendente a travolgere nella lettura. Viene descritta una favola moderna, un bellissimo esempio di emancipazione femminile, una lotta per l’indipendenza di una nazione, bistrattata e abbandonata dal Regno Unito.


 Constance Markiewicz rappresenta quell’inarrestabile necessità di sentirsi legittimati come soggetti politici, come soggetti pensanti, con ambizioni, desideri e anche delusioni, divenendo eroina della lotta irlandese, fonte di ispirazione per molti uomini, e soprattutto donne, che all’alba dei Troubles hanno ripercorso il suo stesso cammino, per la liberazione dell’Irlanda. Con questo testo possiamo cogliere, quindi, il nesso tra due generazioni, le cui esigenze sono state tanto simili da presentare la stessa risposta violenta.
Parlare di donne come Constance Markiewicz, oggi, è più importante che mai, e grazie a Petrusewicz è possibile innamorarsi di una figura storica di altissimo spessore che ispirerà fiducia nel futuro a tutti quelli che leggeranno le sue gesta.


Di: Simona Amadori
Fonti:
[1] Marta Petrusewicz, Un sogno irlandese, Roma, Manifestolibri, 1998, p.53

giovedì 12 aprile 2018

Che disgrazia l’ingegno di Griboedov: un caposaldo dell’ironia 'alla russa'

“Nella mia commedia ci sono venticinque imbecilli contro un solo uomo dal giudizio sano” così esordisce Aleksandr Griboedov (1795-1829) descrivendo il suo capolavoro “Che disgrazia l’ingegno”. Tradotto senza punto esclamativo, come precisa il traduttore e docente di lingua e letteratura russa presso l’università degli Studi Aldo Moro di Bari, Marco Carotozzolo, per esprimere il sarcasmo compunto e calante nel tono racchiuso nel titolo. Una silente chiusa, come una sospensione allusiva di una riflessione attonita. In questo particolare è custodito il senso, o meglio il non sense, della morale del dramma scritto da questo intellettuale moscovita. Figlio di un militare che in finis vitae si è beato di mondanità e di un’aristocratica, prona all’educazione culturale poliedrica di Aleksandr. Costui viene spinto a fruire di ulteriori studi post-universitari nell’ambito filosofico, storico-artistico e in appendice nella Classe di Scienze Politiche. Un imprinting eterogeneo che illuminerà la sua carriera di diplomatico e scrittore. Stimato da autori del calibro di Puškin, riceve da quest’ultimo un encomio che dipinge la sua personalità, piena di sfumature. Un habitus malinconico dallo spirito sagace, un animo generoso, non esule da piccolezze, non considerato equamente per il suo talento, per la sua originalità formale e di contenuti.


Recentemente (2017) è stata proposta dall’Associazione Marchese Editore, una nuova traduzione del suo plot teatrale, “Che disgrazia l’ingegno”, curata da Marco Caratozzolo, un russista d’eccezione che ha approfondito l’opera di Dostoevskij, la “diaspora” sovietica in suolo francese a seguito della Rivoluzione e le intercapedini culturali tra Gramsci e l’input russo in Italia.

La trama si snocciola in pochi interni di scena. Un giovane appartenente all’alta società di Mosca fa ritorno in patria dopo un viaggio di tre anni. Il suo primo desiderio è visitare i luoghi dove è cresciuto e dove dimora un suo amore passato Sofija: casa Famusov. Lo scenario che gli si presenta davanti è un ritratto di genere: il padrone di casa, sbiadito funzionario ossequioso dei parametri consoni alle aspettative di ruolo, che classifica il genere umano in base alle apparenze; la figlia, e amata, prodotto dell’educazione impartita, dedita al mondo salottiero “alla francese” privo di contenuti, promessa sposa di un parvenu (Molčalin), mero segretario paterno. Il sentimento che lega i due giovani è un rapporto di convenienza reciproca, privo di ogni impulso vitale. Čackij sente e manifesta la sua estraneità a questo mondo ovattato, sterile, dagli accenti stentorei. I dialoghi che si svolgono tra lui e i vari personaggi che orbitano intorno casa Famusov sono il manifesto del pensiero dell’autore che con ironia caustica destruttura una società vacua, imitazione pallida e passiva di un modello francese. Il solipsismo intellettuale, l’individualismo, la critica corrosiva dell’homo bulla. Un misantropo che mostra tutto il suo scetticismo, ma che comunque tenta di riconquistare l’amata, sebbene quest’ultima lo deluda per la sua superficialità.


“Un circolo di persone già note al lettore, ma anche definito e chiuso come un mazzo di carte”, così descrive Ivan Gončarov l’universo umano del romanzo. Personaggi resi nella loro autenticità, nelle loro debolezze, nel loro particularismo mimico che forniscono un’immagine esemplificativa della Russia Post-Napoleonica. Era effimera agli occhi di Čackij che matura ed esprime il suo dissenso, con un sarcasmo sprezzante, e che viene additato quale folle per il suo atteggiamento ostile, in controtendenza al sentire dell’epoca. Si notano gli echi di Nikolaj Gogol nelle sfaccettature comiche dei personaggi affabulatori, mentre si riscontra l’impronta di Puškin nell’approccio grottesco dell’individuo ruffiano; un accenno al mito faustiano di Goethe nella rappresentazione di derivazioni mefistofeliche di alcune figure in scena. Una panoplia dell’eterogeneità umana che soverchia tutti gli aspetti caratteriali e li inserisce in una dialettica efficace e dinamica che, nonostante la semplicità della scenografia suggerita, assurge a un complesso e organico costrutto sociale. Non sense, regno del paradosso, spirito prosaico e una morale dell’ineluttabilità.

L’ironia russa è “pantagruelica”, raffinata e grezza al medesimo tempo. Vige un pragmatismo nell’espressività, una consuetudine di genere che distende il tessuto connettivo narrativo in modo avvincente. Griboedov con questa commedia teatrale fornisce punti di riflessione storica sul vissuto dell’epoca, ma in prima battuta dipinge un affresco di genere delle affezioni, degenerazioni e esasperazioni umane, ancora attuali nel mondo odierno.


Di: Costanza Marana

Fonti:
Che disgrazia l’ingegno, Marco Caratozzolo, Grumo Nevano (Na), Associazione Marchese editore, 2017
Storia della letteratura russa, Ettore Lo Gatto, Firenze, Sansoni, 1943

mercoledì 11 aprile 2018

La storia si e conclusa? Siamo gli ultimi uomini?

“La fine della storia e l’ultimo uomo” è l’avvincente saggio dal titolo sensazionalistico di Francis Fukuyama, professore di Scienze Politiche e autore di numerose altre pubblicazioni.


Il titolo colpisce immediatamente l’ipotetico lettore alla ricerca di qualcosa da leggere tra gli scaffali delle sempre più polverose librerie di paese. Sfogliando le pagine scritte da Fukuyama, ci si rende immediatamente conto che non si tratta di un testo di fantastoria, ma della storia che noi tutti conosciamo. Sia la fine della storia che l’ultimo uomo, sono concetti filosofici di antica origine e difficili da riassumere in poche righe. Il saggio si pone varie ambizioni tra cui quella di delineare una storia universale dell’uomo analizzando il percorso dell’idea di liberalismo e democrazia nella prospettiva di punto d’arrivo definitivo dell’uomo e quindi della costituzione di un “ultimo uomo” che ormai ha tagliato il traguardo che si è auto prefissato e ha raggiunto il grado più alto di sistema politico a cui potesse ambire. Quindi la “storia” hegelianamente intesa come lungo percorso teleologico sarebbe definitivamente finita proprio nell’ultimo quarto del XX secolo. Infatti, tutti gli altri sistemi che si sono opposti al liberalismo democratico come il socialismo reale nell’esperienza sovietica e le varie dittature militari fasciste e naziste nell’esempio tedesco, sono finite per collassare a causa delle loro interne contraddizioni irrisolvibili.

Seppure la teoria di Fukuyama possa sembrare miope o semplicistica riassunta in così poche righe, il suo saggio in realtà dimostra quanto questa si poggi su solide basi che spaziano in vari millenni di storia del pensiero filosofico da cui l’autore attinge a piene mani per supportare le sue teorie. Inoltre, non si trattiene affatto dal criticare la sua stessa teoria insieme all’intero regime liberal-democratico di cui riconosce ampiamente i problemi ed i limiti dimostrando lucidità e onestà intellettuale.

Attraverso una scrittura ampliamente comprensibile, scorrevole e pulita si ha quasi la sensazione di essere condotti per mano durante il ragionamento dell’autore che spiega passo dopo passo i propri concetti. Nel testo inoltre, non mancano esempi storici e contemporanei che offrono un riscontro immediato delle teorie enunciate, lasciando al lettore l’opportunità di verificare da sé, come fosse nel laboratorio di uno scienziato, i buoni esiti e i fallimenti di quello o quell’altro regime.

“La fine della storia e l’ultimo uomo” però, non parla solo di politica e filosofia astratta. Bensì arriva ad indagare la stessa natura umana, fornendo una spiegazione viscerale ma anche ideologica e razionale delle motivazioni che spingono gli uomini a lottare per concetti come la libertà, la giustizia, l’autoaffermazione e la volontà di potenza e sopraffazione.

Insomma, leggere Fukuyama può realmente ampliare le vedute e offrire una prospettiva nuova per conoscere il passato umano, capirne il presente e forse, addirittura, intravedere il futuro.


Di: Cristiano Rimessi
Fonti: Francis Fukuyama, La fine della storia e l'ultimo uomo
 
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