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mercoledì 17 gennaio 2018

Il piano Marshall e l'attuazione in Italia

Al termine della seconda guerra mondiale le condizioni economiche e sociali del vecchio Continente e dell’Italia erano particolarmente critiche: oltre all’alto prezzo in vite umane altrettanto ingenti furono i danni materiali. In questa situazione e con il deteriorarsi dei rapporti tra Usa e Urss, l’inizio della cristallizzazione bipolare – avvenuta nel febbraio 1947 - portò ad un cambiamento della politica estera americana con la “dottrina Truman”, che mirava a contenere l’influenza dell’Unione Sovietica in Europa. Questa “politica del contenimento”, come venne definita da George Kennan, comportava in primo luogo un consolidamento dei paesi europei occidentali sul piano politico ed economico.

All’interno delle misure nell’ambito economico l’intervento principale fu quello del Piano Marshall proposto dal segretario di stato americano George Marshall nel 1947. L’idea di questo intervento economico era mossa dalle preoccupazioni degli Stati Uniti. La principale di queste preoccupazioni era determinata dal fatto che la ripresa economica potesse essere soffocata sul nascere e che la crisi economica comportasse ripercussioni politiche. Infatti il presidente americano Henry Truman vedeva il successo del comunismo in Europa orientale come conseguenza della crisi economica in quei paesi. Nel marzo del 1947 molte alte personalità rimasero confuse da un discorso in cui il Presidente americano si diceva preoccupato per l’imminenza di una crisi e la possibilità di un confronto globale e accennava ad alcuni aiuti economici in favore della Grecia e della Turchia. Dopo il discorso alcuni giornalisti e parlamentari chiesero di conoscere il quadro della situazione, chiedendo un piano di aiuti organico per la ricostruzione mondiale, per alleviare in alcuni paesi come la Francia e l’Italia il disordine economico e l’agitazione politica, paesi questi dove erano presenti anche grandi partiti comunisti. Gli americani si convinsero che in questa situazione, un programma unificato di aiuti, rigidamente controllato da loro, avrebbe garantito pace, prosperità, stabilità politica, indebolimento dei partiti comunisti, e benessere per gli Stati Uniti. Il Programma di Ricostruzione Europea (ERP) sarebbe stato diverso dagli aiuti precedenti forniti dall’Europa occidentale; dalla fine della guerra in poi erano stati profusi senza alcun criterio e non avevano raggiunto il loro scopo. Infatti la novità di questo programma pensato da Marshall è che avrebbe rappresentato la dottrina Truman in azione.

Il 5 giugno 1947 il Segretario di Stato nel corso della cerimonia annuale della Harvard University parlò della necessità di elaborare un nuovo piano di aiuti per l’Europa. Il piano dopo l’intervento alla Harvard University mancava ancora di contenuti specifici, quindi iniziarono a formarsi dei comitati americani ed europei occidentali. Questi formularono l’ERP a carattere quadriennale sotto la direzione degli Stati Uniti, che prevedeva una serie di prestiti e sovvenzioni gestiti da un nuovo organismo del governo americano denominato Amministrazione per la Cooperazione Economica (ECA). L’ERP provocò una violenta rottura nel periodo della guerra fredda sia perché nel piano era stata inclusa la Germania Occidentale, senza la partecipazione dell’Unione Sovietica e dell’Europa orientale, sia perché essa si muoveva al di fuori della Commissione economica delle Nazione Unite per l’Europa (ECE). Questa situazione di tensione internazionale e la guerra fredda si aggravarono per la maniera provocatoria con cui gli Stati Uniti presentarono il Piano Marshall, ignorando l’ECE e anche perché l’Unione Sovietica interpretò questi aiuti come un’iniziativa antisovietica. Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica cercarono di varare piani di ricostruzione per le rispettive sfere d’influenza con i piani Marshall e Molotov.

Il piano Marshall non venne concepito solo dal segretario di stato americano, ma anche da Dean Acheo uno dei principali artefici della dottrina Truman: dirigeva il Dipartimento di Stato quando Marshall era assente per impegni internazionali. Gli studi sul piano Marshall iniziarono già prima e continuarono anche dopo l’intervista lasciata da Truman nel febbraio del 1947 con alcune riunioni come quella tenutasi l’11 marzo 1947 all’interno di State-War-Navy Coordinating Commitee (SWNCC) un gruppo di lavoro. Dean Acheson all’interno del Dipartimento di Stato costituì una speciale commissione per gli aiuti esteri. Le istruzioni per entrambe le commissioni erano di lavorare in fretta, anche perché molti paesi avevano bisogno di aiuti urgenti. La potenza economica della nazione doveva essere usata per sostenere la stabilità economica e la normalità dei processi politici in qualsiasi parte del mondo, in modo da orientare gli altri stati verso la politica degli Stati Uniti. I primi accordi per l’applicazione del piano Marshall in Italia avvennero il 2 febbraio del 1948, quando l’ambasciatore americano a Roma James Dunn, e il ministro degli Esteri Sforza firmarono un Trattato decennale di amicizia e di commercio fra Stati Uniti e Italia. Un mese e mezzo più tardi, il 20 marzo, il segretario di Stato Marshall riferì dell’invio all’Italia di vari milioni di dollari, anche se l’Erp doveva ancora essere approvato definitivamente dal Congresso. Infatti a Washington si era deciso di anticipare l’annuncio in vista delle decisive elezioni del 18 aprile 1948 in Italia. Nel primo anno di attivazione dell’ERP dal luglio 1948 al luglio 1949 esso rappresentò per l’Italia il 5,3% del Pil e gli aiuti furono essenziali per la rinascita europea e in particolare per l’Italia, sia per le materie prime e i prodotti che arrivarono dall’America, sia perché impedirono deficit di dollari per acquistarli. In Italia i prestiti ERP diedero l’opportunità a molte medie imprese e a grandi industrie anche private come la Fiat e l’Edison di rinnovare impianti e macchinari industriali; tali opportunità vennero offerte anche alle imprese pubbliche dell’Iri. Questi aiuti erano inviati in tranche e dovevano essere guadagnati in qualche modo con un buon comportamento politico, economico e dovevano essere usati per promuovere la stabilità finanziaria. Gli americani fecero capire che tali finanziamenti non sarebbero arrivati se al governo c’erano partiti comunisti come in Italia e Francia. Infatti le reazioni più critiche al piano Marshall furono da parte dei partiti di sinistra in Italia come il Pci e il Psi.

La gestione italiana di queste risorse venne fortemente messa in discussione dai politici ed economisti americani; la critica più accesa fu quella espressa nel rapporto del Country Study al Congresso dove si criticava l’Italia per la gestione degli aiuti, in quanto dissentivano dalla politica deflazionista dell’Italia, poiché non aveva ragione di esistere visto il continuo rifornimento di materie prime, macchinari, e la garanzia illimitata di aiuti garantiti. Infine il piano Marshall fu il primo stadio per la costruzione di una comunità di idee, di legami economici fra l’Europa e gli Stati Uniti contribuendo in questo modo alla creazione dell’Occidente post-bellico.

Di: Francesco Sunil Sbalchiero

Fonti:
Adriana Castagnoli, La guerra fredda economica, Laterza, Roma-Bari, 2015
Ennio di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali, Laterza, Roma-Bari, 2015
(a cura di) Elena Aga Rossi, Gli Stati Uniti e le origini della guerra fredda, Il Mulino, Bologna, 1984
Giuseppe Mammarella, Storia degli Stati Uniti dal 1945 a oggi, Laterza, Roma-Bari, 2013
Valerio Castronovo, Storia economica d’Italia, Einaudi, Torino, 2013
John L. Harper, La guerra fredda, Il Mulino, Bologna, 2013

martedì 9 gennaio 2018

Lochner: Rinascimento alla tedesca

Stephan Lochner, nato nei pressi di Meersburg nel 1410, si staglia quale uno dei rappresentanti del Rinascimento “alla tedesca”. Ricopre alcune funzioni di esecutore ufficiale di corte, durante la permanenza di re Federico III, in seguito si sposa e accede alla carica di consigliere cittadino. Il flagello della peste del 1451 colpirà anche l’artista che trova riposo nel cimitero vicino la chiesa di St. Alban.

Il suo stilema è un delicato connubio tra elementi arcaizzanti, ancora rispondenti ad alcuni primitivismi bizantineggianti, e un’impronta vessata al ritratto, nella sua interpretazione “moderna”. Il suo esordio è costituito da “Il San Girolamo nello studio”, ove le peculiarità dell’imprinting fiammingo sono ben presenti nell’impostazione prospettica, sebbene il pittore vanti una certa disinvoltura nella rappresentazione degli oggetti di scena. Questo costituisce un limite iniziale poiché egli si sofferma su questo aspetto esulando parametri più innovativi. Un vizio di ingenuità che caratterizzerà i suoi debutti su tela, estremizzando particolari luminosi e ombre. Con il trapasso alla figurazione sacra della Crocifissione, la sua impulsività viene mediata e la composizione acquisisce un’impronta più matura. La grandiosità delle figure, nella loro staticità e ieraticità, conferisce un’enfasi all’impianto visivo. Si percepiscono lievi cenni dei capi dei santi in un’impostazione che asseconda i canoni iconografici medievali: il Cristo, esangue, etereo, al medesimo tempo, nerboruto, in dialettica con la rudezza dei tratti delle altre figure. Nell’anta dell’Altare del Giudizio sono raffigurate le Sante Maddalena e Caterina, con a latere S. Antonio Eremita, Cornelio, Uberto e Quirino. All’interno la crudescenza del martirio degli Apostoli, al centro la città celeste e l’inferno, di lato a Cristo, Maria e Giovanni Battista iconizzati in misura più grande rispetto al resto, accondiscendendo alla poetica medievale.

L’impianto compositivo riecheggia lo stilema olandese di una tela racchiusa nel palazzo comunale di Diest. Ogni “particulare” detta una precisa simbologia: viole e fragole in segno di umiltà virginale; le sette perle della fibbia riprendono le sette virtù. Netto il passaggio dalla Madonna delle violette alla Madonna del roseto in cui da una narrativa di stampo “cortese” si passa a una descrizione ispirata alla “devotio moderna”, di accenno senese del XIV secolo. Quest’ultima di matrice più metafisica permette a Lochner un approccio più personale, utilizzando l’apparato metaforico in modo più intimo, sdoganando l’etica medievale. L’unicorno a stigma della verginità, la mela simbolo dell’incarnazione della divinità, un tutt’uno con il trascendente. Non più unicamente scena che si fonde nella narrazione, ma una compenetrazione tra soprannaturale e terreno. L’artista crea un’atmosfera unica, silente, senza luogo né tempo.

L’incarico di maggior rilievo ufficiale che assume Lochner è l’altare della cappella del municipio di Colonia. L’appalto di raffigurare i santi patroni è un onore per l’artista che assolve al compito con la dovuta maestria. Strutturazione simmetrica tipica della sacra rappresentazione, influssi ancora dell’arte medievale in cui le figure non acquisiscono in sé un valore individuale, ma in quanto parte di un tutto. Sfondi dorati bizantineggianti, tinte smaterializzate. Il focus per il pittore rimane costante nell’interesse al trascendente, il dato metafisico reso da una pastura coloristica evanescente.

Il fascino di Lochner viene celato per molti secoli e riconsiderato nel periodo romantico, ove il suo afflato sensibile e appassionato, diventa un monito di ispirazione; lo stesso Goethe ne stenderà le lodi.

Di: Costanza Marana

Fonti:
Stefano Zuffi, Il Cinquecento, Electa, Milano, 2005;
Maestri del Colore, Lochner, n. 99, Fratelli Fabbri Editori, 1965

sabato 6 gennaio 2018

La legge 'Truffa'

La legge elettorale proposta da Scelba nel 1952 venne battezzata come “legge truffa” da Piero Calamandrei, le motivazioni di questo nome non sono da ricercare nel premio di maggioranza, che scattava con il raggiungimento del 50% dei voti, anche in alleanza con altri, ma in un altro aspetto. A quel premio infatti potevano ambire difficilmente i social-comunisti fermi al 31% alle elezioni del 1948, ma solo i partiti governativi, infatti la formula di governo centrista era arrivata al 60%. Il dibattito sul cambiamento della legge elettorale è ben più lungo rispetto alla singola vicenda della legge maggioritaria con gli apparentamenti per le politiche. Questo dibattito incomincia già per le amministrative durante la segreteria di Taviani, visto che c’erano state situazioni di instabilità con il sistema proporzionale, poiché c’erano stati casi di parità come a Viareggio e quindi si passò al maggioritario. Il problema della legge maggioritaria si scatenò quando questa proposta venne portata a livello nazionale per le elezioni politiche.

De Gasperi sapeva che la situazione del suo partito era molto cambiata, soprattutto dopo le amministrative del 1951-1952 in cui la Dc, rispetto alle politiche di quattro anni prima aveva perso circa il 13,4%. Il risultato elettorale delle amministrative aveva evidenziato che i consensi della coalizione di governo del centrismo organico erano in calo. Questo fatto era dovuto a tre motivi: fondamentalmente il primo era dovuto ad una ripresa dei partiti di destra; infatti le elezioni amministrative avevano segnalato un ripresa dei voti del partito monarchico e dei qualunquisti, soprattutto nel Meridione, poiché questi erano sostenuti dal così detto “quarto partito” che non appoggiava più in modo convinto la DC. Il secondo motivo era dovuto alla situazione economica,perché nonostante le importanti riforme rimanevano gravi la disoccupazione e la povertà in molte parti del paese. Il terzo motivo era che il sistema elettorale proporzionale portava ad una cronica fragilità di governo. Inoltre c’è un ulteriore motivo dovuto al venir meno della percezione del pericolo comunista, questo aveva tolto via alla DC un argomento centrale rispetto alle precedenti elezioni.

Vista la situazione De Gasperi propose un cambiamento della legge elettorale, che avrebbe dovuto garantire un sistema parlamentare, ma con maggiore stabilità politica e cioè il maggioritario, che sostanzialmente si basava su due punti tecnici. La nuova legge elettorale proposta da Scelba nell’ottobre del 1952, si basava sul mantenimento degli scrutini di lista su collegi plurinominali e revisione del meccanismo di riparto proporzionale con l’introduzione di un premio di maggioranza, a condizioni che si superasse una determinata soglia che era fissata al 50%. Questa legge incomincia il suo iter legislativo nel dicembre del 1952. La discussione è accesa intorno alla legge elettorale, critiche vengono mosse fin dall’inizio, quando ormai mancavano cinque mesi alle elezioni. Le sinistre con la proposta della DC di questa nuova legge elettorale, riuscirono in un’operazione, che al Fronte popolare nel 1948 era fallita, cioè di farsi vedere come forze mobilitate per salvare la democrazia, grazie anche all’aiuto di altre figure che condividevano questa battaglia come Parri e Corbino, i quali sostennero questa battaglia in modo convinto legittimando così la protesta sollevata dai social-comunisti.

Inoltre tutti i partiti che si opponevano a questa legge organizzarono mobilitazioni e contestazioni in tutto il paese e in parlamento fecero ostruzionismo, infatti subito venne posta una sospensiva a firma di Nenni, che inoltre chiedeva l’attuazione della corte costituzionale. Vennero poste quattro pregiudiziali di incostituzionalità presentate da Togliatti, Basso, De Martino e Ferrandi e l’accusa principale di queste pregiudiziali era che con questa legge si tentava di smantellare la Costituzione,facendo venir meno l’impegno morale di tutti i partiti dell’arco costituzionale che avevano partecipato alla Resistenza e si erano presi il merito per aver attuato la democrazia dopo gli anni del fascismo. Il 5 dicembre venne dato come termine ultimo per presentare le relazioni sul disegno di legge,e quando esso giunse in aula Giovanni Leone, che presiedeva la Camera venne accusato di farsi suggerire le interpretazioni del regolamento da Gonella. Togliatti affermò che il cambiamento della legge elettorale era per il motivo che la DC voleva portare il Paese in guerra, mentre le opposizioni cercavano di evitare all’Italia altre catastrofi. Le risposte agli attacchi vennero date da Aldo Moro, che sosteneva che la legge maggioritaria avrebbe garantito un minimo di sicura direttiva, una base solida di governo, una tranquilla possibilità di manovra.

Questa legge elettorale trovò grande opposizione perché dalle sinistre era vista come la Legge Acerbo, che nel 1924 aveva legittimato il regime fascista, anche se non poteva essere paragonata a quella legge solo per il premio di maggioranza che scattava al 50%. Ci furono tentativi di mediazione, ma fallirono tutti come scrive Taviani nelle sue memorie:

“Durante il dibattito alla camera, l’on. Corbino ha avanzato una proposta di mediazione: ridurre il premio di maggioritario che nella legge costituisce il 16% dei seggi, circa 100 deputati, a un pacchetto fisso di 50 deputati. De Gasperi è stato sul punto di accettare il compromesso che avrebbe svelenito il contrasto e favorito lavittoria. Saragat è intervenuto e ha preteso il rifiuto della proposta Corbino. È stato un primo grave errore, forse il maggiore di tutti”.

In questa situazione di forte tensione tra i partiti sulla legge elettorale , si arrivò alle elezioni politiche del 7 giugno 1953 , che porteranno alcuni cambiamenti all’interno della politica italiana e all’interno della Democrazia Cristiana. Infatti alle elezioni del 7 giugno 1953 il mecanisco previsto dalla legge elettorale non scattò per pochissimi voti, questo grazie anche alcune piccole liste di disturbo composte principalmente da esponenti socialisti e laici.


Di: Francesco Sunil Sbalchiero

Fonti: G. Baget-Bozzo, Il partito cristiano al potere, Firenze, Vallechi 1978
A. Giovagnoli, Il partito italiano, Bari, Laterza, 1996
A. Agosti, Storia del Partito comunista italiano (1921-1991), Laterza, Roma-Bari, 2000
S. Piretti, Le elezioni politiche in Italia dal 1848 a ad oggi, Bari, Laterza, 1996
P. E. Taviani, Politica a memoria d’uomo, Bologna, Il Mulino, 2002
F. Malgeri, La stagione del centrismo, Catanzaro, Rubbettino, 2002
G. Crainz, Storia della repubblica, Donzelli, Roma, 2016
F. Malgeri (a cura di), Storia della Democrazia Cristiana, II, Roma, Edizione Cinque Lune, 1987

martedì 2 gennaio 2018

La paradossale storia della guerra più lunga mai combattuta

Esattamente a queste coordinate 49°56′10″N 6°19′22″W si può trovare un piccolo arcipelago che a primo impatto non ha nulla di così speciale: in realtà le Isole Scilly non sono solo un paradiso sito a cavallo tra il Canale della Manica e l’Oceano Atlantico, ma hanno anche un assurdo interesse storico.

Probabilmente molti non le avranno neanche mai sentite nominare, ma gli isolotti che contano poco più di 2000 abitanti, sono stati teatro della guerra più lunga mai combattuta durante tutta la storia dell’umanità. Se pensiamo alla guerra è facile che il nostro pensiero sia ricondotto ad immagini traumatiche, cruente come sangue, ferite, soldati, colpi di arma da fuoco. Tutto ciò non è mai avvenuto in questa guerra, da qui la seconda peculiarità del fatto.

Per capire come questa guerra possa essersi protratta per 335 anni è necessario andare molto indietro nel tempo, arrivando fino al XVII secolo, epoca in cui la vicina Gran Bretagna stava attraversando uno dei periodi più turbolenti della sua storia, la Guerra Civile Inglese (1642-1648), combattuta tra i Parlamentari capeggiati da Oliver Cromwell e i Monarchici. Come ogni conflitto gli attori in gioco erano due: le isole Scilly da una parte - avamposto britannico strategico in molte battaglie precedenti e successive - e i Paesi Bassi, all’epoca potenza di spesso rilievo nel panorama europeo.

Al tempo la Cornovaglia - la lingua di terra più ad Ovest della Gran Bretagna - era una delle regioni roccaforte dei Monarchici, ma alla fine della Guerra Civile cadde in mano ai Parlamentari. Proprio in questo frangente, Cromwell e i suoi alleati iniziarono a delineare il nuovo stato britannico, futura superpotenza dotata di una Flotta marittima in grado di stabilire definitivamente il suo dominio nel contesto prima europeo, poi internazionale. Ai Monarchici, in fuga, l’unico porto sicuro possibile da sfruttare furono proprio le Isole Scilly, che dal 1648 – dopo accesi conflitti e cambi di bandiera continui – erano sotto il comando del giovane Sir John Grenville, fedele Monarchico e intimo amico del Principe Carlo del Galles, futuro Re Carlo II.

Gli inglesi, sin dai tempi della Regina Elisabetta I, furono i principali sostenitori degli olandesi che, ormai da 80 anni, tentavano di acquisire la propria indipendenza dalla Spagna. Proprio nel 1650, mentre si trovavano nel Canale della Manica, riuscirono a concludere da vincitori il conflitto contro gli spagnoli e ad ottenere l’autonomia da essi. Divenendo una nazione, i Paesi Bassi - desiderosi di non recidere i contatti con i loro datati alleati inglesi - furono obbligati a decidere quale delle due parti – Monarchici o Parlamentari – supportare: la scelta definitiva ricadde sui secondi, grazie alla loro immagine di papabili vincitori. Immediatamente sia i vascelli Parlamentari, sia quelli olandesi, cercarono di espugnare la roccaforte monarchica alle isole Scilly, senza mai attaccare direttamente, ma posizionando strategicamente i loro mezzi lungo le coste insulari. Sir John Grenville – che intanto fece dell’isola la base principale di una flotta corsara – non esitò a sferzare il primo attacco, e i vascelli posizionati sulle coste vennero depredati per più di un anno senza che inglesi o olandesi reagissero. Tuttavia, gli alleati dei Parlamentari non tardarono a spazientirsi e, nel marzo 1651, uno squadrone guidato dall’Ammiraglio Maarten Tromp, approdò sull’isola principale, St. Mary, per richiedere a Grenville il rilascio di alcuni dei suoi uomini e un risarcimento per i danni subiti alla flotta mercantile olandese. Durante i colloqui la tensione salì vertiginosamente e si toccò l’apice quando Grenville rifiutò definitivamente le richieste neerlandesi: Tromp non ebbe altra scelta che dichiarare guerra alle Isole Scilly (forse anche in modo illegittimo: effettivamente stava dichiarando guerra a degli inglesi, anche se di opposta fazione).

Con il supporto dei Parlamentari, preoccupati della possibile invasione Monarchica attraverso la vicina Cornovaglia, gli olandesi invasero l’isola ed estinsero frettolosamente tutte le minacce per la nuova Gran Bretagna, senza che un solo colpo venisse sparato. Ben presto tutti gli attori coinvolti nel breve conflitto tornarono nei rispettivi paesi; le Isole Scilly furono presidiate permanentemente dai britannici. Ma ci si dimenticò di un elemento decisamente importante: le Scilly erano effettivamente una nazione a sé, e sconfitta la minaccia monarchica, sia inglesi che olandesi si dimenticarono di firmare un trattato di pace per concludere istituzionalmente la guerra.

La questione delle Scilly fu una piccola goccia nel mare di azioni storiche che coinvolsero successivamente la Gran Bretagna e i Paesi Bassi ed entrambi i paesi si scordarono completamente della questione per anni, anzi, secoli. Approdiamo così ai giorni nostri. Generazioni di appassionati delle Scilly ripresero in mano la storia dell’arcipelago: uno storico in particolare fu il principale fautore della riscoperta di questo bizzarro evento, Roy Duncan, appassionato di storia locale e membro del Council of The Isles of Scilly. Duncan non perse tempo e cercò di porre rimedio immediatamente alla guerra che incombeva da ormai 334 anni: nel 1985 scrisse all’Ambasciata dei Paesi Bassi a Londra per chiedere una verifica fattuale anche da parte olandese della faccenda. Non sperava moltissimo in una risposta, ma questa arrivò e conteneva una verità sconcertante: dopo verifiche accurate anche gli olandesi scoprirono che non fu mai firmato alcun trattato di pace con le Scilly.

Il governo olandese cercò di risolvere nel più breve tempo possibile la strana faccenda e il 17 aprile 1986 l’ambasciatore preposto si recò nell’arcipelago per firmare il definitivo trattato, ponendo fine alla guerra più lunga della storia. Molti storici hanno obiettato sulla reale esigenza di stipulare una pace tra le due nazioni, poiché si sarebbero effettivamente conclusi tutti i conflitti con il trattato del 1654 e le critiche verso i rispettivi governi di aver foraggiato questa trovata pubblicitaria non mancarono. Tuttavia, la firma del trattato di pace del 1986 non fu solo una mossa reclamistica, ma anche un modo per mettere alla prova i rapporti internazionali. La dichiarazione è attualmente conservata presso la sede del Council of the Isles of Scilly, sull’isola di St. Mary, visibile ai turisti affascinati da questa svista storica che ha permesso alle isole di entrare a pieno titolo nelle pagine della storia.


Di: Simona Amadori

Fonti:
John Barratt, Cromwell’s War at Sea, Pen & Sword Mlitary, Barnsley, 2006
Mark Bowden, Allan Brodie, Defending Scilly, English Heritage, Swindon, 2011
Ben Johnson, The 335 Year War – The Isles of Scilly vs the Netherlands, in The Historic UK, The History and Heritage Accomodation Guide, reperibile all’URL http://www.historic-uk.com/HistoryUK/HistoryofEngland/The-335-Year-War-the-Longest-War-in-History/ (consultato il 14/12/2017)
AP, Dutch Proclaim End of War Against Britain's Scilly Isles, in New York Times, 18 April 1986, reperibile all’URL http://www.nytimes.com/1986/04/18/world/dutch-proclaim-end-of-war-against-britain-s-scilly-isles.html (consultato il 16/12/2017)

domenica 17 dicembre 2017

La divisione coreana e il possibile conflitto nucleare


La Corea del Nord sembra vivere in questi tempi, un’altissima attenzione mediatica dovuta alle questioni di politica internazionale che vede nel ruolo di protagonista i suoi rapporti con gli Stati Uniti di Trump. Le reiterate minacce di attacchi nucleari alla nazione statunitense hanno polarizzato l’attenzione su questo piccolo paese asiatico la cui credibilità era stata fino a qualche anno fa, pressoché nulla. La Corea del Nord di Kim Jong-Un sembra quasi uno stato anacronistico e a tratti, distopico agli occhi dei pochissimi che sono riusciti a visitarlo e a raccontarlo una volta terminata l’esperienza che talvolta, è anche stata autorizzata dalle stesse istituzioni del paese con l’intento di far conoscere e di promuovere il proprio paese all’estero per darne un’immagine meno negativa.  Per farsi un’idea di questo stato, occorre contestualizzarlo nella storia e tracciarne la linea temporale almeno più contemporanea per capire in che contesto ideologico si collocano le scelte politiche dei suoi leader del passato e per capire il motivo della maggior parte delle decisioni dell’attuale leader nord coreano.

Per fare ciò, è necessario specificare subito che la Corea del Nord non è sempre stato un paese autonomo, libero da ingerenze esterne e svincolato da potenze straniere come appare oggi.  La penisola coreana fu praticamente posta sotto protettorato giapponese dopo che il Giappone aveva sbaragliato con successo l’esercito russo nella guerra russo giapponese del 1905. Per la prima volta nella storia, una potenza extra europea vinceva una potenza europea e quindi, estendeva il proprio dominio sua una porzione di territorio che negli anni successivi sarebbe stato ufficialmente annesso all’impero giapponese. L’occupazione del Giappone fu un evento traumatico per la Corea.  Oltre allo sfruttamento economico del territorio, i soldati giapponesi adottarono metodi brutali contro la popolazione soprattutto nel periodo a ridosso della seconda guerra mondiale nel quale si perpetrarono stermini di massa e stupri generalizzati verso la popolazione femminile. Fu solo dopo la prima guerra mondiale che nacque una frangia di resistenza militante da parte di un partito comunista nel quale negli anni trenta spiccò l’impegno di Kim Il-Sung nonno dell’attuale Kim Jong-Un.
Attuale divisione coreana 
Dopo la resa del Giappone a seguito della seconda guerra mondiale, la penisola coreana fu divisa in due parti all’altezza dell’ormai famoso 38° parallelo, occupata a nord dall’Unione Sovietica e a sud dagli Stati Uniti in un classico schema di bipartizione che si ritrova in molti altri paesi del mondo durante il periodo della guerra fredda. L’idea iniziale delle due superpotenze era quella di sottoporre la Corea ad un’amministrazione fiduciaria delle Nazioni Unite che avrebbe lentamente fatto transitare il paese verso l’indipendenza. La vecchia aristocrazia e i proprietari terrieri erano stati visti come collaborazionisti dei governi d’occupazione giapponese, ragione per la quale si erano alienati il consenso della popolazione. A nord il governo venne affidato ai comunisti di Kim Il-Sung che avevano combattuto contro l’occupazione e che quindi rappresentavano la novità politica. A sud, il governo del paese fu affidato al generale statunitense Hodge che non esitò di avvalersi della destra conservatrice e collaborazionista più osteggiata dalla popolazione.  Ciò fomentò il polarizzarsi di due opposti gruppi politici nelle due estremità del paese. All’inconciliabilità della situazione, l’ONU rispose convocando libere elezioni alle quali il partito comunista si oppose contestando il pericolo dei brogli elettorali dei partiti conservatori i quali a sud procedettero alle votazioni con effettive interferenze alle consultazioni. Nacque così a sud la Repubblica di Corea con la vittoria dell’ex esule di destra Syngman Rhee. Per tutta risposta i sovietici trasferirono i poteri di governo a Kim Il-Sung e a nord venne fondata la Repubblica Popolare Democratica di Corea.  Entrambi i sistemi di governo si ritenevano l’unica espressione istituzionalmente legittima del paese ed obbiettivo di entrambe le Repubbliche era il reciproco annientamento. La Repubblica Popolare Democratica di Corea condusse operazioni di guerriglia a sud per sovvertire il governo rivale, ma ben presto fu evidente che ciò non bastava. Kim Il-Sung decise, nel 1950, di attaccare frontalmente la Repubblica di Corea, evento che fece intervenire gli Stati Uniti a difesa del proprio alleato. Le forze americane respinsero le truppe nemiche e guidarono un attacco a nord. A questo punto, la Repubblica Popolare Cinese di Mao, alleata della Corea del Nord (come lo è ancora oggi), decise di intervenire per impedire la cancellazione dei propri alleati nella regione.  La guerra terminò solo nel 1953 con la firma di un armistizio (e non una pace definitiva che fino ad oggi, non è ancora stata raggiunta dalle due Coree) da parte delle forze in campo.

Di fatto l’armistizio ha permesso il congelamento della storia in quanto perpetuo mutamento. Le due Coree sono rimaste divise ed elemento ancor più anacronistico, la Corea del Nord è rimasta un paese con un governo totalitario a partito unico con al vertice un dittatore che si proclama leader supremo e che condivide molte caratteristiche con la figura di capo carismatico ricoperta da Stalin. Nella Repubblica Popolare Democratica di Corea, non è mai avvenuta nessun processo di destalinizzazione e quindi è venuto a mancare quel processo di de-istituzionalizzazione del culto del capo che aveva in minima parte caratterizzato l’Unione Sovietica. Oggi Kim Jong-Un è ancora idolatrato dal proprio popolo.  Inoltre, il crollo dell’URSS nel 1989 non ha avuto sostanziali ripercussioni in Nord Corea e il sistema economico è uno (se non l’unico dopo la morte di Castro a Cuba) degli ultimi sistemi puramente comunisti.  [Per ulteriori informazioni sulla vita in Nord Corea si rimanda al link alla fine dell’articolo.]
Il recente programma nucleare perseguito dal paese è oggetto di discussione internazionale. Stando alle ultime fonti giornalistiche e da quanto dichiarato dal governo nord coreano, il paese non solo è in grado di far detonare una bomba atomica ma è anche fornito di missili ICBM, necessari per poter trasportare ordigni nucleari anche da un continente all’altro. La semplice detenzione di questi due strumenti di distruzione di massa non basta però a costituire una vera e propria possibilità di attacco che però potrebbe essere velocemente raggiunta. Il motivo per cui Kim Jong-Un ha deciso di fornirsi di un armamento nucleare, a quanto pare dal tipo di politica perseverata, è quello di garantire la propria sicurezza e tentare una politica di deterrenza nei confronti di quella che percepisce come principale minaccia: gli Stati Uniti.


Gli Stati Uniti in effetti, oltre ai trascorsi storici nelle vicende dalla penisola e alla loro storica quanto tradizionale avversione al comunismo, hanno altri motivi per nutrire astio nei confronti della Repubblica Popolare Democratica di Corea. Nel 2002, George W.Bush allora presidente degli USA dichiarò la Corea del Nord come parte dell’asse del male insieme all’Iraq di Saddam Hussein e l’Iran post rivoluzione islamista. In questo quadro, i tre paesi fomenterebbero il terrorismo internazionale e sarebbero impegnate nello sviluppo di armi di distruzione di massa.
La questione rimane aperta e solo il tempo potrà fornire alla storia delucidazioni sui punti che rimangono ancora senza spiegazioni e poco chiari. Un utile avvertenza può essere quella di avvicinarsi allo studio delle questioni storiche e geo-politiche sempre con spirito critico, cercando di guardare alle responsabilità generali che hanno avuto tutti i protagonisti della vicenda a partire dalla Corea, fino ad arrivare agli Stati Uniti passando per ex Unione Sovietica e per Cina e Giappone. Se c’è una cosa che la storia può insegnare è che non esistono buoni e cattivi, ma solo paesi che hanno compiuto delle scelte, talvolta giuste e talvolta irrimediabilmente sbagliate.



Maurizio Riotto, Storia della Corea dalle origini ai giorni nostri, Milano, Bompiani , 2005, pp. 251-259
Best Antony, Hanhimaki Jussi , Maiolo Joseph, Schulze Kristen, Storia delle relazioni internazionali, il mondo nel XX secolo e oltre , Torino, UTET , 2014
Alberto Mario Banti, l’età contemporanea, dalla grande guerra a oggi, Bari, Laterza, 2009
Articolo de La Stampa, La Corea del Nord lancia un nuovo missile balistico: Kim Jong-un sfida il mondo, 2017, Reperibile all’URL http://www.lastampa.it/2017/11/28/esteri/nordcorea-seul-pyongyang-ha-lanciato-un-nuovo-missile-balistico-YNc1435VryIjtxCkt9lIZM/pagina.html (17/12/2017)

Junko Terao, Otto giorni in Corea del Nord,2016 , Reperibile all’URL https://www.internazionale.it/reportage/junko-terao/2016/07/29/corea-del-nord-reportage (17/12/2017)

venerdì 15 dicembre 2017

Robot nella Prima Guerra Mondiale? Storia di una falsificazione mondiale

Spesso si sente parlare di improbabili invenzioni, utilizzate per la stragrande maggioranza di casi nelle due devastanti guerre mondiali all'interno dell'uno o dell'altro schieramento. E' questo il caso emblematico di un'invenzione dimenticata da tutti i libri di storia, stiamo parlando di Boilerplate, ovvero del primo modello di robot al mondo, utilizzato in azioni militari. Il Boilerplate, ovvero "modulo precompilato", fu presentato alla World Columbian Exposition di Chicago nel 1893. Artefice del progetto fu il professor Archibald Campion, che lo presentò come appunto un modulo meccanico in grado di compiere azioni programmate, praticamente un robot a tutti gli effetti! Il suo primo utilizzo fu durante la guerra ispano-americana del 1898, quando combatté agli ordini del futuro presidente Usa, Theodore Roosevelt, insieme ad un piccolo corpo di volontari statunitensi. Vista la sua effettiva utilità sul campo di battaglia, fu utilizzato anche per una spedizione punitiva ai danni di Pancho Villa in Messico, durante le sanguinose battaglie della rivoluzione messicana.

Arriviamo quindi al 1918, quando l'esercito Usa deciderà di affidarlo alle truppe inglesi per combattere sul fronte contro l'esercito tedesco. Verrà quindi inscatolato e spedito via mare come un vero e proprio pacco, per poi essere aperto e utilizzato mesi dopo sul fronte occidentale. Ed è proprio qui che la storia di Boilerplate si interromperà. Utilizzato per vari scopi militari nei mesi più caldi della prima guerra mondiale, il robot sparirà sul fronte senza lasciare alcuna traccia.

Sono poche le persone a conoscenza di questa strana ma devastante invenzione ed il motivo è molto semplice: l'automa in realtà non è mai esistito ma è risultato essere il frutto di una vera e propria falsificazione storica! Esso fu creato in realtà dal disegnatore Paul Guinan e trascritto online nei primi anni 2000. Sebbene inizialmente Boilerplate dovesse costituire materiale per un racconto a fumetti di fantascienza, esso una volta pubblicato online divenne celebre in molti forum statunitensi, al punto da essere spesso confuso per un vero e proprio prototipo realmente esistito ed utilizzato dagli stessi americani!

Prendendo coscienza del fatto che alcuni visitatori del sito erano talmente affascinati dal suo contenuto, al fine di renderlo un falso storico senza voluta intenzione, lo stesso autore Guinan decise di vedere quanto potesse sembrare autentico il personaggio, lavorando per garantire che le descrizioni di eventi non fittizi fossero accurate. Ha poi spiegato la sua motivazione in un'intervista del 2002: "Certo, mi sono sentito felice di aver raggiunto il mio obiettivo, ho creato questa storia nel tentativo renderla molto simile alla realtà e la gente ci ha creduto, acquistando il mio fumetto! E' stato un successo ma, come storico dilettante, sento la responsabilità di spiegare la storia dal giusto punto di vista, quindi mi sono sentito male per alcune di queste persone che si sono sentite truffate dopo aver scoperto la verità sui fatti". Guinan stesso ha stimato che circa un terzo dei visitatori del proprio sito considerava la sua storia falsa come reale, un dato estremamente preoccupante. Questi in seguito espanse il suo sito web in The History of Robots in the Victorian Era, che presenta altri esempi di robot dei primi del secolo, spiegandone però la differenza tra finzione e realtà.

Boilerplate costituisce un ottimo esempio di falsificazione storica (in questo caso non voluta dall'autore) che dovrebbe far suscitare in noi molte domande sulle incalzanti fake news del nuovo millennio, ormai diffusissime in rete e difficili da analizzare e smascherare. E' importante per questo difendersi con le accurate armi: dal punto di vista storico, la consultazione di diverse fonti sull'argomento costituisce la principale difesa contro la falsificazione, oltre che verificare l'attendibilità dei libri, manuali o siti web consultati attraverso l'individuazione della qualità e quantità di fonti fornite dagli stessi. Per evitare di cadere in un baratro senza via d'uscita, è importante saper distinguere i falsi miti e le fake news attraverso un accurato lavoro di analisi, la quale non dovrebbe essere competenza esclusiva di appositi enti legati dal debunking (ovvero alla demistificazione) ma di tutti noi cittadini comuni del World Wide Web che, attraverso un esercizio costante, dovremmo renderci conto degli effettivi tentativi di inganno virtuali quotidiani. Informarsi è un diritto, ma capire l'effettiva veridicità dell'informazione dovrebbe essere un dovere per tutti!


Di: Claudio Pira

Fonti:
Guinan, Paul. "Boilerplate: History of a Victorian Era Robot"

martedì 12 dicembre 2017

Ricordando Piazza Fontana (12 dicembre 1969)

Il contesto in cui si sviluppò la strage di piazza Fontana era complesso; a partire dalla seconda metà degli anni ‘60 c’era stato un ricorso sempre più frequente alla violenza. La situazione a livello nazionale in cui maturò la lotta armata e i primi attentati risale ai primi mesi del 1969, dopo gli scioperi (metalmeccanici, edili, chimici) per i contratti e, inoltre, in questo contesto, aumentarono i timori della classe media per la crisi economica. A livello politico si stava esaurendo la formula del centro sinistra e, infatti, si era formato un governo monocolore Dc guidato da Mariano Rumor. La situazione internazionale non era più tranquilla: nell’aprile del 1967 un colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti, aveva rovesciato la democrazia in Grecia instaurando una dittatura militare di estrema destra.

In quel periodo di forte contestazione, alcuni esponenti del Movimento sociale e alcuni gruppi extraparlamentari compirono viaggi di studio, per affinare le tecniche di provocazione-infiltrazione che poi vennero adottate in Italia. Con la nuova segreteria Almirante nel giugno 1969 il Msi riuscì a coinvolgere e ottenere importanti risultati, coinvolgendo il ribellismo giovanile e i movimenti ex parlamentari. Il Msi quindi si dotò, in questo modo, di una rilevante massa d’urto da impiegare negli scontri di piazza contro gli avversari politici. Questa forza fu utilizzata prima dell’autunno caldo nella primavera ed estate del 1969, come azione preventiva contro il movimento studentesco e la mobilitazione operaia.

Nella sinistra in questa situazione crebbe il peso politico del Pci, ma la mobilitazione operaia e la protesta studentesca portarono alla nascita di gruppi rivoluzionari a sinistra dello stesso Pci. Questi gruppi causarono disordini pubblici e, in alcune occasioni, anche guerriglia urbana in particolare durante la visita del presidente Nixon a Roma nel febbraio del 1969. In Italia e all’estero c’era preoccupazione sulla tenuta del sistema politico italiano, tanto che negli ambienti in cui l’anticomunismo era più forte, si pensava che quella fosse la condizione ideale per far crollare il sistema politico.

La Democrazia cristiana con alcuni suoi esponenti, in particolare con il ministro dell’interno Restivo e il capogruppo alla camera Giulio Andreotti, non nascondeva l’idea dell’esigenza di uno Stato forte che fermasse le tensioni, viste le bombe sui treni dell’agosto e l’uccisione dell’agente Antonio Annarumma nel giorno dello sciopero generale sulla casa il 19 novembre 1969. Il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat esortò alla vicinanza nei confronti delle forze dell’ordine in difesa del sistema democratico. Tutte queste dichiarazioni incontrarono il sostegno della destra, in particolare del Msi. Il clima di tensione in cui avvenne l’uccisione di Antonio Annarumma fu alimentato dalla grande stampa come segnalavano allora i titoli del Corriere della Sera i giorni 12, 13, 14, 15 novembre: Violenze di estremisti alla Fiat, Fiat: operai contro impiegati, Violenze alla Fiat; La Fiat sospende 59 operai. Incidenti e violenze alla Lancia. I prefetti di molte città usavano toni molto forti contro le proteste considerate di sinistra, e le relazioni prefettizie insistevano sui gruppi extraparlamentari, che stavano emergendo in quell’anno come Potere operaio e Avanguardia operaia.

In questo clima di tensione e contrasti sociali il pomeriggio di venerdì 12 dicembre esplosero cinque ordigni ad alto potenziale esplosivo. Questi ordigni erano così stati collocati: due per colpire a Roma l’Altare della Patria, la loro esplosione provocò ingenti danni ed alcuni feriti, altri tre ordigni erano stati collocati in tre Istituti di Credito a Roma, alla Banca Nazionale del Lavoro che provocarono quattordici feriti tra gli impiegati. A Milano in piazza della Scala, alla Banca Commerciale Italiana venne trovata una bomba inesplosa ad orologeria, mentre alle 16:37 a pochi metri dal Duomo esplose una bomba dalle stesse caratteristiche collocata alla Banca Nazionale dell’Agricoltura; quest’ultima provocò quattordici morti e diversi feriti anche tra i passanti.

Con le bombe del 12 dicembre e, in particolare, con la strage di piazza Fontana iniziò quella che è stata chiamata “strategia della tensione” cioè un inasprimento “forzato” dello scontro volto a spostare a destra l’opinione pubblica per rendere necessari governi autoritari. Questa strategia nel lungo periodo avrebbe portato ad altri attentati terroristici, aggressioni squadristiche e ad un uso illegittimo di alcuni apparati dello Stato.

La bomba alla Banca dell’Agricoltura provocò 16 morti e 87 feriti, la strage venne subito imputata agli ambienti anarchici, trascurando la pista di estrema destra. Questo sembrò a molti il segno della collusione tra l’estrema destra e lo Stato. Tale convinzione venne alimentata successivamente quando Il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, dopo tre giorni di interrogatorio, il 15 dicembre quindici minuti prima della mezza notte, morì in seguito alla caduta da un balcone della questura in circostanze poco chiare. Gran parte dei giornali e la stampa conservatrice erano in sintonia con la linea del questore Marcello Guida che ritenne l’attentato responsabilità degli anarchici e di Giuseppe Pinelli, però una frase detta dal questore: "Non l’abbiamo ammazzato, quel poveretto" riportata solamente dall’Ansa e dall’Unità creò dei dubbi sui fatti, tanto da rendere la morte del ferroviere immediatamente un caso. Altro elemento di scandalo fu l’arresto tre giorni dopo la morte di Pinelli del ballerino anarchico Pietro Valpreda legato al gruppo 22 marzo, perché accusato di essere il responsabile materiale della strage.

La giustizia solo nel 2004 e con molte difficoltà avrebbe portato in altre direzioni cioè ad una pista di destra supportata dall’intelligence italiana, infatti alcuni esponenti del Sid erano vicini all’estrema destra. Solo nel 2005 dopo 35 anni la Corte di Cassazione arrivò a riconoscere i militanti di Ordine nuovo come responsabili della strage tra cui Freda e Ventura, con il paradosso però, che essendo stati già assolti in via definitiva per quel reato, non poterono essere più processati.


Di: Francesco Sunil Sbalchiero

Fonti:
(a cura di) M. Isnenghi, I luoghi della memoria, Laterza, Roma-Bari, 2010
G. Crainz, Il paese mancato, Donzelli, Roma, 2007
G. Pavini, Ordine nero, guerriglia rossa, Einaudi, Torino, 2009
M. Dondi, L’eco del boato, Laterza, Roma-Bari, 2015
A. Ventrone, Vogliamo tutto, Laterza, Roma-  Bari 2012

Il cinema e la Prima guerra mondiale

L’ utilizzo delle immagini e del cinema è forse una delle più grandi innovazioni avvenute durante il periodo della prima guerra mondiale nel campo della propaganda. Il cinema era nato a ridosso della prima guerra mondiale, e già nel 1907 in Italia, vi era stata una fulminea presa di potere del cinema e del cinematografo nello spazio urbano, in qualsiasi luogo pubblico e privato, come notato con perfetto tempismo dal giornalista Oreste Fasolo o anche nella poesia “La passeggiata” di Aldo Palazzeschi. Nel 1914 il cinema era già da tempo molto popolare, ma c’era ancora una forte diffidenza ad utilizzarlo come strumento di propaganda, per due motivi: veniva ritenuto come un mezzo esclusivamente di intrattenimento per le masse, e la potenza emotiva delle immagini veniva considerata poco utile e gestibile ai fini della propaganda. La stessa immagine avrebbe potuto suscitare in alcune persone un atteggiamento contrario alla guerra, mentre altre potrebbero essere indotte a reazioni non controllabili e prevedibili; per questo verrà vietato l’accesso dei fotografi e degli operatori cinematografici al fronte.

La propaganda però non scartò il cinema essendo molto popolare; infatti, in Gran Bretagna nel 1914 si registrarono venti milioni di presenze nelle sale. Questo dato assunse ancora più importanza poiché la gran parte del pubblico apparteneva alla classe dei lavoratori, vicina al partito laburista che aveva posizioni pacifiste. I primi film ad essere diffusi furono quelli di attualità a scopo propagandistico, i registi alcune volte erano travolti dalla realtà stessa delle immagini; è per questo che molto presto i registi cercarono di fare film che, pur rappresentando la guerra in mondo reale, esaltassero il coraggio, l’eroismo dei soldati della loro nazione, e l’odio per il nemico.

Nel 1915 iniziarono ad uscire i primi film ufficiali commissionati dai governi, e il loro scopo era quello di far sì che le persone rimaste a casa si potessero identificare con le truppe al fronte. Alcuni film usavano generi collaudati quali il melodramma e l’avventura romantica, come ad esempio, il film del regista americano David Wark Griffith Cuori del mondo, in cui la guerra fa da sfondo alle vicende narrate; mentre in altri film i cineasti cercarono di rappresentare gli scontri con maggiore realismo, come il film inglese Battle of the Somme (1916,) dove venivano mostrati morti e feriti; questo pose il problema al governo inglese di decidere se fosse il caso di mostrare certe immagini al pubblico.

Il realismo massimo si raggiunse con i cinegiornali dove però le immagini venivano alternate ad alcune descrizioni di gesta epiche o coraggiose e scene in cui i soldati affrontavano la morte con allegria. Il cinema ha giocato un ruolo ancora più centrale negli Stati Uniti, in cui i film vennero visti da una media di ottanta milioni di persone a settimana. Un ruolo fondamentale è stato quello svolto da Hollywood, che durante la guerra, si rafforzò sfruttando la crisi del cinema europeo. Quando il paese entrò in guerra il colosso cinematografico accettò di aiutare il governo americano nello sforzo propagandistico. Questo si vide con la fondazione del Cooperation Committee of the Motion Picture Industry il cui scopo era quello di coordinare con il governo di Washington, la promozione della causa della guerra con la collaborazione di attori importanti come Charlie Chaplin nel film Charlot soldato (1918) e William Hart, che si era prestato a dare un immaginario della guerra che potesse favorire l’identificazione con le truppe al fronte.

I film ufficiali hanno avuto sia lo scopo militare, cioè di mantenere alto il morale in patria, sia quello di tipo informativo ed educativo, sia infine, quello di assolvere la funzione di documenti storici. In questi film si esaltavano i valori, per il quali il popolo americano fu chiamato a combattere a cominciare dalla democrazia. La situazione in Italia non era diversa rispetto a quella dei due paesi appena citati, infatti cinema e teatri costellavano le mappe cittadine e, almeno fino a Caporetto erano molto frequentati. Allo scoppio del conflitto Roma contava più di 50 cinematografi e 15 teatri. A Milano c’erano numeri analoghi; infatti nel 1915, i 34 cinematografi vendettero, 6.066.566 biglietti e negli anni di guerra successivi la vendita dei biglietti aumentò.

Uno dei film proiettati nei cinematografi fu “Addio mia bella addio …l’armata se ne va “ di Giovanni Luigi Giannini (aprile 1915).Nel racconto la guerra, come nei film americani e inglesi dello stesso periodo, fa solo da sfondo, e narra la storia d’amore contrastata tra un bersagliere e la fidanzata, ma introduce anche il tema delle violenze sulle donne da parte del nemico. Comunque nei film italiani, come anche quelli francesi, tende a scomparire qualsiasi forma di violenza e di immagine di corpi di soldati uccisi, anche nemici, perché si instaurava nel pubblico un paragone con i soldati al fronte, e quindi ciò sarebbe stato contro e non a favore della guerra.

Concludendo si può affermare che l’industria del cinema si riscoprì patriottica, assumendo un ruolo importante nella propaganda, e questo sarà ancora più evidente nel periodo del primo dopoguerra.


Di: Francesco Sunil Sbalchiero

Fonti:

M. Isnenghi ( a cura di ), I luoghi della memoria. Strutture ed dell’Italia unita, Laterza 2010
E. De angelis, Guerra e Mass media, Carocci 2014
A. Gibelli ( a cura di ) La prima guerra mondiale, voll 2, Einaudi 2014
T. Catalan (a cura di), Fratelli al massacro. Linguaggi e narrazioni della prima guerra mondiale, Viella 2015

giovedì 7 dicembre 2017

Perché esistono due Sudan

Dopo che la vicenda Catalana ha riacceso il dibattito riguardante i secessionismi, scopriamo come e perché il Sud del paese africano abbia intrapreso la strada indipendentista, diventando nazione sovrana nel luglio 2011.

Il Sudan è la nazione che nel corso di cinquant’anni di guerra civile praticamente ininterrotta (con la sola eccezione del decennio 1972-’83) ha potuto incarnare quell’inferno che sembrava essere sotterrato per sempre con la fine della Seconda Guerra Mondiale. Di fatti, in seguito all’indipendenza ottenuta nel 1956 sono immediatamente sfociate divergenze tra il nord e il sud del paese, degenerate in due conflitti fratricidi che hanno causato la morte di oltre 2 milioni di persone.
Prima di allora il paese era stato governato da Regno Unito ed Egitto, e le differenze tra la due macroregioni erano già ben evidenti. Non solo, infatti, lo Stato coloniale africano fu amministrato come se già fosse suddiviso in due differenti nazioni, ma erano (e lo sono tuttora) anche ben evidenti le differenze socioculturali dominanti. Se infatti nel nord è da sempre ben radicata la cultura araba/islamica, il sud si rifà principalmente al credo animista (e anche ad una solida minoranza cristiana).

La concessione dell’indipendenza e soprattutto la mancata instaurazione di una politica interna federalista evidenziarono tali differenze, costringendo le popolazioni tribali meridionali a riunirsi in un unico movimento separatista denominato Anya Nya (letteralmente “Veleno di serpente”). Fin dai primi anni ’60 i membri di Anya Nya si impegnarono nella lotta contro il governo centrale del nord, al fine di ottenere una maggiore autonomia regionale. Mentre quest'ultimo era finanziato e sostenuto dalla Lega Araba e dall'Unione Sovietica, a suo tempo il movimento separatista raccoglieva una moltitudine di tribù (Acholi, Lutuku, Dinka) che impedivano una reale compattezza all'interno dello stesso gruppo. Ciò, comunque, non permise mai una reale sottomissione dei Sudsudanesi, mentre il governo del paese subì svariati colpi di Stato. La (momentanea) pace fu raggiunta soltanto nel corso del 1972, tramite un'intesa stipulata tra il governo nazionale e il Movimento di Liberazione del Sud Sudan di Joseph Lagu.

Al sud del paese venne promessa un'autonomia amministrativa che però non fu mai realmente concessa e la relativa pace perdurò soltanto undici anni.
John Garang
L'introduzione della Shari'a da parte del presidente al-Nimeyri nel 1983 e la successiva abolizione dell'autonomia meridionale, riaccesero le ostilità. Nacque l'Esercito di Liberazione del Popolo di Sudan, diretto dal militare ribelle sudsudanese John Garang, in aperto contrasto con l'esercito nazionale.
La causa del Sud ottenne l'appoggio di entrambi i blocchi internazionali, sia per l'intransigenza verso il potere islamico di Karthoum, che per la rivendicazione degli ideali marxisti.  Il conflitto proseguì incessante, tra ulteriori tentativi di sottomissione verso il Sud Sudan da parte del generale Ahmad al-Bashir (giunto al potere con un colpo di Stato nel 1989), intromissioni di paesi esteri quali Eritrea, Etiopia e Uganda, e tentativi di conciliazione.
Non mancarono nemmeno massacri come quello avuto luogo a Bor, città del Sud Sudan, a partire dal 28 agosto 1991. Da quel giorno, in soli due mesi, furono sterminati in totale più di 85mila civili, ad opera delle milizie di Riek Machar, oggi vicepresidente della Repubblica del Sudan del Sud. L'intento dei carnefici era quello di esercitare una severa repressione a danno della popolazione vicina a Garang.

Si giunse alle soglie del 2000 e gli Stati Uniti, attraverso il "Sudan Peace Act" condannarono le violenze perpetrate dal governo centrale e si impegnarono per vigilare sulla situazione del paese, fino al raggiungimento dei trattati di pace.
In particolare, tale atto affermò come il governo Sudanese fosse stato responsabile di genocidio nei confronti del proprio stesso popolo, avendo casuato oltre 2 milioni di vittime e 4 milioni di profughi (1).
Secondo gli Statunitensi, inoltre, solo l'ingerenza degli altri Stati aveva permesso di contrastare un'ulteriore escalation di tali violenze (6) e la creazione di milizie da parte degli stessi Sudanesi aveva fatto sì che il governo potesse soggiogare maggiormente la popolazione, nascondendo allo stesso tempo ogni propria responsabilità (7).

In ogni caso l'atteso accordo di pace fu firmato in Kenia il 9 gennaio 2005. Attraverso di esso si garantiva piena autonomia al Sud fino al referendum indipendentista del 2011, un'equa ripartizione del lavoro e delle fonti petrolifere tra le due parti, e l'imposizione della Shari'a solamente nel nord islamico.

Sei anni dopo si giunse finalmente al referendum sull'indipendenza del Sudan del Sud, che sancì la nascita del nuovo Stato con quasi il 99% di voti favorevoli espressi dall'affluenza record di oltre il 96% degli aventi diritto.
A distanza di sei anni, però, l'avvenuta secessione non sembra aver migliorato la vita dei quasi 13 milioni di abitanti, nonostante la ricca presenza di pozzi petroliferi nel territorio. Fattore che ha, tra l'altro, causato un contenzioso con il nord del paese, che detiene la gran parte degli impianti di raffinazione e gli oleodotti che ne permettono l'esportazione (considerata l'assenza di sbocchi sul mare nei territori del Sud).
Per di più, lo scontro all'interno del Sud Sudan stesso tra le tribù dei Dinka e dei Nuer secondo l'ONU ha già causato la morte di oltre 50mila persone e, ad oggi, oltre 1 milione e 250mila persone soffrono una devastante carestia.
Profughi Sudsudanesi
Insomma, anche se liberata del giogo opprimente del governo di Karthoum, la popolazione Sudsudanese soffre la fame, fugge, vive nell'analfabetismo (al 75%) e muore a causa di un conflitto fratricida che, ancora una volta, alimenta le fiamme di un inferno mai realmente sopito.
Nemmeno dalla tanto acclamata secessione.

Di:Domenico Carbone

FONTI:
"Sudan Peace Act",
https://www.congress.gov/107/plaws/publ245/PLAW-107publ245.pdf
Stefano Fonsato,  Dinka vs Nuer, il Sud Sudan dalla secessione alla guerra per il petrolio,  10 maggio 2014, reperibile all'URL: https://ilmanifesto.it/dinka-vs-nuer-il-sud-sudan-dalla-secessione-alla-guerra-per-il-petrolio/
Redazione Il Post, Il fallimento del Sud Sudan, 05 novembre 2017, reperibile all'URL: http://www.ilpost.it/2017/11/05/sud-sudan-indipendente/
Redazione Ansa, Sud Sudan: 1,2 milioni soffrono la fame, 06 novembre 2017, reperibile all'URL: http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2017/11/06/sud-sudan-12-milioni-soffrono-fame_f3dc2133-6751-402b-9d14-ee0994056f52.html

martedì 5 dicembre 2017

Franca Viola e il 'NO!' che ha cambiato la storia!

(scena tratta dal film "divorzio all'italiana" di Pietro Germi)
E se non fosse l'onore ...
Era solo un giorno come un altro, eppure …
Eppure qualcuno ha deciso di renderlo diverso, di rendere agli occhi l’orrore, al cuore il rintocco tachicardico della paura, alla mente la consapevolezza della  violenza.  Il ventisei dicembre del sessantacinque, i più godevano delle festività natalizie, nelle case gli odori tipici della festa, nelle vetrine luci colorate, sulle labbra i sorrisi. Ventisei dicembre del sessantacinque, Santo Stefano, un giorno prima, le chiese straripavano di anime da purgare, e il giorno dopo…

Alcamo 26/12/1965,

due automobili arrestano la loro corsa di  pistoni e gas mefitico, alle porte della piccola abitazione di Franca Viola, vi fuoriescono ombre nere dalle mani che afferrano, strattonano, feriscono  il corpo e assieme ad esso l’anima. Rapita e nascosta in un tugurio dall’uomo che non voleva sposare, violata e deflorata dalla bestia che si nascondeva dietro la pantomimica figura del prepotente, che tuttavia, nonostante le minacce, nonostante le ingiurie, né lei, né la famiglia credevano capace di un tale gesto. Il Melodia, figlio di mafiosi, la bramava, come si fa per le cose inanimate, quelle stesse che ostenti per far sì che occhi invidiosi brancolino in un convulso desiderio, legittimato dal diritto che inquadra l’onore violato, come qualcosa che possa essere riparato con un matrimonio, uno che congiunga la vittima al proprio aguzzino, facendo di essa unica colpevole della violenza subita . Per legge si legittima l’aguzzino, e si obbliga la vittima. Sembra paradossale parlare di un tempo in cui vi era una sorta di passepartout di natura giuridica che implicitamente giustificava l’abuso sul corpo della donna,  obbligata a fare del proprio grembo lo scrigno della prole maledetta della bestia che le ha strappato il sogno semplice di donarsi all’uomo che ama; obbligata  a zittire e compiacersi del ruolo di moglie e madre defraudata dei propri diritti.

Un diritto che assurge dagli occhi sinistri della gente, la quale avrebbe innescato un vortice di fango e ingiurie tali, da sottoporre la vittima di turno sui legni della giustizia sommaria, una che l’avrebbe impalata come un ladro nella piazza grande del paese, se avesse deciso di mandare a processo un giovane legittimato, dal senso comune, ad esplicitare la propria naturale virilità. La colpa, è della donna! Franca era la più bella di Alcamo e per questo, oggetto di bramosia, meritava, dunque, di essere coinvolta nella cosiddetta “fuitina” , e di fare di essa la ragione di un futuro coniugio, per sanare l’onorabilità perduta.  Tutti si aspettavano l’applicazione del codice, che prevedeva il matrimonio riparatore atto a escludere il processo per il reo, il Melodia per primo, tronfio del gesto compiuto, e sicuro d’essersi accaparrato l’oggetto del suo desiderio. Un no!


Franca disse no! Ponendo un, seppur limitato, punto d’arresto a quella connivenza con la violenza. Caricò su di sé il peso del proprio orgoglio, e le conseguenze per aver dato una giusta etichetta alla terribile esperienza vissuta:” Violenza carnale!”
Una svergognata agli occhi  dei più, un’eroina agli occhi di tutta l’Italia! La prima in tutta la Sicilia a rifiutare l’uomo che l’aveva rapita, violata, tormentata, e che ad ultimo avrebbe voluto privarla del principio di scelta. Fredde, quelle parole che rassegnavano alla consuetudine morale il potere di disciplinare, in maniera fin troppo semplicistica, i rapporti umani.

Articolo 544 cp:”Per i delitti preveduti dal capo primo e dall'articolo 530, il matrimonio, che l'autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l'esecuzione e gli effetti penali
Coraggiose quelle altre profferite dalle tremule labbra di una giovane colta nella sua debolezza, e strappata alla primavera dei suoi anni come un fiore colto all’atto del lento dispiegarsi dei petali in sboccio.
non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi fa certe cose, non chi le subisce”(Franca Viola)
Non era di proprietà di quell'uomo,e il suo corpo non era un trofeo da ostentare. Il Melodia va a processo, e viene condannato.

Una conquista? Chissà... Fatto sta che dovranno trascorrere ancora molti anni prima che una legge tanto paradossale, una che pare giustificare la violenza e sotto molti aspetti la misoginia, giunga ad abrogazione. Parliamo del 5 settembre 1981 e della legge n.442, e prima di essa, l’italiano medio è attraversato da quell’onda di cambiamento chiamata divorzio, da quell’onda di sconvolgimento chiamata aborto, due importanti istituti in grado di denudare quelle ipocrisie nascoste nelle tra le braccia, nelle labbra, e nei lividi di una società d’ombre dagli sguardi sommessi.


E se fosse la miseria dell’animo umano bisognoso d’essere soddisfatto sopraffacendo il più debole?
E se fosse l’oblio di anime perse, figlie di una società dai valori caduti, nutrite dal disincanto di un dopoguerra straccione e opulento?
E se fosse...?

Di: Anna Di Fresco

Fonti:
http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/franca-viola/
http://www.repubblica.it/cronaca/2015/12/27/news/_io_che_50_anni_fa_ho_fatto_la_storia_con_il_mio_no_alle_nozze_riparatrici_-130210807/
https://www.artapartofculture.net/2013/09/05/5-settembre-del-1981-abrogati-in-italia-delitto-donore-e-matrimonio-riparatore-ricordando-anche-franca-viola/
http://www.raistoria.rai.it/articoli/la-violenza-sulle-donne/34785/default.aspx

sabato 2 dicembre 2017

Un fascismo diverso: le idee del 1919

Nel 1919 nessuna delle figure chiavi erano in grado di rispondere alla domanda su che cosa avrebbe  riservato il futuro. A questa domanda non furono in grado di rispondere i politici di lungo corso come Orlando, Nitti, Sonnino o Giolitti né il re Vittorio Emanuele III o il capo di stato maggiore Armando Diaz e nemmeno le grandi figure del mondo industriale come Agnelli. Questo perché la guerra aveva spazzato via innumerevoli certezze dal punto di vista politico, spirituale e economico . La risposta a questa domanda  sono riusciti rispondere alcuni intellettuali come D’Annunzio e Marinetti,  nazionalisti come Rocco e Federzoni, il comandante del corpo speciale degli arditi Ferruccio Vecchi e un gruppo dei capi delle diverse fazioni socialiste Mussolini , Farinacci, Balbo, Grandi, Gianpaoli e altri che iniziarono a farsi chiamare “fascisti”.Tutte queste avanguardie politico-letterarie era divise politicamente, ma unite nella critica allo stato liberale al suo modo di fare politica e al “giolittismo”.

A partire dall’estate del 1918 c’erano stati alcuni atti che segnano la discontinuità nell’azione politica di Mussolini e le premesse alla nascita dei fasci italiani di combattimento. Il primo atto èche venne tolto l’aggettivo “socialista” dalla testata del giornale diretto da Mussolini il Popolo d’Italia, che era nato come un giornale socialista, e sostituendolo con la dicitura “giornale dei combattenti e dei produttori”. Questo cambiamento era avvenuta perché lo stesso direttore del giornale qualche mese prima aveva dichiarato di non credere più nel socialismo, ma nella “trincerocrazia”. Il secondo atto avvenne il 23 novembre con l’annuncio da parte di Mussolini il 23 novembre del 1918 di un Fascio per la costituente che doveva realizzare un mondo nuovo e criticava fortemente i “vecchi” partiti. L’atto che portò alla nascita dei fasci italiani di combattimento avvenne il 23 Marzo del 1919 in una sala messa a disposizione dall’Alleanza industriale e commerciale in piazza San Sepolcro a Milano e quelli che vi parteciparono presero il nome di sansepolcristi e erano circa una cinquantina gli aderenti e altre cento-duecento persone erano confluite li da tutta Italia a quella riunione, ma negli anni successivi quando la qualifica di sansepolcrista dava dei vantaggi cospicui, furono molti di quelli che riuscirono a far aggiungere alla lista il loro nome.


L’assemblea non ebbe molto successo, infatti fu si e no menzionata dalla stampa nazionale e parteciparono persone di diverso orientamento politico futuristi, anarchici, comunisti, sindacalisti, repubblicani, cattolici e liberali. Quasi nessuno dei presenti avevano idee chiare degli obbiettivi che doveva porsi il movimento, nemmeno Mussolini aveva chiaro un programma, lui cercava di mettere insieme un movimento composito per lasciarsi aperte più possibilità comunque il neonato movimento cercava di dare vita ad un nuovo atteggiamento verso la politica diversamente da come si era espressa nel periodo dello stato liberale. Fin dall’inizio era composto da due anime una più di rinnovamento, libertaria, sindacalista e l’altra nazionalista e sovversiva composta dagli arditi e i membri dei reparti d’assalto.

Le prime idee e proposte politiche emersero tra maggio e giugno ed erano centrali le idee del fascio milanese che aveva una forte componente futurista. Questi primi fascisti erano anticlericali, pensavano che si dovesse mettere fine alla monarchia, avversavano qualsiasi tipo di dittatura e di potere arbitrario, cioè si tratta di un fascismo che si rifà ad ideali libertari (secondo Mussolini è la distinzione tra fascismo e socialismo). Altri punti del programma del fascismo del 1919 erano la nazionalizzazione dell’industria degli armamenti, un minimo salariale fissato per legge, l’abolizione del senato, il voto alle donne ed il decentramento amministrativo. Quindi tutte proposte erano di ideali libertari, futuristi, di rinnovamento e sindacaliste.


Tuttavia, quasi tutte queste proposte negli anni successivi furono abbandonate quando non rappresentavano più per Mussolini le migliori possibilità per arrivare al potere. Questa forza rinnovatrice rimase però  nel fascismo movimento che va scemando  nel corso della storia del partito e regime fascista dal marzo 1919 all’aprile 1945 e permane solo nella sinistra fascista, ma viene persa progressivamente nel fascismo partito e nel fascismo regime.

Di: Francesco Sunil Sbalchiero

Fonti
R. J.B. Bosworth, L’Italia di Mussolini 1914-1945, Mondadori 2014
D. M. Smith, Mussolini, Rizzoli 1981
R. De Felice, Intervista sul fascismo ( a cura di M. A. Ledeen), Laterza 1975
S. Lupo, Il fascismo, Donzelli 2000
F. Germinario, Fascismo 1919, BFS edizioni  2011
R. J.B. Bosworth, Mussolini. Un dittatore italiano , Mondadori 2013
R. Vivarelli, Storia delle origini del fascismo, Il Mulino, 2012

 
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