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martedì 13 novembre 2018

La vera storia di Mary Celeste: la nave fantasma ritrovata intatta

Il 1872 non fu un buon anno per i marinai delll'Oceano Atlantico. Colpite da alcune delle peggiori condizioni meteorologiche della storia, centinaia di navi furono perse o abbandonate in mare. Ma la Mary Celeste si distingue come l'unica che alla fine ha trovato la sua strada di ritorno in porto senza il suo equipaggio. Il 5 dicembre (circa un mese dopo aver lasciato New York), è stata scoperta dall'equipaggio di una nave diversa, la Dei Gratia, in condizioni quasi perfette. Le sue razioni erano completamente rifornite e il suo carico era al sicuro nella stiva. L'unica cosa che mancava era una scialuppa di salvataggio e... ogni anima vivente a bordo.

Dalla ricostruzione storica sembra che l'equipaggio sia saltato sulla scialuppa di salvataggio in fretta, troppo in fretta per raccogliere almeno una delle loro scorte. Tuttavia non al momento della scoperta non c'era alcun segno di un disastro che avrebbe causato quel tipo di panico. E, dopotutto, la nave era piena zeppa e conteneva circa 1700 barili di alcool industriale.


La storia della nave Mary Celeste cominciò a diffondersi quando Sir Arthur Conan Doyle, scrittore e drammaturgo scozzese, pubblicò una storia per spiegare quello che accadde, incolpando un ex schiavo vendicativo del suo naufragio. Tuttavia, ad oggi una spiegazione particolarmente convincente non esiste, ma ci sono alcune teorie che vale la pena considerare.

Come ci spiega Giancarlo Costa, storico navale e scrittore, tale episodio misterioso: «va inquadrato in un’epoca, in cui si credeva e voleva credere molto al soprannaturale, al magico, allo spiritismo. E anche alle navi fantasma». Mostri e paure che ritroviamo tutte puntualmente nel caso Mary Celeste. «Si è detto tutto e il contrario di tutto. Per spiegare la sparizione dell’equipaggio si sono ipotizzate trombe marine, onde anomale, tempeste, iceberg; grandi piovre (kraken), pirati, alieni; folli scommesse, maniaci religiosi; malattie... I giornali hanno continuato ad attingere dall’enigma, facendo apparire di tanto in tanto improbabili superstiti».

Solo ultimamente però, la documentarista Anne MacGregor ha fornito una spiegazione abbastanza convincente del perché l'esperto capitano avrebbe fatto l'impensabile e avrebbe abbandonato una nave in grado di navigare ancora. Non si sarebbe trattato infatti di un assalto dei pirati, in quanto essi avrebbero rubato il carico, rimasto invece intatto. Non fu nemmeno un incendio a mettere in fuga i naviganti, poiché non c'era alcun segno di danno a bordo della nave. Avendo escluso l'impossibile (ovvero ogni credenza fantasiosa) e l'improbabile, MacGregor si rivolse unicamente a ciò che poteva verificare: i registri cartacei della nave.


Secondo gli ultimi documenti consultati, la nave era in vista di Santa Maria nelle Azzorre il 25 novembre e 10 giorni dopo, fu trovata a 400 miglia ad est da quel punto. Secondo la stima di MacGregor, lo scenario più probabile è che l'equipaggio abbia abbandonato la nave nell'ultimo giorno consultato nel registro e che la nave abbia fatto il resto del percorso da sola.

Ma perché questo gesto disperato e insensato da parte dell'equipaggio? Dopo aver esaminato attentamente i registri disponibili, MacGregor e l'oceanografo Phil Richardson, giunsero alla conclusione più plausibile e alquanto particolare: secondo i loro studi, il capitano aveva un cronometro difettoso che suggeriva che la nave si trovava a circa 120 miglia a ovest rispetto a dove effettivamente si trovava. Così, a causa di un oceano turbolento, il capitano probabilmente ordinò all'equipaggio di abbandonare temporaneamente la nave e dirigersi verso l'isola vicina. L'equipaggio, probabilmente disperso o affogato nell'oceano, non fece più ritorno sulla nave, che rimase intatta e continuò a navigare fino al primo avvistamento, quasi un mese dopo, da parte della Dei Gratia. Una storia incredibile, che lascia tutti - amanti del mistero e non - con l'amaro in bocca. Se solo il capitano avesse avuto più fiducia nella sua nave, molto probabilmente tutti sarebbero giunti a destinazione sani e salvi...


Di: Claudio Pira

Fonti:
Roberti V. Il mito della Mary Celeste, Mursia, Milano
Progetto Gutenberg - Il capitano del Polestar di Arthur Conan Doyle, su gutenberg.net.
La vera storia del Mary Celeste, Smithsonian Networks, su https://www.smithsonianchannel.com/shows/the-true-story-of-the-mary-celeste/0/130102 URL consultato il 30 ottobre 2018 (archiviato dall'url originale il 1º febbraio 2008).

giovedì 8 novembre 2018

Giovanna e Filippo: il matrimonio che consegnò la Spagna agli Asburgo

Il 20 ottobre del 1496 la città di Lier era agghindata a festa, con archi e fiori, le vetrate dei palazzi risplendevano al sole, musiche e spettacoli echeggiavano per le strade. Era da circa 15 anni, dalla morte dell'amata duchessa Maria di Borgogna, che i Paesi Bassi non organizzavano un evento così spettacolare. I drappi neri erano stati levati, per celebrare un matrimonio che avrebbe cambiato il destino dell'Europa.

Lo sposo appariva fiero e raggiante nel salutare gli illustri ospiti, percorrendo la chiesa di Saint Gommaire; la bellezza della giovane sposa era resa ancora più angelica dal contrasto tra le candide perle ad ornamento dell’esile collo e i capelli corvini che ricadevano sulle spalle. Sono Giovanna di Trastamara e Filippo d’Asburgo, duca di Borgogna.


Giovanna, che all'epoca aveva 19 anni, era la terzogenita dei Re cattolici Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona, mentre Filippo, che di anni ne aveva 23, era il primogenito ed unico maschio dell'imperatore Massimiliano I d'Asburgo. I re spagnoli, com'era in uso nelle casate reali, avevano pianificato il futuro delle loro quattro figlie, maritandole in tutta Europa (Portogallo, Inghilterra e Paesi Bassi), ma il progetto più ambizioso era stato quello di unire la loro famiglia a quella dell'Imperatore, tramite un doppio matrimonio; i loro figli, Giovanni e Giovanna avrebbero sposato gli eredi degli Asburgo, Margherita e Filippo. Lo scopo era consolidare l'intesa politica e commerciale: la Spagna già da anni riforniva con la sua lana l'industria tessile fiamminga, e da parte sua Massimiliano sperava di trarre profitti dalle colonie spagnole nel Nuovo Mondo. Inoltre la loro unione era volta ad emarginare il loro comune nemico, la Francia.

L'amore in questi matrimoni di stato non era affatto richiesto, perciò sorprese il forte affiatamento che nacque tra i due giovani. Partita dalla Spagna con una sontuosa flotta, Giovanna era giunta a settembre ad Anversa, per poi recarsi a Brabante, in un convento, in attesa della celebrazione. Lì, il 18 ottobre, era stata raggiunta inaspettatamente da Filippo, desiderosa di vederla; detto “Il Bello”, egli si presentava agli occhi di Giovanna come un giovane fiero, muscoloso, biondo e con gli occhi chiari (anche se aveva pochi denti e non superava la futura sposa in altezza). Secondo le cronache fiamminghe i due chiesero di essere subito uniti in matrimonio, per ritirarsi in una luna di miele anticipata. Giovanna, educata alla rigidità della corte spagnola, si sentì per la prima volta libera e amata. Si lasciò inghiottire dal suo paese d'adozione, dai piaceri del matrimonio e dall'euforica corte di Bruxelles. Presto però arrivarono le prime delusioni e dolori. Filippo appena poté fece allontanare il personale spagnolo della moglie, affidandola a dame fiamminghe.


Giovanna trovava difficile coniugare la nuova realtà, lussuosa e frivola, con la severa educazione religiosa impartitela dalla madre. Si sentiva insicura e a disagio, alternava momenti di isteria a giorni di totale silenzio, che la resero ancora più invisa alla nuova corte. Questi atteggiamenti stancarono il duca, poco propenso alla comprensione. Finita la passione iniziale, Filippo cercava altrove il suo piacere, soprattutto durante le gravidanze della duchessa (6 in 10 anni di matrimonio), e non perdeva occasione per schernire la moglie davanti ai dignitari di corte. A rendere ancora più tesi i rapporti tra i due coniugi, oltre alla gelosia di lei, furono i continui lutti che colpirono la famiglia di Giovanna.

Nel 1497 morì suo fratello Giovanni, l'erede al trono di Spagna. Il 24 agosto del 1498 fu la volta della sorella maggiore Isabella, spirata un'ora dopo aver dato alla luce l'erede al trono di Portogallo. La nascita del nipote Michele accese una nuova speranza nei Re Cattolici, che l'avevano nominato loro successore sui troni di Castiglia e D'aragona. Il piccolo però sopravvisse solo un paio d'anni e la sua morte rese Giovanna l'unica erede dei suoi genitori. E' il luglio del 1500, e solo pochi mesi prima, il 24 febbraio i duchi avevano accolto il loro primo maschio, colui sul cui impero non sarebbe mai tramontato il sole. Grazie al matrimonio dei suoi genitori, Carlo di Gand era l'erede dei possedimenti delle casate tra le più importante d’Europa: Austria, Borgogna e Fiandre, ducato di Milano, il Regno di Napoli, Castiglia e Aragona, e non ultimi, i territori del Nuovo Mondo. Dopo la morte della Isabella, Filippo si riavvicinò alla moglie, ma solo per toglierle il legittimo diritto di regnare. La scomparsa improvvisa del marito nel 1506 gettò la giovane regina nella disperazione; il padre ne approfittò facendola rinchiudere nel Castello di Tordesillas insieme alla figlia appena nata, Caterina. Il motivo? Una malattia mentale che la rendeva incapace di regnare, e che la consegnò alla storia come “La pazza”. Quando morì Ferdinando nel 1516, Carlo, divenuto re di Spagna riconfermò la reclusione della madre.


I recenti studi sostengono che la pazzia di Giovanna fosse in realtà una forzatura di comodo, usata per estrometterla dal potere. Prima suo marito, poi suo padre ed infine suo figlio, nessuno di loro si fece alcuno scrupolo nell'isolare una donna sana ma fragile, per 46 anni. Quello che è storicamente certo è che Carlo V concentrò nelle sue mani domini che comprendevano mezza Europa continentale e l’America centro-settentrionale. Dopo la sua abdicazione, nacque il ramo degli Asburgo di Spagna, per distinguerlo da quello d’Austria. Per oltre due secoli una sola famiglia tenne in mano le pedine dello scacchiere politico-economico Europeo.


Di: Gaia Del Riccio

Fonti:
Edgarda Ferri, Giovanna la pazza, Mondadori,1997.
Karl Brandi, Carlo V, Einaudi, 1937
Karl Hillebrand, Un enigma della storia, Sellerio, 1986.

domenica 4 novembre 2018

4 Novembre 2018: cent'anni da una vittoria

4 Novembre 1918.

Ogni anno tale data passa sottecchi o viene criticata o interpretata secondo mode del momento.
Charlie Chaplin diceva che "alcuni sostenevano che dipendeva dall'assassinio di un arciduca; ma questo non sembrava un motivo sufficiente per lo scoppio di una conflagrazione mondiale. La gente aveva bisogno di una spiegazione più realistica. Allora si disse che era una guerra per la difesa della democrazia. Anche se la minoranza aveva più cose da difendere della maggioranza, le perdite furono crudelmente democratiche."

Il generale Diaz firma il Bollettino di guerra in cui si dichiara la vittoria degli Italiani.
In un libro di Emilio Gentile troviamo questo brano:

"Erano una sessantina gli studenti che seguivano il corso di lezioni sullo studio della storia, svolto dal professor Burckhardt durante l’inverno del 1870-1871 all’Università di Basilea. “Il compito che ci siamo proposti in questo corso” disse all’inizio “consiste nel collegare un certo numero di osservazioni e di indagini storiche ora a un semi-casuale nesso di idee, ora a un altro...il nostro punto di partenza sta in quell'unico centro permanente e per noi possibile, ossia l’uomo che patisce, che anela, che agisce, l’uomo qual è sempre stato e sempre sarà: per questo le nostre considerazioni saranno, in un certo qual modo, patologiche."

Infatti prima del 4 novembre c'è Caporetto. Se fu una parentesi vergognosa per l’Italia del duce, rimane una parentesi equivoca per l’Italia di oggi e, mutati i parametri di analisi, potrebbe diventare un nuovo punto di partenza riguardo la storia del piccolo popolo di contadini che là avevano perso la vita e se non la vita stessa almeno l’anima che avevano prima di raggiungere il fronte di battaglia.
La tradizione militare di Cadorna puntava infatti sulla coercizione, mentre gli interventisti, che la guerra la volevano, sulla persuasione e ciò creava delle ali diverse di partecipazione militare.
Talvolta i vinti di Caporetto appaiono nell’immaginario comune come dei traditori della patria o anche come degli eroi super partes, mitizzati comunque. Gli intellettuali interventisti, che facevano capo a D’Annunzio, garantirono la propria scelta di aiutar nella memoria i soldati vinti presentandosi come interpreti di una più profonda volontà popolare, tradita dagli organi della rappresentanza delegata.

Vittorio Veneto oggi.
In odio però ai neutralisti, i rappresentanti di due generazioni culturali agitano parole d’ordine populistiche di antitesi tra il popolo e il governo.

In Soffici troviamo invece già un germe di quello che sarà l’immediato dopoguerra: il fascismo come un preponderante movimento di massa dei combattenti e rivoluzione propria attuata e dal governo e dal popolo di contadini che lo avrebbe sicuramente avvallato. Il Diario di un Imboscato di Attilio Frescura indica marcatamente il fatto che chi obbediva ai comandi di guerra era muto verso i generali e gli altri ufficiali, non poteva permettersi di avere un’opinione discordante con quella del resto d’Italia e a Caporetto più che mai si doveva solo obbedire.

La tematica più rilevante della produzione letteraria di questo periodo è comunque quella legata alla stessa rassegnazione verso una guerra che si considerava già persa in ogni ambito. Si possono a tal proposito citare personalità quali Baldini, Bacchelli, Sironi, Palazzeschi, Ojetti, Quaglia, Stuparich, Gadda, Lussu, Rossato, Mariani, per nominare solamente i più noti.


Gadda sembra intuire la complessità della vicenda di Caporetto e le sue cause quando scrive:

"Molte sofferenze si sarebbero potute evitare con più acuta intelligenza, con più decisa volontà, con più alto disinteresse, con maggiore spirito di socialità  meno torri di avorio.Con meno Napoleoni sopra le spalle e meno teppa e traditori dietro le spalle."

La casta militare nel mente ripiega sulla più facile autodifesa, accusando di tradimento il soldato, come scrive Soffici:

"Un d’essi, ritto vicino al focolare, ha improvvisato una diatriba alla maniera boche contro lo scandalo dei soldati che abbandonavano le armi e se ne venivano per le vie della ritirata, ed ai quali sarebbe stato secondo lui conveniente spaccare il muso a frustate, il cervello a colpi di rivoltella. Né pensava che semmai sarebbe più giusto far prima lo stesso con altri.
Nel diario di Valentino Coda troviamo invece dei germi di una volontà di riappacificazione tra soldati e nazione, nonché di un desiderio di ricompattare quanto meno l’esercito dopo la "disfatta" - che tale non fu (Isnenghi) - di Caporetto.

Ma, da questa notte chiusa e fumigante, nascerà, tra poche ore, il giorno. Ci guarderemo ancora, uno con l’altro, ufficiali e soldati; e gli occhi dei gregari riconosceranno, come un tempo, in quegli che ha un grado, il fratello maggiore e il compagno di combattimento. Noi ridaremo, oh certo! A questa folla scomposta un’andatura ordinata."

La copertina de "La Domenica del Corriere"
del 04 Novembre 1918.
Ma oggi che cosa ci resta? Resta la memoria della trincea, le lunghe ed infinite dorsali alpine tinte di sangue ove si era consumato il conflitto, musei e monumenti in ricordo di chi è morto senza nemmeno una sepoltura. Il silenzio dell'Adamello e la sua città di ghiaccio, il ricordo di un fragore di bombe lontane sul Pasubio, reminiscenze di granate sul Monte Grappa. Resta tanta letteratura, restano Ungaretti e gli anonimi che hanno composto i canti di guerra, in una memoria ormai collettiva.

La Grande Guerra è grande perché è un ricordo arcano di chi è di una generazione amputata e sconfitta, di chi pensa che l'Italia vincente sia in realtà un'Italia che non ha mai vinto nulla. Questo bagno di sangue che doveva esserci per far nascere dalla putrefazione della belle époque costituita da uomini smidollati e senza nervo una vera Nazione coraggiosa composta da soldati statuari c'è stato. Ora ricordiamolo come merita: una Patria vincente che ha resistito dopo Caporetto, che ha sudato per definirsi tale e che, dopo tanti altri errori, ancora si rimbocca le maniche davanti alle difficoltà. Questa è l'Italia coraggiosa che non demorde che dovremo ricordarci, dicendo "4 novembre 1918".  La nazione che ha vinto la fatica, come allora anche oggi.

Ricordiamo un celebre canto di guerra, "Monte Nero":
O Italia, vai gloriosa
Di quest'arma valorosa
Che combatte senza posa
Per la gloria e la libertà 
Bell'Italia, devi esser fiera
Dei tuoi baldi e fieri Alpini
Che ti danno i tuoi confini
Ricacciando lo stranier.

Di: Anna Maria Vantini

Fonti:
• Emilio Gentile, L’apocalisse della modernità. La grande Guerra per l’uomo nuovo, Oscar Mondadori, Milano, 2008
• (a cura di) Brunello Vigezzi, Olindo Malagodi, Conversazioni della Guerra. 1914-1919, Tomo I, Riccardo Ricciardi Editore, Palermo, 1960
• Mario Isnenghi, Giorgio Rochat, La Grande Guerra, Il Mulino, Bologna, 2014
La guerra d’Europa 1914-1918 raccontata dai poeti, Nottetempo, Gorgonzola (MI), 2015
• Mario Isnenghi, I vinti di Caporetto nella letteratura di guerra, Marsilio Editori, Padova, 1967
• Mario Isnenghi, 1915: Cinque modi per andare in guerra, Laterza, Bari, 2007
• (a cura di) Mario Isnenghi, Daniele Ceschin, Gli italiani in Guerra. L’Italia in guerra. Dall’Intervento alla “Vittoria Mutilata”,  Enciclopedia UTET, vol. II, UTET, Torino, 2008

giovedì 1 novembre 2018

La storia è cosa viva: Considerazioni a margine del ritrovamento di una nuova iscrizione a Pompei

Che la storia possa essere riscritta non è motivo per crederla inattendibile. Al contrario, è la prova che si tratta di materia viva, mutevole, oggetto d'attenzione scrupolosa e di conoscenza che si rinnova nel presente. Andare a ri-costruire fatti lontani decenni e secoli, a patto di non renderlo un processo di mera manipolazione d'eventi e accadimenti ad uso e consumo del presente, è rendere onore ai concetti di verità e memoria servendosi di fonti – dirette e non – ed interpretandole sulla base di argomentazioni coerenti, sostenendole con prove evidenti.

E' notizia di qualche giorno il ritrovamento di un'iscrizione a carboncino sul muro di un'abitazione pompeiana ( la "casa con giardino") nel corso di una campagna di scavi all'interno del sito. Questa breve frase, il cui significato è dubbio, pare post-datare di due mesi uno degli eventi più drammatici dell'antichità, l'eruzione del Vesuvio del 79 d. C.


Due sono state le proposte per l'interpretazione dell'epigrafe rinvenuta:

- XVI (ante) K(alendas) Nov(embres) in(d)ulsit pro masumis esaurit(ioni) [ossia: il 17 Ottobre lui indulse al cibo in modo smodato].
- XVI (ante) K(alendas) Nov(embres) in olearia/ proma sumerunt [il 17 Ottobre hanno preso nella dispensa olearia].

Quale che sia l'esatta lettura dell'iscrizione a carboncino – e su questo non c'è dubbio che ci sarà da lavorare – resta certo che in data 17 Ottobre a Pompei ci fosse ancora vita. Tutto ciò entra in conflitto e anzi smentisce senza appello quanto finora dato per certo sulla base di una nota lettera di Plinio il giovane in cui racconta a Tacito della morte dello zio Plinio il Vecchio durante la catastrofe, datata 24 Agosto.

Dubbi sull'effettiva datazione dell'eruzione vulcanica erano in realtà nell'aria: il ritrovamento di una moneta che riferiva della quindicesima acclamazione di Tito avvenuta l'8 Settembre lasciava già trapelare qualche incertezza. Il rinvenimento dell'epigrafe a questo punto non sembrerebbe lasciare dubbio alcuno.

La questione, in sè, parrebbe pure di poco conto: tutto troverebbe una logica spiegazione, ad esempio, se si pensasse ad un banale errore nella trascrizione della data della lettera di Plinio ad opera degli autori successivi. Inoltre, che l'eruzione abbia concesso alla città qualche mese di vita in più, se a livello umano può dirci qualcosa, in termini puramente fattuali sembrerebbe cambiare poco. Si rendono necessarie però delle considerazioni che rendono la scoperta dell'epigrafe più rilevante. In primo luogo, in quel seppure breve lasso di tempo persone credute morte hanno continuato a vivere, tessendo fatti ed eventi, partecipando a quella che comunemente chiamiamo vita, determinando di conseguenza elementi più e meno importanti (per assurdo, nel Settembre di quell'anno proprio da Pompei potrebbero aver preso il via avvenimenti la cui origine attualmente è legata ad altri contesti – non diciamo che è così, ma che un'ipotesi del genere rientra fra le trame del possibile ).


In secondo luogo, a margine si possono portare avanti alcune riflessioni di carattere più ampio su quale sia il significato stesso del fare storia e della storia in sé: ricostruire il passato, ritrovarne le fonti e interpretarle è mestiere complesso che mette a contatto con un materia duttile e sfuggente, la cui lettura necessità di puntelli solidi – riscontri oggettivi – e di valide connessioni, ossia di una mente acuta che possa metterli in correlazione.

La stessa mente – quella dello storico - dovrà essere disposta ad ammettere errori, a prevedere ritocchi ed a concepire smentite laddove necessario, sottintendendo in questa maniera che la descrizione del passato, lungi dal darsi una volta per sempre, sarà sempre relativa allo stadio delle conoscenze che l'hanno prodotta.


Di: Simone Migliazza

Fonti:
http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2018/10/16/pompei-iscrizione-eruzione-a-ottobre_134d400c-b285-4926-ba01-b83b145cb3fb.html

mercoledì 31 ottobre 2018

Le perle nere di Anoka. Le storia più antica di Halloween

Oggi si celebra la festa di Halloween, che tutti credono sia nata negli Stati Uniti o dalle tribù celtiche dell'antica Irlanda. Non è andata così: la storia di Halloween trova un'eco ancora nella preistoria, quando un meteorite cadde nello stato del Minnesota ad Anoka.

Quello che attualmente si sa e si racconta di Halloween è che si tratta della vigilia del giorno di Ognissanti, poiché deriva dall'inglese Hallow's Eve, e che nasce dalle tribù celtiche, tralasciando però un particolare: nascerebbe in Scozia e non in Irlanda e, ancor più importante, nasce prima, diverse epoche prima dell'arrivo dei celti nelle Shetland, in America. Ebbene sì, una festività che si era creduta americana, ma di origine europea, trova le sue origini negli attuali Stati Uniti.
Vediamo bene perché.

Un guerriero Meskwaki.
Alcuni archeologi hanno trovato, presso la città di Anoka, alcuni monili di epoca pre-medievale  - stando alla datazione con il carbonio 14 - provenienti da un sito in cui cadde un meteorite durante l'ultima era glaciale. Al termine di questo periodo, le tribù degli homines sapiens di America migrarono dall'attuale Messico a Nord: essi daranno origine a tribù nomadi come Kentucky, chichimechi, nonché a tribù sedentarie quali aztechi, maya, incas, titimechi.
In particolare, diversi secoli più tardi rispetto alla caduta del meteorite, la tribù sedentaria degli Meskwaki, partendo dalla regione dei Grandi Laghi per spostarsi poi in Michigan, Wisconsin, Illinois e Minnesota, recuperò parte del meteorite - siamo attorno al 100 a.C. ora - per farne delle perle, dei monili, dei gioielli particolari, considerato il colore inusuale della pietra, particolarmente lucida e nerastra, e colpiti dalla durezza simile a quella dell'onice.
I Meskwaki si definivano "il popolo delle Terre Rosse" e vennero considerati come sanguinari, vampiri e stregoni da parte dei padri pellegrini, poiché fraintesero il significato del nome della tribù, che si riferiva al colore dell'acero rosso, dal quale ottenevano già il famoso sciroppo canadese e che deliziava la loro tavola, dal quale erano quasi dipendenti.

Acero rosso. 
In questo senso, notando che essi erano soliti portare delle perle nere e amuleti costruiti con il materiale trovato vicino all'attuale Anoka, credevano che fossero oggetti per aprire eventuali portali verso l'aldilà. Quale notte migliore della vigilia di Ognissanti per questo compito?
Anoka è oggi ancora una delle due città più famose per quanto concerne la festività di Halloween: il macigno del meteorite cadde non esattamente in questo sito, ma fu qui trasportato e ancora ce ne sono tracce. Considerato come una sorta di portale tra i due mondi di per sé, ospita ancora oggi turisti per il 31 ottobre.

Anoka oggi. 
Si hanno date precise per quanto concerne questo racconto che può sembrare di pura invenzione: a Hopewell, nel 1945 e seguendo delle testimonianze presenti negli archivi americani, sono rinvenute delle tombe con all'interno i suddetti amuleti. A conferma di ciò, Timothy McCoy afferma con sicurezza che c'erano delle rotte commerciali nell'America nord-orientale, spiegando come mai questi oggetti furono trovati anche a Salem - altra città famosa per Halloween, con i suoi miti e le sue streghe.
La datazione al carbonio ha precisato che si tratta di strumenti costruiti tra il 100 a.C. e il 400 d.C., ovvero in quel periodo che è la preistoria della storia americana.
Halloween trova qui le sue origini più antiche, perché i Meskwaki avevano l'abitudine di salutare a fine mese il periodo del raccolto e, raccolti attorno ad un falò acceso, lo sciamano recitava delle preghiere di ringraziamento rivolte alle divinità naturali. Durante questa festa consumavano dello sciroppo di acero, dal colore rossastro, che sporcava mani e bocca sembrando del sangue arterioso, e si dipingevano i volti in modo mostruoso con il fine di allontanare dall'intera tribù gli spiriti maligni. Si agghindavano con degli amuleti anche, tra i quali le perle nere ricavate dai resti del meteorite, che avevano lo scopo di farli comunicare con gli antenati, secondo le loro credenze, per un futuro ancora più fruttuoso.
La prima volta che si celebrò Halloween, come la conosciamo oggi, in America fu nel 1920, ma fu riconosciuta come effettivo giorno di festeggiamenti nel 1937.

Una locandina della festa di Halloween ad Anoka. 
Il misticismo che avvolge Anoka non ha niente a che vedere con Jack-o'-Lantern oppure con le streghe rapitrici di bambini di Salem o ancora con Sleepy Hollow. Si tratta di un qualcosa di più oscuro, occulto, travisato dai conquistatori inglesi nel 1600, che vedevano nel rito sopra descritto un qualcosa di orrido e deprecabile, convinti che bevessero sangue e non sciroppo di acero.
Se le leggende delle streghe, del passaggio tra questo mondo e quello dei morti o dell'aldilà o verso Asgard - così per gli antichi scandinavi, che ritenevano le streghe quali valchirie "deviate" e corrotte dalla magia di Loki - si susseguono rapidamente e vengono ripetute in pellicole filmiche piuttosto che in serie televisive oppure in racconti - Howard Phillips Lovecraft, Edgar Allan Poe, la contemporanea Keira Cass, per citare solo alcuni autori - Anoka resta nel limbo, poiché le elucubrazioni fatte sulle famose perle nere si legò più al mondo dei pirati e delle favole dell'Olandese Volante che al mondo della stregoneria.

Festeggiamenti contemporanei. 
La nave dell'Olandese aveva infatti il compito di traghettare le anime perse dei morti da questo mondo a quello dell'aldilà e così le perle degli Meskwaki si pensa, erroneamente, che avessero il medesimo potere.
Se volete provare a vedere che cosa potrà succedere questa notte, lasciate stare le zucche intagliate e le scope delle streghe: prendete altresì perle nere e avvicinatevi ad un falò!
Così pregavano i pellerossa, sebbene fosse più una sorta di festa del ringraziamento prima del periodo invernale che un rito mistico. Ecco come una semplice festa del raccolto fu trasformata, dagli occhi degli stranieri, in un rito sanguinario.
Halloween nasce da qui e non temete, l'inquisizione non tarderà ad arrivare anche ad Anoka!
Trick or treat?


Di: Anna Maria Vantini

Fonti:

- - J. M. Daubenmier, The Meskwaki and Anthropologists: Action Anthropology Reconsidered, University of Nebraska Press, 2008
- A. G. Spalding, The Anoka Star, vol. 1, 1863, Classic Reprint, 2018
- Eleanor Lee Swisher, Growing up in Anoka, Large print edizione, 2013
- J. G. Anderson, The Haunting of the Anoka Masonic Lodge, Grannygirl Press, 2015
- J. G. Anderson, Digging up the past: Unearthing the Stories of Anoka Country, Cratespace Indipendent Print, 2017
- R. Orcutt, History and Hauntings of the Halloween Capital, North Star Press of St. Cloud, 2014
- E. Baldini, G. Bellosi, Halloween. Origini, significato e tradizioni di una festa antica anche in Italia, Il Ponte Vecchio, Cesena, 2015

martedì 30 ottobre 2018

Weber e le chiare origini del capitalismo moderno

Perché alcuni popoli e nazioni hanno raggiunto la fase di produzione industriale e tipicamente capitalistica ed altri no? Come mai essa invece si affermò a partire dai paesi del nord Europa, piccoli ed in costante lotta tra di loro, schiacciati dal peso delle altre potenze europee e non in enormi continenti come l'Asia o l'Africa? A venire in nostro aiuto, seppur alienando dalla sua tesi gran parte delle problematiche economiche, etiche e politiche/sociali di altre popolazioni, è Max Weber: importante storico e sociologo della seconda metà del 1800.

La tesi di Weber, riassunta nel suo saggio "L'etica protestante e lo spirito del capitalismo", si basa sull’analisi del carattere prevalentemente protestante della proprietà capitalistica. Egli vuole dimostrare che lo sviluppo della società occidentale abbia avuto un percorso unico rispetto a quello delle altre civiltà e l’unicità dello sviluppo occidentale sarebbe derivata dall’elemento della razionalità tipica dei protestanti, causa della mentalità economica successiva: il cosiddetto razionalismo economico. Weber non vuole negare lo sviluppo alternativo delle altre civiltà mondiali o la loro mancata evoluzione, in quanto è ben consapevole che esistettero metodi pre-capitalistici anche in Cina o in India, ma tuttavia mancava ad essi un particolare aspetto che si ritrova solo nella civiltà occidentale: quello dell’ethos razionalistico, ovvero un modo di vivere sobrio, privo di vizi tipico della svolta protestante. Egli vuole quindi evidenziare una caratteristica tipicamente occidentale del metodo di produzione capitalistico, ovvero che solo negli stati del nord Europa - e poi nelle colonie americane puritane - si sia imposto come ethos il modello razionale, influenzando non solo la condotta morale ma anche ogni altro aspetto e manifestazione culturale della nostra società (istituzioni, scienza, ecc).


Weber vuole proporre quindi un’analisi empirica e quanto più scientificamente valida per comprendere come l’originalità dell’etica razionalistica occidentale si sia affermata partendo dall’influsso della religione. Essa infatti per il sociologo, non fu un ostacolo ma un elemento propedeutico allo sviluppo della razionalità capitalistica, ed è questo aspetto che rende il capitalismo moderno occidentale un fenomeno unico nel suo genere.

Weber nel suo saggio evidenzia anzitutto che il vecchio protestantesimo di Lutero, Calvino, Knox aveva pochissimo a che fare con quello che noi oggi chiamiamo “progresso”, proprio perché ostile a moltissimi aspetti della vita moderna. È quindi errato pensare che il cattolicesimo favorisca una mentalità più spirituale ed il protestantesimo più materialistica: spirito di umiltà e morigeratezza sposano in tutte le sfaccettature il mondo protestante, che trovano una connessione ed una regolamentazione tra etica religiosa e razionalismo economico. La vocazione protestante al lavoro quindi non deve ricondurre in alcun modo ad uno spirito materialistico.

Egli ripropone un interessante testo di Benjamin Franklin per farci comprendere che ciò che caratterizza il capitalismo moderno è appunto l’etica dell’autovalorizzazione e dell’accrescimento del proprio capitale fine a sé stesso, senza perdite e senza sprechi. Le attività lucrative devono essere fini a sé stesse e non atte a soddisfare dei bisogni o dei vizi personali. Onestà, dovere professionale e moderazione sono virtù ed obblighi morali insiti nell’etica razionalistica, ed è proprio questa particolare etica che Weber fa derivare dalla religione protestante. L’idea di accumulare denaro attraverso la propria abilità e vocazione professionale senza spenderlo in vizi e lussuria denota che l’uomo pone al centro della sua esistenza l’attività lucrativa, sovvertendo l’ordine naturale ("si lavora per vivere in si vive per lavorare"). La felicità protestante deriverebbe essenzialmente dall’auto-soddisfazione del compiere il proprio dovere su questa terra. Weber utilizza il termine “Beruf” per descrivere la vocazione lavorativa in senso religioso, al fine di giungere ad un capitalismo privo della sete cieca di guadagno. La concezione luterana del Beruf significava che adempiere al proprio dovere nell’ambito lavorativo fosse la miglior realizzazione della persona stessa. L’unico modo di essere graditi a Dio non sta nel sorpassare la moralità intramondana con l’ascesi monacale, tipica invece del mondo cattolico, ma esclusivamente adempiere ai doveri intramondani, - facendoci promotori di una nuova ascesi all'interno della società - quali risultano dalla posizione occupata nella propria vita. La Riforma stessa ebbe come funzione principale dapprima di accrescere il peso morale ed il premio religioso per il lavoro intramondano, per una professione pulita, scrupolosa e regolare. Il ruolo del Beruf si andrà poi successivamente modificando. Esso non è semplicemente comprensibile come risultato strutturale ma è riconducibile ad un lungo processo educativo.


Ma a quale tipo di protestantesimo fa riferimento Weber? Qual è allora il punto di svolta che ha permesso all'uomo moderno di avviarsi lungo la strada del capitalismo? La peculiarità di esso, secondo lo storico e sociologo, si individuerebbe in un ramo ben preciso, ovvero nell’influsso psicologico calvinista. Quindi non il protestantesimo nella sua totalità ha contribuito a questo sviluppo ma alcune sue forme ascetiche: calvinismo in primis, pietismo, metodismo e battisti poi, hanno elaborato una dottrina alla cui base ci fosse un’etica metodica e da seguire rigorosamente. La predestinazione degli eletti - o elezione per grazia - svolse un ruolo fondamentale nei paesi calvinisti e futuri paesi capitalistici. Per Calvino gli uomini esistono in funzione di Dio, sono il mezzo per cui Dio si serve. Ed è per questo che lo scopo dell’uomo per la confessione calvinista è la glorificazione di Dio nel mondo, non la salvezza del singolo. Il perfetto cristiano, eseguendo i comandamenti, adempie a questo ordine, ma Dio richiede l’opera sociale continua del cristiano (diversamente dal cattolicesimo), pretendendo la conformazione cristiana della vita. Il lavoro sociale del calvinista è quindi continuo e in funzione solo della gloria di Dio: da ciò ne deriva quindi che anche il lavoro professionale sia al servizio di Dio. Proprio perché l’amore per il prossimo è solo al servizio di Dio e si esprime solo con l’adempimento dei propri doveri, il lavoro assume un’importanza fondamentale: esso appare come un servizio per la razionalizzazione del mondo, al fine di promuovere la grazia di Dio. Qui sta la fonte del carattere utilitaristico dell’etica calvinista.

Tuttavia, come può essere consapevole il singolo della propria salvezza? Nella dottrina calvinista nessuno può essere certo di essere annoverato nella cerchia ristretta degli eletti. La risposta non può essere cercata nella ragione, perché Dio è imperscrutabile, ma solo attraverso una condotta pratica - e quindi lavorativa - esemplare. Solo se l'agire dei credenti nel mondo è produttivo significa che si farà parte probabilmente della cerchia dei salvati. Il superamento del luteranesimo consiste proprio in ciò: non più l’unione con Dio, ma esserne il suo strumento per raggiungere la grazia. Anche il cattolicesimo, ci fa notare Weber, sviluppò tematiche affini, tuttavia rimase chiuso in un ascetismo monacale, mentre il mondo protestante trasportò nella società tale pensiero ascetico. "Aiutati che Dio ti aiuta" potrebbe essere il motto per il perfetto calvinista, il quale crea la propria beatitudine giorno per giorno, non accumulando prestigio per singole e sporadiche opere meritorie, bensì attraverso un autocontrollo sistematico che lo porta ogni giorno a fare la scelta razionalmente più giusta, secondo le direttive religiose calviniste.


Ciò che la morale protestante veramente condanna è quindi l’adagiarsi nel possesso, il godimento della ricchezza e l’ozio, deviando da una vita retta. È solo l’agire che comporta l’acquisizione di grazia e l’ozio, così come la perdita di tempo, sono fermamente condannati. Le skills, ovvero le specializzazioni del proprio lavoro, consentono un’elevazione qualitativa del proprio Beruf, considerate il massimo utile da poter raggiungere. La vita professionale deve quindi essere sempre un esercizio ascetico delle proprie virtù, che si esprimono nella cura e nella costanza della propria professione.

Bisogna considerare e tenere sempre presente che per Weber la logica religiosa calvinista sarà solo uno dei tanti input storici che permetteranno la creazione, solo successivamente alla vera e propria razionalizzazione di pensiero, della logica di produttività capitalistica. Tuttavia, senza l’utilizzo di un razionalismo procedurale nell’azione produttiva, il moderno capitalismo sarebbe stato inconcepibile per Weber. Ed è proprio svincolandosi dal tradizionalismo religioso attraverso una profonda frattura ideologica innescata dalla Riforma che si giungerà al futuro ragionamento produttivo. Non avventurieri, speculatori o uomini dalle idee geniali apriranno la strada al moderno capitalismo, bensì persone comuni, educate alla dura scuola di vita religiosa, riflessivi e ponderosi ma soprattutto sobri e costanti nell'accumulare e reinvestire denaro divennero i primi grandi finanzieri e commercianti, con intuizioni semplici ma rigorosamente razionali.

Weber tuttavia è consapevole che il suo studio costituisce solo la punta dell'iceberg delle innumerevoli ricerche che dovranno essere svolte prima di poter arrivare a scoprire veramente cause e conseguenze dirette della nascita del capitalismo moderno. Egli infatti ci parla dettagliatamente delle origini del capitalismo di oggi solo dal punto di vista etico e religioso, tralasciando mutamenti economici, politici e militari dei popoli che attraversarono queste ed altre fasi. Egli non analizza, ad esempio, la logica confuciana cinese, che porterà (seppur da prospettive completamente diverse) ad una strutturazione sociale collettivistica, oggi principale motore dell'economia mondiale. Weber, insomma, ci offre un punto di partenza. Ci fornisce quella che noi oggi potremmo chiamare una "fonte bibliografica" essenziale per poter analizzare il complesso e mutevole capitalismo moderno, consapevole delle critiche e delle conseguenze che il suo saggio avrebbe potuto generare.


Di: Claudio Pira

Fonti:
Max Weber, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, BUR Rizzoli, 2016.

domenica 28 ottobre 2018

Le Botteghe dell'Illuminazione: Memorie di Adriano. Uno sguardo attraverso l'anima dell'Imperatore

Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano, seguite dai taccuini di appunti. Einaudi, Torino, 2002. Pagine 350. ISBN [8806174088]

Il romanzo è concepito come fosse una lettera scritta dall'anziano imperatore al giovane nipote adottivo e prossimo imperatore (dopo Antonino Pio) Marco Aurelio. Si può definire un misto tra un diario memoriale delle esperienze di vita dell'imperatore ed un trattato che dispensa consigli sul modo di affrontare le sfide che la vita ci pone davanti. Definirlo soltanto un romanzo infatti sarebbe riduttivo, del romanzo ha sicuramente la forma, ma la sostanza fa si che si crei quasi un intreccio tra il saggio storico e filosofico.


Il libro, come ben spiegato dall'autrice in una ricchissima e ottimamente curata appendice di fondo, nasce in modo lunghissimo e travagliato, una genesi che vede passare decine di anni da quando la Yourcenar scrive le prime righe a quando viene stampato il manoscritto. L'opera della sua vita, viene continuamente cambiata, stracciata e riscritta per poter meglio esprimere quello che provava Adriano, vi è uno studio quasi ossessivo e psicologico dell'individuo, come uomo e come imperatore. Si, al suo interno troviamo anche parti romanzate, ma sono poco importanti, imprecisioni storiche utilizzate per snellire la narrazione o per non mettere eccessivamente in difficoltà un lettore non troppo preparato sull'argomento. Lo studio delle fonti è frutto di un lavoro eccezionale, nell'appendice questo è ripercorso con grande destrezza e passione. Proprio questa è l'elemento che traspare di più, un amore profondo per il personaggio di cui ha scelto di parlare e per l'età aurea che lui stesso incarna.
Gli stessi temi analizzati sono da sempre i temi che affascinano e struggono l'animo umano: l'amore, la perdita delle persone amate, la filosofia e il più importante: il senso della vita.

Il lettore non può che perdersi e riconoscersi all'interno delle pagine, sciogliendosi quasi nel personaggio di Adriano nel quale ci si può riconoscere umanamente per i dubbi che lo sconvolgono. Ne esce il profilo di un imperatore umano, non lontano dal mondo, anzi seppur riparato nella sua casa di Tivoli è un grande viaggiatore, un uomo che ha la malattia del viaggio perché conscio che sia il modo migliore per ottenere la conoscenza. È consapevole di quanto sia importante che il governante sia vicino alla gente; viaggiando vede i provinciali, che vedono in lui quasi una personificazione della divinità ed il suo passaggio diventa un evento da raccontarsi per generazioni.


È ben analizzato anche il rapporto con la guerra: Adriano è un soldato, cresciuto tra i campi di battaglia, ma non per questo non conosce il valore della pace e tutto il suo impero sarà permeato da questa volontà di concordia e armonia, di non andare oltre quello che si può mantenere. Infatti ereditato da Traiano un impero in guerra con i Parti, Adriano si affretta a concludere il conflitto restituendo al nemico i territori sottratti e inaugura una pace che durerà a lungo. Si concentra quindi nella fortificazione dei confini, dalla celebre costruzione del vallo di Adriano nell'odierna Scozia alle fortificazioni in Dacia e lungo il confine germanico.

Il risultato delle fatiche dell'autrice è senza dubbio un libro a tutto tondo che tocca le corde emotive del lettore trasportandolo in un mondo lontano ma dalle tematiche legate alla vita non così distanti da quelle odierne.

Consigliato per: Chi vuole leggere del periodo aureo romano e dell'imperatore filosofo senza l'impegno che può richiedere un manuale di storia, veleggiando all'interno delle pieghe romanzesche che pur restituendo una figura verosimile dell'imperatore rendono più scorrevole, avvincente e emozionante la lettura. Consiglio inoltre la lettura dell'edizione Einaudi perché superiore nella traduzione dal francese rispetto alla prima del 1951. Questa ottima traduzione è figlia di un lungo carteggio tra l'autrice e Lidia Storoni Mazzolani, la traduttrice scelta dalla stessa Yourcenar perché sicura che potesse rendere al meglio nella nostra lingua le numerose sfaccettature di cui il suo libro si articola.

Botteghe dell'Illuminazione: Dei, demoni e oracoli. Un viaggio nel selvaggio Tibet


Giuseppe Tucci, Dei, demoni e oracoli. Neri Pozza Editore, Vicenza, 2006. Pagine 189. ISBN [8854501085].

Scritto sotto forma di diario personale, nasce però con l’idea di poter esporre ad un pubblico le grandiosità che troverà nel suo viaggio. Giuseppe Tucci, tra i più grandi esperti e studiosi del mondo orientale e tibetologi del ‘900, nasce a Macerata nel 1894, combatte la grande guerra e dopo essersi laureato in lettere e filosofia lavora come bibliotecario presso la Camera dei deputati per poi passare all’insegnamento dell’italiano e delle lingue orientali alla’Università di Calcutta e poi di lingua e letteratura cinese a Napoli. Negli anni ‘30 fonda assieme a Giovanni Gentile l’Istituto italiano per il medio ed estremo oriente per sostenere e sviluppare i rapporti culturali tra l’Italia e il mondo orientale, avendo cura di rivolgersi non solo ad aspetti culturali ma anche politici ed economici. Epici ed avventurosi rimangono i suoi viaggi all’interno dell’Asia centrale dove può raccogliere materiale archeologico, artistico, documentazioni librarie, letterarie e fotografiche. Esplora il Tibet ma non solo, viaggia anche in Nepal, Pakistan, Afghanistan e Iran. Il suo ultimo dono è la creazione del museo Nazionale di Arte Orientale di Roma.


Figura affascinante e poliedrica, dalla cultura smisurata, Tucci al giorno d’oggi non è forse considerato come meriterebbe una figura della sua grandezza. La sua rivalutazione è stata frenata dalla sua adesione al Fascismo, figlia del suo tempo e anche necessaria per reperire finanziamenti per le sue numerose e costose spedizioni. Non ci si può altro che meravigliare della limitata diffusione dei suoi preziosi scritti nella nostra epoca.

Il libro, Dei, demoni e oracoli, racconta in forma di diario l’epica spedizione di Tucci nello Shang  Shung e a Tsparang, la regione della cultura Bon e delle pratiche occulte dello Dzog Chen. Questa sconosciuta regione del Tibet Occidentale, il Guge, nell’immaginario collettivo degli esploratori europei era la terra del mistero, dei demoni, un luogo impervio, difficile da raggiungere e dal clima rigido e tempestoso, popolato da rocche e templi abbandonati e da locali dediti a sciamanesimo e chissà a quali arti magiche oscure. Era il cuore del Tibet, luogo di ricerca e di transito per tutti gli avventurieri in cerca di Shamballa. Tucci, da grande studioso, non faceva parte di questa tipologia di avventurieri. Conosceva bene la popolazione del luogo e i suoi riti, che agli occhi di un profano potevano sembrare esoterici ma che facevano parte di una tradizione millenaria sulla quale si era innestato il buddismo accogliendo però al proprio interno tutto quel mondo sciamanico e primitivo legato alle forze della natura tipico delle prime religioni panteistiche. Nei suoi diari possiamo seguire la costruzione della carovana, con l’approvvigionamento di tutto il necessario, muli, cavalli, sherpa, cani, tende, cibo in scatola, una grande scorta di rupie in argento, macchine da presa e fotografiche per immortalare le bellezze architettoniche e archeologiche che non può riportare a casa. Una delle missioni della carovana è appunto quella di comprare tutto il possibile dai locali per mettere in salvo questa conoscenza millenaria. I locali sono abilissimi nel trattare ma molto restii nel farlo agli occhi dei concittadini, tanto che le transazione si svolgono spesso di notte in gran segreto all’interno della tenda dell’esploratore dove a riparo da occhi indiscreti rupie in argento vengono scambiate con libri sacri, documentazione scritta o oggetti di valore artistico.


Tucci fotografa il fotografabile per documentare affreschi di templi in rovina o per portare con se almeno un’immagine di libri che non riesce ad acquisire. Non traspare affatto l’animo del semplice collezionista, Tucci compra per sete di imparare, per mettere in salvo, il suo fine ultimo non è quello di circondarsi solo di oggetti antichi o pregiati. Colpisce quando rimprovera alcuni locali per le condizioni in cui tengono i libri sacri, quasi come un salvatore, li compra per poterli mettere in salvo ed evitare il loro deterioramento. L’esploratore italiano viene accettato e riconosciuto da molte figure di rilievo che incontra durante il suo cammino, sia politiche che spirituali quali molti lama. Risulta infatti molto autorevole ai loro occhi, conosce perfettamente la lingua e la loro cultura, quasi come fosse un uomo bianco tibetano e riesce addirittura a comprendere all’interno dei templi passi oscuri a molti.

Il suo viaggio ha un doppio filo, lo studio della parte meno accessibile e più misteriosa del Tibet, della sua cultura e dei suoi riti arcaici, ma Tucci fa anche un viaggio dentro di se, più spirituale, alla ricerca delle pratiche occulte dello Dzong Chen. Di questa parte più interiore e personale i diari non sono prodighi di informazioni.


I suoi diari danno grande spazio anche alla meravigliosa descrizione di esotici paesaggi estremi, deserti inaccessibili, lande ghiacciate, in una lenta salita verso le vette del mondo. Lentamente, seguendo i tempi della carovana e con sempre nuove costruzioni di campi base, muta l’ambiente circostante divenendo sempre più freddo ed inospitale. Anche la popolazione cambia, è sempre più sospettosa, meno avvezza al passaggio di stranieri e i luoghi che attraversano sono abitati da sempre meno persone. Tucci ci restituisce degli ottimi ritratti dal punto di vista antropologico delle etnie incontrate durante il viaggio, del loro modo di relazionarsi con gli stranieri. Per quanto chiuse le varie comunità riconoscono il suo valore, riesce a parlare con tutte le figure di spicco di ogni villaggio e a farsi mostrare i templi e le meraviglie nascoste.

Cosa rimane dalla lettura di questo libro? Sicuramente una visione attendibile del Tibet occidentale degli anni ’30, ed uno spaccato che ci testimonia come in una fotografia, le numerose usanze e le spettacolari presenze archeologiche che oggi, visto il loro stato di declino ed abbandono dell'epoca, possono essere andate perdute per sempre. Complessivamente un tipico diario di viaggio che accompagnerà il lettore attraverso, sentieri, incontri, emozioni che Tucci visse nel suo avventuroso viaggio.

Consigliato per... È consigliato per chi ha già qualche conoscenza del mondo tibetano od orientale e per coloro ai quali affascinano i diari di viaggio su terre esotiche e sconosciute.

Le Botteghe dell'Illuminazione


Vi presentiamo la nuova rubrica storico-letteraria di RLS: Le botteghe dell’illuminazione!

Ma perché botteghe e perché illuminazione?
Botteghe perché al giorno d’oggi del qui e ora, del tutto e subito, dei suggerimenti coatti e delle mode che impongono e travolgono c’è un po’ il bisogno di riscoprire un cantuccio, un luogo appartato dove rifugiarsi, dove curiosare tra le anticaglie e magari trovare qualcosa del quale non avevamo idea ma che si, ci incuriosisce e ci spinge a scoprire qualcosa di nuovo, qualcosa non alla moda, solamente qualcosa di originale.


Illuminazione perché l’illuminazione nasce con la scoperta, o riscoperta, con la novità. Allora qui si offrono recensioni che aprano uno spaccato su argomenti meno conosciuti (siamo sempre su RLS e qui la scoperta o riscoperta è di casa), meno chiacchierati ma che vi possano magari fare appassionare a qualcosa di nuovo.

Su, non siate timidi, vi vedo dall’altro lato della vetrina che state già curiosando, mettete pure il naso dentro ed entrate, non ve ne pentirete.


Restate con noi per le prime, inedite, recensioni!
 
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