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martedì 12 dicembre 2017

Ricordando Piazza Fontana (12 dicembre 1969)

Il contesto in cui si sviluppò la strage di piazza Fontana era complesso; a partire dalla seconda metà degli anni ‘60 c’era stato un ricorso sempre più frequente alla violenza. La situazione a livello nazionale in cui maturò la lotta armata e i primi attentati risale ai primi mesi del 1969, dopo gli scioperi (metalmeccanici, edili, chimici) per i contratti e, inoltre, in questo contesto, aumentarono i timori della classe media per la crisi economica. A livello politico si stava esaurendo la formula del centro sinistra e, infatti, si era formato un governo monocolore Dc guidato da Mariano Rumor. La situazione internazionale non era più tranquilla: nell’aprile del 1967 un colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti, aveva rovesciato la democrazia in Grecia instaurando una dittatura militare di estrema destra.

In quel periodo di forte contestazione, alcuni esponenti del Movimento sociale e alcuni gruppi extraparlamentari compirono viaggi di studio, per affinare le tecniche di provocazione-infiltrazione che poi vennero adottate in Italia. Con la nuova segreteria Almirante nel giugno 1969 il Msi riuscì a coinvolgere e ottenere importanti risultati, coinvolgendo il ribellismo giovanile e i movimenti ex parlamentari. Il Msi quindi si dotò, in questo modo, di una rilevante massa d’urto da impiegare negli scontri di piazza contro gli avversari politici. Questa forza fu utilizzata prima dell’autunno caldo nella primavera ed estate del 1969, come azione preventiva contro il movimento studentesco e la mobilitazione operaia.

Nella sinistra in questa situazione crebbe il peso politico del Pci, ma la mobilitazione operaia e la protesta studentesca portarono alla nascita di gruppi rivoluzionari a sinistra dello stesso Pci. Questi gruppi causarono disordini pubblici e, in alcune occasioni, anche guerriglia urbana in particolare durante la visita del presidente Nixon a Roma nel febbraio del 1969. In Italia e all’estero c’era preoccupazione sulla tenuta del sistema politico italiano, tanto che negli ambienti in cui l’anticomunismo era più forte, si pensava che quella fosse la condizione ideale per far crollare il sistema politico.

La Democrazia cristiana con alcuni suoi esponenti, in particolare con il ministro dell’interno Restivo e il capogruppo alla camera Giulio Andreotti, non nascondeva l’idea dell’esigenza di uno Stato forte che fermasse le tensioni, viste le bombe sui treni dell’agosto e l’uccisione dell’agente Antonio Annarumma nel giorno dello sciopero generale sulla casa il 19 novembre 1969. Il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat esortò alla vicinanza nei confronti delle forze dell’ordine in difesa del sistema democratico. Tutte queste dichiarazioni incontrarono il sostegno della destra, in particolare del Msi. Il clima di tensione in cui avvenne l’uccisione di Antonio Annarumma fu alimentato dalla grande stampa come segnalavano allora i titoli del Corriere della Sera i giorni 12, 13, 14, 15 novembre: Violenze di estremisti alla Fiat, Fiat: operai contro impiegati, Violenze alla Fiat; La Fiat sospende 59 operai. Incidenti e violenze alla Lancia. I prefetti di molte città usavano toni molto forti contro le proteste considerate di sinistra, e le relazioni prefettizie insistevano sui gruppi extraparlamentari, che stavano emergendo in quell’anno come Potere operaio e Avanguardia operaia.

In questo clima di tensione e contrasti sociali il pomeriggio di venerdì 12 dicembre esplosero cinque ordigni ad alto potenziale esplosivo. Questi ordigni erano così stati collocati: due per colpire a Roma l’Altare della Patria, la loro esplosione provocò ingenti danni ed alcuni feriti, altri tre ordigni erano stati collocati in tre Istituti di Credito a Roma, alla Banca Nazionale del Lavoro che provocarono quattordici feriti tra gli impiegati. A Milano in piazza della Scala, alla Banca Commerciale Italiana venne trovata una bomba inesplosa ad orologeria, mentre alle 16:37 a pochi metri dal Duomo esplose una bomba dalle stesse caratteristiche collocata alla Banca Nazionale dell’Agricoltura; quest’ultima provocò quattordici morti e diversi feriti anche tra i passanti.

Con le bombe del 12 dicembre e, in particolare, con la strage di piazza Fontana iniziò quella che è stata chiamata “strategia della tensione” cioè un inasprimento “forzato” dello scontro volto a spostare a destra l’opinione pubblica per rendere necessari governi autoritari. Questa strategia nel lungo periodo avrebbe portato ad altri attentati terroristici, aggressioni squadristiche e ad un uso illegittimo di alcuni apparati dello Stato.

La bomba alla Banca dell’Agricoltura provocò 16 morti e 87 feriti, la strage venne subito imputata agli ambienti anarchici, trascurando la pista di estrema destra. Questo sembrò a molti il segno della collusione tra l’estrema destra e lo Stato. Tale convinzione venne alimentata successivamente quando Il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, dopo tre giorni di interrogatorio, il 15 dicembre quindici minuti prima della mezza notte, morì in seguito alla caduta da un balcone della questura in circostanze poco chiare. Gran parte dei giornali e la stampa conservatrice erano in sintonia con la linea del questore Marcello Guida che ritenne l’attentato responsabilità degli anarchici e di Giuseppe Pinelli, però una frase detta dal questore: "Non l’abbiamo ammazzato, quel poveretto" riportata solamente dall’Ansa e dall’Unità creò dei dubbi sui fatti, tanto da rendere la morte del ferroviere immediatamente un caso. Altro elemento di scandalo fu l’arresto tre giorni dopo la morte di Pinelli del ballerino anarchico Pietro Valpreda legato al gruppo 22 marzo, perché accusato di essere il responsabile materiale della strage.

La giustizia solo nel 2004 e con molte difficoltà avrebbe portato in altre direzioni cioè ad una pista di destra supportata dall’intelligence italiana, infatti alcuni esponenti del Sid erano vicini all’estrema destra. Solo nel 2005 dopo 35 anni la Corte di Cassazione arrivò a riconoscere i militanti di Ordine nuovo come responsabili della strage tra cui Freda e Ventura, con il paradosso però, che essendo stati già assolti in via definitiva per quel reato, non poterono essere più processati.


Di: Francesco Sunil Sbalchiero

Fonti:
(a cura di) M. Isnenghi, I luoghi della memoria, Laterza, Roma-Bari, 2010
G. Crainz, Il paese mancato, Donzelli, Roma, 2007
G. Pavini, Ordine nero, guerriglia rossa, Einaudi, Torino, 2009
M. Dondi, L’eco del boato, Laterza, Roma-Bari, 2015
A. Ventrone, Vogliamo tutto, Laterza, Roma-  Bari 2012

giovedì 7 dicembre 2017

Perché esistono due Sudan

Dopo che la vicenda Catalana ha riacceso il dibattito riguardante i secessionismi, scopriamo come e perché il Sud del paese africano abbia intrapreso la strada indipendentista, diventando nazione sovrana nel luglio 2011.

Il Sudan è la nazione che nel corso di cinquant’anni di guerra civile praticamente ininterrotta (con la sola eccezione del decennio 1972-’83) ha potuto incarnare quell’inferno che sembrava essere sotterrato per sempre con la fine della Seconda Guerra Mondiale. Di fatti, in seguito all’indipendenza ottenuta nel 1956 sono immediatamente sfociate divergenze tra il nord e il sud del paese, degenerate in due conflitti fratricidi che hanno causato la morte di oltre 2 milioni di persone.
Prima di allora il paese era stato governato da Regno Unito ed Egitto, e le differenze tra la due macroregioni erano già ben evidenti. Non solo, infatti, lo Stato coloniale africano fu amministrato come se già fosse suddiviso in due differenti nazioni, ma erano (e lo sono tuttora) anche ben evidenti le differenze socioculturali dominanti. Se infatti nel nord è da sempre ben radicata la cultura araba/islamica, il sud si rifà principalmente al credo animista (e anche ad una solida minoranza cristiana).

La concessione dell’indipendenza e soprattutto la mancata instaurazione di una politica interna federalista evidenziarono tali differenze, costringendo le popolazioni tribali meridionali a riunirsi in un unico movimento separatista denominato Anya Nya (letteralmente “Veleno di serpente”). Fin dai primi anni ’60 i membri di Anya Nya si impegnarono nella lotta contro il governo centrale del nord, al fine di ottenere una maggiore autonomia regionale. Mentre quest'ultimo era finanziato e sostenuto dalla Lega Araba e dall'Unione Sovietica, a suo tempo il movimento separatista raccoglieva una moltitudine di tribù (Acholi, Lutuku, Dinka) che impedivano una reale compattezza all'interno dello stesso gruppo. Ciò, comunque, non permise mai una reale sottomissione dei Sudsudanesi, mentre il governo del paese subì svariati colpi di Stato. La (momentanea) pace fu raggiunta soltanto nel corso del 1972, tramite un'intesa stipulata tra il governo nazionale e il Movimento di Liberazione del Sud Sudan di Joseph Lagu.

Al sud del paese venne promessa un'autonomia amministrativa che però non fu mai realmente concessa e la relativa pace perdurò soltanto undici anni.
John Garang
L'introduzione della Shari'a da parte del presidente al-Nimeyri nel 1983 e la successiva abolizione dell'autonomia meridionale, riaccesero le ostilità. Nacque l'Esercito di Liberazione del Popolo di Sudan, diretto dal militare ribelle sudsudanese John Garang, in aperto contrasto con l'esercito nazionale.
La causa del Sud ottenne l'appoggio di entrambi i blocchi internazionali, sia per l'intransigenza verso il potere islamico di Karthoum, che per la rivendicazione degli ideali marxisti.  Il conflitto proseguì incessante, tra ulteriori tentativi di sottomissione verso il Sud Sudan da parte del generale Ahmad al-Bashir (giunto al potere con un colpo di Stato nel 1989), intromissioni di paesi esteri quali Eritrea, Etiopia e Uganda, e tentativi di conciliazione.
Non mancarono nemmeno massacri come quello avuto luogo a Bor, città del Sud Sudan, a partire dal 28 agosto 1991. Da quel giorno, in soli due mesi, furono sterminati in totale più di 85mila civili, ad opera delle milizie di Riek Machar, oggi vicepresidente della Repubblica del Sudan del Sud. L'intento dei carnefici era quello di esercitare una severa repressione a danno della popolazione vicina a Garang.

Si giunse alle soglie del 2000 e gli Stati Uniti, attraverso il "Sudan Peace Act" condannarono le violenze perpetrate dal governo centrale e si impegnarono per vigilare sulla situazione del paese, fino al raggiungimento dei trattati di pace.
In particolare, tale atto affermò come il governo Sudanese fosse stato responsabile di genocidio nei confronti del proprio stesso popolo, avendo casuato oltre 2 milioni di vittime e 4 milioni di profughi (1).
Secondo gli Statunitensi, inoltre, solo l'ingerenza degli altri Stati aveva permesso di contrastare un'ulteriore escalation di tali violenze (6) e la creazione di milizie da parte degli stessi Sudanesi aveva fatto sì che il governo potesse soggiogare maggiormente la popolazione, nascondendo allo stesso tempo ogni propria responsabilità (7).

In ogni caso l'atteso accordo di pace fu firmato in Kenia il 9 gennaio 2005. Attraverso di esso si garantiva piena autonomia al Sud fino al referendum indipendentista del 2011, un'equa ripartizione del lavoro e delle fonti petrolifere tra le due parti, e l'imposizione della Shari'a solamente nel nord islamico.

Sei anni dopo si giunse finalmente al referendum sull'indipendenza del Sudan del Sud, che sancì la nascita del nuovo Stato con quasi il 99% di voti favorevoli espressi dall'affluenza record di oltre il 96% degli aventi diritto.
A distanza di sei anni, però, l'avvenuta secessione non sembra aver migliorato la vita dei quasi 13 milioni di abitanti, nonostante la ricca presenza di pozzi petroliferi nel territorio. Fattore che ha, tra l'altro, causato un contenzioso con il nord del paese, che detiene la gran parte degli impianti di raffinazione e gli oleodotti che ne permettono l'esportazione (considerata l'assenza di sbocchi sul mare nei territori del Sud).
Per di più, lo scontro all'interno del Sud Sudan stesso tra le tribù dei Dinka e dei Nuer secondo l'ONU ha già causato la morte di oltre 50mila persone e, ad oggi, oltre 1 milione e 250mila persone soffrono una devastante carestia.
Profughi Sudsudanesi
Insomma, anche se liberata del giogo opprimente del governo di Karthoum, la popolazione Sudsudanese soffre la fame, fugge, vive nell'analfabetismo (al 75%) e muore a causa di un conflitto fratricida che, ancora una volta, alimenta le fiamme di un inferno mai realmente sopito.
Nemmeno dalla tanto acclamata secessione.

Di:Domenico Carbone

FONTI:
"Sudan Peace Act",
https://www.congress.gov/107/plaws/publ245/PLAW-107publ245.pdf
Stefano Fonsato,  Dinka vs Nuer, il Sud Sudan dalla secessione alla guerra per il petrolio,  10 maggio 2014, reperibile all'URL: https://ilmanifesto.it/dinka-vs-nuer-il-sud-sudan-dalla-secessione-alla-guerra-per-il-petrolio/
Redazione Il Post, Il fallimento del Sud Sudan, 05 novembre 2017, reperibile all'URL: http://www.ilpost.it/2017/11/05/sud-sudan-indipendente/
Redazione Ansa, Sud Sudan: 1,2 milioni soffrono la fame, 06 novembre 2017, reperibile all'URL: http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2017/11/06/sud-sudan-12-milioni-soffrono-fame_f3dc2133-6751-402b-9d14-ee0994056f52.html

martedì 5 dicembre 2017

Franca Viola e il 'NO!' che ha cambiato la storia!

(scena tratta dal film "divorzio all'italiana" di Pietro Germi)
E se non fosse l'onore ...
Era solo un giorno come un altro, eppure …
Eppure qualcuno ha deciso di renderlo diverso, di rendere agli occhi l’orrore, al cuore il rintocco tachicardico della paura, alla mente la consapevolezza della  violenza.  Il ventisei dicembre del sessantacinque, i più godevano delle festività natalizie, nelle case gli odori tipici della festa, nelle vetrine luci colorate, sulle labbra i sorrisi. Ventisei dicembre del sessantacinque, Santo Stefano, un giorno prima, le chiese straripavano di anime da purgare, e il giorno dopo…

Alcamo 26/12/1965,

due automobili arrestano la loro corsa di  pistoni e gas mefitico, alle porte della piccola abitazione di Franca Viola, vi fuoriescono ombre nere dalle mani che afferrano, strattonano, feriscono  il corpo e assieme ad esso l’anima. Rapita e nascosta in un tugurio dall’uomo che non voleva sposare, violata e deflorata dalla bestia che si nascondeva dietro la pantomimica figura del prepotente, che tuttavia, nonostante le minacce, nonostante le ingiurie, né lei, né la famiglia credevano capace di un tale gesto. Il Melodia, figlio di mafiosi, la bramava, come si fa per le cose inanimate, quelle stesse che ostenti per far sì che occhi invidiosi brancolino in un convulso desiderio, legittimato dal diritto che inquadra l’onore violato, come qualcosa che possa essere riparato con un matrimonio, uno che congiunga la vittima al proprio aguzzino, facendo di essa unica colpevole della violenza subita . Per legge si legittima l’aguzzino, e si obbliga la vittima. Sembra paradossale parlare di un tempo in cui vi era una sorta di passepartout di natura giuridica che implicitamente giustificava l’abuso sul corpo della donna,  obbligata a fare del proprio grembo lo scrigno della prole maledetta della bestia che le ha strappato il sogno semplice di donarsi all’uomo che ama; obbligata  a zittire e compiacersi del ruolo di moglie e madre defraudata dei propri diritti.

Un diritto che assurge dagli occhi sinistri della gente, la quale avrebbe innescato un vortice di fango e ingiurie tali, da sottoporre la vittima di turno sui legni della giustizia sommaria, una che l’avrebbe impalata come un ladro nella piazza grande del paese, se avesse deciso di mandare a processo un giovane legittimato, dal senso comune, ad esplicitare la propria naturale virilità. La colpa, è della donna! Franca era la più bella di Alcamo e per questo, oggetto di bramosia, meritava, dunque, di essere coinvolta nella cosiddetta “fuitina” , e di fare di essa la ragione di un futuro coniugio, per sanare l’onorabilità perduta.  Tutti si aspettavano l’applicazione del codice, che prevedeva il matrimonio riparatore atto a escludere il processo per il reo, il Melodia per primo, tronfio del gesto compiuto, e sicuro d’essersi accaparrato l’oggetto del suo desiderio. Un no!


Franca disse no! Ponendo un, seppur limitato, punto d’arresto a quella connivenza con la violenza. Caricò su di sé il peso del proprio orgoglio, e le conseguenze per aver dato una giusta etichetta alla terribile esperienza vissuta:” Violenza carnale!”
Una svergognata agli occhi  dei più, un’eroina agli occhi di tutta l’Italia! La prima in tutta la Sicilia a rifiutare l’uomo che l’aveva rapita, violata, tormentata, e che ad ultimo avrebbe voluto privarla del principio di scelta. Fredde, quelle parole che rassegnavano alla consuetudine morale il potere di disciplinare, in maniera fin troppo semplicistica, i rapporti umani.

Articolo 544 cp:”Per i delitti preveduti dal capo primo e dall'articolo 530, il matrimonio, che l'autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l'esecuzione e gli effetti penali
Coraggiose quelle altre profferite dalle tremule labbra di una giovane colta nella sua debolezza, e strappata alla primavera dei suoi anni come un fiore colto all’atto del lento dispiegarsi dei petali in sboccio.
non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi fa certe cose, non chi le subisce”(Franca Viola)
Non era di proprietà di quell'uomo,e il suo corpo non era un trofeo da ostentare. Il Melodia va a processo, e viene condannato.

Una conquista? Chissà... Fatto sta che dovranno trascorrere ancora molti anni prima che una legge tanto paradossale, una che pare giustificare la violenza e sotto molti aspetti la misoginia, giunga ad abrogazione. Parliamo del 5 settembre 1981 e della legge n.442, e prima di essa, l’italiano medio è attraversato da quell’onda di cambiamento chiamata divorzio, da quell’onda di sconvolgimento chiamata aborto, due importanti istituti in grado di denudare quelle ipocrisie nascoste nelle tra le braccia, nelle labbra, e nei lividi di una società d’ombre dagli sguardi sommessi.


E se fosse la miseria dell’animo umano bisognoso d’essere soddisfatto sopraffacendo il più debole?
E se fosse l’oblio di anime perse, figlie di una società dai valori caduti, nutrite dal disincanto di un dopoguerra straccione e opulento?
E se fosse...?

Di: Anna Di Fresco

Fonti:
http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/franca-viola/
http://www.repubblica.it/cronaca/2015/12/27/news/_io_che_50_anni_fa_ho_fatto_la_storia_con_il_mio_no_alle_nozze_riparatrici_-130210807/
https://www.artapartofculture.net/2013/09/05/5-settembre-del-1981-abrogati-in-italia-delitto-donore-e-matrimonio-riparatore-ricordando-anche-franca-viola/
http://www.raistoria.rai.it/articoli/la-violenza-sulle-donne/34785/default.aspx

sabato 2 dicembre 2017

Un fascismo diverso: le idee del 1919

Nel 1919 nessuna delle figure chiavi erano in grado di rispondere alla domanda su che cosa avrebbe  riservato il futuro. A questa domanda non furono in grado di rispondere i politici di lungo corso come Orlando, Nitti, Sonnino o Giolitti né il re Vittorio Emanuele III o il capo di stato maggiore Armando Diaz e nemmeno le grandi figure del mondo industriale come Agnelli. Questo perché la guerra aveva spazzato via innumerevoli certezze dal punto di vista politico, spirituale e economico . La risposta a questa domanda  sono riusciti rispondere alcuni intellettuali come D’Annunzio e Marinetti,  nazionalisti come Rocco e Federzoni, il comandante del corpo speciale degli arditi Ferruccio Vecchi e un gruppo dei capi delle diverse fazioni socialiste Mussolini , Farinacci, Balbo, Grandi, Gianpaoli e altri che iniziarono a farsi chiamare “fascisti”.Tutte queste avanguardie politico-letterarie era divise politicamente, ma unite nella critica allo stato liberale al suo modo di fare politica e al “giolittismo”.

A partire dall’estate del 1918 c’erano stati alcuni atti che segnano la discontinuità nell’azione politica di Mussolini e le premesse alla nascita dei fasci italiani di combattimento. Il primo atto èche venne tolto l’aggettivo “socialista” dalla testata del giornale diretto da Mussolini il Popolo d’Italia, che era nato come un giornale socialista, e sostituendolo con la dicitura “giornale dei combattenti e dei produttori”. Questo cambiamento era avvenuta perché lo stesso direttore del giornale qualche mese prima aveva dichiarato di non credere più nel socialismo, ma nella “trincerocrazia”. Il secondo atto avvenne il 23 novembre con l’annuncio da parte di Mussolini il 23 novembre del 1918 di un Fascio per la costituente che doveva realizzare un mondo nuovo e criticava fortemente i “vecchi” partiti. L’atto che portò alla nascita dei fasci italiani di combattimento avvenne il 23 Marzo del 1919 in una sala messa a disposizione dall’Alleanza industriale e commerciale in piazza San Sepolcro a Milano e quelli che vi parteciparono presero il nome di sansepolcristi e erano circa una cinquantina gli aderenti e altre cento-duecento persone erano confluite li da tutta Italia a quella riunione, ma negli anni successivi quando la qualifica di sansepolcrista dava dei vantaggi cospicui, furono molti di quelli che riuscirono a far aggiungere alla lista il loro nome.


L’assemblea non ebbe molto successo, infatti fu si e no menzionata dalla stampa nazionale e parteciparono persone di diverso orientamento politico futuristi, anarchici, comunisti, sindacalisti, repubblicani, cattolici e liberali. Quasi nessuno dei presenti avevano idee chiare degli obbiettivi che doveva porsi il movimento, nemmeno Mussolini aveva chiaro un programma, lui cercava di mettere insieme un movimento composito per lasciarsi aperte più possibilità comunque il neonato movimento cercava di dare vita ad un nuovo atteggiamento verso la politica diversamente da come si era espressa nel periodo dello stato liberale. Fin dall’inizio era composto da due anime una più di rinnovamento, libertaria, sindacalista e l’altra nazionalista e sovversiva composta dagli arditi e i membri dei reparti d’assalto.

Le prime idee e proposte politiche emersero tra maggio e giugno ed erano centrali le idee del fascio milanese che aveva una forte componente futurista. Questi primi fascisti erano anticlericali, pensavano che si dovesse mettere fine alla monarchia, avversavano qualsiasi tipo di dittatura e di potere arbitrario, cioè si tratta di un fascismo che si rifà ad ideali libertari (secondo Mussolini è la distinzione tra fascismo e socialismo). Altri punti del programma del fascismo del 1919 erano la nazionalizzazione dell’industria degli armamenti, un minimo salariale fissato per legge, l’abolizione del senato, il voto alle donne ed il decentramento amministrativo. Quindi tutte proposte erano di ideali libertari, futuristi, di rinnovamento e sindacaliste.


Tuttavia, quasi tutte queste proposte negli anni successivi furono abbandonate quando non rappresentavano più per Mussolini le migliori possibilità per arrivare al potere. Questa forza rinnovatrice rimase però  nel fascismo movimento che va scemando  nel corso della storia del partito e regime fascista dal marzo 1919 all’aprile 1945 e permane solo nella sinistra fascista, ma viene persa progressivamente nel fascismo partito e nel fascismo regime.

Di: Francesco Sunil Sbalchiero

Fonti
R. J.B. Bosworth, L’Italia di Mussolini 1914-1945, Mondadori 2014
D. M. Smith, Mussolini, Rizzoli 1981
R. De Felice, Intervista sul fascismo ( a cura di M. A. Ledeen), Laterza 1975
S. Lupo, Il fascismo, Donzelli 2000
F. Germinario, Fascismo 1919, BFS edizioni  2011
R. J.B. Bosworth, Mussolini. Un dittatore italiano , Mondadori 2013
R. Vivarelli, Storia delle origini del fascismo, Il Mulino, 2012

sabato 18 novembre 2017

Quando le gerarchie ecclesiastiche intervenivano nella politica: Il caso di Wladimiro Dorigo

Il 1 luglio 2016 è ricorso il decennale della morte di Wladimiro Dorigo che, oltre ad essere stato uno dei maggiori storici dell’arte – specializzato in arte veneziana - è stato anche un politico e direttore dell’organo locale della Democrazia cristiana. A decorrere dal 1953 era nella direzione romana del Popolo, l’organo ufficiale della Democrazia Cristiana e successivamente Direttore del “Popolo del Veneto”.  Prima del passaggio ufficiale all’attività politica, era stato a Roma nel periodo dello scontro tra Gedda e Carretto e poi tra Gedda e Rossi, riguardo ai comitati civici e sul ruolo dell’Azione cattolica che, secondo Carretto, doveva avere solo un ruolo religioso e non politico.
 Dorigo arrivò ad avere un ruolo importante nella DC veneziana con il Congresso provinciale che si svolse il 28 marzo del 1954, dove vennero presentate tre mozioni. La prima di queste tre mozioni il cui primo firmatario fu l’ing. Tonolo, si chiamava “rinnovamento”, dove figura Gagliardi; la seconda, il cui primo firmatario fu il prof. Orcalli, era “unità e potenziamento del territorio”. La terza mozione era stata presentata da Nerino Cavallari ed era rimasta senza eletti nella direzione provinciale, che riconfluì nella corrente unitaria della sinistra DC di Venezia. Il congresso provinciale portò a una larga vittoria della corrente di sinistra in cui emerse la figura di Gagliardi, che prese circa l’80% dei consensi.
La vittoria al Congresso provinciale della sinistra DC portò ad un cambiamento molto importante anche nella direzione dell’organo del partito locale il “Popolo del Veneto” fondato da Pietro Lizier nel maggio del 1945.

Le premesse di questo passaggio di consegne prevedevano che al cambio di segreteria provinciale corrispondesse il cambio di direttore del giornale. A questo si aggiunge un promemoria fatto da Vistosi, che era l’incaricato provinciale alla stampa. Nel promemoria aveva individuato alcuni punti di debolezza nella direzione del giornale, nel periodo in cui era stato guidato da Lizier, ovvero la mancanza d’incidenza nell’opinione pubblica.

La scelta di Dorigo come direttore del Popolo del Veneto non è casuale: era nella direzione romana del Popolo dal 1953, mentre dal 1947 al 1953 era stato direttore dell’ufficio stampa e dell’Ufficio studi della presidenza centrale della GIAC. Durante la sua direzione il Popolo del Veneto aumentò la diffusione passando da 1000 abbonati a 5000: in questo periodo aumentarono anche i collaboratori esterni con figure come Galloni; Scoppola; Moro; Granelli.

Il 16 luglio Lizier aveva anticipato il cambio di direzione in un articolo dal titolo “Congedo”. Il passaggio di consegne avviene nell’estate del 1954 con il numero del 23 luglio in cui l’articolo di fondo dal titolo Continuità è diviso in due parti, scritto a quattro mani da Lizier e Dorigo. Il titolo dell’articolo è significativo perché pur essendoci un periodo di contrasto tra due generazioni, si offre dare l’idea ai lettori di una continuità del periodico. Nella prima parte emergono le motivazioni di questo cambiamento alla direzione del giornale. Si sofferma sulla diversità di visioni rispetto al nuovo corso e sostiene che l’informazione politica e la propaganda devono avvenire in sintonia con la segreteria provinciale. La seconda motivazione consisteva nell’idea che il giornale si sarebbe rinvigorito dall’apporto di nuove e giovani energie, che avrebbero fatto da mediatori tra la politica e la provincia.

La parte di Continuità scritta da Dorigo è il manifesto delle idee della nuova segreteria provinciale del partito e quindi anche della nuova direzione del giornale. Non scrive di una nuova battaglia, ma di una rinnovata battaglia, da questo si capisce che la nuova direzione del giornale, pur distinguendosi dalla precedente.

La linea della nuova direzione del Popolo del Veneto è quella di una forte critica alla linea del partito imposta dalla maggioranza e del quadripartito prima del congresso di Napoli e sembra in linea con le correnti di sinistra della DC - Iniziativa Democratica e La Base. Questo si vede in molti articoli apparsi sul Popolo del Veneto come quelli di Dorigo e Nicola Pistelli. Questo succede perché a partire dal 1955 si ebbero dei contatti con il gruppo lombardo erede di “La Base” e di “Prospettive”: Dorigo e altri esponenti della DC veneziana entrarono nella corrente Sinistre di Base, il cui momento fondamentale fu l’incontro a Mestre nel maggio del 1955 relativo ai Patti agrari sostenuto anche dal “Popolo del Veneto” e “Prospettive”.

Questo dimostra come la nuova linea del giornale diretto da Dorigo sia all’avanguardia nel dibattito nazionale di quel periodo ed emerge sia nelle critiche fatte alla segreteria nazionale della DC e dall’insistenza con cui si discute della necessità dell’apertura a sinistra.
In questo contesto Dorigo e la DC veneziana sono i primi a formare una giunta che apriva a sinistra:  nella città lagunare il 9 luglio del 1956 si arriva ad una prima Giunta aperta a sinistra, cioè una maggioranza composta dalla DC e dal PSDI on l’appoggio esterno concordato con il PSI.
Questa posizione della DC veneziana, e in particolare di Dorigo, portò la direzione nazionale e la gerarchia ecclesiastica nazionale e veneta, a non restare inattive, anche perché l’intervento di Dorigo a favore di Marchetti, Chiarante, Boiardi e Zappulli favorì la cessazione di Prospettive e i quattro membri di spicco di questo giornale vennero espulsi dalla Dc nella direzione nazionale dell’8 luglio 1955.

Si era accesa, nei confronti di Dorigo, una forte critica e favorito un primo scontro con la gerarchia ecclesiastica. Considerato come inopportuno l’intervento di Dorigo, il clero  agì con la condanna pubblica del foglio dei suoi responsabili del mondo cattolico delle varie diocesi Venete. Tutto questo per evitare che le tesi di un’apertura a sinistra penetrassero in gran parte della DC e del mondo cattolico.

La polemica riprese nel momento in cui, dopo una tregua sul dibattito sull’apertura a sinistra che era durata alcuni mesi, iniziarono ad emergere le prime notizie del “Rapporto segreto” di Krusciov al XX congresso P.C.U.S. e il Popolo del Veneto iniziò a dare molto peso a questi avvenimenti, che venne ulteriormente amplificato dal discorso tenuto da Nenni al congresso di Torino. Dopo tali avvenimenti iniziò a muoversi la Curia romana, perché sembrava più vicina un’apertura ai socialisti e questo si vede dall’intervento fatto attraverso la lettera del 5 gennaio 1956, dove il card. Pizzardo - segretario della Congregazione del Santo Offizio - segnalò al card. Roncalli che l’indirizzo sociale e politico dato dal Popolo del Veneto era in netto contrasto con le direttive date dalla conferenza episcopale nell’incontro di Pompei. Roncalli a questo risponde che il Popolo del Veneto non era un quotidiano cattolico, ma un settimanale politico della DC e che esso rispecchiava le idee politiche della direzione provinciale. Il patriarca ha una linea di prudenza, infatti, non ritiene necessario elaborare un pensiero proprio, ma riafferma quello della gerarchia ecclesiastica.

Inoltre per le elezioni venne dato l’ordine ai comitati civici di non dare nessun voto a Dorigo.
Le elezioni del 27 maggio del 1957diedero 73.393 voti e 24 seggi alla DC, 41.022 voti e 13 seggi al PCI, 41.028 voti e 13 seggi al PSI, 13.877 voti e 4 seggi al PSDI, 10.028 voti e 3 seggi al MSI, 6.629 voti e 2 seggi ai liberali e infine 3.509 voti e un seggio al partito monarchico.

Le elezioni segnarono il successo della corrente “La Base”, quindi l’ordine dato ai comitati civici di un boicottaggio della candidatura di Dorigo ebbe solo il parziale effetto di farlo arrivare al quindicesimo posto su ventiquattro preferenze e le ingiunzioni non ebbero alcun effetto e si giunse all’apertura ai socialisti. Furono eletti tutti quei giovani che erano criticati dalla curia e dai comitati civici e che propendevano per un dialogo con i socialisti. Da questi risultati emergeva una situazione insuperabile con una maggioranza centrista, l’unica formula possibile era l’apertura a sinistra, anche se questo andava contro le indicazioni date in precedenza da Roncalli. Le trattative per formare la maggioranza furono lunghe e durarono fino al 6 luglio. Il 9 luglio al primo scrutinio venne eletta una giunta formata da 13 assessori DC, 2 del PSDI e l’appoggio esterno del PSI: così era nata la prima giunta con l’appoggio esterno del PSI.

Il card. Roncalli nel primo discorso rivolto ai consiglieri neoeletti sia comunali che provinciali, il 20 luglio alla santa messa, non fa alcun accenno all’apertura a sinistra e fa un discorso più generale sulla responsabilità. Solo il 12 agosto del 1956 c’è un primo e chiaro intervento sulle vicende politiche quando rivolge alcuni richiami e incitamenti al clero e al laicato e critica l’insistenza con cui alcuni dirigenti della DC, che favoriscono l’apertura a sinistra contro la netta presa di posizione delle più autorevoli gerarchie ecclesiastiche.

Questo documento di forte condanna non basta secondo le diocesi confinanti con quella di Venezia, tanto che il 21 agosto pubblicheranno un altro documento, in cui pur essendo d’accordo con il card. Roncalli aumentano la condanna sconsigliando la lettura del Popolo del Veneto e la sua diffusione specialmente tra i giovani. La condanna venne ancora amplificata allorché “L’Osservatore romano” non riportò totalmente le parole del messaggio di Roncalli, ma solo la parte dei richiami e quindi ne derivò una condanna completa per l’accordo raggiunto sul piano politico con i socialisti.
 Nel frattempo alla fine di luglio Dorigo aveva lasciato la direzione del Popolo del Veneto chiedendo di venire sostituito dal condirettore Gianfranco Vistosi, visto che si riteneva la persona maggiormente presa di mira, e desiderava quindi non creare maggiori imbarazzi alla segreteria provinciale anche se nei mesi successivi avvenne una spaccatura all’interno della stessa corrente tra Gagliardi e Dorigo.
Infine si può dire che il modello che proponeva con forza all’interno della DC Veneta Dorigo, nell’arco di pochi anni sarebbe diventato una formula di governo a livello nazionale, come l’unica formula di governo in grado di garantire stabilità e riformismo.


Di: Francesco Sunil  Sbalchiero

Fonti:
a (A cura di) Francesco Malgeri, Storia della Democrazia cristiana, VOLL.3, Edizioni Cinque Lune, Roma, 1987
-         Giovanni Vian, La voce di San Marco, Il Poligrafo, Padova, 2007
-         Amintore Fanfani, Diari, vol. III, 1956-1959, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2012
-         G. Baget-Bozzo, Il partito cristiano e l’apertura a sinistra, Vallecchi, Firenze, 1978
-         Giancarlo Zizola, Giovanni XXIII, Editori Laterza, Roma-Bari, 2000
-         “Il Popolo del Veneto” (1954-1956)

mercoledì 15 novembre 2017

Seveso e la diossina: un disastro ambientale che si poteva evitare?

Nell’impianto chimico delle industrie ICMESA S.p.a (Industrie Chimiche Meda Società) - acquistato nel 1963 dal colosso farmaceutico Hoffman Roche - lavorano circa 170 dipendenti nel 1976, in gran parte residenti nei comuni limitrofi a Meda (circa 15 km da Milano). La produzione di 2,4,5-triclorofenolo - un intermedio dell’industria cosmetica e farmaceutica utilizzato come battericida e fungicida – procede senza intoppi ormai dal 1969, dando risultati più che soddisfacenti  all’azienda madre. Il 10 luglio 1976 la comune quotidianità di un normale e caldissimo giorno d’estate qualsiasi sarà scossa profondamente, precisamente alle 12:28 di quel maledetto sabato, la vita di migliaia di persone residenti nella Brianza cambierà per sempre. Da tempo si conoscevano i rischi, sia per la salute dei lavoratori sia ambientali, legati alla lavorazione del triclorofenolo e dei suoi derivati, e l’ICMESA, che da anni utilizzava un metodo di produzione non convenzionale – ovvero non attinente al brevetto – rendeva il rischio ancora più elevato. In particolare, erano le impurità prodotte da un eventuale aumento della normale temperatura di lavorazione (circa 150-160°) del triclorofenolo a destare preoccupazioni: il processo termico, infatti, dà vita alla diossina, un pericoloso composto chimico altamente cancerogeno per l’uomo e iperdannoso per l’ambiente.

Quel sabato mattina successe proprio quello che non ci si augurava succedesse. Il sistema di controllo del reattore principale, adibito al mantenimento della temperatura ideale per il triclorofenolo, andò in avaria e 10 minuti dopo, alle 12:37, dall’impianto di Meda fuoriuscì una nube tossica composta da diossina. Complice il vento, che in quella calda mattinata soffiava leggermente, la nube iniziò la sua espansione anche nei territori limitrofi allo stabilimento, arrivando alle porte del milanese, contaminando il terreno, le fonti idriche, gli animali, gli abitanti.


L’odore acre, o come la chiamavano i residenti intorno allo stabilimento “la puzza dell’ICMESA” era da anni una costante e, anche se quel giorno era più intenso, non fece allarmare la popolazione. L’allarme alle autorità fu lanciato dai funzionari aziendali solo il giorno seguente, ma senza specificare la vastità e la pericolosità del fatto, nonostante i dirigenti della Hoffman-Roche – dopo attenti e immediati prelievi in loco – erano già a conoscenza della presenza di diossina nel territorio brianzolo. La popolazione e le amministrazioni saranno tenute all’oscuro ancora per molti giorni prima che un allarme ufficiale sarà lanciato e intanto la salubrità degli individui continuava a essere messa a repentaglio. Anche la comparsa di numerose macchie rosse sulla pelle delle persone (acne clorica) non fermò la distribuzione di frutta e verdura proveniente dai terreni agricoli circostanti che continuò senza alcuna limitazione. I sindaci, infatti, di fronte alla mancanza di informazioni da parte dell’azienda, decisero di aspettare notizie più certe per agire, per non creare panico tra la popolazione, che, in ogni caso iniziò comunque a insospettirsi: le prime notizie su una possibile correlazione tra bruciore agli occhi e alla pelle e un eventuale disastro circolarono proprio grazie agli operai dell’ICMESA, alcuni dei quali erano stati presenti alla fuoriuscita tossica e che fortunatamente erano riusciti ad attivare l’impianto di raffreddamento per contenere i danni. Le preoccupazioni della popolazione stimolarono la stampa che, a una settimana dal disastro, finalmente iniziò ad occuparsi del caso, testimoniando con interviste e fotografie le tremende conseguenze in atto.

 
Il 20 luglio arrivò dalla ICMESA la pubblica conferma della presenza di diossina nella nube e autorità locali e Regione Lombardia si trovarono di fronte ad un disastro senza precedenti, tentando di salvare il salvabile, anche se la mancanza di conoscenze mediche precise riguardo gli effetti causati da un avvelenamento da diossina non facilitò il lavoro. Le amministrazioni agirono congiuntamente attuando prima un controllo sanitario radicale sulla popolazione (soprattutto per le donne incinte), poi su animali e vegetazione (causa l’alta moria), vietandone il consumo. La zona contaminata fu delineata e distribuiti volantini informativi e manifesti in tutto il territorio coinvolto.

Le misure prese non contribuirono comunque a migliorare la situazione e, sotto consiglio dell’ICMESA – che intanto si era proposta di contribuire alla decontaminazione – sabato 24 luglio, l’Assessorato Regionale alla Sanità prese l’amara decisione di evacuare la zona. L’area fu suddivisa in tre zone in base al grado di contaminazione: quella di maggiore pericolosità, chiamata Zona A, sita tra i comuni di Meda e Seveso, si estendeva per circa 108 ettari.



L’indomani arrivarono anche le forze militari, richieste proprio dalla Regione per far fronte allo stato di estrema emergenza: l’area fu recintata con filo spinato, presidiata dall’Esercito che intanto coadiuvava l’evacuazione dei civili. Solo nella Zona A, furono spostate circa 212 famiglie (736 persone) e chiusi numerosi esercizi commerciali e industriali, tra cui l’ICMESA, contribuendo a ferire il territorio anche dal punto di vista economico. Nonostante la prontezza nella bonifica di terreni e di abitazioni, molte di quest’ultime furono invece dichiarate inagibili e abbattute definitivamente: le rispettive famiglie – alcune delle quali protestarono, rioccupando abusivamente la zona interessata - non poterono mai più farvi ritorno, causa l’alto rischio per la salute.

Anche se le maggiori opere di bonifica erano state ormai completate nel 1977, le ripercussioni sul territorio si sono estese fino ai giorni nostri: a 40 anni da quel 10 luglio 1976 la salute collettiva ancora ne risente. Anche se alcuni studi lo smentiscono, altri casi-studio correlano il disastro di Seveso ad un aumento di alterazioni ormonali neonatali e tumori, quali mielomi e leucemie.
Quel che è certo è che i comuni dell’area hanno subito le conseguenze della scellerata condotta di industriali, totalmente disinteressati al benessere pubblico, affiancate dall’incapacità dell’amministrazione locale di agire e di gestire un fenomeno estremo. L’area interessata si porta ancora dietro le disastrose conseguenze di un evento che non ha ancora trovato tutti i suoi colpevoli e, anche se dopo Seveso passi avanti sono stati fatti sulla materia ambientale - anche in campo legislativo (sia europeo, sia italiano) - forse non è ancora sufficiente, come ci testimoniano gli odierni disastri ambientali.


Di: Simona Amadori

Fonti:
Laura Centemeri, Ritorno a Seveso: il danno ambientale, il suo riconoscimento, la sua riparazione, Paravia Bruno Mondadori Editori, Milano, 2006
Benito Leoci, Giorgio Nebbia, Luigi Notarnicola, Industria e ambiente: il caso Seveso, in La chimica in Italia. 150 anni fortune e sfortune - Le industrie chimiche in Italia – Casi studio, Fondazione Luigi Micheletti, Brescia, 2011
(A cura di) Miriam Ramonpedetta, Alessandra Repossi, Seveso vent’anni dopo – Dall’incidente al Bosco delle Querce, in “i Dossier”, n°32, Fondazione Lombardia per l’Ambiente, Milano, 1998
Fabrizio Ravelli, Seveso, 40 anni fa il disastro Icmesa: "La pelle bruciava, la diossina ci ha stravolto la vita", in “La Repubblica”, 10/07/2016, reperibile all’URL http://milano.repubblica.it/cronaca/2016/07/10/news/disastro_seveso-143783879/, (consultato il 07/11/2017)

lunedì 13 novembre 2017

Pasquale Revoltella: la sua importanza per Trieste e per la costruzione del Canale di Suez


Pasquale Revoltella, imprenditore e finanziere di origine veneziana, nato nel 1795 a Venezia e morto nel 1869 a Trieste, fu uno dei personaggi più autorevoli e rappresentativi della Trieste imperiale, in cui svolse una parte di primo piano sia nella vita economica che nelle vicende politiche.


Giunto a Trieste alla tenera età di due anni, appartenne a una famiglia di commercianti che aveva lasciato Venezia verosimilmente a causa della caduta della Repubblica.
Una volta cresciuto, Revoltella entrò ben presto nella élite cittadina grazie ad una carriera lavorativa dalla rapida ascesa. Dal 1808 lavorò presso diverse case di commercio, tra cui quella di Teodoro Necker dove ebbe un rapido avanzamento professionale. Nel 1835, avviò una propria impresa con sede presso Casa Fontana, dove visse, insieme alla madre, fino al 1859. 

A partire dagli anni cinquanta del XIX secolo gli interessi di Pasquale Revoltella si ampliarono anche verso l’estero e si impose come fervido sostenitore della costruzione del Canale di Suez. Nel 1861 intraprese un viaggio in Egitto per conto del Lloyd Austriaco, diventando in seguito vicepresidente della Compagnia Universale di Suez. Addentrandoci più nello specifico, urge dire che il viaggio di Revoltella cominciò il 28 ottobre del 1861, quando partì a bordo del piroscafo del Lloyd Austriaco denominato "Neptun", che lo portò fino ad Alessandria. Da qui, il suo viaggio proseguì con la ferrovia e in carovana, la quale venne scortata da beduini fino a Suez. Una volta giunto qui, assieme alla delegazione triestina, effettuò un sopralluogo per la costruzione del Canale di Suez, una vera e propria ossessione che Revoltella non vedrà mai diventare realtà. Infatti, egli passò a miglior vita soltanto due mesi prima dell'inaugurazione. 

A ricordare questo viaggio così importante nella vita di Pasquale Revoltella ci pensò Luis Corboz, ovvero il suo accompagnatore, scrivendo un vero e proprio diario denominato "Voyage en Egypte".


Pensate che, alla sua morte, il barone Revoltella ( il titolo di barone lo ottenne per i suoi meriti nel 1867, mentre nel 1850 ottenne il titolo di Cavaliere dell'ordine imperiale di Francesco Giuseppe) lasciò alla città di Trieste le sue opere, la sua casa e tutti gli arredamenti e i libri che essa conteneva, diventanto, nel 1872, un vero e proprio museo di arte moderna.  Il Museo Revoltella si trova tutt'oggi in piazza Venezia, ospitando, oltre alle opere del barone, pure quelle di artisti come Giovanni Fattori, Francesco Hayez, Lucio Fontana e molti altri.

Coerentemente al segreto pensiero che era in me sino dal primo istante in cui mi accinsi all'erezione del mio palazzo di abitazione, lo lascio franco di passività e tasse alla città e rispettivamente al Comune di Trieste, a condizione che sia destinato e conservato con carattere di fondazione perpetua da annotarsi nelle pubbliche tavole ad uso esclusivo di in istituto di belle arti, delle quali fui sempre amantissimo, che porti perennemente il nome Museo Revoltella e che sia giornalmente aperto sotto la disciplina di pubblico accesso". 
(Testamento di Pasquale Revoltella, Archivio del Civico Museo Revoltella)


Di: Martino Linardi 

Fonti:
Trieste-Suez. Storia e modernità nel 'Voyage en Egypte' di Pasquale Revoltella, Museo Revoltella di Trieste, 25 luglio 2012
Vivere l'Ottocento a Trieste- percorso tra residenze nobili e borghesi- movio.beniculturali.it

sabato 11 novembre 2017

La giovine ostessa, rosso il guarnello e le belle gote 

Questo articolo esula, senza pretese, di addivenire a un’immagine stereotipata di Artemisia, una pittrice iconizzata quale bardo del femminismo e della professionalità artistica femminile. Spesso la rarità delle figure femminili riconosciute in ambito artistico tende a stereotipare alcune loro peculiarità e a renderle dei miti, in senso commerciale, dimentichi del loro capitale umano. Artemisia deve essere intesa in tutta la sua fragilità e inquietudine, sublimate attraverso la potenza espressiva della sua panoplia iconografica. La vicenda biografica della violenza ad opera di Agostino Tassi, collega e amico paterno, ricopre un ruolo fondamentale nella sua esistenza e spesso è stato rielaborato e reinterpretato a seconda delle influenze. Il tradimento della sua più fidata amica, Tuzia, che avrebbe aperto l’uscio al seduttore, dimostrandosi complice della bieca azione, costituirà un’ossessione per Artemisia. La duplicità nei soggetti femminili raffigurati assurge a simbolo del desiderio di una affezione e complicità che languono nella sua vita. Si sente frodata, ma allo stesso tempo si emancipa da questa debolezza e risorge affrontandola, sulla tela e nella sua esistenza. Il riscatto e la rivendicazione costituiscono fonte d’ispirazione per l’artista che non soccombe, ma da pedina di un gioco diventa abile giocatrice. Diventa amante in seguito di Tassi, così riportano alcune cronache, o comunque non smette la sua frequentazione. Il processo pone in luce alcune zone d’ombra, la sua accondiscendenza all’atto, poiché conscia di un’unione coniugale prossima, il rinnegamento del Tassi della promessa fatta, il tacere sul suo matrimonio. La tortura delle mani subita da Artemisia e l’onta di visite specialistiche pubbliche, dato lo scarso credito di cui nutre presso l’opinione pubblica, costituiscono un supplizio dal quale Artemisia si libera attraverso l’espressione artistica. Ciò che ha temuto in vita, non teme sulla tela. Ciò che non ha avuto in vita, rappresenta sulla tela.

Dal punto di vista tecnico, il contesto in cui la pittrice vive risulta una garanzia data l’assidua frequentazione del padre Orazio, già artista di fama consolidata, di un nutrito parterre di colleghi, tra cui Pietro Rinaldi, Adam Elsheimer. Assorbendo cognizioni infonde della sua originalità i pensieri acquisiti. La rapidità nell’acquisire dati e nel rielaborare in modo alquanto personale il materiale è assecondata da una certa disinvoltura d’animo, a differenza del diffuso pudore al femminile. Nell’approccio alle tematiche il suo animo è libero da freni inibitori intellettuali di sorta. Il viscerale e l’umano s’impadroniscono di lei e la pennellata fluida con veemenza stigmatizza scene tratte dalla narrazione biblica e prosaica. Si contrappongono dialetticamente coppie femminee o fanciulle singole al comparto maschile, nella sua meschinità, defraudato della sua virilità e preminenza. Tutta la spettrometria emotiva umana viene raffigurata nel suo gineceo iconografico: dallo sdegno compunto di Susanna ai vecchioni alla violenza di Giuditta che decapita Oloferne; dall’indolenza di Cleopatra all’invettiva di Lucrezia con il coltello in mano. Artemisia non è mai retorica nella descrizione: il piano prospettico teatrale, il punto di fuga decentrato, l’uso consapevole del chiaroscuro, le tinte sanguigne, la plasticità delle figure, l’eterogeneità compositiva.

La sua “terrestrità” che rende prosaico il dialogo col sacro e la sua veemenza espressiva che non prova ritegno per l’aggressività dell’imago femminea. Il pathos di un barocco maturo viene esaltato dal candore argenteo dell’incarnato di queste anti-eroine come il livore di una Maddalena sensualmente penitente. In parte questo viene mediato dalle conoscenze acquisite dal registro fiorentino che temperano l’eccesso dei tono espressivi. Gli sguardi furtivi e consapevoli, la mimica marcata, i tratti possenti, non ingentiliti dal sesso. Ogni aspetto è deputato al comunicare l’inquietudine del suo sentirsi donna che rivendica il suo ruolo di dominatrice, seduttrice, seppur tradita, consapevole del suo valore e della sua forza. Ma non solo questo. In lei risuona tutta la tradizione caravaggista, la poetica del terreno e un affrancamento da un’armonia concettuale e mistica. E’ in atto un tradimento del Rinascimento definitivamente consunto nel suo spirito e nella sua estetica. Il dinamismo, la scompostezza, una personalizzazione del sacro. La scena e i soggetti acquisiscono volume, non solo in senso fisico, ma anche nel senso astratto di maggior respiro; l’atmosfera è vibrante. I canoni di una certa riverenza ad un’etica consolidata vengono sopiti; non più un’iconografia di uno status femminile indolente e stazionario. La donna emancipa il suo essere attraverso la figura: scompone la sua mestizia e accoglie una certa irriverenza.


Di: Costanza Marana

Fonti:
Artemisia Gentileschi, Tiziana Agnati, Giunti, Firenze, 2016
Artemisia Gentileschi. La pittura della passione, Francesca Torres Tiziana Agnati, Ed. Selene, Milano, 2008

mercoledì 8 novembre 2017

Le origini storiche del populismo italiano: L'Uomo qualunque (1944-1948)

L’uomo qualunque è stato il primo fenomeno politico di una certa rilevanza come manifestazione di rifiuto verso il sistema dei partiti dopo il fascismo. Il movimento è stato fondato e guidato dal commediografo e giornalista napoletano Guglielmo Giannini il 27 dicembre del 1944 a Roma, esso è sorto intorno al settimanale omonimo nella zona liberata dagli angloamericani. La rivista avrà molto successo fin dall’inizio le 80.000 copie del primo numero vanno a ruba e nel 1945 arriverà a fino a 850.000 copie. Il successo in breve tempo di questo movimento ebbe lusinghieri risultati elettorali tanto che nel 1945 nelle amministrative, soprattutto in molti comuni meridionali, divenne partito di maggioranza; nelle elezioni per la costituente ottenne il 5,3% dei voti cioè trenta seggi all’assemblea costituente.

Il settimanale si presentava con una vignetta nella testata dietro ad una grande U in rosso che è l’iniziale di “Uomo qualunque” e sotto alla U presentava un povero ometto sotto un torchio usato da mani sconosciute e dall’ometto uscivano delle monete. Se si vede questa vignetta si può pensare che si trattasse di un foglio umoristico, ma in quarta pagina si avvertivano i lettori del contrario: “Questo non è un giornale umoristico, pur pubblicando caricature e vignette; non è un giornale “pesante” , pur volendo onorarsi della collaborazione di grandi scrittori su argomenti di drammatico interesse; non è un giornale frivolo, pur non rinunziando alle pettegole Vespe. È il giornale dell’Uomo qualunque, stufo di tutti, il cui solo ardente desiderio è che nessuno gli rompa più le scatole” (Setta, 2005). Questa originale presentazione in quarta pagina era riassunta in prima pagina da un altro ometto che scriveva su un muro “abbasso tutti!”. Il linguaggio era semplice e diretto e trattava di tematiche care all’uomo comune usando la satira in modo molto frequente in particolare nella rubrica Vespe che era già presente nel primo giornale di Guglielmo Giannini fondato quando aveva diciotto anni “Il Domani”. Il settimanale si avvaleva della collaborazione di Livio Apolloni e Giuseppe Russo ( in arte Girus) già collaboratori di diversi giornali entrambi per il “Travaso” e Giuseppe Russo anche dell’ “Asino" e del “Corriere dei Piccoli”. Comunque il giornale non fu mai solamente satirico, ma tentava di rendesi, soprattutto attraverso il linguaggio come una critica e opposizione alla struttura di potere che si stava creando in Italia.


I temi della rivista e dal suo leader Giannini in alcuni casi erano spregiudicati e cercavano di interpretare i sentimenti forti di contrarietà verso la politica e la classe dirigente già a partire dal 1944, ma nell’ottobre del 1945 pubblicò un libro dal titolo “La Folla. Seimila anni di lotta contro la tirannide” che ebbe un notevole successo le tre edizioni finirono rapidamente fino a diventare il “codice dei principi”del movimento. Questa pubblicazione in cui era scritta la visione del mondo di Giannini non riuscì ad essere l’intelaiatura ideologica del movimento. I termini usati da Giannini che lanciava dalle colonne del suo settimanale sono in alcuni casi molto forti arrivava a sostenere che non c’era alcuna differenza tra democrazia e dittatura, tra classe politica fascista e antifascista, sostenendo che le elezioni erano un fatto dispendioso e che sarebbe stato conveniente fare per sorteggio e altre idee di questo genere.

L’idea fondamentale veicolata dal movimento dell’Uomo qualunque era lontana dal dibattito ideologico e politico dominante in quel periodo storico: cioè il rifiuto del professionismo politico in nome di una radicale depoliticizzazione delle istituzione. Nella visione dell’Uomo qualunque si usa il termine Stato amministrativo cioè composto da tecnici che dovevano solamente amministrare. Infatti questa ideologia, cioè un’antideologia, si basava sull’idea di una società civile in grado di autogovernarsi e dall’altra parte vi era una struttura istituzionale scelta in base a competenze tecniche. Giannini paragona il ruolo esercitato dalle istituzioni a quello svolta da “un buon ragioniere”. La classe politica non doveva essere scelta a livello per le sue idee e per l’appartenenza ad un partito, ma per le competenze tecniche. Comunque il movimento dell’Uomo qualunque non era conservatore, ma puntava al progresso come emerge nel libro di Giannini e negli articoli della rivista.

Le idee del fenomeno politico guidato da Giannini di fatto erano inconciliabili con le basi su cui la democrazia era stata rifondata dai partiti del CLN e inoltre con l’inizio della guerra fredda non poteva avere successo un movimento post-ideologico. Le prime difficoltà si erano evidenziate già dopo il referendum del 2 giugno 1946 e con la nascita del governo tripartito. I problemi emersero in modo definitivo in seguito alle prime elezioni politiche del 18 aprile 1948;il motivo per cui Giannini non riuscì a mantenere il successo iniziale è dovuto da una parte alla rottura progressiva con la Confindustria, il contrasto con la Dc e l’offensiva antiqualunquista degli altri partiti di destra. La Dc comunque non aveva mai accettato un’alleanza con qualunquisti nemmeno quando nell’estate del 1947 i voti qualunquisti diventarono importanti per ottenere la fiducia dalla costituente e il paese alle amministrative si era spostato verso destra. La Confindustria aveva sostenuto e anche finanziato nei primi anni del secondo dopoguerra il partito dell’Uomo qualunque poichè lo riteneva in grado di conservare la politica economica esistente e diffidava della Dc in quanto proponeva delle idee di riforma e governava con il Pci e il Psi Questa situazione cambiò però con l’uscita dei social comunisti dal governo nel maggio 1947 e la formazione di un governo formato solamente dalla Dc e alcuni tecnici la Confindustria iniziò ad appoggiare la Democrazia cristiana.

Infine il movimento dell’Uomo qualunque dopo un successo iniziale, e dopo le prime elezioni politiche, non riuscirà più a fare presa sull’elettorato lasciando il posto a un quadro politico partitico che è stato in grado di ridurre in breve tempo il malcontento verso i partiti politici e in parte quel malcontento è diventato solamente disaffezione passiva.


Di: Francesco Sunil Sbalchiero

Fonti:
(a cura di) Giovanni Orsina, Storia delle destre nell’Italia repubblicana, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2008
Sandro Setta, L’ Uomo qualunque, Laterza, Roma- Bari 2005
Marco Tarchi, L’Italia populista, Il Mulino, Bologna 2015
Maurizio Cocco, Le vespe qualunquiste e la satira politica
https://www.academia.edu/2201173/Le_vespe_qualunquiste_e_la_satira_politica (ultima consultazione 13/12/2016)

lunedì 30 ottobre 2017

Hitler e il documento segreto della Cia: Cosa c'è di vero...

Sta spopolando sul web uno dei moltissimi documenti rilasciati dal governo americano e custoditi negli Archivi Nazionali per lungo tempo. Stiamo parlando del documento stilato in data 3 Ottobre 1955 sulla presunta fuga di Adolf Hitler in Sudamerica.

All'interno del documento viene narrata una testimonianza di un agente segreto della Cia, nome in codice Cimleody-3, riguardante l'avvistamento del fuhrer tedesco in Colombia pochi giorni prima, precisamente il 29 Settembre 1955. Il documento, completo di foto originale in bianco e nero raffigurante Hitler, potrebbe riscrivere la storia che tutti noi conosciamo e aprire un nuovo capitolo sulla fuga, post Seconda Guerra Mondiale, del fuhrer nel 1954. Sul retro della foto, inoltre, appare una didascalia che recita "Adolf Schrittelmayor", forse il presunto nuovo nome del fuhrer. Bisogna tuttavia fare alcune precisazioni, dal momento che nulla di concreto è nelle mani di nessuno storico e giornalista, nonostante l'importanza e la pubblicazione di tale documento inedito. Senza farsi conquistare da facili condizionamenti mediatici e del web, analizziamo il documento appena reso pubblico dal governo Usa:

1) Si tratta di una testimonianza indiretta. La testimonianza e quindi il suddetto documento non costituiscono una fonte diretta vera e propria ma anzi una fonte indiretta. Infatti, l'agente segreto americano che ha redatto il documento all'epoca "top-secret" non avvistò in prima persona il furher in Colombia, ma venne solamente avvisato da un suo informatore, come si legge in ogni articolo riguardante la questione. Citando Ansa, egli venne "contattato il 29 settembre 1955 da un amico di fiducia che ha servito sotto il suo comando in Europa e che attualmente risiede a Maracaibo". Il suo confidente, a sua volta, avrebbe avuto tale informazione in via confidenziale da un ex ufficiale nazista: "L'amico di Cimelody-3 ha affermato che nel settembre 1955 Phillip Citroen, ex ufficiale tedesco, gli ha confidato che Hitler era ancora vivo". Non viene quindi rivelato il nome dell'informatore e nemmeno il presunto ex-ufficiale nazista.

2) Si tratta di una notizia diffusa sul web già da diversi mesi. Il documento rilasciato dall'Archivio Nazionale è stato diffuso solamente due giorni fa dalla stragrande maggioranza dei giornali italiani ed esteri ma basta effettuare una ricerca rapida sul web, selezionare un intervallo di date manualmente e si trovano innumerevoli forum che citano il documento. Uno, il più interessante, è un articolo scientifico del 2013, dal nome: Grey Wolf: The Escape of Adolf Hitler by Žmire Svire che citerebbe in maniera molto dettagliata tale documento. Inoltre, in nessun giornale appare chiaramente scritta la data del presunto rilascio di tale file inedito riguardante Adolf Hitler e ciò ci consente di dubitare della effettiva veridicità. Potrebbe trattarsi semplicemente di propaganda mediatica legata al clickbaiting...

3) A destare maggior sospetto è però proprio la foto che è contenuta all'interno del documento segreto della Cia. Nella foto, per molti aspetti rovinata dal tempo, appare un riconoscibilissimo Adolf Hitler, seduto accanto all'informatore dell'informatore dell'agente segreto americano (se così possiamo esprimerci), ovvero l'ex ufficiale nazista sopracitato: Phillip Citroen. Con sguardo serio e aspetto identico al solito, Hitler (ormai conosciuto in tutto il mondo a metà degli anni 50) avrebbe tranquillamente mantenuto i propri baffi ed il proprio taglio di capelli. Si tratta di un dettaglio del tutto insolito ed importantissimo da considerare, soprattutto se a nascondersi dal mondo è un personaggio così famoso. Egli avrebbe quantomeno dovuto cambiare totalmente la propria personalità per sfuggire a possibili sicari e mimetizzarsi tra la folla, al fine di vivere una seconda vita in incognito come tutti coloro a cui viene fornita dagli agenti segreti una nuova identità.

Certo, non siamo nella posizione di controbattere in modo assolutamente oggettivo alla stragrande maggior parte di coloro che affermano che Adolf Hitler non si suicidò nel proprio bunker a Berlino, tuttavia concedeteci il permesso di dubitare di presunti documenti considerati da ogni giornale come "verità inoppugnabile". Quando la storia si intreccia al complottismo per mancanza di fonti certe si aprono scenari inediti e di difficile interpretazione, dove il dubbio regna praticamente incontrastato. In fin dei conti nel documento della Cia non viene fornita alcuna presunta verità storica (che ogni giornale invece afferma), perché si tratta comunque di considerazioni e informazioni su presunti avvistamenti. E molto probabilmente per tale motivo, a causa della ridimensionata importanza che hanno subito nel tempo, il governo Usa ha deciso solo ora di rendere pubblici molti di questi documenti ed indagini segrete. Sono state pubblicate innumerevoli tesi sperimentali sulla presunta morte di Hitler ma, lo affermiamo con assoluta certezza, nessuna di esse ha mai avuto una veridicità certa fino ad oggi. E un documento inedito che però ha già destato in noi (come in moltissimi altri studiosi del caso) delle enormi perplessità, non è da considerare in alcun modo fonte certa atta a chiudere una volta per tutte lo spinoso caso della morte del fuhrer tedesco.


Di: Claudio Pira

Fonti:
http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2017/10/30/file-cia-desecretato-hitler-dopo-guerra-vivo-in-sudamerica_6dbe5c65-880e-4282-8f2a-4f47b72fd440.html
Grey Wolf: The Escape of Adolf Hitler by Žmire Svire

domenica 22 ottobre 2017

L'Islam in Svezia: ritrovati tessuti e monete con incisa la scritta 'Allah'

Una scoperta storica che ha del sensazionale proviene direttamente dalla Svezia. Alcuni ricercatori hanno ritrovato veri e propri caratteri arabi intrecciati in costumi utilizzati per la sepoltura all'interno di una barca vichinga. La scoperta solleva nuove domande sull'influenza dell'Islam in tutto il mondo, addirittura in Scandinavia. Le vesti sono state conservate in un deposito per più di 100 anni, relegati a semplici esempi di abiti funebri dell'età del vichinga. Ma una nuova indagine sugli abiti, trovati in tombe del IX e del X secolo, ha portato all'insaputa connessione tra i vichinghi e il lontano mondo musulmano. A destare maggior stupore nei ricercatori è stata una scritta ritrovata intessuta sugli abiti che si pensa possa rappresentare il nome di Allah e del sovrano Ali.


L'archeologo Annika Larsson dell'Università di Uppsala, (a cui viene attribuita tale scoperta) si è interessata ai frammenti dimenticati dopo aver capito che il materiale era proveniente dall'Asia centrale (in particolare dalla Persia e dalla Cina). Larsson afferma che i minuscoli disegni geometrici - non più di 2 centimetri - non somigliano a niente che gli archeologi avessero incontrato prima d'ora in Scandinavia. Il puzzle storico è stato sbloccato da Larsson quando ha riconosciuto in quelle iscrizioni alcuni caratteri arabi tipici di alcuni frammenti da lei analizzati tempo prima in alcuni tessuti moreschi in Spagna. Non si tratta quindi di scrittura vichinga - ha continuato la studiosa - ma dell'antica scrittura araba di Kufic, una delle più antiche scritture coraniche dell'Islam. Inoltre, le due parole che si ripetevano più spesso erano quelle di Allah e di Ali. Il primo non ha bisogno di spiegazione storica, anche se la sua traduzione non è stata facile in quanto scritto in lettere speculari, mentre il secondo nome è stato identificato solo con l'aiuto di un collega iraniano: Si trattava molto presumibilmente di ʿAlī ibn Abī Ṭālib, il quarto califfo dell'Islam dopo Maometto.

La ricerca solleva ora domande affascinanti sugli occupanti della tomba in questione. La possibilità che alcuni dei corpi sepolti nelle tombe siano musulmani non può essere completamente esclusa e,
a confermare questa ipotesi, è stata proprio l'analisi del Dna di altri corpi sepolti in altri scavi della tomba vichinga. Molti di essi infatti sarebbero emigrati da luoghi come la Persia, dove l'Islam era predominante e arrivati dopo un lungo viaggio fino a qui.
Risulta inoltre probabile, dopo tali ritrovamenti, che le abitudini della sepoltura vichinga fossero più o meno influenzati da abitudini di sepoltura di culture diverse, compresa quella islamica così remota.

Quel che spesso viene dimenticato è che il contatto tra il mondo vichingo e quello musulmano è da tempo accertato anche dalla scoperta di molte monete islamiche in tutto l'emisfero settentrionale.
A sostegno di questa tesi è un ritrovamento di circa due anni fa, quando i ricercatori hanno riesaminato un anello d'argento da una tomba femminile a Birka, con incisa la frase "per Allah" sul metallo. Ancora una volta il testo è stato scritto in Kufic e presumibilmente inciso nella città irachena di Kufah all'incirca nel VII secolo. Questa volta però, a rendere eccezionale la scoperta di Larsson è il ritrovamento di più caratteri non soltanto su oggetti e pietre, ma anche su vestiti, il che porta a credere che non solo il commercio di oggetti preziosi fosse notevolmente sviluppato nel mondo antico, ma anche e soprattutto il trasferimento volontario di uomini.


Di: Claudio Pira

Fonti:
The Guardian
UU.SE: http://www.uu.se/en/media/news/article/?id=9390&typ=artikel
 
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