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sabato 18 novembre 2017

Quando le gerarchie ecclesiastiche intervenivano nella politica: Il caso di Wladimiro Dorigo

Il 1 luglio 2016 è ricorso il decennale della morte di Vladimiro Dorigo che, oltre ad essere stato uno dei maggiori storici dell’arte – specializzato in arte veneziana - è stato anche un politico e direttore dell’organo locale della Democrazia cristiana. A decorrere dal 1953 era nella direzione romana del Popolo, l’organo ufficiale della Democrazia Cristiana e successivamente Direttore del “Popolo del Veneto”.  Prima del passaggio ufficiale all’attività politica, era stato a Roma nel periodo dello scontro tra Gedda e Carretto e poi tra Gedda e Rossi, riguardo ai comitati civici e sul ruolo dell’Azione cattolica che, secondo Carretto, doveva avere solo un ruolo religioso e non politico.
 Dorigo arrivò ad avere un ruolo importante nella DC veneziana con il Congresso provinciale che si svolse il 28 marzo del 1954, dove vennero presentate tre mozioni. La prima di queste tre mozioni il cui primo firmatario fu l’ing. Tonolo, si chiamava “rinnovamento”, dove figura Gagliardi; la seconda, il cui primo firmatario fu il prof. Orcalli, era “unità e potenziamento del territorio”. La terza mozione era stata presentata da Nerino Cavallari ed era rimasta senza eletti nella direzione provinciale, che riconfluì nella corrente unitaria della sinistra DC di Venezia. Il congresso provinciale portò a una larga vittoria della corrente di sinistra in cui emerse la figura di Gagliardi, che prese circa l’80% dei consensi.
La vittoria al Congresso provinciale della sinistra DC portò ad un cambiamento molto importante anche nella direzione dell’organo del partito locale il “Popolo del Veneto” fondato da Pietro Lizier nel maggio del 1945.

Le premesse di questo passaggio di consegne prevedevano che al cambio di segreteria provinciale corrispondesse il cambio di direttore del giornale. A questo si aggiunge un promemoria fatto da Vistosi, che era l’incaricato provinciale alla stampa. Nel promemoria aveva individuato alcuni punti di debolezza nella direzione del giornale, nel periodo in cui era stato guidato da Lizier, ovvero la mancanza d’incidenza nell’opinione pubblica.

La scelta di Dorigo come direttore del Popolo del Veneto non è casuale: era nella direzione romana del Popolo dal 1953, mentre dal 1947 al 1953 era stato direttore dell’ufficio stampa e dell’Ufficio studi della presidenza centrale della GIAC. Durante la sua direzione il Popolo del Veneto aumentò la diffusione passando da 1000 abbonati a 5000: in questo periodo aumentarono anche i collaboratori esterni con figure come Galloni; Scoppola; Moro; Granelli.

Il 16 luglio Lizier aveva anticipato il cambio di direzione in un articolo dal titolo “Congedo”. Il passaggio di consegne avviene nell’estate del 1954 con il numero del 23 luglio in cui l’articolo di fondo dal titolo Continuità è diviso in due parti, scritto a quattro mani da Lizier e Dorigo. Il titolo dell’articolo è significativo perché pur essendoci un periodo di contrasto tra due generazioni, si offre dare l’idea ai lettori di una continuità del periodico. Nella prima parte emergono le motivazioni di questo cambiamento alla direzione del giornale. Si sofferma sulla diversità di visioni rispetto al nuovo corso e sostiene che l’informazione politica e la propaganda devono avvenire in sintonia con la segreteria provinciale. La seconda motivazione consisteva nell’idea che il giornale si sarebbe rinvigorito dall’apporto di nuove e giovani energie, che avrebbero fatto da mediatori tra la politica e la provincia.

La parte di Continuità scritta da Dorigo è il manifesto delle idee della nuova segreteria provinciale del partito e quindi anche della nuova direzione del giornale. Non scrive di una nuova battaglia, ma di una rinnovata battaglia, da questo si capisce che la nuova direzione del giornale, pur distinguendosi dalla precedente.

La linea della nuova direzione del Popolo del Veneto è quella di una forte critica alla linea del partito imposta dalla maggioranza e del quadripartito prima del congresso di Napoli e sembra in linea con le correnti di sinistra della DC - Iniziativa Democratica e La Base. Questo si vede in molti articoli apparsi sul Popolo del Veneto come quelli di Dorigo e Nicola Pistelli. Questo succede perché a partire dal 1955 si ebbero dei contatti con il gruppo lombardo erede di “La Base” e di “Prospettive”: Dorigo e altri esponenti della DC veneziana entrarono nella corrente Sinistre di Base, il cui momento fondamentale fu l’incontro a Mestre nel maggio del 1955 relativo ai Patti agrari sostenuto anche dal “Popolo del Veneto” e “Prospettive”.

Questo dimostra come la nuova linea del giornale diretto da Dorigo sia all’avanguardia nel dibattito nazionale di quel periodo ed emerge sia nelle critiche fatte alla segreteria nazionale della DC e dall’insistenza con cui si discute della necessità dell’apertura a sinistra.
In questo contesto Dorigo e la DC veneziana sono i primi a formare una giunta che apriva a sinistra:  nella città lagunare il 9 luglio del 1956 si arriva ad una prima Giunta aperta a sinistra, cioè una maggioranza composta dalla DC e dal PSDI on l’appoggio esterno concordato con il PSI.
Questa posizione della DC veneziana, e in particolare di Dorigo, portò la direzione nazionale e la gerarchia ecclesiastica nazionale e veneta, a non restare inattive, anche perché l’intervento di Dorigo a favore di Marchetti, Chiarante, Boiardi e Zappulli favorì la cessazione di Prospettive e i quattro membri di spicco di questo giornale vennero espulsi dalla Dc nella direzione nazionale dell’8 luglio 1955.

Si era accesa, nei confronti di Dorigo, una forte critica e favorito un primo scontro con la gerarchia ecclesiastica. Considerato come inopportuno l’intervento di Dorigo, il clero  agì con la condanna pubblica del foglio dei suoi responsabili del mondo cattolico delle varie diocesi Venete. Tutto questo per evitare che le tesi di un’apertura a sinistra penetrassero in gran parte della DC e del mondo cattolico.

La polemica riprese nel momento in cui, dopo una tregua sul dibattito sull’apertura a sinistra che era durata alcuni mesi, iniziarono ad emergere le prime notizie del “Rapporto segreto” di Krusciov al XX congresso P.C.U.S. e il Popolo del Veneto iniziò a dare molto peso a questi avvenimenti, che venne ulteriormente amplificato dal discorso tenuto da Nenni al congresso di Torino. Dopo tali avvenimenti iniziò a muoversi la Curia romana, perché sembrava più vicina un’apertura ai socialisti e questo si vede dall’intervento fatto attraverso la lettera del 5 gennaio 1956, dove il card. Pizzardo - segretario della Congregazione del Santo Offizio - segnalò al card. Roncalli che l’indirizzo sociale e politico dato dal Popolo del Veneto era in netto contrasto con le direttive date dalla conferenza episcopale nell’incontro di Pompei. Roncalli a questo risponde che il Popolo del Veneto non era un quotidiano cattolico, ma un settimanale politico della DC e che esso rispecchiava le idee politiche della direzione provinciale. Il patriarca ha una linea di prudenza, infatti, non ritiene necessario elaborare un pensiero proprio, ma riafferma quello della gerarchia ecclesiastica.

Inoltre per le elezioni venne dato l’ordine ai comitati civici di non dare nessun voto a Dorigo.
Le elezioni del 27 maggio del 1957diedero 73.393 voti e 24 seggi alla DC, 41.022 voti e 13 seggi al PCI, 41.028 voti e 13 seggi al PSI, 13.877 voti e 4 seggi al PSDI, 10.028 voti e 3 seggi al MSI, 6.629 voti e 2 seggi ai liberali e infine 3.509 voti e un seggio al partito monarchico.

Le elezioni segnarono il successo della corrente “La Base”, quindi l’ordine dato ai comitati civici di un boicottaggio della candidatura di Dorigo ebbe solo il parziale effetto di farlo arrivare al quindicesimo posto su ventiquattro preferenze e le ingiunzioni non ebbero alcun effetto e si giunse all’apertura ai socialisti. Furono eletti tutti quei giovani che erano criticati dalla curia e dai comitati civici e che propendevano per un dialogo con i socialisti. Da questi risultati emergeva una situazione insuperabile con una maggioranza centrista, l’unica formula possibile era l’apertura a sinistra, anche se questo andava contro le indicazioni date in precedenza da Roncalli. Le trattative per formare la maggioranza furono lunghe e durarono fino al 6 luglio. Il 9 luglio al primo scrutinio venne eletta una giunta formata da 13 assessori DC, 2 del PSDI e l’appoggio esterno del PSI: così era nata la prima giunta con l’appoggio esterno del PSI.

Il card. Roncalli nel primo discorso rivolto ai consiglieri neoeletti sia comunali che provinciali, il 20 luglio alla santa messa, non fa alcun accenno all’apertura a sinistra e fa un discorso più generale sulla responsabilità. Solo il 12 agosto del 1956 c’è un primo e chiaro intervento sulle vicende politiche quando rivolge alcuni richiami e incitamenti al clero e al laicato e critica l’insistenza con cui alcuni dirigenti della DC, che favoriscono l’apertura a sinistra contro la netta presa di posizione delle più autorevoli gerarchie ecclesiastiche.

Questo documento di forte condanna non basta secondo le diocesi confinanti con quella di Venezia, tanto che il 21 agosto pubblicheranno un altro documento, in cui pur essendo d’accordo con il card. Roncalli aumentano la condanna sconsigliando la lettura del Popolo del Veneto e la sua diffusione specialmente tra i giovani. La condanna venne ancora amplificata allorché “L’Osservatore romano” non riportò totalmente le parole del messaggio di Roncalli, ma solo la parte dei richiami e quindi ne derivò una condanna completa per l’accordo raggiunto sul piano politico con i socialisti.
 Nel frattempo alla fine di luglio Dorigo aveva lasciato la direzione del Popolo del Veneto chiedendo di venire sostituito dal condirettore Gianfranco Vistosi, visto che si riteneva la persona maggiormente presa di mira, e desiderava quindi non creare maggiori imbarazzi alla segreteria provinciale anche se nei mesi successivi avvenne una spaccatura all’interno della stessa corrente tra Gagliardi e Dorigo.
Infine si può dire che il modello che proponeva con forza all’interno della DC Veneta Dorigo, nell’arco di pochi anni sarebbe diventato una formula di governo a livello nazionale, come l’unica formula di governo in grado di garantire stabilità e riformismo.


Di: Francesco Sunil  Sbalchiero

Fonti:
a (A cura di) Francesco Malgeri, Storia della Democrazia cristiana, VOLL.3, Edizioni Cinque Lune, Roma, 1987
-         Giovanni Vian, La voce di San Marco, Il Poligrafo, Padova, 2007
-         Amintore Fanfani, Diari, vol. III, 1956-1959, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2012
-         G. Baget-Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, Vallecchi, Firenze, 1978
-         Giancarlo Zizola, Giovanni XXIII, Editori Laterza, Roma-Bari, 2000
-         “Il Popolo del Veneto” (1954-1956)

mercoledì 15 novembre 2017

Seveso e la diossina: un disastro ambientale che si poteva evitare?

Nell’impianto chimico delle industrie ICMESA S.p.a (Industrie Chimiche Meda Società) - acquistato nel 1963 dal colosso farmaceutico Hoffman Roche - lavorano circa 170 dipendenti nel 1976, in gran parte residenti nei comuni limitrofi a Meda (circa 15 km da Milano). La produzione di 2,4,5-triclorofenolo - un intermedio dell’industria cosmetica e farmaceutica utilizzato come battericida e fungicida – procede senza intoppi ormai dal 1969, dando risultati più che soddisfacenti  all’azienda madre. Il 10 luglio 1976 la comune quotidianità di un normale e caldissimo giorno d’estate qualsiasi sarà scossa profondamente, precisamente alle 12:28 di quel maledetto sabato, la vita di migliaia di persone residenti nella Brianza cambierà per sempre. Da tempo si conoscevano i rischi, sia per la salute dei lavoratori sia ambientali, legati alla lavorazione del triclorofenolo e dei suoi derivati, e l’ICMESA, che da anni utilizzava un metodo di produzione non convenzionale – ovvero non attinente al brevetto – rendeva il rischio ancora più elevato. In particolare, erano le impurità prodotte da un eventuale aumento della normale temperatura di lavorazione (circa 150-160°) del triclorofenolo a destare preoccupazioni: il processo termico, infatti, dà vita alla diossina, un pericoloso composto chimico altamente cancerogeno per l’uomo e iperdannoso per l’ambiente.

Quel sabato mattina successe proprio quello che non ci si augurava succedesse. Il sistema di controllo del reattore principale, adibito al mantenimento della temperatura ideale per il triclorofenolo, andò in avaria e 10 minuti dopo, alle 12:37, dall’impianto di Meda fuoriuscì una nube tossica composta da diossina. Complice il vento, che in quella calda mattinata soffiava leggermente, la nube iniziò la sua espansione anche nei territori limitrofi allo stabilimento, arrivando alle porte del milanese, contaminando il terreno, le fonti idriche, gli animali, gli abitanti.


L’odore acre, o come la chiamavano i residenti intorno allo stabilimento “la puzza dell’ICMESA” era da anni una costante e, anche se quel giorno era più intenso, non fece allarmare la popolazione. L’allarme alle autorità fu lanciato dai funzionari aziendali solo il giorno seguente, ma senza specificare la vastità e la pericolosità del fatto, nonostante i dirigenti della Hoffman-Roche – dopo attenti e immediati prelievi in loco – erano già a conoscenza della presenza di diossina nel territorio brianzolo. La popolazione e le amministrazioni saranno tenute all’oscuro ancora per molti giorni prima che un allarme ufficiale sarà lanciato e intanto la salubrità degli individui continuava a essere messa a repentaglio. Anche la comparsa di numerose macchie rosse sulla pelle delle persone (acne clorica) non fermò la distribuzione di frutta e verdura proveniente dai terreni agricoli circostanti che continuò senza alcuna limitazione. I sindaci, infatti, di fronte alla mancanza di informazioni da parte dell’azienda, decisero di aspettare notizie più certe per agire, per non creare panico tra la popolazione, che, in ogni caso iniziò comunque a insospettirsi: le prime notizie su una possibile correlazione tra bruciore agli occhi e alla pelle e un eventuale disastro circolarono proprio grazie agli operai dell’ICMESA, alcuni dei quali erano stati presenti alla fuoriuscita tossica e che fortunatamente erano riusciti ad attivare l’impianto di raffreddamento per contenere i danni. Le preoccupazioni della popolazione stimolarono la stampa che, a una settimana dal disastro, finalmente iniziò ad occuparsi del caso, testimoniando con interviste e fotografie le tremende conseguenze in atto.

 
Il 20 luglio arrivò dalla ICMESA la pubblica conferma della presenza di diossina nella nube e autorità locali e Regione Lombardia si trovarono di fronte ad un disastro senza precedenti, tentando di salvare il salvabile, anche se la mancanza di conoscenze mediche precise riguardo gli effetti causati da un avvelenamento da diossina non facilitò il lavoro. Le amministrazioni agirono congiuntamente attuando prima un controllo sanitario radicale sulla popolazione (soprattutto per le donne incinte), poi su animali e vegetazione (causa l’alta moria), vietandone il consumo. La zona contaminata fu delineata e distribuiti volantini informativi e manifesti in tutto il territorio coinvolto.

Le misure prese non contribuirono comunque a migliorare la situazione e, sotto consiglio dell’ICMESA – che intanto si era proposta di contribuire alla decontaminazione – sabato 24 luglio, l’Assessorato Regionale alla Sanità prese l’amara decisione di evacuare la zona. L’area fu suddivisa in tre zone in base al grado di contaminazione: quella di maggiore pericolosità, chiamata Zona A, sita tra i comuni di Meda e Seveso, si estendeva per circa 108 ettari.



L’indomani arrivarono anche le forze militari, richieste proprio dalla Regione per far fronte allo stato di estrema emergenza: l’area fu recintata con filo spinato, presidiata dall’Esercito che intanto coadiuvava l’evacuazione dei civili. Solo nella Zona A, furono spostate circa 212 famiglie (736 persone) e chiusi numerosi esercizi commerciali e industriali, tra cui l’ICMESA, contribuendo a ferire il territorio anche dal punto di vista economico. Nonostante la prontezza nella bonifica di terreni e di abitazioni, molte di quest’ultime furono invece dichiarate inagibili e abbattute definitivamente: le rispettive famiglie – alcune delle quali protestarono, rioccupando abusivamente la zona interessata - non poterono mai più farvi ritorno, causa l’alto rischio per la salute.

Anche se le maggiori opere di bonifica erano state ormai completate nel 1977, le ripercussioni sul territorio si sono estese fino ai giorni nostri: a 40 anni da quel 10 luglio 1976 la salute collettiva ancora ne risente. Anche se alcuni studi lo smentiscono, altri casi-studio correlano il disastro di Seveso ad un aumento di alterazioni ormonali neonatali e tumori, quali mielomi e leucemie.
Quel che è certo è che i comuni dell’area hanno subito le conseguenze della scellerata condotta di industriali, totalmente disinteressati al benessere pubblico, affiancate dall’incapacità dell’amministrazione locale di agire e di gestire un fenomeno estremo. L’area interessata si porta ancora dietro le disastrose conseguenze di un evento che non ha ancora trovato tutti i suoi colpevoli e, anche se dopo Seveso passi avanti sono stati fatti sulla materia ambientale - anche in campo legislativo (sia europeo, sia italiano) - forse non è ancora sufficiente, come ci testimoniano gli odierni disastri ambientali.


Di: Simona Amadori

Fonti:
Laura Centemeri, Ritorno a Seveso: il danno ambientale, il suo riconoscimento, la sua riparazione, Paravia Bruno Mondadori Editori, Milano, 2006
Benito Leoci, Giorgio Nebbia, Luigi Notarnicola, Industria e ambiente: il caso Seveso, in La chimica in Italia. 150 anni fortune e sfortune - Le industrie chimiche in Italia – Casi studio, Fondazione Luigi Micheletti, Brescia, 2011
(A cura di) Miriam Ramonpedetta, Alessandra Repossi, Seveso vent’anni dopo – Dall’incidente al Bosco delle Querce, in “i Dossier”, n°32, Fondazione Lombardia per l’Ambiente, Milano, 1998
Fabrizio Ravelli, Seveso, 40 anni fa il disastro Icmesa: "La pelle bruciava, la diossina ci ha stravolto la vita", in “La Repubblica”, 10/07/2016, reperibile all’URL http://milano.repubblica.it/cronaca/2016/07/10/news/disastro_seveso-143783879/, (consultato il 07/11/2017)

lunedì 13 novembre 2017

Pasquale Revoltella: la sua importanza per Trieste e per la costruzione del Canale di Suez


Pasquale Revoltella, imprenditore e finanziere di origine veneziana, nato nel 1795 a Venezia e morto nel 1869 a Trieste, fu uno dei personaggi più autorevoli e rappresentativi della Trieste imperiale, in cui svolse una parte di primo piano sia nella vita economica che nelle vicende politiche.


Giunto a Trieste alla tenera età di due anni, appartenne a una famiglia di commercianti che aveva lasciato Venezia verosimilmente a causa della caduta della Repubblica.
Una volta cresciuto, Revoltella entrò ben presto nella élite cittadina grazie ad una carriera lavorativa dalla rapida ascesa. Dal 1808 lavorò presso diverse case di commercio, tra cui quella di Teodoro Necker dove ebbe un rapido avanzamento professionale. Nel 1835, avviò una propria impresa con sede presso Casa Fontana, dove visse, insieme alla madre, fino al 1859. 

A partire dagli anni cinquanta del XIX secolo gli interessi di Pasquale Revoltella si ampliarono anche verso l’estero e si impose come fervido sostenitore della costruzione del Canale di Suez. Nel 1861 intraprese un viaggio in Egitto per conto del Lloyd Austriaco, diventando in seguito vicepresidente della Compagnia Universale di Suez. Addentrandoci più nello specifico, urge dire che il viaggio di Revoltella cominciò il 28 ottobre del 1861, quando partì a bordo del piroscafo del Lloyd Austriaco denominato "Neptun", che lo portò fino ad Alessandria. Da qui, il suo viaggio proseguì con la ferrovia e in carovana, la quale venne scortata da beduini fino a Suez. Una volta giunto qui, assieme alla delegazione triestina, effettuò un sopralluogo per la costruzione del Canale di Suez, una vera e propria ossessione che Revoltella non vedrà mai diventare realtà. Infatti, egli passò a miglior vita soltanto due mesi prima dell'inaugurazione. 

A ricordare questo viaggio così importante nella vita di Pasquale Revoltella ci pensò Luis Corboz, ovvero il suo accompagnatore, scrivendo un vero e proprio diario denominato "Voyage en Egypte".


Pensate che, alla sua morte, il barone Revoltella ( il titolo di barone lo ottenne per i suoi meriti nel 1867, mentre nel 1850 ottenne il titolo di Cavaliere dell'ordine imperiale di Francesco Giuseppe) lasciò alla città di Trieste le sue opere, la sua casa e tutti gli arredamenti e i libri che essa conteneva, diventanto, nel 1872, un vero e proprio museo di arte moderna.  Il Museo Revoltella si trova tutt'oggi in piazza Venezia, ospitando, oltre alle opere del barone, pure quelle di artisti come Giovanni Fattori, Francesco Hayez, Lucio Fontana e molti altri.

Coerentemente al segreto pensiero che era in me sino dal primo istante in cui mi accinsi all'erezione del mio palazzo di abitazione, lo lascio franco di passività e tasse alla città e rispettivamente al Comune di Trieste, a condizione che sia destinato e conservato con carattere di fondazione perpetua da annotarsi nelle pubbliche tavole ad uso esclusivo di in istituto di belle arti, delle quali fui sempre amantissimo, che porti perennemente il nome Museo Revoltella e che sia giornalmente aperto sotto la disciplina di pubblico accesso". 
(Testamento di Pasquale Revoltella, Archivio del Civico Museo Revoltella)


Di: Martino Linardi 

Fonti:
Trieste-Suez. Storia e modernità nel 'Voyage en Egypte' di Pasquale Revoltella, Museo Revoltella di Trieste, 25 luglio 2012
Vivere l'Ottocento a Trieste- percorso tra residenze nobili e borghesi- movio.beniculturali.it

sabato 11 novembre 2017

La giovine ostessa, rosso il guarnello e le belle gote 

Questo articolo esula, senza pretese, di addivenire a un’immagine stereotipata di Artemisia, una pittrice iconizzata quale bardo del femminismo e della professionalità artistica femminile. Spesso la rarità delle figure femminili riconosciute in ambito artistico tende a stereotipare alcune loro peculiarità e a renderle dei miti, in senso commerciale, dimentichi del loro capitale umano. Artemisia deve essere intesa in tutta la sua fragilità e inquietudine, sublimate attraverso la potenza espressiva della sua panoplia iconografica. La vicenda biografica della violenza ad opera di Agostino Tassi, collega e amico paterno, ricopre un ruolo fondamentale nella sua esistenza e spesso è stato rielaborato e reinterpretato a seconda delle influenze. Il tradimento della sua più fidata amica, Tuzia, che avrebbe aperto l’uscio al seduttore, dimostrandosi complice della bieca azione, costituirà un’ossessione per Artemisia. La duplicità nei soggetti femminili raffigurati assurge a simbolo del desiderio di una affezione e complicità che languono nella sua vita. Si sente frodata, ma allo stesso tempo si emancipa da questa debolezza e risorge affrontandola, sulla tela e nella sua esistenza. Il riscatto e la rivendicazione costituiscono fonte d’ispirazione per l’artista che non soccombe, ma da pedina di un gioco diventa abile giocatrice. Diventa amante in seguito di Tassi, così riportano alcune cronache, o comunque non smette la sua frequentazione. Il processo pone in luce alcune zone d’ombra, la sua accondiscendenza all’atto, poiché conscia di un’unione coniugale prossima, il rinnegamento del Tassi della promessa fatta, il tacere sul suo matrimonio. La tortura delle mani subita da Artemisia e l’onta di visite specialistiche pubbliche, dato lo scarso credito di cui nutre presso l’opinione pubblica, costituiscono un supplizio dal quale Artemisia si libera attraverso l’espressione artistica. Ciò che ha temuto in vita, non teme sulla tela. Ciò che non ha avuto in vita, rappresenta sulla tela.

Dal punto di vista tecnico, il contesto in cui la pittrice vive risulta una garanzia data l’assidua frequentazione del padre Orazio, già artista di fama consolidata, di un nutrito parterre di colleghi, tra cui Pietro Rinaldi, Adam Elsheimer. Assorbendo cognizioni infonde della sua originalità i pensieri acquisiti. La rapidità nell’acquisire dati e nel rielaborare in modo alquanto personale il materiale è assecondata da una certa disinvoltura d’animo, a differenza del diffuso pudore al femminile. Nell’approccio alle tematiche il suo animo è libero da freni inibitori intellettuali di sorta. Il viscerale e l’umano s’impadroniscono di lei e la pennellata fluida con veemenza stigmatizza scene tratte dalla narrazione biblica e prosaica. Si contrappongono dialetticamente coppie femminee o fanciulle singole al comparto maschile, nella sua meschinità, defraudato della sua virilità e preminenza. Tutta la spettrometria emotiva umana viene raffigurata nel suo gineceo iconografico: dallo sdegno compunto di Susanna ai vecchioni alla violenza di Giuditta che decapita Oloferne; dall’indolenza di Cleopatra all’invettiva di Lucrezia con il coltello in mano. Artemisia non è mai retorica nella descrizione: il piano prospettico teatrale, il punto di fuga decentrato, l’uso consapevole del chiaroscuro, le tinte sanguigne, la plasticità delle figure, l’eterogeneità compositiva.

La sua “terrestrità” che rende prosaico il dialogo col sacro e la sua veemenza espressiva che non prova ritegno per l’aggressività dell’imago femminea. Il pathos di un barocco maturo viene esaltato dal candore argenteo dell’incarnato di queste anti-eroine come il livore di una Maddalena sensualmente penitente. In parte questo viene mediato dalle conoscenze acquisite dal registro fiorentino che temperano l’eccesso dei tono espressivi. Gli sguardi furtivi e consapevoli, la mimica marcata, i tratti possenti, non ingentiliti dal sesso. Ogni aspetto è deputato al comunicare l’inquietudine del suo sentirsi donna che rivendica il suo ruolo di dominatrice, seduttrice, seppur tradita, consapevole del suo valore e della sua forza. Ma non solo questo. In lei risuona tutta la tradizione caravaggista, la poetica del terreno e un affrancamento da un’armonia concettuale e mistica. E’ in atto un tradimento del Rinascimento definitivamente consunto nel suo spirito e nella sua estetica. Il dinamismo, la scompostezza, una personalizzazione del sacro. La scena e i soggetti acquisiscono volume, non solo in senso fisico, ma anche nel senso astratto di maggior respiro; l’atmosfera è vibrante. I canoni di una certa riverenza ad un’etica consolidata vengono sopiti; non più un’iconografia di uno status femminile indolente e stazionario. La donna emancipa il suo essere attraverso la figura: scompone la sua mestizia e accoglie una certa irriverenza.


Di: Costanza Marana

Fonti:
Artemisia Gentileschi, Tiziana Agnati, Giunti, Firenze, 2016
Artemisia Gentileschi. La pittura della passione, Francesca Torres Tiziana Agnati, Ed. Selene, Milano, 2008

mercoledì 8 novembre 2017

Le origini storiche del populismo italiano: L'Uomo qualunque (1944-1948)

L’uomo qualunque è stato il primo fenomeno politico di una certa rilevanza come manifestazione di rifiuto verso il sistema dei partiti dopo il fascismo. Il movimento è stato fondato e guidato dal commediografo e giornalista napoletano Guglielmo Giannini il 27 dicembre del 1944 a Roma, esso è sorto intorno al settimanale omonimo nella zona liberata dagli angloamericani. La rivista avrà molto successo fin dall’inizio le 80.000 copie del primo numero vanno a ruba e nel 1945 arriverà a fino a 850.000 copie. Il successo in breve tempo di questo movimento ebbe lusinghieri risultati elettorali tanto che nel 1945 nelle amministrative, soprattutto in molti comuni meridionali, divenne partito di maggioranza; nelle elezioni per la costituente ottenne il 5,3% dei voti cioè trenta seggi all’assemblea costituente.

Il settimanale si presentava con una vignetta nella testata dietro ad una grande U in rosso che è l’iniziale di “Uomo qualunque” e sotto alla U presentava un povero ometto sotto un torchio usato da mani sconosciute e dall’ometto uscivano delle monete. Se si vede questa vignetta si può pensare che si trattasse di un foglio umoristico, ma in quarta pagina si avvertivano i lettori del contrario: “Questo non è un giornale umoristico, pur pubblicando caricature e vignette; non è un giornale “pesante” , pur volendo onorarsi della collaborazione di grandi scrittori su argomenti di drammatico interesse; non è un giornale frivolo, pur non rinunziando alle pettegole Vespe. È il giornale dell’Uomo qualunque, stufo di tutti, il cui solo ardente desiderio è che nessuno gli rompa più le scatole” (Setta, 2005). Questa originale presentazione in quarta pagina era riassunta in prima pagina da un altro ometto che scriveva su un muro “abbasso tutti!”. Il linguaggio era semplice e diretto e trattava di tematiche care all’uomo comune usando la satira in modo molto frequente in particolare nella rubrica Vespe che era già presente nel primo giornale di Guglielmo Giannini fondato quando aveva diciotto anni “Il Domani”. Il settimanale si avvaleva della collaborazione di Livio Apolloni e Giuseppe Russo ( in arte Girus) già collaboratori di diversi giornali entrambi per il “Travaso” e Giuseppe Russo anche dell’ “Asino" e del “Corriere dei Piccoli”. Comunque il giornale non fu mai solamente satirico, ma tentava di rendesi, soprattutto attraverso il linguaggio come una critica e opposizione alla struttura di potere che si stava creando in Italia.


I temi della rivista e dal suo leader Giannini in alcuni casi erano spregiudicati e cercavano di interpretare i sentimenti forti di contrarietà verso la politica e la classe dirigente già a partire dal 1944, ma nell’ottobre del 1945 pubblicò un libro dal titolo “La Folla. Seimila anni di lotta contro la tirannide” che ebbe un notevole successo le tre edizioni finirono rapidamente fino a diventare il “codice dei principi”del movimento. Questa pubblicazione in cui era scritta la visione del mondo di Giannini non riuscì ad essere l’intelaiatura ideologica del movimento. I termini usati da Giannini che lanciava dalle colonne del suo settimanale sono in alcuni casi molto forti arrivava a sostenere che non c’era alcuna differenza tra democrazia e dittatura, tra classe politica fascista e antifascista, sostenendo che le elezioni erano un fatto dispendioso e che sarebbe stato conveniente fare per sorteggio e altre idee di questo genere.

L’idea fondamentale veicolata dal movimento dell’Uomo qualunque era lontana dal dibattito ideologico e politico dominante in quel periodo storico: cioè il rifiuto del professionismo politico in nome di una radicale depoliticizzazione delle istituzione. Nella visione dell’Uomo qualunque si usa il termine Stato amministrativo cioè composto da tecnici che dovevano solamente amministrare. Infatti questa ideologia, cioè un’antideologia, si basava sull’idea di una società civile in grado di autogovernarsi e dall’altra parte vi era una struttura istituzionale scelta in base a competenze tecniche. Giannini paragona il ruolo esercitato dalle istituzioni a quello svolta da “un buon ragioniere”. La classe politica non doveva essere scelta a livello per le sue idee e per l’appartenenza ad un partito, ma per le competenze tecniche. Comunque il movimento dell’Uomo qualunque non era conservatore, ma puntava al progresso come emerge nel libro di Giannini e negli articoli della rivista.

Le idee del fenomeno politico guidato da Giannini di fatto erano inconciliabili con le basi su cui la democrazia era stata rifondata dai partiti del CLN e inoltre con l’inizio della guerra fredda non poteva avere successo un movimento post-ideologico. Le prime difficoltà si erano evidenziate già dopo il referendum del 2 giugno 1946 e con la nascita del governo tripartito. I problemi emersero in modo definitivo in seguito alle prime elezioni politiche del 18 aprile 1948;il motivo per cui Giannini non riuscì a mantenere il successo iniziale è dovuto da una parte alla rottura progressiva con la Confindustria, il contrasto con la Dc e l’offensiva antiqualunquista degli altri partiti di destra. La Dc comunque non aveva mai accettato un’alleanza con qualunquisti nemmeno quando nell’estate del 1947 i voti qualunquisti diventarono importanti per ottenere la fiducia dalla costituente e il paese alle amministrative si era spostato verso destra. La Confindustria aveva sostenuto e anche finanziato nei primi anni del secondo dopoguerra il partito dell’Uomo qualunque poichè lo riteneva in grado di conservare la politica economica esistente e diffidava della Dc in quanto proponeva delle idee di riforma e governava con il Pci e il Psi Questa situazione cambiò però con l’uscita dei social comunisti dal governo nel maggio 1947 e la formazione di un governo formato solamente dalla Dc e alcuni tecnici la Confindustria iniziò ad appoggiare la Democrazia cristiana.

Infine il movimento dell’Uomo qualunque dopo un successo iniziale, e dopo le prime elezioni politiche, non riuscirà più a fare presa sull’elettorato lasciando il posto a un quadro politico partitico che è stato in grado di ridurre in breve tempo il malcontento verso i partiti politici e in parte quel malcontento è diventato solamente disaffezione passiva.


Di: Francesco Sunil Sbalchiero

Fonti:
(a cura di) Giovanni Orsina, Storia delle destre nell’Italia repubblicana, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2008
Sandro Setta, L’ Uomo qualunque, Laterza, Roma- Bari 2005
Marco Tarchi, L’Italia populista, Il Mulino, Bologna 2015
Maurizio Cocco, Le vespe qualunquiste e la satira politica
https://www.academia.edu/2201173/Le_vespe_qualunquiste_e_la_satira_politica (ultima consultazione 13/12/2016)

lunedì 30 ottobre 2017

Hitler e il documento segreto della Cia: Cosa c'è di vero...

Sta spopolando sul web uno dei moltissimi documenti rilasciati dal governo americano e custoditi negli Archivi Nazionali per lungo tempo. Stiamo parlando del documento stilato in data 3 Ottobre 1955 sulla presunta fuga di Adolf Hitler in Sudamerica.

All'interno del documento viene narrata una testimonianza di un agente segreto della Cia, nome in codice Cimleody-3, riguardante l'avvistamento del fuhrer tedesco in Colombia pochi giorni prima, precisamente il 29 Settembre 1955. Il documento, completo di foto originale in bianco e nero raffigurante Hitler, potrebbe riscrivere la storia che tutti noi conosciamo e aprire un nuovo capitolo sulla fuga, post Seconda Guerra Mondiale, del fuhrer nel 1954. Sul retro della foto, inoltre, appare una didascalia che recita "Adolf Schrittelmayor", forse il presunto nuovo nome del fuhrer. Bisogna tuttavia fare alcune precisazioni, dal momento che nulla di concreto è nelle mani di nessuno storico e giornalista, nonostante l'importanza e la pubblicazione di tale documento inedito. Senza farsi conquistare da facili condizionamenti mediatici e del web, analizziamo il documento appena reso pubblico dal governo Usa:

1) Si tratta di una testimonianza indiretta. La testimonianza e quindi il suddetto documento non costituiscono una fonte diretta vera e propria ma anzi una fonte indiretta. Infatti, l'agente segreto americano che ha redatto il documento all'epoca "top-secret" non avvistò in prima persona il furher in Colombia, ma venne solamente avvisato da un suo informatore, come si legge in ogni articolo riguardante la questione. Citando Ansa, egli venne "contattato il 29 settembre 1955 da un amico di fiducia che ha servito sotto il suo comando in Europa e che attualmente risiede a Maracaibo". Il suo confidente, a sua volta, avrebbe avuto tale informazione in via confidenziale da un ex ufficiale nazista: "L'amico di Cimelody-3 ha affermato che nel settembre 1955 Phillip Citroen, ex ufficiale tedesco, gli ha confidato che Hitler era ancora vivo". Non viene quindi rivelato il nome dell'informatore e nemmeno il presunto ex-ufficiale nazista.

2) Si tratta di una notizia diffusa sul web già da diversi mesi. Il documento rilasciato dall'Archivio Nazionale è stato diffuso solamente due giorni fa dalla stragrande maggioranza dei giornali italiani ed esteri ma basta effettuare una ricerca rapida sul web, selezionare un intervallo di date manualmente e si trovano innumerevoli forum che citano il documento. Uno, il più interessante, è un articolo scientifico del 2013, dal nome: Grey Wolf: The Escape of Adolf Hitler by Žmire Svire che citerebbe in maniera molto dettagliata tale documento. Inoltre, in nessun giornale appare chiaramente scritta la data del presunto rilascio di tale file inedito riguardante Adolf Hitler e ciò ci consente di dubitare della effettiva veridicità. Potrebbe trattarsi semplicemente di propaganda mediatica legata al clickbaiting...

3) A destare maggior sospetto è però proprio la foto che è contenuta all'interno del documento segreto della Cia. Nella foto, per molti aspetti rovinata dal tempo, appare un riconoscibilissimo Adolf Hitler, seduto accanto all'informatore dell'informatore dell'agente segreto americano (se così possiamo esprimerci), ovvero l'ex ufficiale nazista sopracitato: Phillip Citroen. Con sguardo serio e aspetto identico al solito, Hitler (ormai conosciuto in tutto il mondo a metà degli anni 50) avrebbe tranquillamente mantenuto i propri baffi ed il proprio taglio di capelli. Si tratta di un dettaglio del tutto insolito ed importantissimo da considerare, soprattutto se a nascondersi dal mondo è un personaggio così famoso. Egli avrebbe quantomeno dovuto cambiare totalmente la propria personalità per sfuggire a possibili sicari e mimetizzarsi tra la folla, al fine di vivere una seconda vita in incognito come tutti coloro a cui viene fornita dagli agenti segreti una nuova identità.

Certo, non siamo nella posizione di controbattere in modo assolutamente oggettivo alla stragrande maggior parte di coloro che affermano che Adolf Hitler non si suicidò nel proprio bunker a Berlino, tuttavia concedeteci il permesso di dubitare di presunti documenti considerati da ogni giornale come "verità inoppugnabile". Quando la storia si intreccia al complottismo per mancanza di fonti certe si aprono scenari inediti e di difficile interpretazione, dove il dubbio regna praticamente incontrastato. In fin dei conti nel documento della Cia non viene fornita alcuna presunta verità storica (che ogni giornale invece afferma), perché si tratta comunque di considerazioni e informazioni su presunti avvistamenti. E molto probabilmente per tale motivo, a causa della ridimensionata importanza che hanno subito nel tempo, il governo Usa ha deciso solo ora di rendere pubblici molti di questi documenti ed indagini segrete. Sono state pubblicate innumerevoli tesi sperimentali sulla presunta morte di Hitler ma, lo affermiamo con assoluta certezza, nessuna di esse ha mai avuto una veridicità certa fino ad oggi. E un documento inedito che però ha già destato in noi (come in moltissimi altri studiosi del caso) delle enormi perplessità, non è da considerare in alcun modo fonte certa atta a chiudere una volta per tutte lo spinoso caso della morte del fuhrer tedesco.


Di: Claudio Pira

Fonti:
http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2017/10/30/file-cia-desecretato-hitler-dopo-guerra-vivo-in-sudamerica_6dbe5c65-880e-4282-8f2a-4f47b72fd440.html
Grey Wolf: The Escape of Adolf Hitler by Žmire Svire

domenica 22 ottobre 2017

L'Islam in Svezia: ritrovati tessuti e monete con incisa la scritta 'Allah'

Una scoperta storica che ha del sensazionale proviene direttamente dalla Svezia. Alcuni ricercatori hanno ritrovato veri e propri caratteri arabi intrecciati in costumi utilizzati per la sepoltura all'interno di una barca vichinga. La scoperta solleva nuove domande sull'influenza dell'Islam in tutto il mondo, addirittura in Scandinavia. Le vesti sono state conservate in un deposito per più di 100 anni, relegati a semplici esempi di abiti funebri dell'età del vichinga. Ma una nuova indagine sugli abiti, trovati in tombe del IX e del X secolo, ha portato all'insaputa connessione tra i vichinghi e il lontano mondo musulmano. A destare maggior stupore nei ricercatori è stata una scritta ritrovata intessuta sugli abiti che si pensa possa rappresentare il nome di Allah e del sovrano Ali.


L'archeologo Annika Larsson dell'Università di Uppsala, (a cui viene attribuita tale scoperta) si è interessata ai frammenti dimenticati dopo aver capito che il materiale era proveniente dall'Asia centrale (in particolare dalla Persia e dalla Cina). Larsson afferma che i minuscoli disegni geometrici - non più di 2 centimetri - non somigliano a niente che gli archeologi avessero incontrato prima d'ora in Scandinavia. Il puzzle storico è stato sbloccato da Larsson quando ha riconosciuto in quelle iscrizioni alcuni caratteri arabi tipici di alcuni frammenti da lei analizzati tempo prima in alcuni tessuti moreschi in Spagna. Non si tratta quindi di scrittura vichinga - ha continuato la studiosa - ma dell'antica scrittura araba di Kufic, una delle più antiche scritture coraniche dell'Islam. Inoltre, le due parole che si ripetevano più spesso erano quelle di Allah e di Ali. Il primo non ha bisogno di spiegazione storica, anche se la sua traduzione non è stata facile in quanto scritto in lettere speculari, mentre il secondo nome è stato identificato solo con l'aiuto di un collega iraniano: Si trattava molto presumibilmente di ʿAlī ibn Abī Ṭālib, il quarto califfo dell'Islam dopo Maometto.

La ricerca solleva ora domande affascinanti sugli occupanti della tomba in questione. La possibilità che alcuni dei corpi sepolti nelle tombe siano musulmani non può essere completamente esclusa e,
a confermare questa ipotesi, è stata proprio l'analisi del Dna di altri corpi sepolti in altri scavi della tomba vichinga. Molti di essi infatti sarebbero emigrati da luoghi come la Persia, dove l'Islam era predominante e arrivati dopo un lungo viaggio fino a qui.
Risulta inoltre probabile, dopo tali ritrovamenti, che le abitudini della sepoltura vichinga fossero più o meno influenzati da abitudini di sepoltura di culture diverse, compresa quella islamica così remota.

Quel che spesso viene dimenticato è che il contatto tra il mondo vichingo e quello musulmano è da tempo accertato anche dalla scoperta di molte monete islamiche in tutto l'emisfero settentrionale.
A sostegno di questa tesi è un ritrovamento di circa due anni fa, quando i ricercatori hanno riesaminato un anello d'argento da una tomba femminile a Birka, con incisa la frase "per Allah" sul metallo. Ancora una volta il testo è stato scritto in Kufic e presumibilmente inciso nella città irachena di Kufah all'incirca nel VII secolo. Questa volta però, a rendere eccezionale la scoperta di Larsson è il ritrovamento di più caratteri non soltanto su oggetti e pietre, ma anche su vestiti, il che porta a credere che non solo il commercio di oggetti preziosi fosse notevolmente sviluppato nel mondo antico, ma anche e soprattutto il trasferimento volontario di uomini.


Di: Claudio Pira

Fonti:
The Guardian
UU.SE: http://www.uu.se/en/media/news/article/?id=9390&typ=artikel

giovedì 5 ottobre 2017

Striscia di Gaza: Storia di una guerra fratricida

Buon giorno amici amanti della storia, quest'oggi vogliamo condurvi nel lontano medio Oriente, per scoprire insieme le ragioni dell’aspra guerra di contesa per l’ottenimento della striscia di Gaza.
Prima di tutto chiariamo di cosa stiamo parlando! La striscia di Gaza è un territorio palestinese confinante con Israele ed Egitto nei pressi della città di Gaza, una fascia costiera sulla quale sono stanziati 1.736. 037 abitanti, di origine palestinese, dei quali 1.240.82 risultano essere rifugiati. Le ragioni del conflitto tra palestinesi ed israeliani pongono le loro lontane radici  alla rivendicazione di questo territorio di confine, il quale dal 2007 è saldamente occupato da Hamas e bloccato da Israele ed Egitto. Un territorio reclamato dal popolo palestinese sin dalla prima Intifada risalente al 1987 allorquando i profughi di Jabaliyya si sollevarono contro il prepotente dominio israeliano stringendo nelle mani armi al pari della pietruzza di Davide contro il famigerato Golia. Disobbedienza civile, scioperi generali, boicottaggio di prodotti israeliani, graffiti, barricate, ed infine il gesto disperato del lancio di pietre contro la potenziata armata israeliana. Una guerra fatta di molliche di pane, e beffeggi, durata ben sei anni  con il risultato di 1100 palestinesi uccisi da soldati israeliani e coloni contro i 160 soldati israeliani, e 1000 soldati palestinesi uccisi per collaborazionismo con le forse nemiche. Una sorta di guerra nichilistica frutto di vent’anni di frustrazione, una che adduce le proprie radici al 1967 e nello specifico alla guerra dei sei giorni, che vide vittorioso lo stato di Israele al quale fu annessa la penisola del Sinai. Una guerra che implicò un cambiamento radicale della geopolitica mediorientale, imponendo ai vincitori la suddivisione di un territorio di per sé frammentario. L’Egitto infatti ottenne una parte della striscia di Gaza; la Cisgiordania e Gerusalemme Est furono annessi alla Giordania; le alture del Golan alla Siria.

L’OLP - Organizzazione per la liberazione della Palestina -, rimase protagonista assente di un conflitto nel quale la Palestina non solo ne uscì perdente, ma privata dei pochi cenci che le avrebbero reso dignità. Un clima di tensione che raggiunse l’apice il 6 dicembre 1987 in seguito all’uccisione di  un israeliano accoltellato nel mentre era intento a fare compere nella striscia di Gaza e che implicò l'immediata risposta dell'esercito israeliano.

L’otto dicembre 1987, infatti, un camion  delle Forze di Difesa Israeliane, colpì due furgoni che trasportavano operai di Gaza a Jabaliyya, un campo profughi che ospitava 60mila palestinesi. La conseguenza immediata fu la rivolta del campo profughi in questione, la quale endemica coinvolse altrettanti campi profughi fino a giungere a Gerusalemme. Israele reagì duramente, schiacciando i rivoltosi con una tale crudeltà da essere condannata dalle Nazioni Unite per aver infranto il patto di Ginevra data la quantità di vittime mietute. Queste solo le prime settimane dell’intifada, le quali di lì a poco daranno vita al movimento radicale denominato Hamas, figlio di quella insoddisfazione legata all’OLP incapace di difendere e tutelare le esigenze degli indigenti palestinesi, e che condurrà la scia di odio verso attentati a sfondo terroristico di natura suicida. Il ricorso alla violenza indurrà il popolo palestinese a dividersi in quella che sarà l’ANP -  “Autorità Nazionale Palestinese” – e il movimento, per molti terroristico, di Hamas nato dal bacino degli estremisti “fratelli musulmani”.

Una diaspora che condurrà, ad una serie di inevitabili scontri implicanti, nel 2007, il controllo di Hamas sulla striscia di Gaza. Hamas è un movimento politico che rigetta l’esistenza dello stato di Israele, un elemento questo che implica l’impossibilità di fare di esso un esempio rappresentativo della questione palestinese, esempio, di contro, riconosciuto all’ANP, organizzazione politica le cui radici s’intrecciano nel fertile terreno di un accordo,quello di Oslo, tra l’OLP e lo stato di Israele, sulla base del quale la Cisgiordania e la striscia di Gaza sarebbero state divise in tre zone, rispettivamente sotto in controllo di entrambi gli ordinamenti. Un accordo diplomatico che ha implicato il consequenziale riconoscimento, in qualità di portavoce per gli esteri circa la questione palestinese, nella persona di Abū Māzen successore di Arafat, alla presidenza dell’ANP .  Veniamo ai tempi d’oggi, dunque! La rinuncia di Hamas al controllo della striscia di Gaza, dello scorso 17 settembre, rappresenta, non solo l’inizio di un processo di riappacificazione principalmente dovuto allo straordinario lavoro diplomatico fortemente voluto dal presidente Al Sisi – generale presidente egiziano – che, di fatto ha implicato un ricongiungimento tra le discordanti frange del movimento palestinese bisognoso, nelle motivazioni, di unità, una che potrebbe finalmente condurre verso un armistizio che pone termine a quel vortice di violenza endemica, che ha privato di libertà.

Un auspicio di pace che spinge ad
immaginare, finalmente, una convivenza che renderebbe giustizia al ruggire di quelle anime innocenti che in tutte le fazioni di questa lunga storia, hanno ingiustamente subito il rugginoso acredine del passato.





Di: Anna Di Fresco

Fonti:
http://www.repubblica.it/cronaca/2017/09/17/news/medio_oriente_passo_di_hamas_verso_pace_con_l_anp_accettiamo_vostre_condizioni_-175715917/
http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/01/20/israele-palestina-la-guerra-infinita-tra-risorgimento-e-liberta/3327928/
http://www.studenti.it/conflitto-israelo-palestinese.html
https://it.wikipedia.org/wiki/Conflitto_arabo-israeliano
https://it.wikipedia.org/wiki/Striscia_di_Gaza

martedì 19 settembre 2017

Oh fato crudele d’un popol sì grande, Che tanto splendore dall’urna ancor spande

La dove un dì sorgea Bisanzio, or sorge Alto, immenso edifizio, che la fronte Nel Bosforo si specchia, e d’ogni intorno Su le merlate spaziose mura Irta di torri formidabil cresta Al ciel s’aderge, ben guernita e carca D’enei colubri che minaccian morte All’uom ch’osa appressarvi. Qui Mamudde, Con la sua Corte Imperiale, ha seggio. La storia moderna greca ha avuto risalto nell’iconografia italiana romantica. La memoria storica e nazionale di un popolo viene stigmatizzata su tele di noti artisti che hanno colto alcuni episodi, elevati a simbolo di una condizione culturale e di un status letterario che contag il comune sentire dell’epoca. “I profughi di Parga” è uno degli esempi più esaustivi, dipinto nel 1826 da Francesco Hayez, artista esponente del romanticismo storico e del neoclassicismo, e commissionato dal conte Paolo Tosio di Brescia. Il pittore ha scelto questo soggetto storico poiché emblema delle tensioni che animavano la pubblica opinione all’epoca.

La città greca di Parga viene consegnata dall’esercito inglese a Alì Pacha di Jannina. Questo evento provoca una sommossa da parte degli intellettuali preoccupati della degenerazione della situazione ellenica. Personalità come Ugo Foscolo e Giovanni Berchet scrivono al riguardo un poema. Le rivendicazioni patriottiche greche coincidevano con l’atmosfera che si respirava in Italia, dove l’insofferenza verso il dominio straniero stava straripando. Quindi la scelta di Hayez accomunava “sentimenti patrii” di nazioni diverse, ma con una comune matrice e problematica. Nelle parole di Mazzini: “quel popolo-martire, di cui il nome collettivo è il solo superstite, di cui gli individui, tutti eroi di patriottismo, rimangono anonimi, sconosciuti”. La situazione ellenica ha condizionato ideologicamente oltre che culturalmente, in senso lato, l’atmosfera europea. Ne consegue un orientalismo dilagante, nella moda e nei costumi, oltre che un ottimismo diffuso a causa dell’esito positivo dell’indipendenza greca.

Un altro dipinto incisivo è “La morte di Marco Botzaris” (1841) di Ludovico Lipparini (Bologna 1800-Venezia 1856). Questa tela intrisa dell’aspetto più munifico dell’eroismo romantico, raffigura l’adagio del corpo del valoroso combattente che ancora serba l’ardore dello spirito, ma che lentamente soccombe alla ferita e al dolore, circondato dai compagni. Lo sguardo ha ancora un sussulto vivido, sebbene si scorga il vitreo che se ne sta impadronendo. La posa, quasi estatica, risulta di maniera, come spesso nella pittura di storia, dove il focus rimane il cerimoniale dell’evento narrato. Questa opera riporta alle parole di un testo “La tomba di Marco Botzaris”, di Cammillo Paganel, unico nel suo genere poiché riporta l’esperienza di un intellettuale francese durante la lotta per l’indipendenza greca. Egli racconta di come abbia incontrato un anziano accanto alla tomba, ove sorga il luogo di sepoltura di Marco Botzaris, l’eroe greco morto durante la resistenza. L’autore comincia la narrazione dal suo sbarco sull’isola, quasi in concomitanza con Lord Byron, valoroso intellettuale romantico, esprimendo tutta la sua stima per quel personaggio così insigne umanamente quanto intellettualmente.

“Il luminoso risorgimento degli Elleni mi aperse quella via che formava l’oggetto di tutti i miei voti. Qualche benché tenue legame mi riteneva ancora; lo ruppi e mi slanciai con entusiasmo verso un avvenire di gloria e di perigli: da quel momento mi sembrò che solo allora io cominciava ad esistere…Mentr’io scendeva sulla riva, vi approdava egualmente Lord Byron e giungeva munito di tutti tesori della civilizzazione. Egli compariva fra i Greci con la spada in una mano, la cetra nell’altra, e con la fronte cinta d’allori; in tale atteggiamento avrebbero gli antichi Greci rappresentato il Dio delle arti in atto di andare a combattere le barbarie…Io non porrò mai in oblio l’impressione indefinibile, che su di me produsse questo straordinario personaggio..”


Successivamente accade l’incontro con il vecchio Zenocle che pieno di passione e veemenza gli descrive la sua storia, colma di pathos e sofferenza. Fino al culmine in cui viene narrata la morte in battaglia del valoroso Marco Botzaris, adorato dal suo popolo come un dio, per la sua tempra e piglio. Come un fermo immagine la descrizione dell’evento luttuoso, in cui mentre è stato colpito non ha perso il furore da combattente e urla, con quanta voce gli rimaneva in corpo, dove fosse il Pascià, poiché egli, sofferente, suffragato da una volontà ferrea, lì voleva dirigersi, nonostante il dolore lancinante della ferita.

Arriva un vecchio e rispose che quel luogo funebre era la tomba di Botzaris, allora Cammillo si inginocchia e bacia la tomba. Il vecchio si chiama Zenocle e i Turchi lo avevano accecato. ..Sentivamo confusi clamori: tutto annunziava un violento fermento. Ah dicevano gli uni, traendo profondi sospiri, l’Aquila della Selleide non più ritornerà; egli sarà caduto sotto i colpi ei barbari, e Dio l’avrà chiamato a sé… vittoria e sciagura, Botzaris non è più. La vigilia Botzaris dopo un banchetto funebre in onore della Vergine di Sulli, e dopo che ci fummo purificati nella acque del Campiso, ci aveva tutti stretti al suo cuore: Se mentre ferve la pugna, voi mi perdete di vista, diss’egli nell’atto di patire, marciate alla tenda del Pascià; colà mi troverete... Ove sono i Pascia? Gridava Botzaris con la sua voce tonante, ove sono i Pascià?, afferrando dipoi per la barba il feroce Hago Bessiaris, carnefice dei Saliotti, tu non mi sfuggirai , il Selictar di Mustai pascià, sette Bey, e una folla di barbari erano sotto i suoi colpi caduti: egli stesso ferito sembrava attingere dalle ferite stesse nuova forza, l’eroe non ha provato il dolore di spirare tra i Turchi; noi l’abbiamo a viva forza involato al loro furore. Era morto da valoroso. E’ iconica questa descrizione quasi fosse un manifesto non solo della resistenza greca, ma di tutto l’afflato classico che non vuole soccombere, ma opporsi fino all’ultimo. Un rintocco di tutto il romanticismo europeo che ha cadenza fissa coopta tutti gli animi verso una comune causa. La diretta proporzionalità tra la tela di Lipparini e l’atmosfera che si respira nel testo rileva la temperatura dell’epoca e la stigmatizza in un universale sentire che commuove fino ai giorni nostri.


Di: Costanza Marana

Fonti:
I miei trent'anni : rimembranze letterarie, artistiche, storiche e politiche, colla riproduzione dell'episodio Filleno ed Alcmena relativo alle ultime guerre dell'indipendenza greca / di Domenico Biorci Torino : Tip. eredi Botta, 1859 La tomba di Marco Botzaris di Camillo Paganel traduzione dal francese Livorno : dai torchj di Glauco Masi e comp., 1826 150 anni dall'Unità : rileggere il Risorgimento tra storia e cultura / a cura di Fulvio Salimbeni Udine : Forum, 2012

giovedì 14 settembre 2017

Dunkirk: cosa c'è di vero?

Immaginate di entrare in una sala cinematografica e mettervi seduti sulle comode poltrone del cinema. Le luci si spengono, la pubblicità è finita e il chiacchiericcio delle persone termina. Comincia il film e vi ritrovate lì, a Dunkerque, in Francia, il 27 maggio del 1940. La prima scena è già sufficiente ad immergervi pienamente nel clima d’angoscia e disperazione provata dai soldati interpretati sullo schermo. Pochi dialoghi, una colonna sonora concitante che pone lo spettatore in una perenne condizione d’incertezza e il rumore della guerra come raramente si è visto in un film sull’argomento. Questo è “Dunkirk” il film di  Christopher Nolan ispirato alla più grande operazione d’evacuazione della storia. Ma quanto è attendibile da un punto di vista storico? Cerchiamo di rispondere, almeno parzialmente , a questa domanda.

Una delle prime questioni che vengono messe in risalto nella pellicola è che i soldati (inglesi e francesi) sono ormai circondati dal nemico che li ha spinti verso la spiaggia di Dunkerque. Asserragliati, non hanno più margine di manovra e ciò viene fatto capire nella scena in cui i nazisti lasciano cadere dagli aerei dei volantini che incitano i soldati alla resa. A quanto pare, questi volantini furono veramente distribuiti in quei drammatici giorni. [1]





La seconda questione che ci si pone è come sia possibile che dopo un’avanzata del genere da parte dei tedeschi, questi non riescano a mettere sotto scacco le ultime difese della spiaggia via terra. Nel film, viene fatto notare dal comandante Bolton che i tedeschi stanno intenzionalmente evitando un’offensiva terrestre con i carri armati per “giocare al tiro a bersaglio” con i soldati alleati sulla spiaggia. Potrebbe sembrare un’esagerazione, ma pare che anche in questo ci sia dell’attendibilità storica. Il 24 maggio, Hitler diede l’ordine di arrestare l’avanzata tedesca dei mezzi pesanti per convogliarla verso altri punti strategici. Gli storici presumono ci possano essere due principali spiegazioni. Una di queste consiste nel fatto che il maresciallo Göring aveva assicurato ad Hitler che l’aviazione avrebbe potuto uccidere i soldati francesi e inglesi bloccati sulla spiaggia, l’altra invece, si basa sulla supposizione che Hitler possa aver pensato che i britannici avrebbero accettato una resa in caso non fossero stati umiliati così pesantemente.  Questo permise di guadagnare tempo per i comandi inglesi impegnati nell’evacuazione. Ad ogni modo, due giorni più tardi, il 26 maggio, Hitler aveva già dato l’ordinare di continuare l’offensiva con i carri armati verso Dunkerque ma trovando una leggera resistenza, gli ordini si indirizzarono nuovamente verso la linea Somme-Aisne, poco più a sud di Dunkerque. [2]



Nel film di Nolan, non appena il soldato protagonista di cui si seguono le vicende, arriva alla spiaggia da dove vengono effettuate le evacuazioni, si possono vedere chiaramente varie file di soldati in attesa di essere imbarcati lungo la spiaggia. Tutti sono silenziosi, cupi e a testa china. Molte di queste scene sono state descritte in maniera pressoché identica in vari ricordi e racconti dei sopravvissuti. “There were lines of men waiting for evacuation by boat.[…] We stood there, silent and downhearted, hungry and tired with little hope left, bombs exploding all around us.”  [3]




Per ciò che concerne i personaggi invece, il regista ha dichiarato di non aver volute rappresentare le vicende di nessun uomo veramente coinvolto a Dunkerque. Ciò non toglie però, che si sia potuto ispirare a soldati o ufficiali veramente esistiti. Sembra il caso del Capitano William Tennant, vice ammiraglio della Royal Navy rappresentato nel film come il comandante Bolton. [4]

Una delle peculiarità della vicenda invece, che sembra tratta proprio da un romanzo d’avventura la cui unica attendibilità storica sembra essere l’eccessivo patriottismo inglese è l’intervento delle imbarcazioni civili per salvare i soldati intrappolati sulla spiaggia. Invece, Nolan sorprende anche qui gli spettatori, riportando fedelmente ciò che avvenne quei drammatici giorni a Dunkerque. A quanto pare,  un bel numero di piccole navi private intervennero per aiutare i soldati connazionali. “On 29 May, the evacuation was announced to the British public, and many privately owned boats started arriving at Dunkirk to ferry the troops to safety.” [5]

Eppure, nonostante il film sembra accumulare solo considerazioni positive da parte degli storici e degli esperti di cinema, in realtà, una leggera dimenticanza da parte di Nolan c’è stata. Vari esperti considerano una lacuna non trascurabile l’assenza nel film di un’adeguata rappresentazioni di soldati provenienti dalle colonie come l’India per l’impero britannico e l’Algeria per quello francese. A difesa di Nolan però, viene il fatto che soldati africani si vedono in qualche frame durante il film, seppur brevemente.[6]

A chiudere la pellicola vi è un happy ending con il protagonista che torna a casa, in Inghilterra. Tutti i soldati si aspettano l’odio e la delusione della popolazione perché stanno tornando da sconfitti, ma non è così. Il clima generale è diverso. Un vecchio si complimenta con i soldati e rivolge loro grandi sorrisi. Un commilitone del protagonista prende in mano un giornale e guarda le notizie. In prima pagina c’è parte del discorso di Churchill alla camera dei comuni e il ragazzo lo legge ad alta voce. Anche questo è un elemento che conferisce attendibilità storica al film dato che il discorso pare essere lo stesso veramente pronunciato da Churchill quel 4 giugno.

‘We shall defend our island, whatever the cost may be. We shall fight on the beaches, we shall fight on the landing grounds, we shall fight in the fields and in the streets, we shall fight in the hills; we shall never surrender.' – [7]


Il capolavoro di Nolan entra così a far parte del filone dei film storici, che con somma maestria e professionalità portano sul grande schermo eventi realmente accaduti, strappandoli all’oblio destinato ai polverosi libri di storia di qualche biblioteca e facendoli entrare nei cuori delle persone coniugando una trama avvincente e didattica ad una regia degna di un grande maestro di cinema quale Nolan è. 


Di: Cristiano Rimessi

Fonti:
[1] (https://digital.library.cornell.edu/catalog/ss:19343608)
[2](http://www.bbc.co.uk/history/ww2peopleswar/timeline/factfiles/nonflash/a1057312.shtml)
[3]http://www.bbc.co.uk/history/ww2peopleswar/stories/32/a4198232.shtml
[4]http://www.forcez-survivors.org.uk/biographies/repulsecrew/tennant.html

sabato 9 settembre 2017

Lutring, Vallanzasca e la mala del Nord

Vicende di ordinaria criminalità nel profondo nord Italia, i cui spietatissimi autori parlavano in dialetto milanese e veneto: tutto quello che c'è da sapere sulla delinquenza "formato padano"

IL SOLISTA DEL MITRA
La prima volta gli bastò battere un pugno sul bancone per far sì che l'impiegato postale consegnasse i soldi. Questi aveva intravisto la pistola che teneva al di sotto della cinta e, credendo fosse una rapina, non esitò a svuotare la cassa. Quel gesto di stizza era invece dovuto semplicemente alla fretta di un ragazzo andato in posta soltanto per pagare una bolletta, ma la facilità con cui riuscì ad ottenere i soldi lo convinse ad intraprendere la strada del crimine.

Era così che Luciano Lutring raccontava le origini della sua carriera malavitosa.
Nato a Milano nel 1937, verrà soprannominato "Il solista del mitra", a causa di quella strana ma ingegnosa trovata di nascondere l'arma in una custodia di violino.
Lutring assunse presto i tratti tipici del "bandito gentiluomo", capace di compiere le rapine con estrema calma (sempre esprimendosi in uno stretto dialetto milanese) e di condurre una vita all'insegna delle belle donne e delle auto di lusso. Tra le azioni più celebri della sua banda si registra il tentato furto di gioielli di Bulgari facenti parte del concorso di Miss Italia, avvenuto il 4 settembre 1964 a Salsomaggiore Terme. Il colpo non andò in porto e così i banditi ripiegarono su una pellicceria delle vicinanze, riuscendo a ricavarne un buon bottino. Successivamente la banda Lutring spostò le sue azioni criminali in Francia, stabilendo la propria "base operativa" in un bar di Marsiglia. Non gradito al clan dei Marsigliesi, il Solista del Mitra fu costretto a spostarsi a Parigi, dove il primo giorno di settembre 1965 verrà arrestato in seguito a un conflitto a fuoco. Tra il 1958 e il 1965 Luciano Lutring commise centinaia di rapine tra Italia e Francia, ottenendo un bottino stimato attorno ai trenta milardi di lire dell'epoca.
Condannato a vent'anni di lavori forzati nelle carceri francesi, scontò dodici anni durante i quali portò avanti una fitta corrispondenza di lettere con l'allora Presidente della Camera Pertini. Graziato sia dal presidente francese Pompidou, che in seguito da quello italiano Giovanni Leone, dopo essere diventato padre trascorse gli ultimi decenni della sua vita in veste di scrittore e pittore, raggiungendo buoni risultati ed evidenziando quelle sfumature che fecero di lui uno dei criminali più popolari e "romantici" d'Italia. 

IL BEL RENÉ E LA BANDA DELLA COMASINA
11 Agosto 1976
Era un pomeriggio assolato e i tre sedevano ai tavolini di un bar di Piazza Cavour, in pieno centro a Como. Sul quotidiano locale appariva l'intervista al questore cittadino, il quale affermava come fosse praticamente impossibile per qualsiasi rapinatore riuscire a fuggire in seguito ad un colpo effettuato in città. Le grandi vie di scorrimento al di fuori del centro erano infatti solamente due e sarebbe bastato bloccarle per rendere la vita difficile a chiunque avesse avuto cattive intenzioni.
Quelle dichiarazioni suonavano come una sorta di sfida per i tre, che decisero di smentirle con i fatti quello stesso pomeriggio. Di lì a poco erano già dentro la filiale del Credito Italiano, situata lì di fronte.
Dopo aver rassicurato i presenti, i banditi attesero per un paio d'ore l'arrivo del direttore e del capo cassiere, gli unici impiegati in possesso delle chiavi del caveau. Una volta giunti questi, rinchiusero clienti e personale all'interno dello stesso caveau e fuggirono con quasi cento milioni a testa.
Raggiunta l'autostrada, il capo del trio contattò da un autogrill la questura di Como, spiegando la situazione e invitando gli agenti a liberare i malcapitati ancora reclusi all'interno della banca. L'indomani i giornali avrebbero, ovviamente, riportato l'accaduto, sottolineando come la polizia cittadina, una volta raggiunta la banca, avrebbe atteso quasi due ore prima di fare irruzione, credendo che i rapinatori fossero ancora presenti all'interno.

Questo è il resoconto di una delle innumerevoli rapine commesse da Renato Vallanzasca, detto "Il bel René", e la sua banda.
Nato e vissuto a Milano, già a otto anni Vallanzasca venne condotto nel carcere minorile del capoluogo lombardo, reo di aver cercato di liberare una tigre dalla gabbia di un circo vicino casa sua. Ben presto il giovane entrò in contatto con la Ligéra, la malavita milanese, e a soli sedici anni era già in possesso di ben tre pistole. In breve tempo riuscirà a creare un proprio gruppo criminale, rinominato "La banda della Comasina", operante nella zona settentrionale della città.
Seguirà però un secondo arresto, avvenuto nel 1972, che lo costrinse a trascorrere quattro anni in galera, durante i quali si renderà protagonista di numerose rivolte e disordini all'interno dell'ambiente carcerario. Riuscì poi ad evadere dall'ospedale in cui venne ricoverato dopo aver volontariamente contratto l'epatite, ingerendo uova marce e iniettandosi urina nelle vene.
Tornato in libertà, la sua banda, in aperto contrasto con quella di Francis Turatello, si fece strada nel mondo criminale attraverso rapine e sequestri, il più importante dei quali resta quello di Emanuela Trapani, figlia dell'allora presidente della Camera di Commercio milanese. La giovane, che verrà liberata dopo quarantuno giorni di prigionia (24 gennaio 1977) in seguito al pagamento di un ingente riscatto, racconterà come, durante il sequestro, Vallanzasca si rivelò molto premuroso nei suoi confronti, rompendo la monotonia e accompagnandola addirittura a fare shopping. Il giovane, infatti, oltre al carattere spavaldo, mostrava un forte interesse nei confronti del gentil sesso, su cui esercitava un forte fascino.
Solamente due settimane dopo la liberazione della ragazza la banda si renderà responsabile della morte di due agenti di polizia, colpevoli di aver fermato la loro auto ad un posto di blocco nei pressi del casello autostradale di Dalmine (BG). Vallanzasca, ferito e braccato in seguito a tale atto, verrà nuovamente catturato dopo pochi giorni dai carabinieri.
15 febbraio 1977: l'arresto di Renato Vallanzasca a Roma

Nuovamente in carcere, il Bel René si sposò con una sua ammiratrice (l'ex nemico Turatello sarà suo testimone di nozze) e negli anni seguenti sarà ancora protagonista di rivolte carcerarie e tentate evasioni. Riuscirà ad evadere nel 1987, attraverso un oblò del traghetto che doveva trasferirlo fino al carcere di Nuoro, ma sarà nuovamente catturato dopo nemmeno un mese.
Dal 2005 in poi ottenne permessi e ruoli professionali che scaturirono le polemiche dell'opinione pubblica. Il tentato furto di biancheria intima avvenuto nel 2014 presso un supermercato pregiudica fortemente ulteriori permessi, aggiungendo altri dieci mesi di condanna ai suoi quattro ergastoli e 295 anni di reclusione.

FACCIA D'ANGELO E LA MALA DEL BRENTA
1 Dicembre 1983
I sei uomini mascherati e armati entrarono in azione rapidamente. In breve immobilizzarono una decina di persone lì presenti e in pochi minuti svanirono nel nulla, portando via con loro ben 170 chili d'oro, equivalenti all'incirca a tre miliardi delle lire di allora. Quell'oro si trovava in un magazzino dell'aeroporto Marco Polo di Venezia, ed era destinato a essere imbarcato su un volo Lufthansa.

Quello non fu l'unico colpo clamoroso commesso da Felice Maniero e dai suoi uomini. La mattina del 16 luglio 1982, per esempio, in cinque irruppero nella hall dell'Hotel des Bains sito nel lido della città lagunare, immobilizzarono personale e clienti e fuggirono poi su un motoscafo, non prima di aver sottratto due miliardi di lire. Bottino che salì a due miliardi e mezzo la notte del 30 aprile 1984, quando il colpo fu attuato nientemeno che al casinò della città. Il modus operandi fu praticamente lo stesso e i protagonisti svanirono nel buio della notte nuovamente attraverso il mare.
Il gruppo criminale, a cui venne imputata l'aggravante mafiosa, ottenne fin dalla fine dagli anni '70 il monopolio del traffico di stupefacenti e di armi con i paesi balcanici. Rinominata "Mala del Brenta", la banda risultò inflessibile verso chiunque si rifiutasse di collaborare. A tal proposito, è necessario ricordare il duplice omicidio di cambisti del casinò di Venezia (ovvero coloro che prestavano denaro ai giocatori), i quali si rifiutavano di cedere parte dei loro ricavi illegali al gruppo.
Un vero e proprio clan mafioso, i cui componenti parlavano in dialetto veneto e non si facevano scrupoli ad utilizzare modalità del tutto similari a quelle delle cosche meridionali. Per esempio, per l'assalto al treno Venezia-Milano, compiuto il 13 dicembre 1990 in piena campagna padovana, i criminali utilizzarono l'esplosivo per sventrare una carrozza che avrebbe dovuto contenere diversi miliardi. La tremenda esplosione coinvolse un altro treno sopraggiunto in quei momenti, causando la morte istantanea di Cristina Pavesi, una ragazza di soli 22 anni, e il ferimento di diversi passeggeri.
I richiami alle modalità mafiose meridionali riemersero anche nel furto della reliquia del mento di Sant'Antonio (patrono di Padova) avvenuto il 10 ottobre 1991, attraverso il quale Maniero volle ricattare lo Stato, al fine di ottenere la liberazione del cugino e la revoca delle misure di sorveglianza a suo carico. Il 23 gennaio 1992, invece, il clan irruppe nella Galleria Estense del Museo Civico di Modena, rubando quattro preziose tele dal valore inestimabile

Maniero era senz'altro il capo indiscusso della malavita veneta. Anch'egli, come lo stesso Vallanzasca, si rivela un personaggio suggestivo e popolare. Sempre sorridente (venne fin da subito rinominato "Faccia d'angelo"), amante della bella vita (significativo il fatto che nell'agosto 1993 venga arrestato a bordo del suo yacht a largo di Capri) e sempre circondato da belle donne, fin dalla prima adolescenza percorse la strada del crimine dedicandosi a furti di bestiame assieme allo zio e successivamente alle rapine vere e proprie. Nel corso degli anni '70 entrò in contatto con mafiosi e camorristi al confino in Veneto e ciò gli avrebbe garantito un solido appoggio per le future attività criminali. 
Dopo un'evasione avvenuta nel giugno 1994, verrà arrestato nuovamente a novembre e dopo pochi mesi diventerà collaboratore di giustizia. Ciò gli garantirà l'ammissione al programma testimoni rendendogli, dal 2010, una nuova identità e la libertà definitiva.
Il boss Felice Maniero
LA TRUCE "GIUSTIZIA SOCIALE" DELLA BANDA CAVALLERO
25 Settembre 1967
La Fiat 1100 D sfreccia per la città, causando terrore tra gli automobilisti e i passanti. La folle fuga nelle vie della metropoli dura circa mezz'ora. Le volanti della polizia, a sirene spiegate, macinano chilometri nel tentativo di raggiungere quell'auto. Il piombo dei folli rapinatori lascia sull'asfalto tre morti innocenti (una quarta persona morirà due giorni dopo a causa di un attacco di cuore), oltre ad una ventina di feriti.

La banda Cavallero, in seguito ad una rapina al Banco di Napoli in Largo Zandonai, seminò così morte e dolore tra la cittadinanza milanese. Nei giorni seguenti i responsabili verranno catturati, dopo aver commesso 18 rapine, sempre ad agenzie bancarie, tra Milano e Torino. 
I componenti del gruppo, infatti, provenivano dal capoluogo piemontese, dove erano nati e cresciuti, e attraverso le loro azioni volevano rivendicare, a loro dire, una forma di giustizia sociale attinente alle idee leniniste o addirittura anarchiche. Non a caso Pietro Cavallero, il leader del gruppo, e Sante Notarnicola erano ex attivisti del Partito Comunista, mentre Adriano Rovoletto, l'autista della banda, era un ex partigiano. Del gruppo facevano parte anche Danilo Crepaldi, un ex contrabbandiere, e Donato Lopez, torinese figlio di un operaio meridionale e all'epoca dei fatti ancora minorenne.
La Banda Cavallero, che aveva già ucciso un uomo durante una rapina a Ciriè (TO) il 17 gennaio 1967, in cinque anni riuscì ad accumulare un bottino di circa 98 milioni di lire, agevolati dalla tecnica della "tripletta", ovvero quella di compiere tre rapine nello stesso giorno per sviare le forze dell'ordine e ottenere campo libero.
Le loro azioni furono ben documentate dal film "Banditi a Milano", del regista Carlo Lizzani, pellicola incentrata soprattutto sulla rapina al Banco di Napoli e quella tragica fuga che resterà tristemente nitida nella memoria dei milanesi.

FILMOGRAFIA CONSIGLIATA
"Banditi a Milano" - Regia di Carlo Lizzani, 1968
"Svegliati e uccidi" - Regia di Carlo Lizzani, 1966
"Vallanzasca - Gli angeli del male" - Regia di Michele Placido, 2010
"Milano Calibro Nove" - Puntata di "Blu Notte-Misteri Italiani", di Carlo Lucarelli, 2004
"La Mala del Brenta" - Puntata di "Lucarelli racconta", di Carlo Lucarelli, 2010

Di: Domenico Carbone
 
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