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domenica 19 agosto 2018

Come mandano a quel paese gli inglesi?

Spesso nella naturalezza della vita quotidiana, la memoria popolare custodisce frammenti di storia del linguaggio e della gestualità che a volte con il tempo rischiano di andare perduti se non adeguatamente conservati attraverso la tradizione. Tanto quanto un canto popolare o un modo di dire, anche un gesto,seppure volgare, fa parte di questa conoscenza che ci lega al passato.

Ovviamente, risalire al momento esatto della nascita di un elemento così sfuggevole è molto arduo se non impossibile e raramente gli storici si ritrovano concordi con la datazione temporale di tali fenomeni di massa che seppure pare scontato debbano avere un inizio e spesso si protraggono fino a tempi recenti, non è altrettanto banale il modo in cui sono nati.

In casi come questi, lo storico inoltre, si ritrova spesso sprovvisto di fonti scritte disponendo per la maggiore di quello che la cultura popolare ha deciso capricciosamente di salvare e di condurre fino al presente.

Street Art su un muro di Liverpool

Uno di questi casi è proprio il maleducato gesto delle due dita a "V" rivolte con il dorso della mano verso il proprio interlocutore. Diffuso nelle isole britanniche e in molte delle sue ex colonie, dal Canada all'Australia passando per il Sud Africa, il gesto è un corrispondente del dito medio alzato, quest'ultimo risalente addirittura all'antica Grecia. Ma tornando alle due dita, la sua origine non è chiara e gli storici si trovano in disaccordo.


La teoria principale sull'origine del gesto, risale alla lontana battaglia di Azincourt del 1415, quando inglesi e francesi si combattevano durante la guerra dei cent'anni. Il Re inglese Enrico V pretendeva il titolo del Re francese  Carlo VI e per ottenerlo da buon Re cavaliere quale era, aveva mosso guerra al regno della sponda opposta al canale della Manica. Il segreto della superiorità militare inglese che permetteva a quest'ultimi di vincere battaglie anche in situazioni di forte svantaggio numerico a favore dei nemici francesi, era nell'innovazione tecnologica delle armi a lunga gittata. L'esercito inglese era provvisto di arcieri equipaggiati con un arco lungo costruito con il legno di tasso, albero nativo inglese che forniva al corrispettivo regno la giusta quantità di materiale da sfruttare nella costruzione dell'arco lungo. In conseguenza di ciò, gli arcieri inglesi erano temuti dagli avversari tanto che nelle precedenti battaglie, qualora fossero stati catturati, pare fosse diffusa l'usanza di amputare loro le due dita con le quali si scoccano le frecce: l'indice e il medio.


Per goliardia quindi, gli arcieri inglesi mostravano in guerra le due dita utilizzate per scoccare frecce in modo tale da intimidire e beffarsi del nemico per sottolineare come fossero capaci di tirare con l'arco. Questo gesto quindi, è stato conservato dalla tradizione popolare fino ad oggi come gesto aggressivo e intimidatorio.

Ad ogni modo, l'origine potrebbe in realtà essere collegata addirittura a battaglie antecedenti Anzicourt o ad eventi ancora sconosciuti del nostro passato dato che si trovano testimonianze del gesto delle due dita nel Psalter, un libro di liturgie della chiesa cattolica risalente circa al 1330.

Inoltre, alcuni storici, ritengono addirittura che l'usanza dei francesi di tagliere le dita ai prigionieri inglesi sia solo un mito fantasioso che spiega l'origine del gesto di sfida ma che di storico ha poco e nulla, nonostante siano molte le testimonianze anche risalenti all'età antica nelle quali agli arcieri nemici vengono amputate dita per impedire loro di tirare con l'arco.

Oggi ad ogni modo, ruotando la posizione del gesto e rivolgendo verso se stessi il dorso della mano, le due dita a "V" sono sinonimo di vittoria da quando Winston Churchill durante la Seconda Guerra Mondiale ha deciso di rivoluzionare un gesto per sfruttarlo politicamente a suo favore.

Quale sia la verità è ancora materia di dibattito e mistero a cui forse non si giungerà mai ad una conclusione finale data la carenza di fonti sull'argomento. Nel frattempo però, il lettore si ricordi questo frammento di storia dimenticata quando in viaggio nel Regno Unito vorrà scattare una foto mimando il gesto giusto delle due dita a forma di "V" per vittoria e non per mandare a quel paese gli inglesi!


Di: Cristiano Rimessi

Fonti:
http://web.archive.org/web/20080607024254/http://www.britishshakespearecompany.com/synopsis.html Consultato ultima volta in data 09/08/2018

mercoledì 15 agosto 2018

La storia del dimenticato 'treno della felicità'

Gli anni del dopoguerra, nelle coscienze di tutti impresse rimangono le macerie, i volti smunti e quella luce negli occhi ormai dissipata dalla paura e dal bisogno. Il popolo italiano giunge al crepuscolo di anni di profonde sofferenze e disillusione, trascinando il manto di quel fantoccio impero italiano, logoro e lercio. C'era da ricostruire, c'era da formare, c'era da fare!
In questo incanto di polveri e ceneri sguazzavano allampanate creature figli di un popolo vinto e nonostante tutto vivo e pulsante. Erano gli anni tra il 1945 e il 1952, allorquando un'associazione femminile strettamente collegata al partito comunista, avvalorò la tesi per la quale ci fosse il bisogno di porgere una mano a quelle regioni dai tanti figli e le scarne possibilità, traghettando il prodotto delle loro viscere verso le famiglie delle regioni del nord, laddove avrebbero trovato un, seppur effimero, ristoro.


Bimbi in prestito e famiglie umili pronte a stendere una mano a quelle creature collaterali prepotentemente venute al mondo bramanti l'anelito di quella vita calpestata dalle fulgori della guerra. Vennero a costituirsi quelli che furono definiti "treni della felicità", ma che di felice non avevano altro che l'illusione di un domani migliore. Un'unità d'Italia strettamente concessa da uno stato le cui priorità ben presto sarebbero affiorate agli occhi di tutti calpestando quel miracolo italiano fatto di sudore della fronte e oblio. In un contesto nel quale gli eco-mostri di cemento vuoti di sostanza e case a buon mercato facilmente deperibili, laddove l'interesse fallace prendeva il sopravvento sui bisogni, costruendo macerie di una società contorta e incapace a leggere gli effettivi bisogni del popolo le cui braccia a buon mercato risultavano asservite all'algida del più forte, s'inserivano i bambini, quegli stessi che popolavano le città deturpate figlie di genitori accartocciati dalla fame. La soluzione parve semplice alla nascente UDI - unione donne italiane - la quale volgendo uno sguardo a quella fame che avrebbe partorito delinquenza per riscatto sociale, promosse una soluzione dubbia seppur efficace.


Nel giro di pochi mesi da Napoli come da Roma, da  Cassino come da alcune città della Calabria e della Sardegna, presero a migrare i bambini in prestito alle famiglie dell'Emilia Romagna e alla sua florida campagna. Molti diranno d'essere stati abbandonati, molti non torneranno nelle loro città e di essi rimarrà il dubbio apparente se questa scelta politica abbia in un qualche modo migliorato la morfologia di uno stato claudicante, immolato al tavolo dei vincenti come il traditore dal cuore buono che recalcitra per sopravvivere, che s'immola per sfuggire all'indegna disfatta. 

Crespellano, cittadina bolognese a tutt'oggi confluita nel comune limitrofo di Valsamoggia, in quell'oggi di se e di ma, ospitava un'umile famiglia, la prima ad adottare temporaneamente un bambino di nome Pasquale, la cui fame lo spingeva a nascondere i maccheroni avanzanti nell'antro delle proprie tasche bucate. Rinato com'era nel ventre di quel treno, ridesto negli umili agi di una vita insperata lui come gli altri 70 mila bambini del sud dell'Italia dagli occhi svampiti dal tempo, accolti e spesso dimenticati. I treni della felicità che attraversavano l'Italia alla cui fermata vi era appunto la povera e allegra felicità di chi accoglie con affetto la miseria degli altri offrendo quel poco più, quel tanto che basta a non patire la fame.


In un'era politica come la nostra laddove si accresce il bisogno di innalzare muri, s'inserisce l'immagine di questi bambini dalle vuote speranze che atterrano le brevi impronte sulla soglia di una porta inesplorata ben accolti dalle braccia di chi appartiene ad un mondo diverso pur se coperto dalla stessa celeste cupola. Imparare dai vecchi passeggiando su impronte rinsecchite pur se quella politica rispondeva ad un alto lignaggio capace a modo proprio, seppur errando, di trarre soluzioni sfruttando quel gran cuore che apparteneva ad un'Italia smarrita e disillusa eppure dai confini tanto larghi da spalancare le braccia della propria miseria per accogliere e aiutare, permetterebbe alla classe dirigente di oggi di intraprendere un cammino grazie al quale eludere quegli errori che negano il diritto a vivere e a sperare, dissolvendo, di contro, una fiducia debita allo stato sociale. In caso contrario continueremo ad essere figli di un orizzonte vacuo parafrasi di oniriche ambizioni.


Di: Anna Di Fresco

Fonti
Giovanni Rinaldi - I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie - ediesse edizioni -

giovedì 9 agosto 2018

Claudette Colvin: la Rosa Parks che non conosciamo

Tutti conosciamo la storia di Rosa Parks, la sarta afroamericana che nel dicembre 1955, a Montgomery (Alabama), tornando a casa dal lavoro in autobus, si rifiutò di far sedere un passeggero bianco nei posti loro riservati e il cui gesto di protesta darà il là alla grande battaglia per i diritti civili, combattuta in prima linea dagli afroamericani, quali i celeberrimi Martin Luther King e Malcolm X. La vicenda sollecitò la fuoriuscita di quelle tensioni sociali che soggiacevano da troppo e lungo tempo, specialmente nel sud degli Stati Uniti, terra dove la discriminazione razziale aveva raggiunto livelli persecutori.


Rosa Parks ha fatto sicuramente la storia; ha cambiato la visione di tanti afroamericani, costretti alla sottomissione, portandoli ad informarsi e a lottare per i propri diritti, portando alla rinascita di una intera categoria sociale che, da quel momento, si è vista (almeno costituzionalmente, nella vita quotidiana sarà un processo ancora più lungo) garantire per la prima volta il diritto alla cittadinanza con tutti i privilegi politici e non che ne derivano.

La protesta di Rosa Parks non è stata comunque l’unica attiva nel Paese, solo la più celebre. Per questo è essenziale ricordare anche la storia di un’altra donna che, ben nove mesi prima, ha reagito al clima discriminatorio della capitale dell’Alabama, contribuendo a cambiare radicalmente gli eventi futuri. Il suo nome è Claudette Colvin.

Quindicenne residente in uno dei quartieri più poveri di Montgomery, Claudette, ancora studentessa, utilizza spesso i mezzi pubblici per la classica spola casa-scuola. Gli utenti di colore del servizio di trasporto locale non sono nuovi ad atti discriminatori: sono infatti frequenti vessazioni, insulti e aggressioni fisiche; vi è proprio una legge che permette la segregazione razziale a bordo degli autobus nello stato dell’Alabama - gli autobus hanno in pratica posti riservati ai bianchi e ai neri.

È il 2 marzo 1955, Claudette sta tornando a casa dopo una faticosa giornata scolastica, si trova sull’autobus e si siede in uno dei sedili liberi della “zona colorata”. Il  mezzo su cui si trova Claudette è pieno e la regola vigente prevede che, in questa situazione tipo, l’autista può obbligare i passeggeri neri a restare in piedi, riservando i sedili anche della zona colorata ai passeggeri bianchi.
Nuova fermata: sale una donna bianca, e l’autista, come di consuetudine, chiede a Claudette di lasciare libero il posto. L’adolescente però conosce bene i suoi diritti garantiti dalla Costituzione - fa infatti parte del NAACP, National Association for the Advancement of Colored People e del Movimento per i diritti civili nella sua scuola – e si rifiuta categoricamente. Dopo alcune insistenze e senza risultato, l’autista, di fronte alle resistenze della ragazza, decide di contattare la polizia locale che invia immediatamente una volante sul posto: due agenti la trascinano fuori dal mezzo e l’arrestano, dietro le proteste e le grida della giovane che continua ad urlare “It’s my constitutional right!”.


Da questo momento in poi la situazione si complica per l’adolescente. L’arresto porta inevitabilmente al processo con l’accusa di aver violato la legge sulla segregazione,  di aver compito un’aggressione a danno dei due poliziotti e di disturbo della quiete pubblica. Il giudice le sconterà tutti i capi di accusa, tranne quello di aggressione, nonostante molti testimoni giurarono che non vi era stato alcun tipo di colluttazione, anzi: l’aggressione fisica e verbale era stata compiuta piuttosto dalle due guardie ai danni della giovane. La storia giudiziaria di Claudette non si conclude con l’archiviazione del suo caso: nel 1956 sarà infatti una delle cinque querelanti nel processo Browder contro Gayle, che si concluderà con la storica valutazione - pronunciata dalla Corte suprema degli Stati Uniti d’America - come anticostituzionale della legge di segregazione a bordo degli autobus in Alabama, obbligando lo Stato, nel dicembre dello stesso anno, alla sua abrogazione.

Claudette ha cambiato la legge di uno degli stati più razzisti su suolo statunitense: perché quindi non viene ricordata? Perché conosciamo l’episodio di Rosa Parks e non il suo? La domanda trova purtroppo risposta nell’appetibilità mediatica. La giovane adolescente non poteva essere icona per gli adulti - come invece lo sarà Parks - in primis, causa la sua giovane età, ma non solo. La Comunità Nera di Montgomery aveva bisogno di un leader per poter iniziare la protesta, una persona pacata e sicura di ciò che stava facendo e di che cosa avrebbe affrontato. Claudette non era niente di tutto ciò; viene ricordata infatti come una ragazza chiacchierona ed esuberante e inoltre, la giovane - secondo la sua versione raccontata nel celebre saggio di Philip Hoose - sarebbe anche stata messa da parte a causa del fatto che rimase incinta, molto giovane, di un uomo più anziano – un atto screditante per una ragazza dell’epoca.

https://www.spreaker.com/user/riscriverelastoria


Solo recentemente la sua memoria è stata riportata alla luce, in quanto importante testimonianza della battaglia condotta da tutte le donne e uomini afroamericani per la liberazione dalla prigionia sociale cui sono stati costretti, sin dal principio, nella storia degli Stati Uniti.

Per i più curiosi, a questo link Claudette - Police è possibile reperire il documento redatto dalla Polizia di Montgomery all’arresto della giovane.
Consigliamo, infine, la visione di questa breve intervista del 2016 rilasciata dalla protagonista stessa della vicenda, Claudette, oggi una (quasi) ottantenne, che ha dedicato tutta la sua vita alla causa dei diritti civili.




Di: Simona Amadori

Fonti:
Frederick C. Harris, The Price of the Ticket, New York, Oxford University Press, 2016
Randolph Hohle, Black Citizenship and Authenticity in the Civil Rights Movement, New York, Routledge, 2013
Philip Hoose, Claudette Colvin: Twice Toward Justice, Turtleback, (manca luogo di edizione ), 2010
Robin D. G. Kelley, Earl Lewis (edited by), To make our World anew: a History of African Americans from 1880, Vol. II, New York, Oxford University Press, 2005

mercoledì 1 agosto 2018

La fine dell’unità politica dei cattolici

Nel gennaio del 1994 cessò di esistere il partito che dal 1948 era stato il partito di maggioranza relativa e aveva caratterizzato tutta la storia della prima Repubblica. La Dc era in crisi dalla fine degli anni 70 del 1900 e molti storici sostengono che l’inizio del tramonto avvenne per due motivi: la scomparsa di Aldo Moro e il venir meno dell’anticomunismo. La fine della Dc non può essere imputata solo alla fine del collante che era stato l’anticomunismo, ma è da ricercarsi in una crisi più profonda, nell’incapacità di riformismo e di cambiamento all’interno e nella politica di governo.


Negli anni Ottanta, l’affanno della Dc si manifestava sia all’ interno che all’esterno del partito, in preda ad una lotta tra le correnti divise tra di loro da una visione strategica sul futuro; nessuno nascondeva la debolezza di questo partito di correnti senza trovare un accordo sulla ricetta da seguire per risanarlo. Il cercare una possibile soluzione alla crisi interna della Dc venne affidato al nuovo segretario che apparteneva alla sinistra Dc, ovvero Ciriaco De Mita che riuscì solo a rallentare il declino della Dc rispetto alle elezioni del 1983. La nuova formula di governo - il pentapartito - si basava su un’alleanza con i partiti laici e il partito socialista, ma la forte concorrenza tra la Dc di Ciriaco De Mita e il Psi di Craxi portarono a continue crisi di governo e ad un indebolirsi del ruolo della Dc. Si continuò pertanto a privilegiare gruppi di potere e di uomini vicini alla Dc e al Psi. Questa alleanza portò come conseguenze l’isolamento del Pci e il passaggio di molti comuni da giunte di sinistra a giunte guidate dal Pentapartito. Ciriaco De Mita cercò di portare al superamento delle correnti interne della Dc e anche alla regionalizzazione del partito, ma fu un’iniziativa di non facile attuazione. La segreteria De Mita si concluse nel 1989 senza però aver inciso in mondo particolare sulla situazione di difficoltà del partito.


Il XVIII Congresso nazionale della Dc segnò un ritorno alla segreteria di Arnaldo Forlani e l’emergere della sua nuova corrente di Area Popolare, che dovette affrontare diversi problemi nei primi anni Novanta: il rapporto del CAF con la sinistra Dc, la questione dell’esperimento della giunta Orlando a Palermo, e poi a partire dal 1992 la cosiddetta Tangentopoli.
Le tre questioni erano strettamente connesse tra di loro. All’inizio del 1990 finì la gestione unitaria della Dc, la cui causa fu dovuta principalmente alla situazione a Palermo dove il sindaco Leoluca Orlando aveva costituito una Giunta con degli Assessori del Pci lasciando fuori il Psi ed il Psi: quest’ultimo minacciava una crisi a livello nazionale. Alcuni gesuiti si schierarono a favore di Orlando usando anche toni apocalittici invitando a non votare né Dc né Psi alle successive europee. La questione si risolse con le dimissioni l’anno successivo, del sindaco di Palermo e la sua uscita dalla Dc. Tutto ciò aveva innescato un altro problema nel mondo cattolico: all’interno della Cei e tra la Cei e il clero di base, si discuteva in merito al ruolo del partito unico dei cattolici della Dc, che a Nord non godeva più il consenso che aveva da sempre avuto a seguito delle ripercussioni di Tangentopoli.
Nel 1991 si tenne una conferenza ad Assago in cui la Dc cercò di trovare dei punti su cui autoriformarsi. In questa conferenza vennero trattati temi caldi come la degenerazione nella gestione del potere sia in centro che in periferia del sistema politico, ossia una critica al partito come federazione di correnti. Ciò avvenne con la presenza di gran parte della classe dirigente e del gruppo dirigente storico. La conferenza si concluse con l’approvazione di un documento: si trattava della sintesi delle proposte delle sei commissioni di approfondimento in cui si era divisa la conferenza, ed era stato messo a punto dal responsabile della formazione, Gianpaolo D’Andrea. Il documento era stato preventivamente discusso ed approvato nella direzione della Dc e dall’ufficio di segreteria, esso era molto articolato e toccava tutti i punti più critici e criticati nel funzionamento della vita di partito.
A decorrere dal 1992, la situazione della Dc si aggravò ulteriormente, dal momento che la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista Italiano furono tra i partiti più coinvolti in Tangentopoli e la Magistratura scoprì una diffusa corruzione nei partiti e ciò non poteva che provocare il distacco di un elettorato deluso, che comunque, alle elezioni del 1992 diede alla Dc la maggioranza relativa con il 27 %, ma che per la prima volta scese sotto il 30%, e soprattutto al nord, ci fu un passaggio di voti dalla Dc alla Lega Nord .

L’ultimo tentativo di rinnovamento della Dc venne affidato il 12 ottobre 1992 dal Consiglio nazionale su iniziativa di Castagnetti e Bodrato a Mino Martinazzoli, esponente della sinistra non coinvolto in Tangentopoli e per questo ritenuto adatto per risolvere questa questione di enorme complessità. Nello stesso periodo Segni presentò a Roma il movimento dei “Popolari per la riforma”, che mirava ad una riforma elettorale che portasse al bipartitismo che aveva come modello quello Inglese. La Dc di Martinazzoli non discuteva più di alleanze, sostituì la direzione con un organismo formato da dipartimenti che erano stati assegnati ad amici di fiducia, ma erano ben poco rappresentativi del partito e non avevano alcun potere reale. Il tentativo di sostituire la vecchia classe dirigente prevalentemente del sud, con una del centro-nord non portò alcun risultato. La Dc di Martinazzoli, che ormai si presentava senza un chiaro programma, si indebolì ulteriormente quando Rosi Bindi riunì i suoi amici del Veneto e dichiarò la fine della Dc in quella Regione e la formazione di un partito popolare del Veneto. Lo stesso Martinazzoli si fece affidare il mandato per costituire un nuovo soggetto politico in grado di adattarsi alla nuova situazione e al bipolarismo; quindi venne dichiarata estinta l’esperienza della Dc all’Eur alla fine di Luglio del 1993 e venne decretata la fine del sistema confederativo che teneva insieme le correnti.
La Dc alla fine implose non per il venir meno di un collante ideologico o per il venir meno dello spirito confederativo delle Dc divisa diverse correnti, ma a causa di fattori esterni.
Un fattore molto importante nella fine della Dc fu l’introduzione del sistema elettorale maggioritario proposto da Segni, secondo cui contano il numero di seggi vinti e non la percentuale di voti. Tale cambiamento richiedeva una chiara scelta di campo, impedendo quelle mediazioni e compromessi che il sistema proporzionale aveva garantito a lungo alla Democrazia cristiana. Veniva meno la necessità dell’unità politica dei cattolici, che si divisero nelle diverse anime che da sempre avevano caratterizzato il cattolicesimo politico: quella moderata e quella basata e più sensibile ai valori di solidarietà e giustizia sociale. Questo carattere confederativo di correnti e quindi di varie aree di consenso, caratterizzato dalle correnti locali rimase una peculiarità anche dei partiti postdemocristiani per esempio L’Udc in Sicilia e il Ppi in Calabria e Campania.

In questa fase di crisi la Dc si richiama ai nomi di Sturzo, De Gasperi e Moro che ricorrono con una certa frequenza negli interventi e nelle riflessioni dei protagonisti in questo ultimo atto del partito. Il partito della Dc ha lasciato un segno importante nella storia della “prima Repubblica” per tutta la sua lunga storia. La conclusione della parabola di tale partito non deve essere intesa solo come il suo tracollo, ma come il venir meno dell’aspetto federativo tra le correnti che componevano la Dc.


Di: Sunil Sbalchiero
Fonti:
  • Francesco Malgeri, L’Italia democristiana, Gangemi Editore, Roma, 2005
  • (a cura di) Marco Gervasoni, Andrea Ungari, Due repubbliche, Rubbettino, Soveria Manelli, 2014
  • www.storiadc.it ultima consultazione 02/08/2016
  • Giovanni di Capua, Paolo Messa, Dc. Il partito che fece l’Italia, Marsilio, Venezia, 2011
  • Carlo Baccetti, I postdemocristiani, Il Mulino, Bologna, 2007

domenica 29 luglio 2018

Dal paroliberismo al rumorismo: L’avvento del Futurismo

“Marciare non marcire” è stato il monito belligerante della poetica futurista che investì tutti i campi artistici dalla pittura, alla letteratura, alla musica, al teatro, fotografia, cinema. Il sovvertire la retorica e andare oltre il limite dei confini sensoriali rivoluzionò l’habitus artistico, contestualizzandolo in un’ideologia politica interventista.


Un’eterogeneità delle manifestazioni artistiche dove la libertà e il dinamismo regnavano sovrani. Una contaminazione tra i vari generi stilistici come nel caso delle “parolelibere”, delle poesie grafiche, ibride tra scritto e figurativo. Una rivoluzione della sintassi, una volontà di innovazione e di sovversione degli schemi consolidati letterari. Marinetti sosteneva l’epurazione di orpelli linguistici quali aggettivi, avverbi, punteggiatura, utilizzare i verbi solo all’infinito, e “creare parole in libertà”. L’intento era di produrre un nuovo formulario comunicativo, in antitesi a quello tradizionale stagnante, che desse un’impressione di enfasi nell’utilizzarlo.


Frasi che suonavano come precetti, assiomi, nella loro linearità sintattica. “In aeroplano, seduto sul cilindro della benzina, scaldato il ventre dalla testa dell’aviatore, io sentii l’inanità ridicola della vecchia sintassi ereditata da Omero”. Eliminare la metrica tradizionale e portare lo stendardo del “verso libero”. Lo stesso sperimentalismo e desiderio di varcare la frontiera stilistica fu adottato nel campo della musica. Francesco Balilla Pratella con il suo manifesto sdoganerà gli studi musicali dalle costrizioni della retorica estetica. L’incentivo era di dare libero sfogo alla pura fantasia, avulso da dogmi consolidati.


Con maggior ardore e determinatezza questa linea di pensiero fu accolta e approfondita da Luigi Russolo. Costui operò una vera e propria rivoluzione. Realizzò degli strumenti musicali mai esistiti prima, con la conseguente produzione di sonorità sconosciute finora. La complessità della società comportava un cambiamento nel sentire e percepire gli stimoli sensoriali, in questo caso auditivi. Russolo asseriva: “Ci avviciniamo così sempre più al suono-rumore”. Classificava tra suoni e vibrazioni accidentali e suoni creati artificialmente dall’uomo. L’apologia di Russolo del rumore, come suono con la stessa meritocrazia delle altre sonorità consolidate, era basato proprio sul principio che questo richiama alla vita in quanto ne è una pura espressione. L’artista divideva sei famiglie principali di rumori: rombi, fischi, bisbigli, stridori, percussioni e voci. Seguivano i sottoinsiemi come nel caso dei rombi: boati, tonfi ecc. Attraverso la creazione degli “intonarumori”, del rumorarmonio”, dell’arco enarmonico, fornirà l’orchestra futurista degli strumenti per riprodurre e amplificare le sonorità. Il pragmatismo e la concretezza insite nell’ideologia futurista erano delle muse che ispiravano l’arte al reale. Tutto il mondo circostante, dai bagliori luminosi, alle forze centripete, ai fragori rumorosi, costituiva arte, o comunque terreno fertile da cui attingere per creare arte.


Di: Costanza Marana


Fonti:
Futurismo. La prima Avanguardia, Claudia Salaris, Firenze, Giunti Editore, 2009
Le due avanguardie. Dal Futurismo alla Pop art, Maurizio Calvesi, Bari, Laterza, 2008

mercoledì 25 luglio 2018

Il mistero del cuore di Adelchi

Nella vita di Alessandro Manzoni gioca un ruolo fondamentale la conversione al cristianesimo. Fu un fatto totalizzante, che investì profondamente la sua personalità. Scrisse nel 1819 le Osservazioni sulla morale cattolica, con lo scopo di controbattere le tesi esposte da Sismonde de Sismondi - rinomato storico di Ginevra - nella Storia delle repubbliche italiane nel Medio Evo. In questo trattato, Sismondi sosteneva che la morale dei cristiani cattolici era stata la radice della corruzione del costume italiano.

Un ritratto-fotomontaggio raffigurante lo stesso Alessandro Manzoni.
Manzoni controbatte facendo trasparire dalle sue Osservazioni una fiducia assoluta nella religione come fonte di tutto ciò che è buono e vero, definendola il punto di riferimento di ogni qualsivoglia scelta, dalla politica alla spiritualità.

Tale svolta nel carattere di Alessandro Manzoni si rispecchia nella letteratura.
In primo luogo, legge la storia non più attraverso la lente classicista, che vedeva nel mondo romano l'antecedente della modernità e un supremo modello di civiltà, bensì secondo la visione cristiana. Secondo questa concezione, riscopre il Medio Evo cristiano, vera matrice della civiltà moderna, rifiutando altresì l'ottica eroica ed aristotelica che celebra i grandi, i potenti e i vincitori, tralasciando intere masse di individui considerati di minor rilievo. Manzoni sente così la necessità di una rinnovata letteratura che guardi al "vero" dell'uomo, rifiutando il formalismo retorico e l'arte come ornamento stilistico.


In una lettera a Cesare D'Azeglio del 1823 scriverà che i principi che muovono la ricerca letteraria sono "L'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo": in tal modo Manzoni realizza le esigenze di rinnovamento letterario proprie del gruppo romantico.
Interessandosi dunque alle storie dei vinti e del popolo dimenticato dalla grande storia enciclopedica di matrice illuminista ed in obbedienza al culto del vero, scrive due tragedie: Il conte di Carmagnola e Adelchi.

Quest'ultima opera sarà più emblematica per la lettura dei cambiamenti stilistici e tematici adottati dal Manzoni, che afferma, in una lettera a Chauvet, di non voler inventare fatti per adattarvi dei sentimenti, bensì "spiegare ciò che gli uomini hanno sentito, voluto e sofferto, mediante ciò che essi hanno fatto".

Il culto del "vero" va ad escludere anche l'osservanza delle unità aristoteliche di tempo e spazio, in quanto costringerebbero il poeta ad inutili forzature ed esagerazioni. Solo la libertà da regole artificiose, per Alessandro Manzoni, consente la riproduzione della verità storica.
Nell’opera Adelchi (1822) mette dunque in scena il crollo del regno longobardo in Italia nell'VIII secolo, sotto la spinta dei Franchi di Carlo Magno
Nel mentre, si pubblica il saggio storico manzoniano Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia, in cui si narrano le cronache effettive.

In Adelchi si vedono in scena quattro personaggi principali: Desiderio, re dei Longobardi; Adelchi, suo figlio, che sogna la gloria in nobili imprese in un'Italia dominata dalla meschinità e dall'ingiustizia; Ermengarda, sorella di Adelchi - non è verificata la veridicità del nome storico, in quanto non compare nelle cronache a noi giunte, ma effettiva sorella di Adelchi e Gilperga - e moglie di Carlo Magno, che morirà a causa della forte passione che la attanaglia al ripudio da parte de marito; Carlo Magno stesso, che si propone come difesa e garanzia del Papa contro i Longobardi.

Una raffigurazione della morte di Ermengarda, distrutta dal dolore causatole dall'abbandono da parte di Carlo Magno, suo promesso sposo. 
Ciò che sorprende in questo testo, oltre al vero storico, è la forza tragica della contrapposizione tra i personaggi politici - Desiderio e re Carlo - e quelli ideali - Adelchi e Ermengarda. 
Questi ultimi sono inadatti a vivere nel mondo, schiacciati dalle passioni romantiche dei loro animi e cercheranno una soluzione nell'aldilà, letto come via di fuga dalla corruzione terrestre.
Il testo presenta dialoghi carichi di tormento, passioni, emozioni e sfavilla per la scelta accurata dei termini linguistici da parte dell'autore. Manzoni erige dunque Adelchi ad eroe romantico, come tale è anche il fascino in cui si stagliano la figura ed il destino infelice dell'eroe manzoniano, che sarà condannato alla sofferenza e all'infelicità a causa dei suoi medesimi ideali.


Tuttavia, come si nota nell'atto III, egli non è un ribelle come altri personaggi del romanticismo: non sfida il padre, a differenza degli eroi alfieriani, non si occupa di politica, al contrario di Jacopo Ortis - alter ego di Ugo Foscolo - e non si oppone nemmeno a norme civili o alla ragion di Stato.


Il mio cor m'ange, Anfrido: ei mi comanda 
Alte e nobil cose; e la fortuna 
Mi condanna ad inique; e strascinato 
Vo per la via ch'io non mi scelsi, oscura, 
Senza scopo; e il mio cor s'inaridisce,
Come il germe caduto in rio terreno, 
E balzato dal vento.

 (Adelchi, III, 1)

Una raffigurazione medievale di Adelchi in quanto personaggio storico: non ha saputo vincere contro Carlo Magno e la sua casata finirà con lui, un eroe romantico e cristiano, medievale che è passato comunque alla storia, sebbene sia stato sconfitto.
Il rifiuto di Adelchi della contemporaneità che vive si intravede solamente nell'interiorità che balena in qualche sporadico dialogo della tragedia, secondo appunto le norme del cristianesimo medievale, che presupponeva taciti lamenti e dolori soppressi. È una vittima del proprio tempo a tutti gli effetti, quindi si pone come una delle figure che viene prediletta da Manzoni nella rinnovata letteratura: è nella morte il riscatto di un cristiano, poiché attraverso essa ci si può finalmente inoltrare in una dimensione immune dalla degradazione dell'esistenza storica.

Il tipico conflitto romantico tra ideale e reale, nella prospettiva religiosa del Manzoni, si risolve dunque nell'ordine dell'eterno: in una vita nuova gli uomini e le donne del "volgo disperso che nome non ha" troveranno la propria agognata Patria.  


Al pio colono augurio
Di più sereno dì.

(coro atto IV)



Di: Anna Maria Vantini

Fonti:

- A. Manzoni, Adelchi, Garzanti, Milano, 2000
- M. Gorra, Manzoni, Palumbo, Palermo, 1962
- E. Sala Di Felice, Il punto su Manzoni, Laterza, Roma-Bari, 1989
- B. Croce, Alessandro Manzoni. Saggi e discussioni, Laterza, Bari, 1930
- R. Amerio, Alessandro Manzoni filosofo e teologo, Torino, 1958
- A. R. Pupino, Manzoni. Religione e romanzo, Salerno, Roma, 2005

sabato 21 luglio 2018

Calcio e storia politica: il caso Mario Mandžukić

Quest'oggi parliamo di calcio. Ma non con l'atteggiamento nazional-popolare con cui siamo soliti seguire le principali trasmissioni televisive su uno degli sport più seguiti del mondo.


Il protagonista di oggi è il calcio in relazione alla storia politica contemporanea.

Anzi, ultra-contemporanea verrebbe da dire, dato che stiamo parlando di un fatto accaduto solamente nel novembre di sei anni fa. I protagonisti di questa storia sono Mario Mandžukić, attaccante croato attualmente sotto contratto alla Juventus e con un palmarès di tutto rispetto, e lo svizzero di origini kosovare Xherdan Shaquiri, entrambi in forza al Bayern Monaco nella stagione 2012/13.

La partita in questione è Norimberga-Bayern, disputata il 17 novembre 2012 e valevole per la 12° giornata del campionato tedesco di Bundesliga. Al termine dei '90 minuti il risultato sul tabellino sarebbe stato di 1-1 ma, quando Mandžukić porta sul temporaneo vantaggio il Bayern, succede qualcosa di molto particolare.


I due attaccanti esultano per la marcatura e si rivolgono alla curva in festa; in particolare, Mario Mandžukić omaggia i propri sostenitori con un gesto che ricorda da molto vicino il saluto romano tipico della tradizione fascista ustascia. Shaquiri si limita a far il saluto romano.


Per quale motivo?

Per comprendere il comportamento dei due giocatori è necessaria una premessa. Il giorno precedente, il 16 novembre, il Tribunale penale internazionale (TPI) dell'Aja aveva assolto i due generali croati Ante Gotovina e Mladen Markac dall'accusa di crimini contro l'umanità e crimini di guerra contro la popolazione serba durante l'Operazione Tempesta del 1995.

La sentenza riceve un'accoglienza euforica in Croazia perché si tratta di una vera e propria svolta comportamentale: dopo l'estradizione all'inizio degli anni 2000 e la condanna in primo grado nel 2011, ora, dopo la sentenza del 16 novembre, l'esercito croato e i suoi generali non vengono più giudicati responsabili per le operazioni di pulizia etnica contro la minoranza serba.


Una sentenza storica. Alla luce di questa spiegazione il comportamento di Mario Mandžukić e Xherdan Shaqiri assume una connotazione completamente diversa.
Il rapporto tra sport e storia politica è sempre stato molto forte: in particolare, lo studio e l'analisi storiografica dei regimi dittatoriali della prima metà del '900 - comunismo, fascismo e nazismo - fornisce un'indicazione interessante perché è proprio in quel preciso contesto storico che nasce l'esigenza di fornire una rappresentazione del potere che sia autentica e autorevole, e lo sport funge in maniera perfettamente identitaria a questo ruolo.

Il calcio, in quanto sport nazional-popolare maggiormente diffuso in Europa, non è una semplice attività agonistica con ventidue persone che corrono dietro a un pallone, ma un modo di essere e di vivere la propria storia e le proprie tradizioni.


Di: Guglielmo Motta

Fonti:

http://www.repubblica.it/ultimora/sport/CALCIO-GERMANIA-MANDZUKIC-NELLA-BUFERA-PER-SALUTO-ROMANO/news-dettaglio/4258543
https://www.giornalettismo.com/archives/2002298/mario-mandzukic-saluto-nazista

domenica 15 luglio 2018

Populismo: due casi storici in Brasile e Argentina

Il populismo è un fenomeno complesso e mutevole, non facilmente identificabile con una fazione politica a destra o a sinistra. In qualche modo il populismo trascende il classico spartiacque del panorama politico, lo supera, va oltre e mira solamente a conquistare consensi raccogliendoli da ogni parte indistintamente. Oggi il termine è utilizzato con accezione negativa per dipingere movimenti con programmi elettorali che non sembrano avere alcuna precisa direzione, eppure il termine all’origine non era necessariamente dispregiativo, anzi, segnava un vero e proprio cambio di rotta nel modo in cui si governava uno stato. Fino ai primi del 900 infatti, al governo di qualsiasi democrazia, si ritrovavano fondamentalmente dei partiti di notabili ovvero dei partiti di rappresentanza individuale, in un contesto di partecipazione a suffragio molto ristretto , partiti borghesi-aristocratici, composti da individui altolocati, e di notevole influenza. Fu solo con il subentrare delle masse nella scena politica e il progressivo allargamento del diritto di voto, che la questione dovette cambiare. In alcuni paesi il processo fu più graduale e ben guidato, in altri invece fu un momento di vera e propria rottura con il passato, spesso a seguito di un grande evento che facesse perdere la fiducia nella classe politica e che quindi indirizzasse il consenso delle masse verso nuovi movimenti e nuove figure. Ci sono a tal proposito, due casi di significativa importanza in America Latina, il Brasile e l’Argentina dove salirono al potere due figure che gli storici classificarono in seguito come populiste.


La crisi internazionale degli anni 30 si era diffusa anche nei paesi dell’America Latina attraverso il commercio internazionale. L’esportazione di materie prime aveva subito un drastico tracollo oppure avevano incontrato i dazi dei paesi esteri non più disposti a favorire il libero commercio. Essendo l’economia del continente latinoamericano prevalentemente basata sull’ esportazioni di materie prime, l’intera economia di questi paesi era stata messa in ginocchio. In particolare il Brasile aveva visto diminuirsi l’esportazione di caffè di cui era il maggior produttore. La crisi aveva messo in ginocchio non solo l’economia, ma anche la legittimazione dell’intero modello politico liberale che si era dimostrato incapace di salvaguardare il paese dalla crisi e dalla disparità sociale non essendosi prodigato abbastanza per includere le masse nella vita politica e nella vita dello stato.

 In questo contesto nasce il movimento populista che attraverso l’obiettivo d’includere le masse nella vita politica, si ispira ai fascismi europei come l’ Italia e il Portogallo di quegli anni per adottare un tipo di modello sociale corporativista che potesse essere in grado di eliminare la conflittualità sociale tra classi in favore di una visione organica della società vista come un corpus unico pronto alla collaborazione per il superamento della crisi. Già la chiesa cattolica aveva formulato da sempre una visione simile della società e l’aveva tradotta in politica con l’enciclica della rerum novarum del 1891 e l’enciclica sul lavoro del 1931. Il populismo inoltre si basava sullo stretto rapporto tra la massa e il capo carismatico, rapporto creatosi grazie ai moderni sistemi di comunicazione di massa come la radio e il cinegiornale. Nel 1930 quindi in Brasile divenne presidente Getúlio Dornelles Vargas grazie ad un importante programma di welfare state, di assistenza alle popolazioni, di politiche del lavoro. Il largo interesse di Vargas nei confronti delle classi sociali meno abbienti gli valsero un grande consenso e le sue politiche interventiste dal punto di vista economico con le nazionalizzazioni delle imprese inaugurarono un intervento dello stato in economia come mai era avvenuto prima nella storia del Brasile.

Getúlio Dornelles Vargas
Nel 1937 Vergas diede il via all’Estado Novo, un programma politico con il quale esautorava il parlamento e amplificava l’interventismo nell’economia e le politiche sociali, oltre che limitare la libertà di stampa. Fondò inoltre due partiti: il partito dei lavoratori e il partito socialista, questi erano gli unici partiti tollerati. Vargas invece che avvicinarsi ai fascismi europei, strinse rapporti con gli Stati Uniti e nel periodo della seconda guerra mondiale dichiarò guerra all’asse nel 1942, abbastanza precocemente rispetto ad altri paesi latinoamericani. Nel 1945 Vargas venne cacciato e si ripresentò alle elezioni presidenziali nel 1951, vincendole. Presentò il suo programma di nazionalizzazione di compagnie petrolifere lasciando però una forte compartecipazione straniera, fattore che suscitò molte critiche nei suoi confronti e alla fine venne messo in minoranza fino a quando si suicidò nel 1954. L’operato di Vargas non modificò sostanzialmente l’economia brasiliano incentrata sostanzialmente sul settore primario.

In maniera simile in Argentina, a seguito della crisi economica degli anni 30 si verificò uno stallo politico che durò fino al 1943 quando alla fine un gruppo di militari prese il potere con un pronunciamiento.  Di questa junta faceva parte Juan Domingo Perón il quale rivestiva ruoli laterali ma non marginali nei vari governi che si susseguirono, fino a quando nel 1946 diventò presidente. I militari tentarono di arrestarlo ma quest’ultimo riuscì ad  impedirlo grazie al forte sostegno delle masse. Anche Perón fu considerato un esponente del populismo politico in quanto attraverso una larga redistribuzione delle ricchezze, una politica sociale di welfare e una concezione corporativista della società, guadagnò forte consenso tra la popolazione. La sua vicinanza ai fascismi europei e la tardiva dichiarazione di guerra all’asse gli alienarono le simpatie degli Stati Uniti e gli procurarono notevoli pressioni in tal senso. La moglie di Perón, Eva, ebbe un ruolo altrettanto importante nella politica del marito. Essa costituì il volto più popolare del regime convogliando le simpatie del popolo grazie al suo impegno sociale. Oltre alle numerose politiche sociali messe in campo, Perón creò un sindacato e lo incluse nelle istituzioni dello stato elevandolo ad unico interlocutore con lo scopo di eliminare la conflittualità sociale, in linea con il corporativismo.

Juan Domingo Perón e Isabel Martínez

Nel 1952 la moglie Eva morì di tumore e nello stesso anno Perón vinse nuovamente le elezioni. Il regime si basava sul binomio militari e chiesa. I militari rivestirono numerosi ruoli di rilievo nel governo, mentre la chiesa oltre a condividere le posizioni anti liberali e anticomuniste di Perón, venne privilegiata della reintroduzione dell’insegnamento della religione nelle scuole. I rapporti con la chiesa si incrinarono solo quando Perón inserì il giustizionalismo come insegnamento scolastico sfavorendo l’insegnamento del catechismo. Il giustizionalismo era un modo per Perón di indottrinare la gioventù, legandola al suo regime in maniera non diversa da come il fascismo in Italia o il nazismo in Germania organizzavano la gioventù per educarla ai loro valori. I tre cardini del peronismo erano costituiti dall’indipendenza economica, la sovranità nazionale e la giustizia sociale. Oltre ad essere il peronismo un movimento fortemente nazionalista era assolutamente anti imperiale e mirava a sganciare l’Argentina dalla dipendenza economica delle potenze straniere attraverso il modello ISI di industrializzazione sostituiva delle importazioni. La necessità di capitali comunque, portò il peronismo a riaprire il paese ai capitali esteri. Nel 1955 Perón fu cacciato e costretto a fuggire all’estero da un colpo militare, trovando rifugio nella Spagna franchista. 
Ma il destino di Perón e dell’Argentina si sarebbero presto rincrociati, dimostrando come gli effetti della crisi degli anni 30 avessero definitivamente sancito la sfiducia per gli argentini nei confronti della politica e trovando conforto solo nella figura di líder carismatico. Nel 1955 infatti, il peronismo venne messo al bando e il partito venne escluso dalla vita politica, sopravvivendo però nel sindacato ancora fedele all’ex regime. Nel 1962 il peronismo venne riabilitato e un esponente di questo partito vinse le elezioni ma i militari rovesciarono nuovamente il governo mantenendo il potere fino al 1973 quando la giunta militare concesse nuove elezioni che però vennero nuovamente vinte da un peronista che si adoperò immediatamente per far tornare dall’esilio Perón. Il paradosso del populismo è qui evidente in quanto in quegli anni, il partito fosse formato da una fazione più conservatrice e corporativa storicamente di destra e una più popolare e di sinistra vicina alla guerriglia comunista presente in Argentina dei Montoneros. Nel 1974 però, Perón muore e Isabel Martínez, sua terza moglie, diventa presidente fino a quando nel 1976 i militari attuano un ennesimo colpo di stato instaurando un regime militare e una piena dittatura destinata a durare per molti anni.


Molti dei partiti oggi letteralmente accusati di populismo, sono in parte simili ai due casi analizzati in questa trattazione ma anche profondamente diversi. C’è da chiedersi piuttosto –in una riflessione finale – se veramente il populismo mira al risolvimento dei problemi delle masse o se invece mira al raccoglimento di consensi attraverso un rapporto nuovo e privilegiato con quelle masse, tenendo conto ugualmente di meriti e demeriti del fenomeno che gli storici possono e potranno studiare. 


Di: Cristiano Rimessi

Fonti:
Web

giovedì 12 luglio 2018

L'incidente di Vermicino e la diretta social: storia di un fenomeno

Siamo di fronte a una svolta. Ci troviamo davanti a uno di quegli eventi su cui, tra qualche anno, si rifletterà e si scriverà in termini storiografici: il mondo ha assistito in diretta a una delle operazioni di salvataggio più complesse del XXI secolo.


Stiamo parlando del gruppo di tredici compagni di squadra, tra cui anche l’allenatore, i quali – a causa delle piogge monsoniche e della crescita improvvisa del livello dell’acqua – sono rimasti bloccati nelle grotte di Thuam Long, nella provincia thailandese di Chiang Rai. Il mondo ha assistito con il fiato sospeso alle operazioni di salvataggio dei ragazzi, che alla fine si sono concluse positivamente: i principali siti di informazione hanno costantemente tenuto monitorata la situazione (dalla BBC al Corriere della Sera) e si è potuto seguire su tutti i social network ogni istante di quella che è stata definita “l’operazione che il mondo non dimenticherà mai”.


Tuttavia, negli occhi degli italiani torna alla mente un ricordo, risalente a 37 anni fa quando, nel piccolo paesino laziale di Vermicino, si consumò una tragedia che avrebbe fatto storia. Stiamo parlando dell’incidente che coinvolse il giovanissimo Alfredo Rampi, 6 anni, il quale cadde incidentalmente in un pozzo di recente costruzione e coperto da una lamiera.

Come per la Thailandia, le operazioni di salvataggio ebbero inizio immediatamente. Tra il 10 giugno e il 13 giugno 1981, un ampio numero di speleologi, vigili del fuoco, geologi e semplici soccorritori cercarono di dare il loro contributo per salvare la vita del piccolo Alfredo. Si trattò di un’operazione decisamente complessa: con un’imboccatura di poco meno di 30 centimetri e una profondità che oscillava tra i 60 e gli 80 metri, il pozzo si rivelò impraticabile a qualsiasi operazione di salvataggio, portando Alfredino alla tragica morte.

Ciò che però contraddistinse questo episodio fu la grande copertura mediatica, fornita dalla Rai, guidata in quel momento dal giornalista Villy de Luca. Si trattò in definitiva del primo grande evento di cronaca che gli italiani poterono seguire attraverso una diretta a reti unificate della durata complessiva di 18 ore.



Con una trama molto simile al film del 1951 diretto da Billy Wilder, “L’asso nella manica”, la vicenda di Vermicino rappresentò una svolta nella storia della televisione in Italia. È quindi possibile individuare un collegamento tra ciò che sta avvenendo in queste ore in Thailandia e ciò che accadde nell’estate di 37 anni fa nel Lazio.

Siamo di fronte, in entrambi i casi, a un cambiamento del paradigma dell’informazione in senso globale: un costante aggiornamento social e informativo, oggi, e una diretta televisiva massacrante alla ricerca del minimo dettaglio, nel 1981. Tutto questo per rispondere a una delle esigenze principali della società moderna in cui viviamo: la sete di informazione.


Di: Guglielmo Motta

Fonti:
Web

domenica 8 luglio 2018

Semplicemente... Femen!

“Femen:” è un movimento di protesta ucraino fondato a Kiev nel 2008. Il movimento è divenuto famoso, su scala internazionale, per la pratica di manifestare in topless contro il turismo sessuale, il sessismo e altre discriminazioni sociali.” Una definizione semplicistica per una questione ben più complessa da rintracciare nelle ragioni storico politiche che radicano il loro senso tra le righe dell’indipendenza Ucraina e i complessi rapporti con la Russia, ma andiamo per ordine.

L’Ucraina ottiene l’indipendenza il primo dicembre 1991 grazie ai risultati del referendum sul consenso all’atto d’indipendenza, promulgato dal parlamento ucraino a seguito del fallito golpe di agosto – il cosiddetto putsch di agosto posto in essere da membri di spicco della politica russa timorosi delle incombenti novità poste in divenire dalle decisioni del presidente sovietico Mikhail Sergeevič Gorbačëv , il cui fallimento condurrà alla disgregazione dell’unione sovietica - che registrò un’affluenza pari al 90% dell’elettorato. Leonid Kravčuk, in qualità di primo presidente dello stato ucraino, indipendente e democratico, presenziò all’incontro di Alma Ata - la città più popolosa del Kazakistan – in cui assieme ai leader di Russia e Bielorussia firmò l’atto in cui si officia il dissolvimento dell’unione sovietica e la nascita della Comunità degli Stati Indipendenti.


Sulla lunga riga di un confine immaginario si opposero le ingerenze Russe, conseguenza della prolungata e claustrofobica politica di clausura posta dall’ormai remota unione sovietica, sulle questioni rimaste sospese con lo stato ucraino rimarcando una implacabile e quanto mai obbligatoria, tensione. Fino a giungere agli anni duemila e a quella che va ad inquadrarsi come la crisi del gas, passando, per una lunga e tragica inflazione portatrice di sperequazione economica e diffusa miseria delle classi medio basse. Nel 2006 si ripete, dunque, la crisi del gas, una che renderà palese l’avversione del Cremlino nei confronti del premier ucraino Juščenko le cui scelte politiche dirottano l’Ucraina sulla falsariga dell’Unione Europea ottenendo da quest’ultima lo status di economia di mercato, alienando, di contro, il governo di Mosca. Scelta che impone conseguenze catastrofiche sul piano economico data la dipendenza dalla Russia nella distribuzione dei rifornimenti energetici. Gazprom infatti, prende a tariffare il gas a prezzi di mercato, dapprima a 160 dollari, e a seguito del rifiuto ucraino, a 230 dollari ogni mille metri cubi di gas, un aumento che assume tutte le caratteristiche di un ostracismo di natura politica piuttosto che economica. Crisi che giungerà alle ultime battute soltanto nel 2006 allorquando si addiverrà ad un complesso accordo sugli acquisti dell’energia e le rispettive partecipazioni di entrambi gli stati, passando per due anni di ripercussioni e di stenti. Insomma, tra accuse e rincari, a pagarne gli scotti è il popolo meno abbiente schiacciato dalle mire dei poteri forti. Affamato al punto da vendere la propria pelle pur di non soccombere agli stenti e alla vita magra profferta per l’ottenimento del nulla, profferta per l’ottenimento potenziale di un’invasione di promiscui venditori di fumo, pronti ad illudere e profittare dei bisogni primigeni di un popolo stremato dalla fame.


Poco a poco, ecco a voi che si profila il quadro di una situazione alienante per il più debole e di profitto per chi ha un vasto potere economico, uno che spinge i più a perdere qualsivoglia forma di dignità per il sostentamento della famiglia. Il fenomeno Femen, dunque, si inserisce in un quadro socio politico, complesso e denigrante, al confine tra la rinnovata apertura agli stati d’occidente, e il radicato legame con il passato, uno che impone misoginia e clausura delle istituzioni tali da impoverire una figura di donna rinnovata e bramosa di diritti. Un fenomeno che impone un cambiamento nell’ideologia patriarcale, che smaschera le brame infime di una società pronta a trarre profitto dal turismo sessuale, nonché dalle discriminazioni di medesima natura.

Semplicemente… balocchi e fiocchi di neve, mani dalla diafana pelle, capelli color del grano occhi color del cielo d’estate, e poi la fame, una sconvolgente fame che riduce le interiora al brulichio di ciò che si distorce dal di dentro...


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mercoledì 27 giugno 2018

La scissione di Palazzo Barberini

I rapporti tra USA e URSS si aggravarono nel corso del 1946 e, progressivamente anche in Italia, iniziarono a sentirsi le ripercussioni della Guerra Fredda e la conseguente divisione in zone geografiche di influenza. In Italia l’unione dei partiti antifascisti rifletteva sul piano interno l’alleanza internazionale tra i paesi che avevano combattuto il nazismo. In questa situazione particolare, le ripercussioni maggiori, oltre alla fine del governo tripartito, si ebbero nel Psiup, un partito che faceva da cerniera nella maggioranza, che componeva il governo tripartito formato dalla Dc, dal Pci e dal Psiup. Le tensioni internazionali contribuirono in breve tempo al deterioramento dei rapporti fra i partiti filoccidentali e filosovietici, costringendo il Psiup ad una scelta di campo.


Oltre alla situazione internazionale il Psiup aveva dei problemi interni: infatti già dalla sua fondazione era nato da diverse correnti che si organizzarono attraverso riviste di dibattito fin dai primi mesi del dopoguerra. Alcune di esse provenivano da tradizioni socialiste dell’Italia prefascista come “Quarto stato” , rivista che negli anni prefascisti era stata diretta da Pietro Nenni e Carlo Rosselli, altre invece ,si erano formate da tradizioni diverse.

I due punti percentuali in più che il Psiup aveva ottenuto rispetto al Pci nelle elezioni del 2 giugno 1946 non rispecchiavano una maggiore vitalità politica. Il Psiup era un partito diviso al suo interno; infatti, era nato nel 1943 dalla confluenza tra il Psi e Mup di Lelio Basso. In quella fase erano già emerse due tendenze: quella maggioritaria che voleva un' alleanza organica con i comunisti e una minoritaria socialdemocratica che aveva idee molto chiare sulla natura totalitaria dell’Urss. Il risultato del 2 giugno riempì di orgoglio i socialisti, tanto che Saragat propose per l’organo ufficiale l’ “Avanti!” il titolo: “Grande vittoria socialista”, ma venne rifiutato da Nenni in quanto poteva irritare i comunisti poiché considerato poco untario.Contro questa scelta di campo del Psiup, e l’annullamento di ogni ruolo autonomo del partito socialista rispetto al Pci, nella rinata democrazia italiana, si levò Giuseppe Saragat.
Questa scelta. di campo favorì nella seconda metà del 1946, un aumento delle polemiche all’interno del Partito socialista di unità proletaria, che scavò un solco profondo tra le diverse correnti.
Queste tensioni politiche ebbero ripercussioni dirette sull’organizzazione del partito, infatti gli entusiasmi in seguito al 2 giugno del 1946 svanirono, lasciando posto alle spinte centrifughe che portarono molti militanti a lasciare le sezioni. Questa crisi del partito ebbe delle ripercussioni anche sulle elezioni amministrative del novembre del 1946, tanto da determinare il ridimensionamento del Psiup.


Il clima interno al partito era diventato insostenibile e, ormai, tutti i maggiori esponenti concordavano sulla necessità di trovare una soluzione anche se estrema. I fattori che portarono a questa situazione furono sia organizzativi che politici fino a portare la direzione del Psiup alla decisione di convocare un Congresso straordinario. Le correnti favorevoli all’alleanza con il Pci si unirono in un’unica mozione guidata da Basso e Nenni, mentre le altre due correnti autonomiste quella guidata da Saragat e del movimento giovanile presentarono due mozioni diverse concordando però su un’azione comune. Nel dicembre del 1946 i congressi locali si svolsero in un clima di scontro frontale e, a fine dicembre, le assemblee locali diedero un netto vantaggio alla mozione di Nenni e alle correnti di sinistra con oltre il 65 % dei delegati.

La mozione di Nenni e Basso si dimostrò meglio organizzata di quella di Saragat e in questo clima la corrente di Saragat iniziò a pensare all’ipotesi più estrema quella della scissione per evitare una sopraffazione delle correnti di sinistra. L’idea della scissione del Psiup era così diffusa, che il 31 dicembre del 1946 Nenni concludeva il suo diario con questa nota: « Siamo a pochi giorni dal congresso di Roma e il successo si delinea ormai sicuro con margine del 65 o 70 per cento di vantaggio. Per il grande lottatore che io sono è un bel successo, ma c’è l’ombra della scissione e mentirei a me stesso se non confidassi almeno a questo foglio che sono stanco e l’amarezza prevale sulla gioia».

Il 9 gennaio del 1947 in un clima infuocato con i delegati che contestavano e impedivano agli oratori di compiere i loro interventi, si aprì alla Città universitaria di Roma il XXV Congresso del Partito socialista . In questa situazione si consumò la scissione, Saragat dopo un discorso durissimo abbandonò il congresso per riunirsi con alcuni suoi seguaci a Palazzo Barberini, dove fondò il Partito socialista dei lavoratori italiani. I dirigenti che erano rimasti nella Città universitaria decisero di chiamarsi nuovamente con il nome di Psi e Lelio Basso venne eletto segretario.
Con questa scissione il socialismo italiano si trovò diviso in due partiti, questo determinò una perdita di forza rispetto allele elezioni del 2 giugno 1946 data in cui era diventato secondo partito nel Paese
Nel suo diario Pietro Nenni sintetizzava così la situazione: «Cosa è stato per me il 1946? Nella vita pubblica l’anno dell’avvento della Repubblica. Nella vita del partito un anno duro, di aspre lotte, di tensione continua, di battaglia su molteplici fronti. Comunque un anno di grossi successi oltre che di grosse difficoltà che si chiude con attacchi violenti della destra socialista e della destra borghese contro di me.»


Di: Sunil Sbalchiero

Fonti:
G. Bedeschi, La prima repubblica, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2013
M. Donno, Socialisti democratici, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009
P. Mattera, Storia del Psi, Carocci, Roma 2010
P. Nenni, Tempo di guerra Fredda . Diari 1943-1956, Sugarco edizioni, 1981

sabato 23 giugno 2018

America Latina: Le ragioni storiche del sottosviluppo

L’America Latina come realtà sociale politica ed economica è assai complessa e caratterizzata da molteplici sfaccettature. Da un punto di vista di storia globale, tutto il processo di colonizzazione di quest’area del mondo e la sua successiva evoluzione nei secoli rappresenta un caso alquanto particolare verificatosi solo in poche altre zone del globo. Per quanto possa essere relativo come termine, l’America Latina viene considerata parte del mondo occidentale tanto che un noto studioso di storia dell’America Latina, Carmagnani, intitola una sua opera proprio “L’altro Occidente” riferendosi a quest’area del pianeta. Senza entrare nella diatriba terminologica sul significato di termini come occidentale o orientale e a quel che si riferiscono ampiamente discusso dal filone critico iniziato da Said nel suo “Orientalismo”, si vuole qui porre un altro tipo di interrogativo.


Se quindi si accetta una comune appartenenza culturale tra l’America Latina e il resto del mondo occidentale, viene spontaneo chiedersi come nella storia possano essersi sviluppate delle così abissali differenze tra questi due mondi oltre che sul piano inevitabilmente sociopolitico ma anche e soprattutto su quello economico. L’America Latina ad oggi risulterebbe –compiendo un’ampia generalizzazione che si provvederà più avanti a sfatare – uno delle zone del mondo occidentale ancora in via di sviluppo e non pienamente industrializzata. Chiedersi quali siano i motivi di questa differenza empirica tra America Latina e resto dell’occidente, può diventare compito dello storico se quest’ultimo si pone nella prospettiva di ricercare le origini del suddetto fenomeno. Una ricerca del genere –che approfondisce le motivazioni di un ritardo economico nel passato di un gruppo di nazioni – non ha l’intenzione o l’ambizione di univocità e completezza, bensì intende aprire una finestra e offrire una prospettiva diversa al pubblico nell’ottica di informare riguardo una tematica spesso poco presa in considerazione, dando troppo frequentemente per assodato l’arretratezza economico di un settore del mondo decontestualizzandolo dalla sua storia. L’America Latina non è sempre stata come appare oggi semplicemente guardando una cartina geografica. Successivamente alla scoperta del continente americano, gli spagnoli colonizzarono l’attuale area caraibica, del Messico e del Perù espandendosi in tutto il continente e lasciando il Brasile ai rivali portoghesi grazie all'intermediazione delle bolle papali.


La colonizzazione consistette quindi nella creazione di un vero e proprio sistema sociale ed economico da applicare in un nuovo territorio. Ovviamente questo tipo di sistema non poteva che ispirarsi a ciò che i colonizzatori già praticavano in patria in quell’epoca. L’effetto fu quindi una specie di esportazione del sistema sociale spagnolo in America con tutte le ovvie particolarità che vennero combinandosi. Occorre soffermare l’attenzione proprio sulla società coloniale per ricercare le prime tracce di quello che fu un difficoltoso processo di modernizzazione che avvenne più tardi. Il crearsi di una élite economica paragonabile all’aristocrazia europea fu proprio un elemento di disturbo di quel processo.

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giovedì 21 giugno 2018

1938: L'anno zero!

Trieste anno 1938,
tutto uguale, mi pare! Il mare cristallino, il sole alto nel cielo, e fa ancora caldo. Sì, fa caldo! Mangio il gelato con il mio amico Aldo, stamane è meno allegro degli altri giorni, qualcuno ha detto che insieme non si può più giocare, ma io non credo che sia illegale mangiare il gelato. Guardate non stiamo giocando! Aldo mi dice che neppure il gelato si può più mangiare insieme. Aldo se ne va... Aldo non andare! Aldo, non ti vedrò più? ...



Trieste 18 settembre 1938,
piazza Unità d'Italia Benito Mussolini propone nella sua sintesi più aulica, il contenuto di quelle che di lì a poco saranno identificate come leggi razziali, apponendo un sigillo alla libertà d'essere al mondo con uno stato di natura contrario a quello prescritto dalla legge dell'uomo.

« È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l'opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l'indirizzo arianonordico. »

(La difesa della razza, anno I, numero 1, 5 agosto 1938, p. 2)

Francamente razzisti, come se l'esserlo fosse il valore aggiunto dell'italiano dell'era fascista, come se il peso di questo attributo non significasse svanire qualità umane e sogni. Perseguire umani per un'etichetta che li rende differenti, brillanti di una luce troppo sgargiante per non essere notati, una che di punto in bianco spalanca il sipario di un silenzio che fa di quegli italiani, che fino al giorno prima rappresentavano l'amico, il medico, il farmacista, l'insegnante, l'amante, nient'altro che ebrei. Troppo differenti dall'italiano insignito, per chissà quale assurda convinzione, nella categoria di ariano.



I fatti raccontano di un'Italia ansiosa di vantare le origini nobili della propria razza - razza mescolata, commista, e per questo arricchita di troppi sapori - nel manifesto sulla razza che fondava la propria ragion d'essere in motivazioni di natura scientifica, pubblicate in forma anonima nel luglio di quell'anno nel Giornale d'Italia. Di lì a poco sarebbe stato vietato:
  • il matrimonio tra ebrei e italiani
  • un ariano assunto in qualità di domestico in casa di ebrei
  • per un ebreo assumere cariche pubbliche
  • per un ebreo lavorare in istituti bancari
  • trasferirsi in italia
  • perdita di cittadinanza da parte di tutti quegli ebrei introdotti in Italia in data posteriore al 1919
  • svolgere professione di notaio
  • svolgere professione di giornalista
  • per i giovani ebrei, non convertiti al cattolicesimo, di iscrizione nelle scuole pubbliche 
  • per le scuole medie adottare testi ai quali avessero collaborato ebrei
Era vietato per un insegnate ebreo insegnare indistintamente, furono istituite scuole apposite per soli ebrei, era vietato quel vivere civile che li rendeva parte di una comunità era vietato. VIETATO!



Cosa resta di questa triste storia, uno spirito di negazione che porta la nostra coscienza ad escludere d'essere stati crudeli ed ingiusti, o la cognizione del precedente che ci impone di non ripercorrere gli stessi passi perseguendo impronte scalfite in una terra pregna di sangue ? Un passato che freme le ossa dei dipartiti imponendo una eco di ravvedimento rispetto a quei corsi e ricorsi storici  di Vichiana memoria, che imperturbabili invadono le bocche di coloro i quali  per meriti qualunquistici colpiscono alla pancia invece che al cuore, istigando all'odio anziché alla comprensione, abbandonando, inesorabilmente, le coscienze ad un'univoca domanda: "Dove stiamo andando?"


Il mio gelato si scioglierà, assieme ai  sogni  immersi nelle nuvole di un'infanzia che non tornerà. Chiuso nel buio del mio silenzio terrò nel cuore un amico, i suoi sorrisi, i miei, e i balocchi che terrò sepolti nel giardino che ci vedeva bambini ...



Di: Anna Di Fresco

Fonti:
http://www.raiscuola.rai.it/articoli-programma-puntate/le-leggi-razziali-del-1938-storie-e-testimonianze-gli-ebrei-e-litalia/8119/default.aspx
1938. I bambini e le leggi razziali in Italia - curatore B. Maida - Giuntina edizioni 
Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia - autore Enzo Collotti - La Terza edizioni
 Norme integrative del Regio decreto–legge 17 novembre 1938-XVI, n.1728, sulla difesa della razza italiana
 
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