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venerdì 16 febbraio 2018

I cento giorni di Napoleone e la preparazione della campagna di Belgio

Nella primavera del 1815 Napoleone ha lasciato il suo piccolo regno dell’isola d’Elba, a bordo del brigantino l’Inconstant. Il 1 marzo sbarca a Golfe-Juan con un distaccamento di 600 uomini della Vecchia Guardia, un centinaio di lancieri polacchi, 300 soldati del battaglione Corso, alcuni fiancheggiatori dell’isola d’Elba e parte del suo stato maggiore, circa 1100 uomini in tutto. Il suo ritorno a Parigi è molto fortunato, infatti già durante l’attraversata incrocia la nave incaricata di sorvegliarlo, ma il capitano di quest’ultima non sospetta nulla.

Il 7 marzo a Laffrey un battaglione del 5° reggimento di linea ha il compito di fermare e arrestare Napoleone, ma i soldati nonostante l’ordine di sparare non solo non lo fanno, ma passano dalla sua parte e lo stesso fa il 7° di linea del colonnello La Bédoyère. La città di Grenoble apre le porte a Napoleone mentre ad Auxerre ritrova il maresciallo Ney che a Luigi XVIII aveva promesso “di riportarlo in una gabbia di ferro”, e fa onorevole ammenda.Il 20 marzo  il generale corso entra nel palazzo delle Tuleries, riconosciuto dal popolo come suo legittimo sovrano. A Luigi XVIII fu ben presto chiaro di non poter contare sulla lealtà dell’esercito,infatti  già -il 20 marzo prima dell’arrivo di Napoleone- aveva già lasciato Parigi per recarsi a Gandin Belgio. Il ritorno al trono di Napoleone non fu  ostacolato né dal duca di Borbone né dal duca di Angouleme. Così come da altri generali, ma trovò una Francia profondamente cambiata nella vita politica con un rinnovato spirito rivoluzionario francese che sconcertò l’ex imperatore . In venti giorni aveva ripreso il potere senza perdere un solo uomo, il tutto accompagnato un profondo senso della messa in scena e della comunicazione che non gli era mai mancato anche negli anni precedenti. Il suo proclama  ben lo riassume: “L’aquila, con i colori nazionali, volerà di campanile in campanile fino alle torri di Notre-Dame”. Napoleone sperava che gli alleati si rassegnassero alla sua riconquista del potere.

La Francia all’inizio del giugno del 1815 era minacciata e quasi circondata da numerosi eserciti che premevano alle sue frontiere: alcuni molto vicini in Belgio, altri più lontani come gli Austriaci che si trovavano sull’alto Reno, con i Russi che stavano marciando verso lo stesso fiume, ma che non sarebbero arrivati prima della fine di giugno. Napoleone cercava nel minor tempo possibile, di ricostruire un’armata che era in rovina con l’obbiettivo di creare un esercito di 800.000 uomini prima della fine dell’anno, anche se sapeva che questa operazione sarebbe risultata molto difficile a causa delle resistenze da parte della popolazione alla chiamata alle armi, dato che non si voleva un’altra guerra dopo le sconfitte precedenti. La restaurazione aveva lasciavato un esercito di circa 160.000 uomini, altri uomini erano tornati alle proprie casecon o senza permesso: Napoleone li richiamò unendoli ai coscritti del 1815, inoltre fece un appello ai volontari e agli ufficiali congedati.

I rappresentanti dei nemici di Napoleone erano riuniti al congresso di Vienna quando giunse loro la notizia della sua fuga: da subito iniziarono  a preparare una risposta militare senza lasciarsi coinvolgere dalla politica di Napoleone, che cercava di prendere tempo – evitando  così lo scontro armato- attraverso lettere concilianti indirizzate ai propri avversari i quali che  non credettero mai a una possibile pace. Nei Paesi Bassi come risposta al ritorno di Napoleone viene formato un esercito anglo-alleato composto da britannici, belgi-olandesi e hannoveriani al comando del duca di Wellington. Sul Basso Reno invece vengono schieratici sono quattro corpi d’armata prussiani guidati dal maresciallo Blucher. In Italia e in Austria sono pronti 250.000 Austriaci e in Germania 200.000 soldati russi. Tutte queste forze secondo i nemici di Napoleone dovevano convergere ai confini francesi attaccando in modo concentrico da nord e da sud.

Le idee dei nemici di Napoleone vennero riportate chiaramente da Wellington nel suo memorandum: “L’obbiettivo delle operazioni che ho proposto di far intraprendere al corpo degli alleati che si radunerà nelle Fiandre e sul Reno alla fine del mese di aprile, consiste nel prevenire con la loro rapidità i piani e le misure di Bonaparte. Il suo potere, ora, non ha altra base, e se possiamo far entrare nel paese delle forze che siano in condizione di sconfiggere l’armata in campo aperto oppure di tenerlo in scacco, in modo tale che le parti in causa interessate alla rovina dei progetti di Bonaparte abbiano il potere di agire, il nostro intento sarà stato raggiunto”.

L’imperatore dei Francesi sapeva che l’unica possibilità era di affrontare tutti questi eserciti separatamente e sperare che dopo aver sconfitto un primo esercito, gli altri avrebbero cercato degli accordi. Iniziò a preparare in poco tempo un esercito motivato che potesse difendere la Francia dai nemici esterni e anche interni visto che la Vandea si era nuovamente ribellata.

L’obbiettivo della campagna in Belgio di Napoleone non era la conquista del Belgio, ma quello di sconfiggere i Prussiani e gli Inglesi. L’“Armée du Nord”di cui disponeva l’imperatore per questa campagna era di poco inferiore all’armata prussiana di Blucher e leggermente superiore a quella del duca di Wellington; vi era quindi una buona possibilità di vittoria grazie alla sua superiore capacità di comando e alla migliore qualità delle truppe. Egli tentò di affrontare l’ esercito prussiano e inglese prima che questi si riunissero in modo da non avere un rapporto di forze sfavorevole. L’esercito prussiano e quello di Wellington dovevano invece posizionarsi in mondo tale da potersi  soccorrere a vicenda. Questa operazione, apperentemente semplice, era in realtà molto complicata se si pensa che gli eserciti dell’epoca dovevano avere linee continue per le comunicazioni e i centri di rifornimento. Entrambi non potevano  prevedere da dove i Francesi sarebbero entrati nel territorio belga, quindi gli alleati dovettero difendere tutta la linea di confine, disperdendo in questo modo le proprie forze. La linea per le comunicazioni britannica andava dal centro di operazioni di Wellington a Bruxelles fino al porto di Ostenda e da lì in Inghilterra; quella prussiana partiva da Namur centro di operazioni di Blucher a Liegi e quindi in Prussia. Le due linee ovvero quindi Namur-Bruxelles e Ostenda-Liegi andavano in direzioni opposte quindi era più facile che durante la campagna i due eserciti si allontanassero tra di loro.

Napoleone in questa campagna cercò di copiare di fatto se stesso utilizzando la posizione centrale che aveva inventato nel 1796 durante la prima campagna d’Italia, ma era necessario che gli avversari facessero il suo gioco cioè distanziarsi come avevano Piemontesi e Austriaci nel 1796. Da ricordare infine che questo suo ultimo esercito che si apprestava alla battaglia di Waterloo rompeva con la tradizione rivoluzionaria poiché era composto da uomini addestrati che avevano già preso parte ad altre campagne militari: risultava essere quindi più solido di quello del 1813, ma più scarso di numero.


Fonti:
G. Lefebvre, Napoleone, Laterza, Bari-Roma, 1999
J. Keegan, Il volto della battaglia, Il saggiatore, Milano 2010
J. Garnier, L’arte della guerra di Napoleone, Leg, Gorizia 2016

domenica 11 febbraio 2018

Carl von Clausewitz (1780-1831)

Uno dei trattati sulla guerra più importanti è sicuramente il testo Della guerra scritto da Carl Von Clausewitz, nel pieno delle guerre napoleoniche. Carl Philipp Gottlieb von Clausewitz nacque a Burg presso Magdeburgo, oggi in Sassonia-Anhal nel 1780 da una famiglia polacca,che forse apparteneva alla piccola nobiltà prussiana o al ceto medio. Il padre Friedrichche era ufficiale del fisco e tenente in congedo, parzialmente invalido a causa delle ferite riportate durante la guerra dei Sette anni, riuscì ad ottenere per Carl l’entratafin da giovanissimo all’età di 12 anni,come ufficiale nel 34° reggimento di fanteria dove ebbe il proprio battesimo di fuoco in Renania contro l’esercito rivoluzionario francese. Dal 1794 svolse un periodo in patria in servizio di guarnigione, un periodo tedioso che però gli avrebbe consentito da un latodi approfondire le proprie conoscenze storiche, scientifiche e linguistiche tanto che nel 1801 passòal ruolo di tenente, e dall’altro di entrare nel 1801 alla scuola ufficialidi Berlino, studiando strategia e filosofia ed entrando per la prima volta in contatto con autori come Kant e Machiavelli, che avrebbero influenzato le sue idee sulla guerra e la politica.

La scuola ufficiali di Berlino in quel periodo era diretta da una figura molto carismatica dell’esercito prussiano, il generale Gerhard von Scharnhorst, che fu per Clausewitz un importante maestro. A metà ottobre del 1806 accadde un fatto quasi impensabile fino a pochi anni prima:l’esercito prussiano venne sconfitto nella battaglia di Jena-Auerstadt in seguito alla quale Napoleone entrò a Berlino, Clausewitz venne catturato insieme al suo comandanteed internato in Francia. Qui rimase prigioniero per oltre un anno, periodo in cui ebbe il tempo per riflettere sui motivi del disastro che sembrava aver cancellato di colpo la tradizione militare prussiana. In seguito alla sconfitta della Russia nel 1808 tornato in patria, si impegnò di nuovo accanto a Von Scharnhorst nella riforma dell’esercito. Nel 1810 fu nominato professore di teoria militare presso la Kriegsschule rifondata da Scharnhorst e poi responsabile della formazione militare del Kronprinz, il principe ereditario e futuro re Guglielmo I. Per questa occasione scrisse un opuscolo sui principi basilari della condotta della guerra in cui si trovavano esposte le principali idee strategiche a cui era giunto fino a quel momento. In seguito si dimise dagli incarichi e seguì Scharnhorst, che esercitò molta influenza sulla sua formazione tanto che egli lodefinì un “padre spirituale”. Infatti Clausewitz lo seguì quando la Prussia decise di stringere un’ alleanza con Napoleone contro la Russia e si arruolò nell’esercito russo, come membro dello stato maggiore dello zar contro Napoleone. Clausewitz partecipò alla campagna di Germania del 1813, durante la quale il 28 giugno inseguito alle ferite morì Von Scharnhorst e poi, una volta reintegrato nell’esercito prussiano, partecipò alla campagna di Belgio come capo di stato maggiore del III corpo d’armata di Thielmann. Nella battaglia di Wavre riuscì a fermare le forze numericamente superiori del generale Grouchy, permettendo agli altri reparti di intervenire sul campo di Waterloo. Negli anni successivi non ebbe grandi riconoscimenti anche perché le sue idee di riforma nonerano ben viste dalla corte nel periodo della Restaurazione.

Tra il 1818 e il 1830 scrisse i libri, che comporanno poi la sua opera Della Guerra, però arrivarono ad un risultato per lui non soddisfacente. Nel 1827 cambiò l’atteggiamento della corte verso di lui, tanto chevenneammesso nei ranghi della nobiltà, diventando quindi generale.Ricevette alcuni incarichi come ispettore generale di artiglieria e poi venne chiamato dall’amico e riformatore Von Gneisenau come capo di Stato maggiore per controllare i territori polacchi. In quelle zone si era diffusa un’epidemia di colera che colpì anche Clausewitz e lo portò alla morte il 10 luglio 1827. Clausewitz dopo la disfatta del 1806 era fermamente convinto di dover contribuire alla rinascita del proprio paese, non solo collaborando alla riorganizzazione dell’esercito, ma elaborando una nuova teoria militare alla luce delle novità delle guerre napoleoniche. La Prussia in seguito alla pace di Tilsit aveva perso metà dei suoi territori, la popolazione era scesa da 9,7 a 4,9 milioni di abitanti e questa serie di avvenimenti fu per Clausewitz uno shock. In questa situazione Clausewitz si trovò a dover attuare le riforme in una situazione molto complessa e in un periodo di grandi cambiamenti. Da questocontesto storico caratterizzato da continue ondate di violenze e di guerre in tutta Europa,e da queste esperienze pratiche della guerra, cercherà di raccogliere il materiale per la sua opera principale “Vom Kriege” (Della guerra).


Le domande a cui cercò di rispondere con i suoi scritti sono due: come si può analizzare la guerra e che cos’è la guerra. In questo saggio non solo cercò di comprendere i caratteri della guerra moderna rispondendo alle due domande, ma tentò di sviluppare una teoria capace di interpretare in modo complessivo i modelli della teoria della forza e l’instabilità dell’opera del fenomeno bellico. Il primo volume dell’opera uscì postumo con la Premessa della moglie Marie von Bruhl e con alcune annotazioni dell’autore databili rispettivamente 1818, 1827 e 1830. Il primo nucleo del lavoro si può datare tra il 1816 e il 1818, ma non sappiamo cosa sia rimasto di quell’ opera composta da frammenti e parti sconnesse fra di loro. Nelle annotazioni e, in particolare,in quella databile luglio del 1827 egli sottolinea alcuni aspetti importanti tra cui la volontà di rielaborazione dei libro scritto e che ciò si sarebbe dovuto basare su due criteri: il primo vede l’esistenza di due tipi di guerra quella che mira all’annientamento del nemico o la conquista di alcuni territori che portano a due tipologie di pace una dettata e l’altra negoziata. Il secondo criterio è che in entrambi i casi “la guerra non è altro che la politica dello Stato proseguita con altri mezzi”.

Nella stesura del suo Trattato si trovò fin dall’inizio alla ricerca rigorosa di una definizione dei caratteri della guerra, dei suoi scopi e dei legami con la società e la politica. Osservando le guerre del suo periodo che avevano portato al crollo della Prussia e dell’Austria,giunse alla conclusione che la natura del conflitto era quella di un duello all’ultimo sangue (Zweikampf) senza limiti, tranne quelli posti dalle necessità e dai limiti dei combattenti come le risorse materiali. L’opera è incompleta, ed essendo stata scritta in fasi diverse,risulta composita e non coerente nel suo sviluppo concettuale rispetto all’ordine dei libri che la costituiscono, questo è dovuto anche alla morte improvvisa dell’autore. Clausewitz inizialmente pensava a due tipi di guerre la “guerra decisiva” e la “guerra assoluta”. Il primo tipo di guerra era tipica delle guerre del 1700, il secondo tipo di guerra, quella assoluta o di annientamento, era caratterizzata da uno scontro di volontà collettive portate allo stremo come le guerre napoleoniche. Lo stesso Clausewitz nei successivi quindici anni ripenserà a queste definizioni che considererà inadatte come scrive nella nota del 1827, ma non riuscirà mai a portare a termine la sua opera dati i suoi nuovi impegni e la sua successiva morte.

Concludendo si può dire che l’opera di Clausewitz ha avuto più importanza nell’età contemporanea che nel periodo in cui in profondità e spiegare quel cataclisma che furono le guerre nel periodo napoleonico.visse, anche perché dopo i sanguinosi avvenimenti non rimase alcun pressante desiderio di capire.


Di: Sunil Sbalchiero

Fonti:
(a cura di) Peter Paret, Guerra e strategia nell’età contemporanea, Marietti, Torino, 2014
Gianpiero Giacomello, Gianmarco Badialetti, Manuale di studi strategici, Vita e pensiero, Milano, 2009
Carl Von Clausewitz, Della Guerra, Mondadori, Milano, 1997
(a cura di) Gastone Breccia, L’arte della guerra. Da Sun Tzu a Clausewitz, Einaudi, Torino, 2009
Gian Enrico Rusconi, Clausewitz, il prussiano, Einaudi, Torino, 1999

mercoledì 7 febbraio 2018

Sono tornato: il film che non ti aspetti

Sono tornato è il nuovo film dalla regia di Luca Miniero, libero remake di Lui è tornato. Benito Mussolini , inutile ricordare chi è stato, si ritrova catapultato nel 2017. La guerra è stata persa , l’Italia è cambiata molto da quel lontano 1945, ma lui è ancora qui e si autoconvince che sia stata la provvidenza a riportarlo in vita per affidargli una missione: riconquistare il bel paese. Per farlo, gira il paese, parla con le persone, si fa conoscere e ri-conoscere. Appare in programmi televisivi  di tutti i tipi e viene colpito dai suoi scandali. Ma tra un richiamo agli eventi storici e l’altro cosa cerca di dire questo film? Chi era Mussolini e chi sarebbe oggi se si ritrovasse veramente di nuovo in Italia?

Il film affronta con coraggio tematiche politiche e storiche senza paura di uscire dai binari del politically correct , prende a schiaffi lo spettatore, lo fa ridere di Mussolini come se fosse un personaggio comico e simpatico e probabilmente in più di qualche occasione lo fa essere persino d’accordo con il vecchio Duce rendendone la figura addirittura attraente e interessante per il charme di maschio mediterraneo che esercita sulle donne. Eppure, oltre a ciò, il film ci mette in guardia in maniera persino più esplicita di quanto non abbia fatto il suo corrispettivo tedesco in Lui è tornato, complice il fatto che in Italia la situazione potrebbe essere anche assai  peggiore. Il successo di Benito Mussolini come politico, come capo carismatico che si fa applaudire dalle masse e come dittatore è dovuto dal declino che vive la democrazia e dalla progressiva perdita di fiducia che le persone hanno nella stessa. D’altronde, l’autoritarismo e il populismo si nutrono come avvoltoi dalla carcassa morta del sistema democratico. Che questo sistema sia deceduto è ripetuto esplicitamente nel film e la dimostrazione viene dallo stesso, quando la telecamera che opera in stile documentaristico, riprende decine di persone comuni fare il saluto fascista a Roma e parlare in toni razzisti ed estremisti senza nessuna vergogna e preoccupazione. In fondo è proprio quando le persone si sentono deluse da un meccanismo che non funziona più che cominciano a pensare se cambiarlo, preoccupandosi solamente del cambiamento senza riflettere su cosa vadano incontro. Nel secolo scorso come oggi, la storia può ripetersi. Sembra una frase fatta e forse lo sarà anche ma è quanto di più veritiero ci sia. Sono tornato manda un forte messaggio al popolo italiano, lo avverte di non abbassare la guardia, di non farsi imbrogliare e mettere nel sacco da chi è un abile manovratore. Al contempo stesso però , lascia una nota pessimista al suo spettatore che esce dalla sala con la sensazione di essere in pericolo perché rivede negli atteggiamenti dei personaggi del film quello che succede intorno a lui e è normale dato che i personaggi del film sono persone comuni che realmente hanno detto quelle cose e che realmente le dicono. C’è però un barlume di speranza costituita dal personaggio di Canaletti in questa nera visione del presente. Il sempliciotto regista interpretato da Frank Matano, si rende conto di ciò che succede e prova ad agire. Il popolo italiano è così diviso in tre: chi applaude il Duce credendolo un comico o credendo veramente in ciò che dice, chi tenta di fermalo e chi invece lo sfrutta abilmente per il proprio arrivismo come fa il personaggio di Katia Bellini.

“Il problema di questo popolo è la memoria” , dice Mussolini in una scena del film. Il popolo italiano effettivamente ha la memoria corta e arriverebbe a perdonare un Dux che si ripresenta dopo tanti anni dicendosi pentito, dicendosi pronto a ricominciare e a ricostruirsi una nuova identità, tirando anche un’ennesima frecciatina alla condizione politica italiana. Eppure non si dovrebbe mai dimenticare il passato, tantomeno provare una damnatio memoriae, ma imparare a convivere con esso prendendone atto perché esso vive in ogni italiano, è parte della storia italiana e dell’identità stessa degli italiani a cui si deve rapportarsi ogni qualvolta la democrazia comincia a  scricchiolare sotto le martellate dell’intolleranza.

Un altro problema  che il film mette in luce è sicuramente quello dell’integrazione degli stranieri in un momento storico nel quale il dibattito politico è saturo di questi argomenti. La delicatissima questione è trascinata avanti per tutto il tempo, quasi a fare da sfondo a tutta la vicenda. Non manca nemmeno l’occasione  per ricordare il rastrellamento nel ghetto ebraico in una delle scene più toccanti del film.

Insomma, Sono tornato è politicamente impegnato molto più di quello che ci si aspetterebbe da una commedia italiana. Porta lo spettatore alla riflessione e lo lascia con l’amaro in bocca concludendo con un finale non solo aperto ma anche realistico. Non è un finale tipicamente cinematografico dove la narrazione si conclude anzi, rimane aperta e disegna un quadro forse pessimistico e inquietante che vuole essere un monito per tutti: la fiamma dell’odio è sempre pronta ad essere alimentata, basta un attimo.


Di: Cristiano Rimessi

Fonti:
Sono tornato, regia di Luca Miniero.

venerdì 2 febbraio 2018

Il fine ultimo della scoperta dell'America

Tutti sanno che la scoperta dell'America avvenne il 14 Ottobre del 1492, tutti conoscono la storia di come Cristoforo Colombo cercasse un passaggio più veloce per poter raggiungere l'oriente e le sue favolose ricchezze. Di come il navigatore genovese sbarcò inizialmente a San Salvador esplorando l'area caraibica credendo però di essere giunto nel lontano oriente. Ben presto però si accorse che quei poveri indigeni non avevano nulla di quello che era stato raccontato dai favolosi resoconti dell'oriente, della Cina e del Cipango (Giappone), e dovette allora ammettere che i suoi calcoli erano errati. Dunque si, era possibile raggiungere l'oriente navigando verso occidente, la tesi aristotelica e tolemaica della sfericità della terra a lungo “dimenticata” era stata provata, ma il viaggio era durato il triplo del previsto perché in mezzo Colombo si era imbattuto in un altro continente non preventivato: l'America.    Si è sempre detto che il motore primo della spedizione fosse puramente economico, ma la storia è lievemente più complessa del previsto e le azioni del navigatore genovese furono dettate un po meno da fattori meramente economici e un po di più da quelli ideali.

Dai numerosi scritti di Colombo, lettere e diari, si può ben notare come la spedizione sia mossa prevalentemente dalla ricerca dell'oro e di ricchezze, ne sembra quasi ossessionato; eppure questa ricerca non è figlia della cupidigia ma della sincera comprensione che sarà solo il ritrovamento dell'oro a dargli la possibilità di portare a compimento la propria impresa. Saranno le ricchezze a mantenere alto il morale del proprio equipaggio e permettergli di non perdere punti agli occhi dei sovrani di Spagna, patroni della spedizione. Colombo sa bene che solo la presenza dell'oro potrà giustificare le privazioni che subisce il suo equipaggio in alto mare per lunghi periodi lontano da casa, la stessa corona spagnola ha bisogno di prove tangibili per continuare il proprio finanziamento alla spedizione.

Certo, Colombo non disdegna la ricchezza, ma dai documenti sembra che lo interessi di più il suo ruolo epico di avventuriero scopritore nonché di missionario evangelizzatore. Si impegna personalmente con il Papa per la diffusione del cristianesimo ai popoli dell'oriente ed è sicuro di trovare abbastanza oro per poter reclutare diecimila cavalieri e centomila fanti. Il navigatore si sente un predestinato, è molto religioso tanto da non navigare la Domenica e da dare un nome religioso ad ogni nuovo posto scoperto.

Ed è proprio questa infatti la vera missione dello scopritore genovese, Colombo, lo scopritore del nuovo mondo è un uomo dalla forte mentalità medievale. Ha una grande fede cristiana, si imbarca per raggiungere il Gran Khan, l'imperatore della Cina citato da Marco Polo, sicuro che riuscirà a convertirlo al cristianesimo e ad usare le sue forze per liberare la Terrasanta con una nuova crociata. Nessuno in occidente sapeva però che la sua dinastia mongola era stata rovesciata ben un secolo prima. L'uomo che con la sua scoperta segna la fine del medioevo e l'inizio dell'evo moderno si imbatte quasi per caso in un continente che secondo i suoi calcoli non ci sarebbe dovuto essere; rovinando quasi il suo piano iniziale. Si imbarca in questa avventura convinto che potrà almeno reperire molto oro dall'oriente potendo così finanziare una crociata che liberi una volta per tutte Gerusalemme. Perché è esattamente questo il fine ultimo, il pio Colombo dalla mentalità fortemente medievale, compie il proprio prodigioso viaggio verso l'ignoto per raccogliere fondi che possano liberare nuovamente, e questa volta per sempre, Gerusalemme. Dobbiamo considerare che l'eco della caduta di Costantinopoli del 1453, era ancora presente tra gli stati europei dell'epoca, gli stessi stati europei che non avevano accolto le disperate richieste di aiuto bizantine e le invocazioni del Papa a loro soccorso. Il sogno di Colombo si inseriva anche all'interno del progetto di reconquista che la Spagna aveva ultimato proprio nello stesso 1492 con la conquista di Granada, ultimo caposaldo del nemico musulmano in terra iberica.

La scoperta del nuovo continente con l'apertura di nuove rotte rovinerà il piano di Colombo; le Americhe avranno tutto ciò che un regno in espansione può richiedere, ricchezze da saccheggiare e una popolazione tecnologicamente inferiore facile da sottomettere. I sovrani di Spagna pur incassando più di quanto avessero potuto mai desiderare da questa spedizione non riversarono denaro nel progetto di liberazione della Terrasanta tanto caro a Colombo. Finanziarono altri suoi tre viaggi che si svolsero con alterne fortune, tornato dal quarto viaggio decise di non lasciare più il regno di Castiglia seppur a lui ormai ostile, morendo nel 1506 per un infarto prima di riuscire a ottenere piena soddisfazione di tutte le sue rivendicazioni con i sovrani di Spagna.
  
 Così si apriva una nuova era, un nuovo evo, un navigatore italiano aveva aperto agli occhi del mondo nuove rotte che avrebbero velocemente tagliato fuori dai grandi traffici commerciali tutte le città del mediterraneo che diveniva ora poco più che un lago rispetto alle sconfinate immensità degli oceani. Proprio l'apertura di nuove rotte rendeva non più così importante economicamente la cacciata dei turchi da Costantinopoli e dalla Terrasanta, paradossalmente proprio la riuscita della sua missione aveva reso non più economicamente vantaggioso il suo fine ultimo, la sua scoperta seppelliva per sempre il sogno di un ritorno della Cristianità nella sua prima capitale.  



Di: Ludovico Scaglione

Fonti:
Tzvetan Todorov, La conquista dell'America, il problema dell'altro, Torino 1984
Cristoforo Colombo, Dai diari di bordo, Rimini 1992
Gianni Granzotto, Cristoforo Colombo, Milano 2010

sabato 27 gennaio 2018

Il treno che andava ad Auschwitz

Io sono quel treno che porta nei propri vagoni persone stipate dall’Italia ad Auschwitz. Questi uomini sono chiamati “ebrei”. Eppure non mi sembrano tanto diversi dagli altri che chiamano italiani, fascisti, tedeschi o Führer o Duce. Mi sembrano identici. Eppure devono ammucchiarsi dentro le mie carrozze, così stretti che mi domando come fanno a respirare. A volte sento delle grida disperate, altre volte sento il lungo lamento delle loro voci, mentre viaggiano verso la morte. Mi sento come Caronte, il traghettatore di anime da una sponda all’altra dello Stige. Eppure, il mio percorso si sviluppa tra amene pianure e monti meravigliosi. Quale scherzo del destino! Un paradiso in terra che porta al trapasso.
 Il dolore, sebbene taciuto o inespresso, non è silenzioso. Lo percepisco nelle lastre che compongono le cabine o presso i miei finestrini dove donne guardano le abitazioni allontanarsi, consapevoli che la meta sarà la fine di tutto. Il dolore si muove sovente dalle loro anime alla mia carcassa di ferro e mi fa male, mi lacera come lacera i loro petti. Questi “ebrei” soffrono e io con loro. Le lacrime mi bagnano i bulloni, arrugginendomi come ruggine diventano i loro sentimenti. I loro visi emaciati mi fanno venire voglia di smettere la corsa, di fermarmi. Ma non posso, sono una macchina, la mia volontà è in mano ai macchinisti.


Un giorno mi sono fermato a lungo nel campo di arrivo, Auschwitz. Era l’estate del 1942. Non sono un essere senziente, ma capivo tutto. D’altra parte solo esseri davvero disumani sarebbero stati sordi al frastuono della loro silente agonia. Uomini, donne e piccoli pargoli uscivano solo dal lato destro delle mie vetture, per essere ispezionati e selezionati dalle SS tedesche. “Ja.. Nein…” gracchiavano in quella lingua tanto aspra. Tutti erano diventati automi. Entravano nel Lager senza fiatare più. Non percepivo nemmeno più la loro sofferenza, come se si fosse dissolto e l’avessero lasciato a me, quel treno che li ha portati qui. Quel giorno del luglio 1942 capii tutto molto meglio. Immobile, nel cortile adiacente a quel posto infernale, sentivo urla e strida come se fosse il giorno del Giudizio.
 Non vidi più tornare indietro quel bimbetto biondo raccolto a Bolzano con la nonna. Si chiamava Peter. Mi ero affezionato a lui perché giocherellava con la porta del macchinista e mi faceva il solletico. Un bambino dolce, piccolo, innocente. Biondo, ma ebreo. Occhi azzurri, ma ebreo.
 Questi uomini dovevano consegnare ogni oggetto di valore, che sarebbe poi stato consegnato alla Deutschland di Hitler. Poi si sarebbero dovuti spogliare ed infine dirigersi verso una camera a gas, dove i loro corpi sarebbero stati sciolti.

Restai nel piazzale, non mi muovevano, nessun macchinista saliva a bordo per portarmi via da lì. Restai fermo, fisso, immobile ad assistere ad una tragedia senza eguali, impotente. Stetti ad assistere alla metamorfosi di Peter, che ora mi solleticava dal vento, ridotto in cenere.
 In quella afosa giornata di luglio, l’unico bambino al quale mi ero affezionato, gridava al sole il suo dolore, come un piccolo Icaro. Ma se Icaro cadde e morì per la superbia, quel Peter morì per l’innocenza di essere stato ebreo. Nessun reato di presunzione e scevro di ogni colpa, reietto solo per non essere cattolico. Assurda, atroce e disumana la sua morte e quella degli altri uomini finiti qui, ai confini dell’umanità.

Ebreo... Un uomo con pelle, tessuti ed organi identici a Hitler. Ebreo, una macchia che forse non vedevo? Ebreo, un uomo bruciato vivo e dissolto nell’atmosfera nel sud della grande e sciocca, crudele Deutschland nazista. Oggi è il 27 gennaio 1945. L’armata Rossa libera il campo di Auschwitz. Io sono di nuovo al campo. Non farò più corse, sono un rottame oramai, ferro vecchio. Mi solleva sapere che non ci saranno più giovani Peter uccisi, né tanto meno quegli ebrei che avrei voluto salvare. Se la guerra è una tragedia umanitaria, i Lager sono l’apocalisse della coscienza umana.


L’olocausto è giunto al termine, sì, ma spero che i posteri se ne rammentino come monito per l’avvenire. Nulla di tutto questo deve essere scordato, poiché l’atrocità vissuta in questi campi di concentramento e di morte non deve svanire nel nulla, come se mai ci fosse stata. Il guaio della dimenticanza è che si possono commettere nuovamente tragedie ed orrori simili. Ricordare serve a scongiurare ogni altra simile atrocità. Se lo capisco io, quale pezzo di ferro vecchio che sono, come possono non capirlo gli uomini di questa bella terra?  



Di: Anna Maria Vantini



Fonti: 

 - Alexandra Zapruder, I diari dell'olocausto, Newton Compton Editori, Roma, 2018
 - Frediano Sessi, Carlo Saletti, Auschwitz: Guida alla visita dell’ex campo di concentramento e del sito memoriale, Marsilio, Venezia, 2016

venerdì 26 gennaio 2018

Il Medioevo di Game of Thrones

Tra le serie TV in lizza per i Golden Globe si è trovata anche Game of Thrones quest'anno, fortunatissimo telefilm firmato HBO. Di certo non stupisce, poiché l’audience è stato molto alto, in un continuo crescendo. Si tratta di una serie TV fantasy ambientata in una sorta di fittizio Medioevo, tratta da Le cronache del ghiaccio e del fuoco di G. G. Martin, edite in cinque volumi – in attesa del sesto – viste apparire anche in qualche corso monografico americano di storia medievale per fare in modo che gli studenti possano apprezzare maggiormente il Medioevo europeo. Ma di che cosa si tratta? Quanto di storico c’è? I personaggi assomigliano a qualche grande condottiero o ad un qualche personaggio della mitologia?

Quando si guarda una serie TV qualsiasi – fatta eccezione per Victoria e The Crown, in quanto tratte la prima dai diari segreti della regina Vittoria di Inghilterra e la seconda tratta dalla storia e dal giornalismo narrante le vicissitudini della giovane Elisabetta II – a sfondo storico, come anche I Medici o Vikings, ci si domanda immediatamente se quelle erano le condizioni di vita e lavoro effettive dei protagonisti. Dunque, i dati sensibili di una persona, per la legge sul diritto della privacy, sono religione, politica, sessualità e salute. Vogliamo quindi sviluppare un'analisi seguendo questo ordine. 
La religione di Westeros, il continente principale in cui avvengono le battaglie per il tanto agognato Trono di Spade, è legata al culto di sette divinità principali, chiamate “nuovi dei”, ma si pregano anche altre divinità, i “vecchi dei”. Questo significa che gli abitanti sono politeisti e la loro religione assomiglia vagamente ai culti norreni: venerano degli alberi – gli “alberi diga” – e pregano davanti a delle statue che rappresentano le diverse divinità, come nel tempio di Baelor, il porto reale King's Landing e la capitale del regno. Hanno degli indovini simili ai druidi celtici. Nelle Isole di Ferro si venera solo il “dio abissale” e per far parte della comunità occorre essere battezzati secondo un rito che assomiglia al battesimo cristiano: la persona viene immersa in acqua per un po’ di tempo finché non è deciso che debba “rinascere” come “uomo di ferro”. Curioso è un particolare: da Essos, il continente che si trova ad oriente, provengono dei sacerdoti vocati al “dio della luce”, unica divinità, e antiche profezie parlano del ritorno del guerriero della luce Azor Ahai, che riuscirà a porre fine alle guerre che da tempo imperversano. Insomma, antichi dei somiglianti a quelli greci e romani, nuovi simili al culto dei vichinghi o dei sassoni, una sorta di “messia” che porterà la pace nel Regno terminando le battaglie. Di certo qualcosa ci farà venire in mente: la venuta del Messia per la religione cristiana e quindi la caduta di chi crede in divinità pagani. C’è di più: una sorta di setta monacale che vive sotto giuramento e facendo voto di castità protegge i confini, la Barriera. Sono i guardiani della notte, vestono in nero, si addestrano per “combattere l’oscurità” e la loro vita è frugale.

La politica è sempre una questione legata al potere di un popolo e gli abitanti di Westeros lo sanno bene. Dopo un periodo di regno centenario in cui la famiglia dei Targaryen deteneva il potere grazie ai propri grandi draghi, temibili e spaventosi – ecco un po’ di fantasy – una rivoluzione – esatto! Una rivoluzione! – che prevedeva un’alleanza tra le famiglie più in vista dell’isola (Westeros è un’isola tutto sommato simile ad una Gran Bretagna rovesciata, sulla carta), ovvero Baratheon, Tyrell, Stark, Martell, Tully, Mormont, Greyjoy, Lannister, mette fine al Regno dei Targaryen. Sconfitti, prende il posto sul trono la famiglia Baratheon, con Robert, che sposerà la figlia di lord Tywin Lannister, un ricchissimo uomo d’armi, uno stratega formidabile che pare assomigliare ad una sorta di Napoleone. I Targaryen, estinti, trovano sopravvivenza nell'esilio forzato di Daenerys e Viserys, figli dell’ultimo Re, Aerys II, ucciso per mano di Sir Jaime Lannister.

 Appare, scritta così, un po’ una ballata romanza, simile a Re Artù o alle gesta delle Chanson de Roland. Ma l’amore vissuto in questa serie è un qualcosa di più eclettico: si va dall'amore platonico e mai ricambiato, molto stilnovista, tra Petyr Baelish e Lady Stark, donna sposata, all’amore mosso dall'Eros delle bettole ai tradimenti bohemien in cui Lady Baratheon (meglio nota con il nome di Cersei Lannister) concepisce dei figli dal fratello Jaime Lannister. Insomma, ce n’è per tutti i gusti. Se si dovessero analizzare tutte le coppie delle storie d’amore della serie televisiva non basterebbe un articolo. Non dimentichiamoci che ci sono i matrimoni forzati, come nel Medioevo europeo, decisi a tavolino per stringere alleanze tra il Nord e il Sud: Sansa Stark e Jeoffrey Baratheon (in realtà figlio dello zio Lannister). Ci sono sposalizi pensati ad hoc per crearsi una posizione sociale: la giovane Margeary Tyrell sposa prima Renly Baratheon, fratello di Re Robert, poi Tommen Baratheon, figlio di quest'ultimo. Un altro motivo di nozze è la ricerca di un forte esercito per riconquistare il territorio e la posizione persa: Daenerys Targaryen viene promessa a  Khal Drogo, in oriente, a Essos, a capo di una tribù nomade di Dothraki, potenti e invincibili guerrieri.

 La salute è un altro elemento che fa avvicinare il mondo di Martin al mondo reale: per una ferita si poteva morire perché mancavano le cure mediche appropriate e talvolta si cercava la cura nella magia – tipico l’esempio del guerriero Khal Drogo, morto per una ferita infetta, mentre sul campo di battaglia si poteva contare su pochissime pratiche mediche, considerata la scarsa igiene e i metalli scadenti con cui spesso erano forgiate le armi. Le donne morivano sovente di parto, come le madri di Cersei LannisterDaenerys e di Jon Snow/Targaryen. Il freddo era combattuto grazie a dei rudimentali caminetti e l’igiene era molto scarsa anche nelle abitazioni. In qualche scena si vedono malattie o morbi incurabili simili alla peste nera, che prende il nome di “morbo grigio” e che invece di provocare pustole, crea delle croste grigiastre sulla pelle e fa morire per soffocamento. 
 Tirando le somme, questa serie tv è un coacervo di somiglianze con la vita quotidiana e la cultura del Medioevo.

Non da ultimo elemento di comunanza, le invasioni da Nord, in cui spicca l’elemento fantasy: stanno per giungere dei “non morti” dall'estremo nord, gli Estranei, per una crociata verso sud, alla ricerca di qualcosa che ancora non è stato definito dal grande scrittore Martin, ma che potrà essere pericolosa per gli uomini di Westeros. Questo ricorda le invasioni barbariche di Unni, Longobardi, Franchi, etc., che arrivarono in Europa al termine del fasto dell’Impero Romano d’Occidente. 

Una cosa è certa: l’ispirazione dei modi di vivere assomiglia parecchio, anche in termini di onore servile, all’Alto Medioevo. 
 Lasciamo al lettore un’ulteriore interpretazione o rivalutazione della serie televisiva.


 Di: Anna Maria Vantini

Fonti: 
 - J. Le Goff, L'uomo del medioevo, Laterza, Roma-Bari, 1987

mercoledì 17 gennaio 2018

Il piano Marshall e l'attuazione in Italia

Al termine della seconda guerra mondiale le condizioni economiche e sociali del vecchio Continente e dell’Italia erano particolarmente critiche: oltre all’alto prezzo in vite umane altrettanto ingenti furono i danni materiali. In questa situazione e con il deteriorarsi dei rapporti tra Usa e Urss, l’inizio della cristallizzazione bipolare – avvenuta nel febbraio 1947 - portò ad un cambiamento della politica estera americana con la “dottrina Truman”, che mirava a contenere l’influenza dell’Unione Sovietica in Europa. Questa “politica del contenimento”, come venne definita da George Kennan, comportava in primo luogo un consolidamento dei paesi europei occidentali sul piano politico ed economico.

All’interno delle misure nell’ambito economico l’intervento principale fu quello del Piano Marshall proposto dal segretario di stato americano George Marshall nel 1947. L’idea di questo intervento economico era mossa dalle preoccupazioni degli Stati Uniti. La principale di queste preoccupazioni era determinata dal fatto che la ripresa economica potesse essere soffocata sul nascere e che la crisi economica comportasse ripercussioni politiche. Infatti il presidente americano Henry Truman vedeva il successo del comunismo in Europa orientale come conseguenza della crisi economica in quei paesi. Nel marzo del 1947 molte alte personalità rimasero confuse da un discorso in cui il Presidente americano si diceva preoccupato per l’imminenza di una crisi e la possibilità di un confronto globale e accennava ad alcuni aiuti economici in favore della Grecia e della Turchia. Dopo il discorso alcuni giornalisti e parlamentari chiesero di conoscere il quadro della situazione, chiedendo un piano di aiuti organico per la ricostruzione mondiale, per alleviare in alcuni paesi come la Francia e l’Italia il disordine economico e l’agitazione politica, paesi questi dove erano presenti anche grandi partiti comunisti. Gli americani si convinsero che in questa situazione, un programma unificato di aiuti, rigidamente controllato da loro, avrebbe garantito pace, prosperità, stabilità politica, indebolimento dei partiti comunisti, e benessere per gli Stati Uniti. Il Programma di Ricostruzione Europea (ERP) sarebbe stato diverso dagli aiuti precedenti forniti dall’Europa occidentale; dalla fine della guerra in poi erano stati profusi senza alcun criterio e non avevano raggiunto il loro scopo. Infatti la novità di questo programma pensato da Marshall è che avrebbe rappresentato la dottrina Truman in azione.

Il 5 giugno 1947 il Segretario di Stato nel corso della cerimonia annuale della Harvard University parlò della necessità di elaborare un nuovo piano di aiuti per l’Europa. Il piano dopo l’intervento alla Harvard University mancava ancora di contenuti specifici, quindi iniziarono a formarsi dei comitati americani ed europei occidentali. Questi formularono l’ERP a carattere quadriennale sotto la direzione degli Stati Uniti, che prevedeva una serie di prestiti e sovvenzioni gestiti da un nuovo organismo del governo americano denominato Amministrazione per la Cooperazione Economica (ECA). L’ERP provocò una violenta rottura nel periodo della guerra fredda sia perché nel piano era stata inclusa la Germania Occidentale, senza la partecipazione dell’Unione Sovietica e dell’Europa orientale, sia perché essa si muoveva al di fuori della Commissione economica delle Nazione Unite per l’Europa (ECE). Questa situazione di tensione internazionale e la guerra fredda si aggravarono per la maniera provocatoria con cui gli Stati Uniti presentarono il Piano Marshall, ignorando l’ECE e anche perché l’Unione Sovietica interpretò questi aiuti come un’iniziativa antisovietica. Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica cercarono di varare piani di ricostruzione per le rispettive sfere d’influenza con i piani Marshall e Molotov.

Il piano Marshall non venne concepito solo dal segretario di stato americano, ma anche da Dean Acheo uno dei principali artefici della dottrina Truman: dirigeva il Dipartimento di Stato quando Marshall era assente per impegni internazionali. Gli studi sul piano Marshall iniziarono già prima e continuarono anche dopo l’intervista lasciata da Truman nel febbraio del 1947 con alcune riunioni come quella tenutasi l’11 marzo 1947 all’interno di State-War-Navy Coordinating Commitee (SWNCC) un gruppo di lavoro. Dean Acheson all’interno del Dipartimento di Stato costituì una speciale commissione per gli aiuti esteri. Le istruzioni per entrambe le commissioni erano di lavorare in fretta, anche perché molti paesi avevano bisogno di aiuti urgenti. La potenza economica della nazione doveva essere usata per sostenere la stabilità economica e la normalità dei processi politici in qualsiasi parte del mondo, in modo da orientare gli altri stati verso la politica degli Stati Uniti. I primi accordi per l’applicazione del piano Marshall in Italia avvennero il 2 febbraio del 1948, quando l’ambasciatore americano a Roma James Dunn, e il ministro degli Esteri Sforza firmarono un Trattato decennale di amicizia e di commercio fra Stati Uniti e Italia. Un mese e mezzo più tardi, il 20 marzo, il segretario di Stato Marshall riferì dell’invio all’Italia di vari milioni di dollari, anche se l’Erp doveva ancora essere approvato definitivamente dal Congresso. Infatti a Washington si era deciso di anticipare l’annuncio in vista delle decisive elezioni del 18 aprile 1948 in Italia. Nel primo anno di attivazione dell’ERP dal luglio 1948 al luglio 1949 esso rappresentò per l’Italia il 5,3% del Pil e gli aiuti furono essenziali per la rinascita europea e in particolare per l’Italia, sia per le materie prime e i prodotti che arrivarono dall’America, sia perché impedirono deficit di dollari per acquistarli. In Italia i prestiti ERP diedero l’opportunità a molte medie imprese e a grandi industrie anche private come la Fiat e l’Edison di rinnovare impianti e macchinari industriali; tali opportunità vennero offerte anche alle imprese pubbliche dell’Iri. Questi aiuti erano inviati in tranche e dovevano essere guadagnati in qualche modo con un buon comportamento politico, economico e dovevano essere usati per promuovere la stabilità finanziaria. Gli americani fecero capire che tali finanziamenti non sarebbero arrivati se al governo c’erano partiti comunisti come in Italia e Francia. Infatti le reazioni più critiche al piano Marshall furono da parte dei partiti di sinistra in Italia come il Pci e il Psi.

La gestione italiana di queste risorse venne fortemente messa in discussione dai politici ed economisti americani; la critica più accesa fu quella espressa nel rapporto del Country Study al Congresso dove si criticava l’Italia per la gestione degli aiuti, in quanto dissentivano dalla politica deflazionista dell’Italia, poiché non aveva ragione di esistere visto il continuo rifornimento di materie prime, macchinari, e la garanzia illimitata di aiuti garantiti. Infine il piano Marshall fu il primo stadio per la costruzione di una comunità di idee, di legami economici fra l’Europa e gli Stati Uniti contribuendo in questo modo alla creazione dell’Occidente post-bellico.

Di: Francesco Sunil Sbalchiero

Fonti:
Adriana Castagnoli, La guerra fredda economica, Laterza, Roma-Bari, 2015
Ennio di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali, Laterza, Roma-Bari, 2015
(a cura di) Elena Aga Rossi, Gli Stati Uniti e le origini della guerra fredda, Il Mulino, Bologna, 1984
Giuseppe Mammarella, Storia degli Stati Uniti dal 1945 a oggi, Laterza, Roma-Bari, 2013
Valerio Castronovo, Storia economica d’Italia, Einaudi, Torino, 2013
John L. Harper, La guerra fredda, Il Mulino, Bologna, 2013

martedì 9 gennaio 2018

Lochner: Rinascimento alla tedesca

Stephan Lochner, nato nei pressi di Meersburg nel 1410, si staglia quale uno dei rappresentanti del Rinascimento “alla tedesca”. Ricopre alcune funzioni di esecutore ufficiale di corte, durante la permanenza di re Federico III, in seguito si sposa e accede alla carica di consigliere cittadino. Il flagello della peste del 1451 colpirà anche l’artista che trova riposo nel cimitero vicino la chiesa di St. Alban.

Il suo stilema è un delicato connubio tra elementi arcaizzanti, ancora rispondenti ad alcuni primitivismi bizantineggianti, e un’impronta vessata al ritratto, nella sua interpretazione “moderna”. Il suo esordio è costituito da “Il San Girolamo nello studio”, ove le peculiarità dell’imprinting fiammingo sono ben presenti nell’impostazione prospettica, sebbene il pittore vanti una certa disinvoltura nella rappresentazione degli oggetti di scena. Questo costituisce un limite iniziale poiché egli si sofferma su questo aspetto esulando parametri più innovativi. Un vizio di ingenuità che caratterizzerà i suoi debutti su tela, estremizzando particolari luminosi e ombre. Con il trapasso alla figurazione sacra della Crocifissione, la sua impulsività viene mediata e la composizione acquisisce un’impronta più matura. La grandiosità delle figure, nella loro staticità e ieraticità, conferisce un’enfasi all’impianto visivo. Si percepiscono lievi cenni dei capi dei santi in un’impostazione che asseconda i canoni iconografici medievali: il Cristo, esangue, etereo, al medesimo tempo, nerboruto, in dialettica con la rudezza dei tratti delle altre figure. Nell’anta dell’Altare del Giudizio sono raffigurate le Sante Maddalena e Caterina, con a latere S. Antonio Eremita, Cornelio, Uberto e Quirino. All’interno la crudescenza del martirio degli Apostoli, al centro la città celeste e l’inferno, di lato a Cristo, Maria e Giovanni Battista iconizzati in misura più grande rispetto al resto, accondiscendendo alla poetica medievale.

L’impianto compositivo riecheggia lo stilema olandese di una tela racchiusa nel palazzo comunale di Diest. Ogni “particulare” detta una precisa simbologia: viole e fragole in segno di umiltà virginale; le sette perle della fibbia riprendono le sette virtù. Netto il passaggio dalla Madonna delle violette alla Madonna del roseto in cui da una narrativa di stampo “cortese” si passa a una descrizione ispirata alla “devotio moderna”, di accenno senese del XIV secolo. Quest’ultima di matrice più metafisica permette a Lochner un approccio più personale, utilizzando l’apparato metaforico in modo più intimo, sdoganando l’etica medievale. L’unicorno a stigma della verginità, la mela simbolo dell’incarnazione della divinità, un tutt’uno con il trascendente. Non più unicamente scena che si fonde nella narrazione, ma una compenetrazione tra soprannaturale e terreno. L’artista crea un’atmosfera unica, silente, senza luogo né tempo.

L’incarico di maggior rilievo ufficiale che assume Lochner è l’altare della cappella del municipio di Colonia. L’appalto di raffigurare i santi patroni è un onore per l’artista che assolve al compito con la dovuta maestria. Strutturazione simmetrica tipica della sacra rappresentazione, influssi ancora dell’arte medievale in cui le figure non acquisiscono in sé un valore individuale, ma in quanto parte di un tutto. Sfondi dorati bizantineggianti, tinte smaterializzate. Il focus per il pittore rimane costante nell’interesse al trascendente, il dato metafisico reso da una pastura coloristica evanescente.

Il fascino di Lochner viene celato per molti secoli e riconsiderato nel periodo romantico, ove il suo afflato sensibile e appassionato, diventa un monito di ispirazione; lo stesso Goethe ne stenderà le lodi.

Di: Costanza Marana

Fonti:
Stefano Zuffi, Il Cinquecento, Electa, Milano, 2005;
Maestri del Colore, Lochner, n. 99, Fratelli Fabbri Editori, 1965

sabato 6 gennaio 2018

La legge 'Truffa'

La legge elettorale proposta da Scelba nel 1952 venne battezzata come “legge truffa” da Piero Calamandrei, le motivazioni di questo nome non sono da ricercare nel premio di maggioranza, che scattava con il raggiungimento del 50% dei voti, anche in alleanza con altri, ma in un altro aspetto. A quel premio infatti potevano ambire difficilmente i social-comunisti fermi al 31% alle elezioni del 1948, ma solo i partiti governativi, infatti la formula di governo centrista era arrivata al 60%. Il dibattito sul cambiamento della legge elettorale è ben più lungo rispetto alla singola vicenda della legge maggioritaria con gli apparentamenti per le politiche. Questo dibattito incomincia già per le amministrative durante la segreteria di Taviani, visto che c’erano state situazioni di instabilità con il sistema proporzionale, poiché c’erano stati casi di parità come a Viareggio e quindi si passò al maggioritario. Il problema della legge maggioritaria si scatenò quando questa proposta venne portata a livello nazionale per le elezioni politiche.

De Gasperi sapeva che la situazione del suo partito era molto cambiata, soprattutto dopo le amministrative del 1951-1952 in cui la Dc, rispetto alle politiche di quattro anni prima aveva perso circa il 13,4%. Il risultato elettorale delle amministrative aveva evidenziato che i consensi della coalizione di governo del centrismo organico erano in calo. Questo fatto era dovuto a tre motivi: fondamentalmente il primo era dovuto ad una ripresa dei partiti di destra; infatti le elezioni amministrative avevano segnalato un ripresa dei voti del partito monarchico e dei qualunquisti, soprattutto nel Meridione, poiché questi erano sostenuti dal così detto “quarto partito” che non appoggiava più in modo convinto la DC. Il secondo motivo era dovuto alla situazione economica,perché nonostante le importanti riforme rimanevano gravi la disoccupazione e la povertà in molte parti del paese. Il terzo motivo era che il sistema elettorale proporzionale portava ad una cronica fragilità di governo. Inoltre c’è un ulteriore motivo dovuto al venir meno della percezione del pericolo comunista, questo aveva tolto via alla DC un argomento centrale rispetto alle precedenti elezioni.

Vista la situazione De Gasperi propose un cambiamento della legge elettorale, che avrebbe dovuto garantire un sistema parlamentare, ma con maggiore stabilità politica e cioè il maggioritario, che sostanzialmente si basava su due punti tecnici. La nuova legge elettorale proposta da Scelba nell’ottobre del 1952, si basava sul mantenimento degli scrutini di lista su collegi plurinominali e revisione del meccanismo di riparto proporzionale con l’introduzione di un premio di maggioranza, a condizioni che si superasse una determinata soglia che era fissata al 50%. Questa legge incomincia il suo iter legislativo nel dicembre del 1952. La discussione è accesa intorno alla legge elettorale, critiche vengono mosse fin dall’inizio, quando ormai mancavano cinque mesi alle elezioni. Le sinistre con la proposta della DC di questa nuova legge elettorale, riuscirono in un’operazione, che al Fronte popolare nel 1948 era fallita, cioè di farsi vedere come forze mobilitate per salvare la democrazia, grazie anche all’aiuto di altre figure che condividevano questa battaglia come Parri e Corbino, i quali sostennero questa battaglia in modo convinto legittimando così la protesta sollevata dai social-comunisti.

Inoltre tutti i partiti che si opponevano a questa legge organizzarono mobilitazioni e contestazioni in tutto il paese e in parlamento fecero ostruzionismo, infatti subito venne posta una sospensiva a firma di Nenni, che inoltre chiedeva l’attuazione della corte costituzionale. Vennero poste quattro pregiudiziali di incostituzionalità presentate da Togliatti, Basso, De Martino e Ferrandi e l’accusa principale di queste pregiudiziali era che con questa legge si tentava di smantellare la Costituzione,facendo venir meno l’impegno morale di tutti i partiti dell’arco costituzionale che avevano partecipato alla Resistenza e si erano presi il merito per aver attuato la democrazia dopo gli anni del fascismo. Il 5 dicembre venne dato come termine ultimo per presentare le relazioni sul disegno di legge,e quando esso giunse in aula Giovanni Leone, che presiedeva la Camera venne accusato di farsi suggerire le interpretazioni del regolamento da Gonella. Togliatti affermò che il cambiamento della legge elettorale era per il motivo che la DC voleva portare il Paese in guerra, mentre le opposizioni cercavano di evitare all’Italia altre catastrofi. Le risposte agli attacchi vennero date da Aldo Moro, che sosteneva che la legge maggioritaria avrebbe garantito un minimo di sicura direttiva, una base solida di governo, una tranquilla possibilità di manovra.

Questa legge elettorale trovò grande opposizione perché dalle sinistre era vista come la Legge Acerbo, che nel 1924 aveva legittimato il regime fascista, anche se non poteva essere paragonata a quella legge solo per il premio di maggioranza che scattava al 50%. Ci furono tentativi di mediazione, ma fallirono tutti come scrive Taviani nelle sue memorie:

“Durante il dibattito alla camera, l’on. Corbino ha avanzato una proposta di mediazione: ridurre il premio di maggioritario che nella legge costituisce il 16% dei seggi, circa 100 deputati, a un pacchetto fisso di 50 deputati. De Gasperi è stato sul punto di accettare il compromesso che avrebbe svelenito il contrasto e favorito lavittoria. Saragat è intervenuto e ha preteso il rifiuto della proposta Corbino. È stato un primo grave errore, forse il maggiore di tutti”.

In questa situazione di forte tensione tra i partiti sulla legge elettorale , si arrivò alle elezioni politiche del 7 giugno 1953 , che porteranno alcuni cambiamenti all’interno della politica italiana e all’interno della Democrazia Cristiana. Infatti alle elezioni del 7 giugno 1953 il mecanisco previsto dalla legge elettorale non scattò per pochissimi voti, questo grazie anche alcune piccole liste di disturbo composte principalmente da esponenti socialisti e laici.


Di: Francesco Sunil Sbalchiero

Fonti: G. Baget-Bozzo, Il partito cristiano al potere, Firenze, Vallechi 1978
A. Giovagnoli, Il partito italiano, Bari, Laterza, 1996
A. Agosti, Storia del Partito comunista italiano (1921-1991), Laterza, Roma-Bari, 2000
S. Piretti, Le elezioni politiche in Italia dal 1848 a ad oggi, Bari, Laterza, 1996
P. E. Taviani, Politica a memoria d’uomo, Bologna, Il Mulino, 2002
F. Malgeri, La stagione del centrismo, Catanzaro, Rubbettino, 2002
G. Crainz, Storia della repubblica, Donzelli, Roma, 2016
F. Malgeri (a cura di), Storia della Democrazia Cristiana, II, Roma, Edizione Cinque Lune, 1987

martedì 2 gennaio 2018

La paradossale storia della guerra più lunga mai combattuta

Esattamente a queste coordinate 49°56′10″N 6°19′22″W si può trovare un piccolo arcipelago che a primo impatto non ha nulla di così speciale: in realtà le Isole Scilly non sono solo un paradiso sito a cavallo tra il Canale della Manica e l’Oceano Atlantico, ma hanno anche un assurdo interesse storico.

Probabilmente molti non le avranno neanche mai sentite nominare, ma gli isolotti che contano poco più di 2000 abitanti, sono stati teatro della guerra più lunga mai combattuta durante tutta la storia dell’umanità. Se pensiamo alla guerra è facile che il nostro pensiero sia ricondotto ad immagini traumatiche, cruente come sangue, ferite, soldati, colpi di arma da fuoco. Tutto ciò non è mai avvenuto in questa guerra, da qui la seconda peculiarità del fatto.

Per capire come questa guerra possa essersi protratta per 335 anni è necessario andare molto indietro nel tempo, arrivando fino al XVII secolo, epoca in cui la vicina Gran Bretagna stava attraversando uno dei periodi più turbolenti della sua storia, la Guerra Civile Inglese (1642-1648), combattuta tra i Parlamentari capeggiati da Oliver Cromwell e i Monarchici. Come ogni conflitto gli attori in gioco erano due: le isole Scilly da una parte - avamposto britannico strategico in molte battaglie precedenti e successive - e i Paesi Bassi, all’epoca potenza di spesso rilievo nel panorama europeo.

Al tempo la Cornovaglia - la lingua di terra più ad Ovest della Gran Bretagna - era una delle regioni roccaforte dei Monarchici, ma alla fine della Guerra Civile cadde in mano ai Parlamentari. Proprio in questo frangente, Cromwell e i suoi alleati iniziarono a delineare il nuovo stato britannico, futura superpotenza dotata di una Flotta marittima in grado di stabilire definitivamente il suo dominio nel contesto prima europeo, poi internazionale. Ai Monarchici, in fuga, l’unico porto sicuro possibile da sfruttare furono proprio le Isole Scilly, che dal 1648 – dopo accesi conflitti e cambi di bandiera continui – erano sotto il comando del giovane Sir John Grenville, fedele Monarchico e intimo amico del Principe Carlo del Galles, futuro Re Carlo II.

Gli inglesi, sin dai tempi della Regina Elisabetta I, furono i principali sostenitori degli olandesi che, ormai da 80 anni, tentavano di acquisire la propria indipendenza dalla Spagna. Proprio nel 1650, mentre si trovavano nel Canale della Manica, riuscirono a concludere da vincitori il conflitto contro gli spagnoli e ad ottenere l’autonomia da essi. Divenendo una nazione, i Paesi Bassi - desiderosi di non recidere i contatti con i loro datati alleati inglesi - furono obbligati a decidere quale delle due parti – Monarchici o Parlamentari – supportare: la scelta definitiva ricadde sui secondi, grazie alla loro immagine di papabili vincitori. Immediatamente sia i vascelli Parlamentari, sia quelli olandesi, cercarono di espugnare la roccaforte monarchica alle isole Scilly, senza mai attaccare direttamente, ma posizionando strategicamente i loro mezzi lungo le coste insulari. Sir John Grenville – che intanto fece dell’isola la base principale di una flotta corsara – non esitò a sferzare il primo attacco, e i vascelli posizionati sulle coste vennero depredati per più di un anno senza che inglesi o olandesi reagissero. Tuttavia, gli alleati dei Parlamentari non tardarono a spazientirsi e, nel marzo 1651, uno squadrone guidato dall’Ammiraglio Maarten Tromp, approdò sull’isola principale, St. Mary, per richiedere a Grenville il rilascio di alcuni dei suoi uomini e un risarcimento per i danni subiti alla flotta mercantile olandese. Durante i colloqui la tensione salì vertiginosamente e si toccò l’apice quando Grenville rifiutò definitivamente le richieste neerlandesi: Tromp non ebbe altra scelta che dichiarare guerra alle Isole Scilly (forse anche in modo illegittimo: effettivamente stava dichiarando guerra a degli inglesi, anche se di opposta fazione).

Con il supporto dei Parlamentari, preoccupati della possibile invasione Monarchica attraverso la vicina Cornovaglia, gli olandesi invasero l’isola ed estinsero frettolosamente tutte le minacce per la nuova Gran Bretagna, senza che un solo colpo venisse sparato. Ben presto tutti gli attori coinvolti nel breve conflitto tornarono nei rispettivi paesi; le Isole Scilly furono presidiate permanentemente dai britannici. Ma ci si dimenticò di un elemento decisamente importante: le Scilly erano effettivamente una nazione a sé, e sconfitta la minaccia monarchica, sia inglesi che olandesi si dimenticarono di firmare un trattato di pace per concludere istituzionalmente la guerra.

La questione delle Scilly fu una piccola goccia nel mare di azioni storiche che coinvolsero successivamente la Gran Bretagna e i Paesi Bassi ed entrambi i paesi si scordarono completamente della questione per anni, anzi, secoli. Approdiamo così ai giorni nostri. Generazioni di appassionati delle Scilly ripresero in mano la storia dell’arcipelago: uno storico in particolare fu il principale fautore della riscoperta di questo bizzarro evento, Roy Duncan, appassionato di storia locale e membro del Council of The Isles of Scilly. Duncan non perse tempo e cercò di porre rimedio immediatamente alla guerra che incombeva da ormai 334 anni: nel 1985 scrisse all’Ambasciata dei Paesi Bassi a Londra per chiedere una verifica fattuale anche da parte olandese della faccenda. Non sperava moltissimo in una risposta, ma questa arrivò e conteneva una verità sconcertante: dopo verifiche accurate anche gli olandesi scoprirono che non fu mai firmato alcun trattato di pace con le Scilly.

Il governo olandese cercò di risolvere nel più breve tempo possibile la strana faccenda e il 17 aprile 1986 l’ambasciatore preposto si recò nell’arcipelago per firmare il definitivo trattato, ponendo fine alla guerra più lunga della storia. Molti storici hanno obiettato sulla reale esigenza di stipulare una pace tra le due nazioni, poiché si sarebbero effettivamente conclusi tutti i conflitti con il trattato del 1654 e le critiche verso i rispettivi governi di aver foraggiato questa trovata pubblicitaria non mancarono. Tuttavia, la firma del trattato di pace del 1986 non fu solo una mossa reclamistica, ma anche un modo per mettere alla prova i rapporti internazionali. La dichiarazione è attualmente conservata presso la sede del Council of the Isles of Scilly, sull’isola di St. Mary, visibile ai turisti affascinati da questa svista storica che ha permesso alle isole di entrare a pieno titolo nelle pagine della storia.


Di: Simona Amadori

Fonti:
John Barratt, Cromwell’s War at Sea, Pen & Sword Mlitary, Barnsley, 2006
Mark Bowden, Allan Brodie, Defending Scilly, English Heritage, Swindon, 2011
Ben Johnson, The 335 Year War – The Isles of Scilly vs the Netherlands, in The Historic UK, The History and Heritage Accomodation Guide, reperibile all’URL http://www.historic-uk.com/HistoryUK/HistoryofEngland/The-335-Year-War-the-Longest-War-in-History/ (consultato il 14/12/2017)
AP, Dutch Proclaim End of War Against Britain's Scilly Isles, in New York Times, 18 April 1986, reperibile all’URL http://www.nytimes.com/1986/04/18/world/dutch-proclaim-end-of-war-against-britain-s-scilly-isles.html (consultato il 16/12/2017)

domenica 17 dicembre 2017

La divisione coreana e il possibile conflitto nucleare


La Corea del Nord sembra vivere in questi tempi, un’altissima attenzione mediatica dovuta alle questioni di politica internazionale che vede nel ruolo di protagonista i suoi rapporti con gli Stati Uniti di Trump. Le reiterate minacce di attacchi nucleari alla nazione statunitense hanno polarizzato l’attenzione su questo piccolo paese asiatico la cui credibilità era stata fino a qualche anno fa, pressoché nulla. La Corea del Nord di Kim Jong-Un sembra quasi uno stato anacronistico e a tratti, distopico agli occhi dei pochissimi che sono riusciti a visitarlo e a raccontarlo una volta terminata l’esperienza che talvolta, è anche stata autorizzata dalle stesse istituzioni del paese con l’intento di far conoscere e di promuovere il proprio paese all’estero per darne un’immagine meno negativa.  Per farsi un’idea di questo stato, occorre contestualizzarlo nella storia e tracciarne la linea temporale almeno più contemporanea per capire in che contesto ideologico si collocano le scelte politiche dei suoi leader del passato e per capire il motivo della maggior parte delle decisioni dell’attuale leader nord coreano.

Per fare ciò, è necessario specificare subito che la Corea del Nord non è sempre stato un paese autonomo, libero da ingerenze esterne e svincolato da potenze straniere come appare oggi.  La penisola coreana fu praticamente posta sotto protettorato giapponese dopo che il Giappone aveva sbaragliato con successo l’esercito russo nella guerra russo giapponese del 1905. Per la prima volta nella storia, una potenza extra europea vinceva una potenza europea e quindi, estendeva il proprio dominio sua una porzione di territorio che negli anni successivi sarebbe stato ufficialmente annesso all’impero giapponese. L’occupazione del Giappone fu un evento traumatico per la Corea.  Oltre allo sfruttamento economico del territorio, i soldati giapponesi adottarono metodi brutali contro la popolazione soprattutto nel periodo a ridosso della seconda guerra mondiale nel quale si perpetrarono stermini di massa e stupri generalizzati verso la popolazione femminile. Fu solo dopo la prima guerra mondiale che nacque una frangia di resistenza militante da parte di un partito comunista nel quale negli anni trenta spiccò l’impegno di Kim Il-Sung nonno dell’attuale Kim Jong-Un.
Attuale divisione coreana 
Dopo la resa del Giappone a seguito della seconda guerra mondiale, la penisola coreana fu divisa in due parti all’altezza dell’ormai famoso 38° parallelo, occupata a nord dall’Unione Sovietica e a sud dagli Stati Uniti in un classico schema di bipartizione che si ritrova in molti altri paesi del mondo durante il periodo della guerra fredda. L’idea iniziale delle due superpotenze era quella di sottoporre la Corea ad un’amministrazione fiduciaria delle Nazioni Unite che avrebbe lentamente fatto transitare il paese verso l’indipendenza. La vecchia aristocrazia e i proprietari terrieri erano stati visti come collaborazionisti dei governi d’occupazione giapponese, ragione per la quale si erano alienati il consenso della popolazione. A nord il governo venne affidato ai comunisti di Kim Il-Sung che avevano combattuto contro l’occupazione e che quindi rappresentavano la novità politica. A sud, il governo del paese fu affidato al generale statunitense Hodge che non esitò di avvalersi della destra conservatrice e collaborazionista più osteggiata dalla popolazione.  Ciò fomentò il polarizzarsi di due opposti gruppi politici nelle due estremità del paese. All’inconciliabilità della situazione, l’ONU rispose convocando libere elezioni alle quali il partito comunista si oppose contestando il pericolo dei brogli elettorali dei partiti conservatori i quali a sud procedettero alle votazioni con effettive interferenze alle consultazioni. Nacque così a sud la Repubblica di Corea con la vittoria dell’ex esule di destra Syngman Rhee. Per tutta risposta i sovietici trasferirono i poteri di governo a Kim Il-Sung e a nord venne fondata la Repubblica Popolare Democratica di Corea.  Entrambi i sistemi di governo si ritenevano l’unica espressione istituzionalmente legittima del paese ed obbiettivo di entrambe le Repubbliche era il reciproco annientamento. La Repubblica Popolare Democratica di Corea condusse operazioni di guerriglia a sud per sovvertire il governo rivale, ma ben presto fu evidente che ciò non bastava. Kim Il-Sung decise, nel 1950, di attaccare frontalmente la Repubblica di Corea, evento che fece intervenire gli Stati Uniti a difesa del proprio alleato. Le forze americane respinsero le truppe nemiche e guidarono un attacco a nord. A questo punto, la Repubblica Popolare Cinese di Mao, alleata della Corea del Nord (come lo è ancora oggi), decise di intervenire per impedire la cancellazione dei propri alleati nella regione.  La guerra terminò solo nel 1953 con la firma di un armistizio (e non una pace definitiva che fino ad oggi, non è ancora stata raggiunta dalle due Coree) da parte delle forze in campo.

Di fatto l’armistizio ha permesso il congelamento della storia in quanto perpetuo mutamento. Le due Coree sono rimaste divise ed elemento ancor più anacronistico, la Corea del Nord è rimasta un paese con un governo totalitario a partito unico con al vertice un dittatore che si proclama leader supremo e che condivide molte caratteristiche con la figura di capo carismatico ricoperta da Stalin. Nella Repubblica Popolare Democratica di Corea, non è mai avvenuta nessun processo di destalinizzazione e quindi è venuto a mancare quel processo di de-istituzionalizzazione del culto del capo che aveva in minima parte caratterizzato l’Unione Sovietica. Oggi Kim Jong-Un è ancora idolatrato dal proprio popolo.  Inoltre, il crollo dell’URSS nel 1989 non ha avuto sostanziali ripercussioni in Nord Corea e il sistema economico è uno (se non l’unico dopo la morte di Castro a Cuba) degli ultimi sistemi puramente comunisti.  [Per ulteriori informazioni sulla vita in Nord Corea si rimanda al link alla fine dell’articolo.]
Il recente programma nucleare perseguito dal paese è oggetto di discussione internazionale. Stando alle ultime fonti giornalistiche e da quanto dichiarato dal governo nord coreano, il paese non solo è in grado di far detonare una bomba atomica ma è anche fornito di missili ICBM, necessari per poter trasportare ordigni nucleari anche da un continente all’altro. La semplice detenzione di questi due strumenti di distruzione di massa non basta però a costituire una vera e propria possibilità di attacco che però potrebbe essere velocemente raggiunta. Il motivo per cui Kim Jong-Un ha deciso di fornirsi di un armamento nucleare, a quanto pare dal tipo di politica perseverata, è quello di garantire la propria sicurezza e tentare una politica di deterrenza nei confronti di quella che percepisce come principale minaccia: gli Stati Uniti.


Gli Stati Uniti in effetti, oltre ai trascorsi storici nelle vicende dalla penisola e alla loro storica quanto tradizionale avversione al comunismo, hanno altri motivi per nutrire astio nei confronti della Repubblica Popolare Democratica di Corea. Nel 2002, George W.Bush allora presidente degli USA dichiarò la Corea del Nord come parte dell’asse del male insieme all’Iraq di Saddam Hussein e l’Iran post rivoluzione islamista. In questo quadro, i tre paesi fomenterebbero il terrorismo internazionale e sarebbero impegnate nello sviluppo di armi di distruzione di massa.
La questione rimane aperta e solo il tempo potrà fornire alla storia delucidazioni sui punti che rimangono ancora senza spiegazioni e poco chiari. Un utile avvertenza può essere quella di avvicinarsi allo studio delle questioni storiche e geo-politiche sempre con spirito critico, cercando di guardare alle responsabilità generali che hanno avuto tutti i protagonisti della vicenda a partire dalla Corea, fino ad arrivare agli Stati Uniti passando per ex Unione Sovietica e per Cina e Giappone. Se c’è una cosa che la storia può insegnare è che non esistono buoni e cattivi, ma solo paesi che hanno compiuto delle scelte, talvolta giuste e talvolta irrimediabilmente sbagliate.



Maurizio Riotto, Storia della Corea dalle origini ai giorni nostri, Milano, Bompiani , 2005, pp. 251-259
Best Antony, Hanhimaki Jussi , Maiolo Joseph, Schulze Kristen, Storia delle relazioni internazionali, il mondo nel XX secolo e oltre , Torino, UTET , 2014
Alberto Mario Banti, l’età contemporanea, dalla grande guerra a oggi, Bari, Laterza, 2009
Articolo de La Stampa, La Corea del Nord lancia un nuovo missile balistico: Kim Jong-un sfida il mondo, 2017, Reperibile all’URL http://www.lastampa.it/2017/11/28/esteri/nordcorea-seul-pyongyang-ha-lanciato-un-nuovo-missile-balistico-YNc1435VryIjtxCkt9lIZM/pagina.html (17/12/2017)

Junko Terao, Otto giorni in Corea del Nord,2016 , Reperibile all’URL https://www.internazionale.it/reportage/junko-terao/2016/07/29/corea-del-nord-reportage (17/12/2017)
 
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