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sabato 21 luglio 2018

Calcio e storia politica: il caso Mario Mandžukić

Quest'oggi parliamo di calcio. Ma non con l'atteggiamento nazional-popolare con cui siamo soliti seguire le principali trasmissioni televisive su uno degli sport più seguiti del mondo.
Il protagonista di oggi è il calcio in relazione alla storia politica contemporanea.

Anzi, ultra-contemporanea verrebbe da dire, dato che stiamo parlando di un fatto accaduto solamente nel novembre di sei anni fa. I protagonisti di questa storia sono Mario Mandžukić, attaccante croato attualmente sotto contratto alla Juventus e con un palmarès di tutto rispetto, e lo svizzero di origini kosovare Xherdan Shaquiri, entrambi in forza al Bayern Monaco nella stagione 2012/13.

La partita in questione è Norimberga-Bayern, disputata il 17 novembre 2012 e valevole per la 12° giornata del campionato tedesco di Bundesliga. Al termine dei '90 minuti il risultato sul tabellino sarebbe stato di 1-1 ma, quando Mandžukić porta sul temporaneo vantaggio il Bayern, succede qualcosa di molto particolare.

I due attaccanti esultano per la marcatura e si rivolgono alla curva in festa; in particolare, Mario Mandžukić omaggia i propri sostenitori con un gesto che ricorda da molto vicino il saluto romano tipico della tradizione fascista ustascia. Shaquiri si limita a far il saluto romano.


Per quale motivo?

Per comprendere il comportamento dei due giocatori è necessaria una premessa. Il giorno precedente, il 16 novembre, il Tribunale penale internazionale (TPI) dell'Aja aveva assolto i due generali croati Ante Gotovina e Mladen Markac dall'accusa di crimini contro l'umanità e crimini di guerra contro la popolazione serba durante l'Operazione Tempesta del 1995.

La sentenza riceve un'accoglienza euforica in Croazia perché si tratta di una vera e propria svolta comportamentale: dopo l'estradizione all'inizio degli anni 2000 e la condanna in primo grado nel 2011, ora, dopo la sentenza del 16 novembre, l'esercito croato e i suoi generali non vengono più giudicati responsabili per le operazioni di pulizia etnica contro la minoranza serba.

Una sentenza storica. Alla luce di questa spiegazione il comportamento di Mario Mandžukić e Xherdan Shaqiri assume una connotazione completamente diversa.
Il rapporto tra sport e storia politica è sempre stato molto forte: in particolare, lo studio e l'analisi storiografica dei regimi dittatoriali della prima metà del '900 - comunismo, fascismo e nazismo - fornisce un'indicazione interessante perché è proprio in quel preciso contesto storico che nasce l'esigenza di fornire una rappresentazione del potere che sia autentica e autorevole, e lo sport funge in maniera perfettamente identitaria a questo ruolo.

Il calcio, in quanto sport nazional-popolare maggiormente diffuso in Europa, non è una semplice attività agonistica con ventidue persone che corrono dietro a un pallone, ma un modo di essere e di vivere la propria storia e le proprie tradizioni.


Di: Guglielmo Motta

Fonti:

http://www.repubblica.it/ultimora/sport/CALCIO-GERMANIA-MANDZUKIC-NELLA-BUFERA-PER-SALUTO-ROMANO/news-dettaglio/4258543
https://www.giornalettismo.com/archives/2002298/mario-mandzukic-saluto-nazista

domenica 15 luglio 2018

Populismo: due casi storici in Brasile e Argentina

Il populismo è un fenomeno complesso e mutevole, non facilmente identificabile con una fazione politica a destra o a sinistra. In qualche modo il populismo trascende il classico spartiacque del panorama politico, lo supera, va oltre e mira solamente a conquistare consensi raccogliendoli da ogni parte indistintamente. Oggi il termine è utilizzato con accezione negativa per dipingere movimenti con programmi elettorali che non sembrano avere alcuna precisa direzione, eppure il termine all’origine non era necessariamente dispregiativo, anzi, segnava un vero e proprio cambio di rotta nel modo in cui si governava uno stato. Fino ai primi del 900 infatti, al governo di qualsiasi democrazia, si ritrovavano fondamentalmente dei partiti di notabili ovvero dei partiti di rappresentanza individuale, in un contesto di partecipazione a suffragio molto ristretto , partiti borghesi-aristocratici, composti da individui altolocati, e di notevole influenza. Fu solo con il subentrare delle masse nella scena politica e il progressivo allargamento del diritto di voto, che la questione dovette cambiare. In alcuni paesi il processo fu più graduale e ben guidato, in altri invece fu un momento di vera e propria rottura con il passato, spesso a seguito di un grande evento che facesse perdere la fiducia nella classe politica e che quindi indirizzasse il consenso delle masse verso nuovi movimenti e nuove figure. Ci sono a tal proposito, due casi di significativa importanza in America Latina, il Brasile e l’Argentina dove salirono al potere due figure che gli storici classificarono in seguito come populiste.


La crisi internazionale degli anni 30 si era diffusa anche nei paesi dell’America Latina attraverso il commercio internazionale. L’esportazione di materie prime aveva subito un drastico tracollo oppure avevano incontrato i dazi dei paesi esteri non più disposti a favorire il libero commercio. Essendo l’economia del continente latinoamericano prevalentemente basata sull’ esportazioni di materie prime, l’intera economia di questi paesi era stata messa in ginocchio. In particolare il Brasile aveva visto diminuirsi l’esportazione di caffè di cui era il maggior produttore. La crisi aveva messo in ginocchio non solo l’economia, ma anche la legittimazione dell’intero modello politico liberale che si era dimostrato incapace di salvaguardare il paese dalla crisi e dalla disparità sociale non essendosi prodigato abbastanza per includere le masse nella vita politica e nella vita dello stato. In questo contesto nasce il movimento populista che attraverso l’obiettivo d’includere le masse nella vita politica, si ispira ai fascismi europei come l’ Italia e il Portogallo di quegli anni per adottare un tipo di modello sociale corporativista che potesse essere in grado di eliminare la conflittualità sociale tra classi in favore di una visione organica della società vista come un corpus unico pronto alla collaborazione per il superamento della crisi. Già la chiesa cattolica aveva formulato da sempre una visione simile della società e l’aveva tradotta in politica con l’enciclica della rerum novarum del 1891 e l’enciclica sul lavoro del 1931. Il populismo inoltre si basava sullo stretto rapporto tra la massa e il capo carismatico, rapporto creatosi grazie ai moderni sistemi di comunicazione di massa come la radio e il cinegiornale. Nel 1930 quindi in Brasile divenne presidente Getúlio Dornelles Vargas grazie ad un importante programma di welfare state, di assistenza alle popolazioni, di politiche del lavoro. Il largo interesse di Vargas nei confronti delle classi sociali meno abbienti gli valsero un grande consenso e le sue politiche interventiste dal punto di vista economico con le nazionalizzazioni delle imprese inaugurarono un intervento dello stato in economia come mai era avvenuto prima nella storia del Brasile.

Getúlio Dornelles Vargas
Nel 1937 Vergas diede il via all’Estado Novo, un programma politico con il quale esautorava il parlamento e amplificava l’interventismo nell’economia e le politiche sociali, oltre che limitare la libertà di stampa. Fondò inoltre due partiti: il partito dei lavoratori e il partito socialista, questi erano gli unici partiti tollerati. Vargas invece che avvicinarsi ai fascismi europei, strinse rapporti con gli Stati Uniti e nel periodo della seconda guerra mondiale dichiarò guerra all’asse nel 1942, abbastanza precocemente rispetto ad altri paesi latinoamericani. Nel 1945 Vargas venne cacciato e si ripresentò alle elezioni presidenziali nel 1951, vincendole. Presentò il suo programma di nazionalizzazione di compagnie petrolifere lasciando però una forte compartecipazione straniera, fattore che suscitò molte critiche nei suoi confronti e alla fine venne messo in minoranza fino a quando si suicidò nel 1954. L’operato di Vargas non modificò sostanzialmente l’economia brasiliano incentrata sostanzialmente sul settore primario.


In maniera simile in Argentina, a seguito della crisi economica degli anni 30 si verificò uno stallo politico che durò fino al 1943 quando alla fine un gruppo di militari prese il potere con un pronunciamiento.  Di questa junta faceva parte Juan Domingo Perón il quale rivestiva ruoli laterali ma non marginali nei vari governi che si susseguirono, fino a quando nel 1946 diventò presidente. I militari tentarono di arrestarlo ma quest’ultimo riuscì ad  impedirlo grazie al forte sostegno delle masse. Anche Perón fu considerato un esponente del populismo politico in quanto attraverso una larga redistribuzione delle ricchezze, una politica sociale di welfare e una concezione corporativista della società, guadagnò forte consenso tra la popolazione. La sua vicinanza ai fascismi europei e la tardiva dichiarazione di guerra all’asse gli alienarono le simpatie degli Stati Uniti e gli procurarono notevoli pressioni in tal senso. La moglie di Perón, Eva, ebbe un ruolo altrettanto importante nella politica del marito. Essa costituì il volto più popolare del regime convogliando le simpatie del popolo grazie al suo impegno sociale. Oltre alle numerose politiche sociali messe in campo, Perón creò un sindacato e lo incluse nelle istituzioni dello stato elevandolo ad unico interlocutore con lo scopo di eliminare la conflittualità sociale, in linea con il corporativismo.

Juan Domingo Perón e Isabel Martínez

Nel 1952 la moglie Eva morì di tumore e nello stesso anno Perón vinse nuovamente le elezioni. Il regime si basava sul binomio militari e chiesa. I militari rivestirono numerosi ruoli di rilievo nel governo, mentre la chiesa oltre a condividere le posizioni anti liberali e anticomuniste di Perón, venne privilegiata della reintroduzione dell’insegnamento della religione nelle scuole. I rapporti con la chiesa si incrinarono solo quando Perón inserì il giustizionalismo come insegnamento scolastico sfavorendo l’insegnamento del catechismo. Il giustizionalismo era un modo per Perón di indottrinare la gioventù, legandola al suo regime in maniera non diversa da come il fascismo in Italia o il nazismo in Germania organizzavano la gioventù per educarla ai loro valori. I tre cardini del peronismo erano costituiti dall’indipendenza economica, la sovranità nazionale e la giustizia sociale. Oltre ad essere il peronismo un movimento fortemente nazionalista era assolutamente anti imperiale e mirava a sganciare l’Argentina dalla dipendenza economica delle potenze straniere attraverso il modello ISI di industrializzazione sostituiva delle importazioni. La necessità di capitali comunque, portò il peronismo a riaprire il paese ai capitali esteri. Nel 1955 Perón fu cacciato e costretto a fuggire all’estero da un colpo militare, trovando rifugio nella Spagna franchista. 
Ma il destino di Perón e dell’Argentina si sarebbero presto rincrociati, dimostrando come gli effetti della crisi degli anni 30 avessero definitivamente sancito la sfiducia per gli argentini nei confronti della politica e trovando conforto solo nella figura di líder carismatico. Nel 1955 infatti, il peronismo venne messo al bando e il partito venne escluso dalla vita politica, sopravvivendo però nel sindacato ancora fedele all’ex regime. Nel 1962 il peronismo venne riabilitato e un esponente di questo partito vinse le elezioni ma i militari rovesciarono nuovamente il governo mantenendo il potere fino al 1973 quando la giunta militare concesse nuove elezioni che però vennero nuovamente vinte da un peronista che si adoperò immediatamente per far tornare dall’esilio Perón. Il paradosso del populismo è qui evidente in quanto in quegli anni, il partito fosse formato da una fazione più conservatrice e corporativa storicamente di destra e una più popolare e di sinistra vicina alla guerriglia comunista presente in Argentina dei Montoneros. Nel 1974 però, Perón muore e Isabel Martínez, sua terza moglie, diventa presidente fino a quando nel 1976 i militari attuano un ennesimo colpo di stato instaurando un regime militare e una piena dittatura destinata a durare per molti anni.


Molti dei partiti oggi letteralmente accusati di populismo, sono in parte simili ai due casi analizzati in questa trattazione ma anche profondamente diversi. C’è da chiedersi piuttosto –in una riflessione finale – se veramente il populismo mira al risolvimento dei problemi delle masse o se invece mira al raccoglimento di consensi attraverso un rapporto nuovo e privilegiato con quelle masse, tenendo conto ugualmente di meriti e demeriti del fenomeno che gli storici possono e potranno studiare. 


Di: Cristiano Rimessi

Fonti:
Web

giovedì 12 luglio 2018

L'incidente di Vermicino e la diretta social: storia di un fenomeno

Siamo di fronte a una svolta. Ci troviamo davanti a uno di quegli eventi su cui, tra qualche anno, si rifletterà e si scriverà in termini storiografici: il mondo ha assistito in diretta a una delle operazioni di salvataggio più complesse del XXI secolo.


Stiamo parlando del gruppo di tredici compagni di squadra, tra cui anche l’allenatore, i quali – a causa delle piogge monsoniche e della crescita improvvisa del livello dell’acqua – sono rimasti bloccati nelle grotte di Thuam Long, nella provincia thailandese di Chiang Rai. Il mondo ha assistito con il fiato sospeso alle operazioni di salvataggio dei ragazzi, che alla fine si sono concluse positivamente: i principali siti di informazione hanno costantemente tenuto monitorata la situazione (dalla BBC al Corriere della Sera) e si è potuto seguire su tutti i social network ogni istante di quella che è stata definita “l’operazione che il mondo non dimenticherà mai”.


Tuttavia, negli occhi degli italiani torna alla mente un ricordo, risalente a 37 anni fa quando, nel piccolo paesino laziale di Vermicino, si consumò una tragedia che avrebbe fatto storia. Stiamo parlando dell’incidente che coinvolse il giovanissimo Alfredo Rampi, 6 anni, il quale cadde incidentalmente in un pozzo di recente costruzione e coperto da una lamiera.

Come per la Thailandia, le operazioni di salvataggio ebbero inizio immediatamente. Tra il 10 giugno e il 13 giugno 1981, un ampio numero di speleologi, vigili del fuoco, geologi e semplici soccorritori cercarono di dare il loro contributo per salvare la vita del piccolo Alfredo. Si trattò di un’operazione decisamente complessa: con un’imboccatura di poco meno di 30 centimetri e una profondità che oscillava tra i 60 e gli 80 metri, il pozzo si rivelò impraticabile a qualsiasi operazione di salvataggio, portando Alfredino alla tragica morte.

Ciò che però contraddistinse questo episodio fu la grande copertura mediatica, fornita dalla Rai, guidata in quel momento dal giornalista Villy de Luca. Si trattò in definitiva del primo grande evento di cronaca che gli italiani poterono seguire attraverso una diretta a reti unificate della durata complessiva di 18 ore.



Con una trama molto simile al film del 1951 diretto da Billy Wilder, “L’asso nella manica”, la vicenda di Vermicino rappresentò una svolta nella storia della televisione in Italia. È quindi possibile individuare un collegamento tra ciò che sta avvenendo in queste ore in Thailandia e ciò che accadde nell’estate di 37 anni fa nel Lazio.

Siamo di fronte, in entrambi i casi, a un cambiamento del paradigma dell’informazione in senso globale: un costante aggiornamento social e informativo, oggi, e una diretta televisiva massacrante alla ricerca del minimo dettaglio, nel 1981. Tutto questo per rispondere a una delle esigenze principali della società moderna in cui viviamo: la sete di informazione.


Di: Guglielmo Motta

Fonti:
Web

domenica 8 luglio 2018

Semplicemente... Femen!

“Femen:” è un movimento di protesta ucraino fondato a Kiev nel 2008. Il movimento è divenuto famoso, su scala internazionale, per la pratica di manifestare in topless contro il turismo sessuale, il sessismo e altre discriminazioni sociali.” Una definizione semplicistica per una questione ben più complessa da rintracciare nelle ragioni storico politiche che radicano il loro senso tra le righe dell’indipendenza Ucraina e i complessi rapporti con la Russia, ma andiamo per ordine.

L’Ucraina ottiene l’indipendenza il primo dicembre 1991 grazie ai risultati del referendum sul consenso all’atto d’indipendenza, promulgato dal parlamento ucraino a seguito del fallito golpe di agosto – il cosiddetto putsch di agosto posto in essere da membri di spicco della politica russa timorosi delle incombenti novità poste in divenire dalle decisioni del presidente sovietico Mikhail Sergeevič Gorbačëv , il cui fallimento condurrà alla disgregazione dell’unione sovietica - che registrò un’affluenza pari al 90% dell’elettorato. Leonid Kravčuk, in qualità di primo presidente dello stato ucraino, indipendente e democratico, presenziò all’incontro di Alma Ata - la città più popolosa del Kazakistan – in cui assieme ai leader di Russia e Bielorussia firmò l’atto in cui si officia il dissolvimento dell’unione sovietica e la nascita della Comunità degli Stati Indipendenti.


Sulla lunga riga di un confine immaginario si opposero le ingerenze Russe, conseguenza della prolungata e claustrofobica politica di clausura posta dall’ormai remota unione sovietica, sulle questioni rimaste sospese con lo stato ucraino rimarcando una implacabile e quanto mai obbligatoria, tensione. Fino a giungere agli anni duemila e a quella che va ad inquadrarsi come la crisi del gas, passando, per una lunga e tragica inflazione portatrice di sperequazione economica e diffusa miseria delle classi medio basse. Nel 2006 si ripete, dunque, la crisi del gas, una che renderà palese l’avversione del Cremlino nei confronti del premier ucraino Juščenko le cui scelte politiche dirottano l’Ucraina sulla falsariga dell’Unione Europea ottenendo da quest’ultima lo status di economia di mercato, alienando, di contro, il governo di Mosca. Scelta che impone conseguenze catastrofiche sul piano economico data la dipendenza dalla Russia nella distribuzione dei rifornimenti energetici. Gazprom infatti, prende a tariffare il gas a prezzi di mercato, dapprima a 160 dollari, e a seguito del rifiuto ucraino, a 230 dollari ogni mille metri cubi di gas, un aumento che assume tutte le caratteristiche di un ostracismo di natura politica piuttosto che economica. Crisi che giungerà alle ultime battute soltanto nel 2006 allorquando si addiverrà ad un complesso accordo sugli acquisti dell’energia e le rispettive partecipazioni di entrambi gli stati, passando per due anni di ripercussioni e di stenti. Insomma, tra accuse e rincari, a pagarne gli scotti è il popolo meno abbiente schiacciato dalle mire dei poteri forti. Affamato al punto da vendere la propria pelle pur di non soccombere agli stenti e alla vita magra profferta per l’ottenimento del nulla, profferta per l’ottenimento potenziale di un’invasione di promiscui venditori di fumo, pronti ad illudere e profittare dei bisogni primigeni di un popolo stremato dalla fame.


Poco a poco, ecco a voi che si profila il quadro di una situazione alienante per il più debole e di profitto per chi ha un vasto potere economico, uno che spinge i più a perdere qualsivoglia forma di dignità per il sostentamento della famiglia. Il fenomeno Femen, dunque, si inserisce in un quadro socio politico, complesso e denigrante, al confine tra la rinnovata apertura agli stati d’occidente, e il radicato legame con il passato, uno che impone misoginia e clausura delle istituzioni tali da impoverire una figura di donna rinnovata e bramosa di diritti. Un fenomeno che impone un cambiamento nell’ideologia patriarcale, che smaschera le brame infime di una società pronta a trarre profitto dal turismo sessuale, nonché dalle discriminazioni di medesima natura.

Semplicemente… balocchi e fiocchi di neve, mani dalla diafana pelle, capelli color del grano occhi color del cielo d’estate, e poi la fame, una sconvolgente fame che riduce le interiora al brulichio di ciò che si distorce dal di dentro...


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mercoledì 27 giugno 2018

La scissione di Palazzo Barberini

I rapporti tra USA e URSS si aggravarono nel corso del 1946 e, progressivamente anche in Italia, iniziarono a sentirsi le ripercussioni della Guerra Fredda e la conseguente divisione in zone geografiche di influenza. In Italia l’unione dei partiti antifascisti rifletteva sul piano interno l’alleanza internazionale tra i paesi che avevano combattuto il nazismo. In questa situazione particolare, le ripercussioni maggiori, oltre alla fine del governo tripartito, si ebbero nel Psiup, un partito che faceva da cerniera nella maggioranza, che componeva il governo tripartito formato dalla Dc, dal Pci e dal Psiup. Le tensioni internazionali contribuirono in breve tempo al deterioramento dei rapporti fra i partiti filoccidentali e filosovietici, costringendo il Psiup ad una scelta di campo.


Oltre alla situazione internazionale il Psiup aveva dei problemi interni: infatti già dalla sua fondazione era nato da diverse correnti che si organizzarono attraverso riviste di dibattito fin dai primi mesi del dopoguerra. Alcune di esse provenivano da tradizioni socialiste dell’Italia prefascista come “Quarto stato” , rivista che negli anni prefascisti era stata diretta da Pietro Nenni e Carlo Rosselli, altre invece ,si erano formate da tradizioni diverse.

I due punti percentuali in più che il Psiup aveva ottenuto rispetto al Pci nelle elezioni del 2 giugno 1946 non rispecchiavano una maggiore vitalità politica. Il Psiup era un partito diviso al suo interno; infatti, era nato nel 1943 dalla confluenza tra il Psi e Mup di Lelio Basso. In quella fase erano già emerse due tendenze: quella maggioritaria che voleva un' alleanza organica con i comunisti e una minoritaria socialdemocratica che aveva idee molto chiare sulla natura totalitaria dell’Urss. Il risultato del 2 giugno riempì di orgoglio i socialisti, tanto che Saragat propose per l’organo ufficiale l’ “Avanti!” il titolo: “Grande vittoria socialista”, ma venne rifiutato da Nenni in quanto poteva irritare i comunisti poiché considerato poco untario.Contro questa scelta di campo del Psiup, e l’annullamento di ogni ruolo autonomo del partito socialista rispetto al Pci, nella rinata democrazia italiana, si levò Giuseppe Saragat.
Questa scelta. di campo favorì nella seconda metà del 1946, un aumento delle polemiche all’interno del Partito socialista di unità proletaria, che scavò un solco profondo tra le diverse correnti.
Queste tensioni politiche ebbero ripercussioni dirette sull’organizzazione del partito, infatti gli entusiasmi in seguito al 2 giugno del 1946 svanirono, lasciando posto alle spinte centrifughe che portarono molti militanti a lasciare le sezioni. Questa crisi del partito ebbe delle ripercussioni anche sulle elezioni amministrative del novembre del 1946, tanto da determinare il ridimensionamento del Psiup.


Il clima interno al partito era diventato insostenibile e, ormai, tutti i maggiori esponenti concordavano sulla necessità di trovare una soluzione anche se estrema. I fattori che portarono a questa situazione furono sia organizzativi che politici fino a portare la direzione del Psiup alla decisione di convocare un Congresso straordinario. Le correnti favorevoli all’alleanza con il Pci si unirono in un’unica mozione guidata da Basso e Nenni, mentre le altre due correnti autonomiste quella guidata da Saragat e del movimento giovanile presentarono due mozioni diverse concordando però su un’azione comune. Nel dicembre del 1946 i congressi locali si svolsero in un clima di scontro frontale e, a fine dicembre, le assemblee locali diedero un netto vantaggio alla mozione di Nenni e alle correnti di sinistra con oltre il 65 % dei delegati.

La mozione di Nenni e Basso si dimostrò meglio organizzata di quella di Saragat e in questo clima la corrente di Saragat iniziò a pensare all’ipotesi più estrema quella della scissione per evitare una sopraffazione delle correnti di sinistra. L’idea della scissione del Psiup era così diffusa, che il 31 dicembre del 1946 Nenni concludeva il suo diario con questa nota: « Siamo a pochi giorni dal congresso di Roma e il successo si delinea ormai sicuro con margine del 65 o 70 per cento di vantaggio. Per il grande lottatore che io sono è un bel successo, ma c’è l’ombra della scissione e mentirei a me stesso se non confidassi almeno a questo foglio che sono stanco e l’amarezza prevale sulla gioia».

Il 9 gennaio del 1947 in un clima infuocato con i delegati che contestavano e impedivano agli oratori di compiere i loro interventi, si aprì alla Città universitaria di Roma il XXV Congresso del Partito socialista . In questa situazione si consumò la scissione, Saragat dopo un discorso durissimo abbandonò il congresso per riunirsi con alcuni suoi seguaci a Palazzo Barberini, dove fondò il Partito socialista dei lavoratori italiani. I dirigenti che erano rimasti nella Città universitaria decisero di chiamarsi nuovamente con il nome di Psi e Lelio Basso venne eletto segretario.
Con questa scissione il socialismo italiano si trovò diviso in due partiti, questo determinò una perdita di forza rispetto allele elezioni del 2 giugno 1946 data in cui era diventato secondo partito nel Paese
Nel suo diario Pietro Nenni sintetizzava così la situazione: «Cosa è stato per me il 1946? Nella vita pubblica l’anno dell’avvento della Repubblica. Nella vita del partito un anno duro, di aspre lotte, di tensione continua, di battaglia su molteplici fronti. Comunque un anno di grossi successi oltre che di grosse difficoltà che si chiude con attacchi violenti della destra socialista e della destra borghese contro di me.»


Di: Sunil Sbalchiero

Fonti:
G. Bedeschi, La prima repubblica, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2013
M. Donno, Socialisti democratici, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009
P. Mattera, Storia del Psi, Carocci, Roma 2010
P. Nenni, Tempo di guerra Fredda . Diari 1943-1956, Sugarco edizioni, 1981

sabato 23 giugno 2018

America Latina: Le ragioni storiche del sottosviluppo

L’America Latina come realtà sociale politica ed economica è assai complessa e caratterizzata da molteplici sfaccettature. Da un punto di vista di storia globale, tutto il processo di colonizzazione di quest’area del mondo e la sua successiva evoluzione nei secoli rappresenta un caso alquanto particolare verificatosi solo in poche altre zone del globo. Per quanto possa essere relativo come termine, l’America Latina viene considerata parte del mondo occidentale tanto che un noto studioso di storia dell’America Latina, Carmagnani, intitola una sua opera proprio “L’altro Occidente” riferendosi a quest’area del pianeta. Senza entrare nella diatriba terminologica sul significato di termini come occidentale o orientale e a quel che si riferiscono ampiamente discusso dal filone critico iniziato da Said nel suo “Orientalismo”, si vuole qui porre un altro tipo di interrogativo.


Se quindi si accetta una comune appartenenza culturale tra l’America Latina e il resto del mondo occidentale, viene spontaneo chiedersi come nella storia possano essersi sviluppate delle così abissali differenze tra questi due mondi oltre che sul piano inevitabilmente sociopolitico ma anche e soprattutto su quello economico. L’America Latina ad oggi risulterebbe –compiendo un’ampia generalizzazione che si provvederà più avanti a sfatare – uno delle zone del mondo occidentale ancora in via di sviluppo e non pienamente industrializzata. Chiedersi quali siano i motivi di questa differenza empirica tra America Latina e resto dell’occidente, può diventare compito dello storico se quest’ultimo si pone nella prospettiva di ricercare le origini del suddetto fenomeno. Una ricerca del genere –che approfondisce le motivazioni di un ritardo economico nel passato di un gruppo di nazioni – non ha l’intenzione o l’ambizione di univocità e completezza, bensì intende aprire una finestra e offrire una prospettiva diversa al pubblico nell’ottica di informare riguardo una tematica spesso poco presa in considerazione, dando troppo frequentemente per assodato l’arretratezza economico di un settore del mondo decontestualizzandolo dalla sua storia. L’America Latina non è sempre stata come appare oggi semplicemente guardando una cartina geografica. Successivamente alla scoperta del continente americano, gli spagnoli colonizzarono l’attuale area caraibica, del Messico e del Perù espandendosi in tutto il continente e lasciando il Brasile ai rivali portoghesi grazie all'intermediazione delle bolle papali.


La colonizzazione consistette quindi nella creazione di un vero e proprio sistema sociale ed economico da applicare in un nuovo territorio. Ovviamente questo tipo di sistema non poteva che ispirarsi a ciò che i colonizzatori già praticavano in patria in quell’epoca. L’effetto fu quindi una specie di esportazione del sistema sociale spagnolo in America con tutte le ovvie particolarità che vennero combinandosi. Occorre soffermare l’attenzione proprio sulla società coloniale per ricercare le prime tracce di quello che fu un difficoltoso processo di modernizzazione che avvenne più tardi. Il crearsi di una élite economica paragonabile all’aristocrazia europea fu proprio un elemento di disturbo di quel processo.

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giovedì 21 giugno 2018

1938: L'anno zero!

Trieste anno 1938,
tutto uguale, mi pare! Il mare cristallino, il sole alto nel cielo, e fa ancora caldo. Sì, fa caldo! Mangio il gelato con il mio amico Aldo, stamane è meno allegro degli altri giorni, qualcuno ha detto che insieme non si può più giocare, ma io non credo che sia illegale mangiare il gelato. Guardate non stiamo giocando! Aldo mi dice che neppure il gelato si può più mangiare insieme. Aldo se ne va... Aldo non andare! Aldo, non ti vedrò più? ...



Trieste 18 settembre 1938,
piazza Unità d'Italia Benito Mussolini propone nella sua sintesi più aulica, il contenuto di quelle che di lì a poco saranno identificate come leggi razziali, apponendo un sigillo alla libertà d'essere al mondo con uno stato di natura contrario a quello prescritto dalla legge dell'uomo.

« È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l'opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l'indirizzo arianonordico. »

(La difesa della razza, anno I, numero 1, 5 agosto 1938, p. 2)

Francamente razzisti, come se l'esserlo fosse il valore aggiunto dell'italiano dell'era fascista, come se il peso di questo attributo non significasse svanire qualità umane e sogni. Perseguire umani per un'etichetta che li rende differenti, brillanti di una luce troppo sgargiante per non essere notati, una che di punto in bianco spalanca il sipario di un silenzio che fa di quegli italiani, che fino al giorno prima rappresentavano l'amico, il medico, il farmacista, l'insegnante, l'amante, nient'altro che ebrei. Troppo differenti dall'italiano insignito, per chissà quale assurda convinzione, nella categoria di ariano.



I fatti raccontano di un'Italia ansiosa di vantare le origini nobili della propria razza - razza mescolata, commista, e per questo arricchita di troppi sapori - nel manifesto sulla razza che fondava la propria ragion d'essere in motivazioni di natura scientifica, pubblicate in forma anonima nel luglio di quell'anno nel Giornale d'Italia. Di lì a poco sarebbe stato vietato:
  • il matrimonio tra ebrei e italiani
  • un ariano assunto in qualità di domestico in casa di ebrei
  • per un ebreo assumere cariche pubbliche
  • per un ebreo lavorare in istituti bancari
  • trasferirsi in italia
  • perdita di cittadinanza da parte di tutti quegli ebrei introdotti in Italia in data posteriore al 1919
  • svolgere professione di notaio
  • svolgere professione di giornalista
  • per i giovani ebrei, non convertiti al cattolicesimo, di iscrizione nelle scuole pubbliche 
  • per le scuole medie adottare testi ai quali avessero collaborato ebrei
Era vietato per un insegnate ebreo insegnare indistintamente, furono istituite scuole apposite per soli ebrei, era vietato quel vivere civile che li rendeva parte di una comunità era vietato. VIETATO!



Cosa resta di questa triste storia, uno spirito di negazione che porta la nostra coscienza ad escludere d'essere stati crudeli ed ingiusti, o la cognizione del precedente che ci impone di non ripercorrere gli stessi passi perseguendo impronte scalfite in una terra pregna di sangue ? Un passato che freme le ossa dei dipartiti imponendo una eco di ravvedimento rispetto a quei corsi e ricorsi storici  di Vichiana memoria, che imperturbabili invadono le bocche di coloro i quali  per meriti qualunquistici colpiscono alla pancia invece che al cuore, istigando all'odio anziché alla comprensione, abbandonando, inesorabilmente, le coscienze ad un'univoca domanda: "Dove stiamo andando?"


Il mio gelato si scioglierà, assieme ai  sogni  immersi nelle nuvole di un'infanzia che non tornerà. Chiuso nel buio del mio silenzio terrò nel cuore un amico, i suoi sorrisi, i miei, e i balocchi che terrò sepolti nel giardino che ci vedeva bambini ...



Di: Anna Di Fresco

Fonti:
http://www.raiscuola.rai.it/articoli-programma-puntate/le-leggi-razziali-del-1938-storie-e-testimonianze-gli-ebrei-e-litalia/8119/default.aspx
1938. I bambini e le leggi razziali in Italia - curatore B. Maida - Giuntina edizioni 
Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia - autore Enzo Collotti - La Terza edizioni
 Norme integrative del Regio decreto–legge 17 novembre 1938-XVI, n.1728, sulla difesa della razza italiana

lunedì 18 giugno 2018

Abdolkarim Soroush: il Lutero dell'Islam

La storia dei pensatori arabi è, rispetto a quel che si pensa comunemente, assai ricca di spunti di riflessione e di pensatori stessi. Essa, per tutto il 900, risulta essere il centro della diatriba che vede opporsi il modello di pensiero scientifico (tipico dell'Occidente) alle normative islamiche tradizionali, basate sulla giurisprudenza classica del testo sacro: il Corano. All'interno di questa folta schiera di pensatori contemporanei, uno in particolare merita la nostra attenzione: si tratta di Abdolkarim Soroush, considerato da molti come il Lutero dell’Islam. Tale soprannome risulta essere assai interessante per capire fin da subito l'ideologia che lo contraddistingue. Infatti, la strumentazione filosofica gli è servita per argomentare un discorso fortemente riformista sull’Islam, essenzialmente basato su tre nodi cruciali: il problema della conoscenza, la secolarizzazione del testo sacro e la rivendicazione di libertà e democrazia.

Nato nel 1945 a Teheran, un anno cruciale per la storia mondiale, si trasferisce ben presto a Londra dove ottiene un dottorato in filosofia della scienza, all'interno del quale formula le sue teorie innovative sulla religione islamica. Il testo coranico (cioè la religione stessa) rimane per Soroush invariabile, mentre deve essere la conoscenza che si ha di esso a mutare (quindi l’interpretazione, che egli considera essenzialmente un fattore umano, quindi storico).


La conoscenza religiosa quindi è al centro del pensiero riformista di Soroush e deve essere storicizzata dall’uomo, mentre il nucleo dogmatico/religioso della rivelazione rimane immutabile. IL pensatore iraniano avanza diverse metodi di secolarizzazione: 1) sottoporre ogni questione a critica 2) contrastare il dominio della metafisica 3) escludere la religione dall’attività legislativa 4) legittimare i governi su base popolare. Tale processo di secolarizzazione viene posto da Soroush come la ragione fondamentale dello sviluppo socioeconomico dell’Occidente. Essa non è altro che la scientificizzazione e la razionalizzazione del pensiero. La religione deve quindi essere ridotta al "foro interiore" del credente e quindi separata dal "foro pubblico" proprio perché essa, nel mondo islamico, viene considerata una libera scelta e non dovrebbe essere così vincolante per il credente.

La religione islamica, con Soroush, perde il suo carattere pervasivo nella vita quotidiana ed è proprio questo a fare di Soroush l'interpretere e lo studioso di religione più ideologicamente vicino a quel riformismo che in Europa viene ancora oggi paragonato a Lutero, perno dello scisma religioso ancora oggi presente nel Cristianesimo. Soroush non parla mai di shari’a ma di fiqh, cioè dell’elaborazione positiva ed umana dei principi della shar’ia (la legge religiosa divina iscritta nel Corano per mano di Dio). Egli critica inoltre il sistema di governo del suo paese: l'Iran. Essendo la stessa Repubblica Iraniana uno stato teocratico in cui la religione riveste un'importanza fondamentale nel "foro pubblico" (così chiamato da Soroush) è comprensibile l'aspra critica dell'autore.


Soroush individua alcuni obiettivi del riformatore religioso per eccellenza: riabilitare il pensiero religioso, correggere le storture, denunciare gli empi e ri-orientare la religione verso la sua essenza. L’autore si pone inoltre la questione dell’armonizzazione tra religione e democrazia ed individua due presupposti: l’armonia della ragione e della fede non rappresentano che due diverse valenze della conoscenza umana. Vengono esclusi tutti i governi che possano rivendicare una qualifica di islamicità: dal governo giurisprudenziale (fiqhi) basato sulla shari’a, ai fragili governi basati sulla consultazione (shura), del consenso (ijma) e del patto tra governanti e governati (bay’a). L’armonizzazione tra religione e democrazia dipende per Soroush dal fatto che condividono alcuni valori comuni: dai diritti umani alla tolleranza, dalla moralità alla libertà di fede e di opinione e anche a quella di essere irreligiosi.

Un modo nuovo ed alternativo, all'interno del panorama ideologico dei pensatori arabi contemporanei, di interpretare la religione islamica in un mondo contemporaneo, dove essa fatica a modernizzarsi e si scontra inevitabilmente con il suo passato, fatto di incomprensioni, versetti mal interpretati o male attualizzati. Proprio per questo il Lutero islamico ha cercato, attraverso un'ideologia di conciliazione tra due mondi completamente opposti, di ridare luce al testo coranico attraverso una migliore e moderna interpretazione di carattere prettamente storico, ma allo stesso tempo senza sminuirne i contenuti e il senso universalistico del suo messaggio divino. Una democrazia religiosa e tollerante, dove c'è spazio per tutti e dove nessuno utilizza il sacro per scopi personali, manipolazioni di governo e divisioni sociali.


Di: Claudio Pira

Fonti:
M. Campanini, Il pensiero islamico contemporaneo, Il Mulino, Bologna, 2016
G. Filoramo, Islam, Laterza, 1999

domenica 17 giugno 2018

L’universo onirico, gotico, romantico di Eta Hoffmann

Ernst Theodor Wilhelm Hoffmann (1776-1822), artista tedesco che spazia nel campo della letteratura, musica e pittura, lascerà il segno per la sua indole controversa, umbratile, segnata da una condizione psicologica ed esistenziale alterata, dominata dall’eccesso. L’alveo familiare in nuce prepara il terreno fertile allo sviluppo di una personalità, già precocemente disturbata, a causa dell’imprinting nevrotico materno e dell’inflessibilità paterna.


Affronta con incertezza gli studi da giurista, portandoli a compimento, e intraprende la carriera da giurista, sebbene il suo focus interiore rimanga celato dalla lettura dei romanzi di Goethe, commisti a opere di Rousseau e Sterne. Il preromanticismo lo avvolge e lo coinvolge sensorialmente facendo breccia nel suo animo ipersensibile, suggestionando il suo potenziale immaginifico. Hoffmann è dotato del dono della fantasia, la sua anima esula dai freni inibitori della ratio. Costruirà trame fiabesche, novelle surreali, gotiche, romantiche, suggellando un innovativo stilema personale. L’imago del femminino, trasposta dalla figura dell’amata Cora Hatt alla baronessa sposa infelice nel Majorat, racchiude in sé il senso misterico del sentimento inappagato. Il suo talento poliedrico trasmoda al di là del solo campo letterario. In campo musicale e pittorico, nello specifico, l’incontro con il pittore Molinari, individuo sui generis di stampo decadente, lo attrarrà in un particolare ciclo virtuoso artistico. L’input dello stile rinascimentale delle opere della galleria di Dresda lo ispira e, attraverso il filtro della sua personale suggestione, ne sgorgano gli affreschi della sala del palazzo Mniszek.

La cultura polacca gioca un ruolo fondamentale nell’esistenza dell’artista, dalla sua compagna e moglie al suo soggiorno a Varsavia, ove il fascino del vetusto, del decadente, del ricordo corroborano il suo animo e lo rinfrancano. Hoffmann sente vicino a sé un luogo dimenticato, afflitto da invasioni, memore di un sentire tradizionale, culla di una malinconia del vivere, testimone della commistione con la cultura tedesca. Questo sarà proprio lo scenario dei suoi racconti: un non luogo, ibrido della mistura culturale slavo-tedesca. Terreno maturo anche per l’impianto compositivo musicale. Dopo il suo trasferimento a Bramberga metterà in scena opere di Kleist e Calderòn cogliendo lo spirito barocco spagnolo, mitigandolo con il verticalismo gotico. Nonostante il suo aspetto gracile, cagionevole, egli svolge la sua attività di giudice, ponendovi fine durante l’invasione francese, periodo difficile per l’artista che, investitosi di tal habitus, viene vessato da delusioni e fallimenti. All’indomani della permanenza dello straniero, Hoffmann può riprendere la toga, ma assaporato il gusto letterario, costui sente la sua vera vocazione. Il destino gli dà l’assenso e comincia un fervido lavorio di novellatore. Romantico d’origine e d’adozione sposa in pieno l’Organismusgedanke, ovvero la stretta compenetrazione tra arte e vita.


Mai mi persuaderò che colui di cui tutta la vita non innalza la poesia al disopra della volgarità e al disopra delle piccole miserie della vita convenzionale, colui che non è buono e generoso possa esser poeta, poeta per vocazione. Il suo introitus è l’osservazione. L’elemento reale coglie la sua attenzione e il suo acume, particolare, trasfigura il dato, dando adito all’altro aspetto che caratterizza il suo stilema: l’immaginifico. Un “espressionismo” che dilaga rendendo la sua presenza artistica unica e personalissima. Il Wunderbare è l’elemento fiabesco, il senso del meraviglioso, il soprannaturale, commisto al Wunderliches ovvero l’estroso, l’individuale, il peculiare. La stravaganza è il suo humus, l’habitat in cui il suo intelletto si sente compreso e si placa. Insofferente della realtà conformista, borghese che lo attanaglia, Hoffmann struttura un mondo parallelo, originato, dal vero e trasposto nel surreale. Costui dà voce agli eccezionali, ai curiosi. Descrive minuziosamente tutto lo spettro delle manie, piccolezze, bizzarrie dell’universo umano, rendendolo grottesco. Scrive di lui il suo biografo, Giorgio Ellinger: Nelle strade di Berlino o lungo i viali dei Zelten cominciò ad agitarsi in lui quella magica forza che trasformava gli individui strani che lo avevano colpito in creature fatate. L’artista si spinge fino al campo del soprannaturale e delle tenebre. Le sue ambientazioni sono caratterizzate da fantasmi, creature diaboliche, fino a toccare le corde del macabro. L’elemento del visionario e del doppio corrobora il tessuto narrativo e lo esaspera. Il clima diventa paradossale...

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giovedì 7 giugno 2018

Il rapporto tra magia e cristianesimo

Nella concezione di magia altomedievale sono convenute commistioni culturali estranee al sentire dell’epoca che convergono e divergono nel registro emotivo-comunicativo collettivo, creando un organigramma eterogeneo.

Il metodo di ricerca è biunivoco e è formato dall’apporto metodologico sia del ramo medievalista che del ramo etno-antropologico. In seno a questo connubio risiede una netta differenza nei contenuti e nei contributi. L’impostazione etnologica parte da una comunità, organizzata e limitata, nell’alveo di un “presente storico”, mentre i medievalisti oppongono come presupposto metodologico un campo di ricerca che si dirama su un’area geografica vasta, dominata da gruppi sociali differenti, con diacronie. Nell’ambito semantico, la magia viene decodificata come: “conoscenza di riti capaci di asservire alla volontà dell’uomo forze non fisiche, soggiacenti alla natura e tali da dominarla”. L’individuo attraverso l’azione magica acquisisce la facoltà di indirizzare le sue potenzialità e i suoi fini, padroneggiando la loro estrinsecazione in seno alla realtà naturale.


Si ponga l’esempio del credente che mediante la preghiera mira al conseguimento di quanto espresso nella formula dialettica, abituale e consona, assemblando tale procedura al rituale magico. Ciò rivela come il limes sia fragile, corruttibile.

L’ambito cognitivo in seno a questo aspetto è quello latino, celtico, germanico, esulando il mondo geco e slavo. Roma risulta caput mundi nell’antro di pratiche magiche, oltre che di dialettiche religiose. Il cristianesimo dona un apporto decisivo alle influenze magiche, ne cambia i connotati, dal neoplatonismo alla sublimazione del paganesimo. Il binomio angeli e demoni e la netta consapevolezza di una frattura in seno al mondo magico comportano un rimodellamento della materia ad opera della matrice cristiana. Il registro delle forze naturali viene assoldato come mercenario della superstizione, svilendo il comparto greco-romano che ne usufruiva.
Con l’accezione agostiniana (De civitate Dei) la magia viene identificata con ciò che è diabolico. L’equazione pagani-diavoli trova la sua diretta espressione.
E’ in atto un processo di scristianizzazione di tali procedure rituali. Il cristianesimo si pone come il baluardo dell’antimagico, nonostante ne serbi la struttura anch’esso. Dalle invocazioni “pro impetranda pluvie” alle cerimonie confacenti il giudizio divino, lo spettro magico cristiano agisce coscientemente, a dimostrazione dell’ineluttabilità del sentire comune. Questo accoglimento della mentalità magica in seno al motus cristiano provoca uno sdoganamento e un rafforzamento della stessa, identificato come una necessità insita nella natura stessa dell’uomo.
Un netto spartiacque che fa confluire nel settore diabolico la superstizione, spettro di forze demoniache, insite in manifestazioni di realtà naturali e di vicende quotidiane.

Fonti che attestano la rientranza del comparto magico sono il De correctione rusticorum di Martino di Braga, alcune prediche di Cesareo di Arles, Etymologiae di Isidoro di Siviglia, testi di Rabano Mauro e Incmaro di Reims. La definizione di magia oscilla tra due aspetti: prassi rituale, vettore dell’ignoranza, (denominata superstizione); manifestazione del diabolico e del divino.


La prima intesa nella sua matrice primitivista, come supporto ad azioni elementari, diventa emanazione diretta della finalità proposta.
Un esempio riportato dalla tradizione celtico-germanica, dal Corrector, è l’usanza di dare da mangiare al marito il pesce per accrescerne le doti virili e il sentimento nei confronti della moglie. Di seguito vengono riportati riti propiziatori per legare e attrarre il compagno o, al contrario per allontanarlo e indebolirlo. Uno suggestivo narra di come la donna unga il proprio corpo con il miele e si rotoli su un piano dove sono posti dei chicchi di grano. Dopo aver raccolto i chicchi rimasti attaccati, questi vengono macinati con un processo inverso al consueto; con la farina ottenuta viene composto un pane dato in pasto al marito, infaustamente, per causargli danno.
La stretta connessione tra magia e simbolismo è il focus del sentire altomedievale, ove il potere immaginifico e il sentore apotropaico convivono. Il cristianesimo gioca il ruolo di collante di tali ramificazioni intellettuali, dagli accenti primitivi a un registro allegorico maturo. La dottrina cristiana seppure avversa a un sistema cognitivo, tale quello magico, risente degli echi e stanzia un suo mutamento e avvaloramento, estinguendo il fuoco della superstizione, alimentando la dialettica divino-diabolico, con tutte le sfumature del credibile.


Di: Costanza Marana

Fonti:
Simboli e simbologia nell'alto Medioevo. Atti (dal 3 al 9 aprile 1975), Fondazione CISAM, Spoleto, 1976
Il ramo d'oro. Studio della magia e della religione, James George Frazer, Bollati Boringhieri, Torino, 2012

domenica 3 giugno 2018

La resistenza fascista nel Meridione all'indomani del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943

Sulla resistenza partigiana nel centro e nord Italia in opposizione al nazifascismo durante il secondo conflitto mondiale si sono scritti centinaia di libri, l'argomento è stato trattato, celebrato e studiato in moltissime delle sue sfaccettature. Pochi sanno però che dopo l'occupazione Alleata del sud Italia, vi fu una vera e propria resistenza da parte dei fascisti rimasti nei territori in mano a quello che fino all'8 settembre sarebbe stato ancora per tutti gli italiani, fedeli alla Corona e allo Stato, il nemico ufficiale.


L'argomento è stato a lungo trascurato e lasciato nel dimenticatoio un po' perché la storiografia si è sempre concentrata sul fenomeno della resistenza nel nord Italia, più utile da celebrare in un'ottica di unità nazionale all'indomani della fine della seconda guerra mondiale, e un po' perché il tema era principalmente composto da memoriali di ex combattenti fascisti risultando quindi scomodo per la classe dirigente politica dell'epoca composta dalle forze che il fascismo l'avevano combattuto (in primis la Democrazia Cristiana (DC) e il Partito Comunista Italiano (PCI) nonché le altre forze parlamentari).

Dalla narrazione dei memoriali si può scorgere, già dal '43, la netta presa di posizione dei combattenti di questa resistenza di combattere solamente contro il nemico straniero e di non macchiarsi di attacchi nei confronti di italiani, seppur di fede politica avversa, per evitare il clima da guerra civile che sarebbe poi esploso con la resistenza nel nord Italia. Sembra che questo monito, incoraggiato direttamente dal Duce, fosse stato seguito, sia per netta convinzione che per una mancanza effettiva di fondi economici, problema non da poco per chi cercava di creare uno sbarramento al nemico per bloccare la via verso il nord. Dal punto di vista della ricerca delle fonti si può notare dagli anni '90 del secolo scorso una crescita di pubblicazioni memoriali e non solo riguardanti l'argomento, si può sottolineare come nel 1998 a Napoli si sia tenuto un convegno sul fascismo clandestino e sulla sua resistenza.


Per meglio comprendere questo fenomeno bisogna fare un passo indietro e tornare lì dove tutto ha avuto inizio; gli storici non concordano sulla reale ed effettiva data che ha portato alla caduta del fascismo. Sono stati scelti come spartiacque tra l'età del Consenso e l'inizio della fine del regime eventi come la guerra di Etiopia (con la conseguente espulsione dalla Società delle Nazioni e l'allontanamento dalla comunità internazionale), la promulgazione delle leggi razziali del 1938 con il definitivo abbraccio alla Germania nazista, l'entrata in guerra (seppur impreparati per affrontarla) del 1940 o come supposto dal famoso storico Renzo De Felice la doppia sconfitta in Russia e in Africa settentrionale con il conseguente cedimento del fronte interno con i successivi scioperi seguiti dall'invasione angloamericana del meridione.

Per quanto riguarda puramente l'argomento che ci accingiamo a trattare risulta centrale invece il 187° Gran Consiglio del Fascismo, che si tenne dalle ore 17.00 del 24 luglio alle tre di notte del 25 luglio del 1943. Le truppe angloamericane erano sbarcate in Sicilia due settimane prima e la situazione stava diventando esplosiva; fu quindi votato l'ordine del giorno Grandi, che prevedeva la destituzione del Duce con il conseguente passaggio del potere al Re che avrebbe nominato un nuovo primo ministro. La destituzione del Duce aveva sicuramente fatto scalpore l'indomani, ma con il messaggio “la guerra continua al fianco dell'alleato tedesco” l'evento era sembrato più un cambio di comandante piuttosto che un crollo del regime e dell'ideologia che aveva permeato l'Italia per un ventennio. Certo, gli italiani identificavano il fascismo con il Duce, espressione fisica del movimento, ma seppur con qualche sospetto sembrò quasi che la sua destituzione fosse concordata. Solo il suo successivo arresto rese chiaro a tutti che l'esperienza del fascismo come forza nazionale si era chiusa per sempre.

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martedì 29 maggio 2018

Gli années de plomb francesi: il terrorismo politico di Action Directe

Negli ultimi anni la Francia è stata uno dei Paesi europei che più ha subito attacchi terroristici, in particolare legati all’ideologia islamica; ma nel Paese sono più di cinquant’anni che si susseguono attentati: i primi attacchi durante la guerra d’Algeria – con il Fronte Nazionale di Liberazione – poi il turno di Carlos lo Sciacallo – con i doppi attentati alla stazione TGV di Marsiglia; e infine quelli di Fatah, l’organizzazione paramilitare palestinese, costola dell’OLP e del GIA, Gruppo Islamico Armato. Non legato esclusivamente alla matrice islamica, il terrorismo francese è esploso anche sotto l’ala politica, negli anni di maggiore lotta sociale, quali sono stati i decenni ’70 e ’80.


Proprio come in Italia, sono nate organizzazioni terroristiche evolutesi dentro il contesto dell’estrema sinistra che, con le loro azioni, hanno contribuito a rendere ancora più instabile un clima politico- sociale caldo e irrequieto. Nella Patrie des droits de l’homme – come d’altronde nel resto dell’Europa, in quel decennio – la crisi politica è accompagnata da una estremizzazione della Sinistra, che già negli anni precedenti, aveva dato vita a numerose forma di lotta politica e armata. Il dibattito sul marxismo, sul leninismo e sul maoismo è molto sentito dai giovani (ma anche operai, donne) che non si sentono assolutamente rappresentanti dalla classe politica dominante, ai loro occhi incapace di apportare un serio cambiamento agli squilibri sociali sempre più divaricanti. Da questo contesto nasce Action Directe, la più attiva e la più importante tra le organizzazioni terroristiche su suolo francese.

LA NASCITA E GLI OBIETTIVI:

In Action Directe confluiscono membri dei GARI (Groupes d'action révolutionnaire internationalistes), dei NAPAP (Noyaux armés pour l'autonomie populaire) e delle Brigades internationales, tutti gruppi afferenti allo stesso pensiero politico, quello maoista, tipico della Sinistra proletaria - molto vivace in quegli anni – e confluiranno anche molti attivisti che ruppero con le pratiche sindacali preesistenti.


Le tre organizzazioni, fuse, cambiano la loro impostazione originaria di la lotta sociale per il proletariato, con la violenza agita: come le altre organizzazioni politiche occidentali, Action Directe crede sia possibile ricostruire la politica e la società solo ed esclusivamente attraverso la lotta armata, praticata per le strade delle città e che colpisse luoghi e rappresentanti del potere, il quale, conservatore, osteggiava il cambiamento sociale. Asservendo l’ideologia marxista-leninista – tradizionalmente attaccata al concetto di rivoluzione- alla violenza, questa diventerà il rituale attraverso cui Action Directe esprimerà il suo dissenso.

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domenica 27 maggio 2018

Storia di uno stato in trappola

“La libertà non consiste tanto nel fare la propria volontà quanto nel non essere sottomessi a quella altrui.” – Jean-Jacques Rousseau

Al mondo, lo sappiamo bene, ancora oggi una gran parte dei moderni stati-nazione controlla e veicola a sé numerose minoranze etniche e linguistiche. I media internazionali, attraverso la carta stampata e la comunicazione web, ci narrano quotidianamente episodi di ribellione e di guerriglia in molti di questi stati, la maggior parte dei quali vengono però brutalmente repressi dal regime al potere. La storia è piena di episodi del genere che potremmo rapidamente citare: dalle famose Guerre Giudaiche ai confini dell’Impero Romano nel 66 d.C. alle ribellioni dei nativi americani nel XVII e XVIII secolo, passando poi per i numerosi casi di genocidio: dal genocidio della minoranza armena nei primi anni del 900 ad opera dei soldati turchi, al più famoso olocausto degli ebrei in Germania sotto il nazismo, dall’odio interetnico tra Hutu e Tutsi che comportò il genocidio in Ruanda del 1994, a quelli attualmente in corso, come ad esempio il sempre attuale conflitto tra Palestina ed Israele o il nuovo bombardamento delle città e delle minoranze curde in Siria ad opera (nuovamente) della Turchia moderna di Erdogan.


Abbiamo elencato forse lo 0,1% dei massacri e dei genocidi avvenuti nella storia contro popoli e minoranze non riconosciute all’interno della maggior parte di regni e stati-nazione ma in questo articolo l’attenzione verrà posta su una particolarissima minoranza etnica ancora oggi esistente e che, per questioni politiche ed economiche, i media internazionali si rifiutano di affrontare e analizzare nei loro quotidiani report geopolitici. Stiamo parlando del popolo tibetano, che nel 1959 fu vittima della fulminea ed inaspettata invasione dello stato cinese e che, ancora oggi, vive sotto continue restrizioni culturali, politiche ed economiche. Tuttavia, la storia del Tibet non fu sempre teatro di incursioni, schiavitù e sottomissioni ma anche e soprattutto una storia d’espansione, di guerra e di pace, che si intreccia col mistero della sua particolare religione, unica al mondo!


TRA STORIA E LEGGENDA:

Una antica iscrizione su pietra, datata VIII secolo d.C., ci dice molto sulle origini storiche del Tibet, un regno che affonda le sue radici nel mito. L’iscrizione recita così:

Dal bel mezzo dei sette cieli
Dalle sfere celesti, dal profondo blu
Viene il nostro re, signore degli uomini,
Figlio divino del Tibet.

Nelle leggende che tentano di ricostruire la storia del misterioso Regno del Tibet, la più bella e importante sembrerebbe essere quella che vede il primo grande sovrano unificatore di tutti i clan locali semi-nomadi essere venuto dal cielo, dalle sacre montagne, da sempre simbolo di unione tra umanità e forze sovrannaturali. Prima dell’arrivo del leggendario re del Tibet, la società era infatti divisa in famiglie mentre la storia veniva suddivisa in epoche a seconda delle scoperte effettuate (caccia, fuoco, pastorizia, utensili, decorazioni, ecc). Si trattava di una società semi-nomade, che non conosceva l’agricoltura e viveva allo stato primitivo. L’importanza di questa iscrizione testimonia l’evoluzione di una società primitiva in una società urbana e moderna. Molto probabilmente giunto in Tibet da uno dei grandi stati limitrofi del Magadha indiano o del Kosala, leggenda vuole che il primo grande sovrano tibetano fosse uno straniero. Questa necessità di riunire tutte le famiglie sotto un unico re super partes fu colta al volo dal giovane Nyatri Tsenpo, portatore di diversità, di valori nuovi e sconosciuti, accettati da un popolo di pastori come simbolo di sapienza e di valori unici. Fu così che venne inaugurata la dinastia dei Sette Troni.

Importante, nella storia leggendaria del Tibet, sarà anche l’avvento della scrittura ad opera dei monaci buddhisti. “Il Segreto” fu il primo testo importato in Tibet, nessuno ne conosceva il significato, ma fu subito considerato un oggetto superiore, quasi divino. Nonostante l’assidua penetrazione di saggi, asceti e monaci buddhisti indiani, il Tibet non abbandonò velocemente la propria tradizione pagana, legata alla religiosità sciamana denominata bonpo. Il rapporto con elementi naturali e fantastici, orchi e demoni, stregonerie e sacrifici era ancora strettissimo in quella che fino al IX secolo d.C. è da considerarsi ancora una società molto arcaica per quel che riguarda istituzioni e modelli sociali. Il buddhismo però, complice il primo re che lo accettò chiamato Trison Detsen, si infiltrerà nella primitiva religione tibetana sia imponendo la propria visione del mondo ma anche adattandosi e assorbendo culti magici e sciamanici...

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venerdì 25 maggio 2018

Un killer che non ti aspetti: il Grande Smog

Nel 1952 Londra è una metropoli appena uscita dalla guerra, ancora arrancante per i danni subiti durante il secondo conflitto mondiale. I londinesi hanno appena iniziato a riprendere in mano le loro vite, tornando lentamente ma proficuamente ai rispettivi lavori, trovandone anche di nuovi. Il Regno Unito, infatti, dopo la fine del conflitto, si riaccende economicamente grazie ad un nuovo e importante effetto di industrializzazione.


Come nella Prima Rivoluzione Industriale, i britannici erano ancora molto legati all’utilizzo del carbone per alimentare le grandi industrie sul territorio e i riscaldamenti privati e pubblici. Nel dicembre 1952 l’utilizzo di carbone è smisurato, causa un forte fronte freddo che invaderà la regione. La nebbia non è una novità nei Paesi del Nord Europa – come vogliono i migliori stereotipi – e dal 5 dicembre di quell’anno, le giornate inizieranno a farsi sempre più foggy nella capitale britannica. Come sempre questa è viva, attiva: ogni mattina migliaia di persone affollano le sue strade per recarsi al lavoro, affrontando quella che credevano fosse una innocua nebbia invernale, mista al terribile muro di smog, diventato un’abitudine e percepito quindi come “normale”. Ma di fatto, quel mix, non lo era.
Dal 5 dicembre, infatti, il clima freddo e umido tipico del Nord, lasciò lo spazio ad un nuovo fronte di aria calda che andò proprio a posizionarsi sulla città, legando la solita nebbia all’inquinamento atmosferico. E non finì lì: la mancanza di correnti che spostassero la massa calda, intrappolarono l’inquinamento ad un basso livello atmosferico, creando una sorta di cappa. Questa bolla, nota ai meteorologi come inversione termica, si stanziò definitivamente sopra la città, come una cupola, isolando e intrappolando la popolazione sotto di essa.
Il fenomeno si protrasse per cinque lunghissimi giorni - dal 5 dicembre al 9 dicembre 1952 - creando un disastro di ampie proporzioni. In un primo momento, il governo britannico non si preoccupò della situazione, ma, man mano che la nebbia diventò sempre più folta, fitta, densa e potenzialmente letale, si cercò di ricorrere ai ripari.


Negli ultimi giorni del fenomeno la visibilità era talmente ridotta nella metropoli che furono sospesi i servizi ferroviari e aerei; le persone che sfidavano la pea soup fog – così nominata all’alba dell’era industriale inglese, per la sua somiglianza cromatica alla celebre pea and ham soup, una zuppa giallastra a base di piselli e prosciutto – mettevano seriamente a rischio la loro salute e, causa la scarsa visibilità, per orientarsi nelle strade, erano addirittura costrette ad accompagnarsi a braccetto. Il governo tentò in extremis una soluzione tampone, invitando la popolazione a restare nelle proprie abitazioni, e solo in casi di estrema necessità uscire all’esterno, sempre e solo con l’ausilio di mascherine. Furono chiuse le scuole, gli uffici pubblici, quelli privati, e – come spesso accade in periodi di scarso controllo sociale – si registrò anche un forte aumento della criminalità. L’acido solforoso e solforico presente, scaturiti dalla combustione del carbone, si erano combinati quindi con il vapore acqueo fisso sopra la città e i danni che portò questo mix non riguardarono solo una limitazione delle attività quotidiane: anche se il fenomeno della London Fog era già noto alla popolazione sin dalla Prima Rivoluzione Industriale, quest'ultima non era certamente stata fornita degli strumenti giusti per poterla affrontare, né tanto meno il Ministero della Salute inglese possedeva i mezzi per evitare il disastro.


La cupola di smog divenne infatti immediatamente mortale, in particolare per le categorie più deboli come bambini e anziani, ma non mancò di creare severi problemi respiratori – quali l’asma e altre patologie – in molti soggetti sani e adulti. In totale, in quei fatidici cinque giorni, morirono 4mila persone nella sola Londra, e altre 8mila perirono nei seguenti a causa delle gravi lesioni interne all’apparato respiratorio provocate dallo zolfo presente nell’aria. Il governo era impotente di fronte ad una crisi che, dopo la guerra, non si aspettava certamente di dover affrontare, non restava che sperare che il clima cambiasse. Finalmente all’alba del 9 dicembre 1952, il meteo venne in soccorso: un nuove fronte, freddo e ventoso, spazzò via definitivamente la pea soup fog.
Una volta sparita la nebbia, solo un macabro elemento rivelò ai britannici (e al mondo intero) a che evento disastroso aveva appena assistito Londra, che di fatto non aveva ancora elaborato la sua gravità: il Dott. Robert Waller, un medico che lavorava al St. Bartholomew’s Hospital, affermò in una intervista alla BBC:
« There weren't bodies lying around in the street and no one really noticed that more people were dying. One of the first indications was that undertakers were running out of coffins and florists were running out of flowers.» [1] . 


 A seguito di questo mortale evento, il governo inglese istituì una équipe incaricata di studiarlo, di comprenderne i meccanismi e di imparare a prevenire nuovamente una possibile tragedia. Dopo quattro anni, nel 1956 fu emanato il Clean Air Act - il primo provvedimento legislativo in materia di inquinamento atmosferico in tutto il mondo – che si propose come obiettivo principale di ridurre l’inquinamento nell’aria, adottando importanti restrizioni attraverso il controllo a zone – le smoke control areas - in cui le autorità potevano riscontrare un aumento di polluzione e lanciare un eventuale allarme. Sulla scia di questa legge, anche altri paesi nel resto del mondo adottarono simili provvedimenti, dando vita ad una nuova sensibilità, che ha portato con sé importanti cambiamenti mondiali in materia ambientale.

Di: Simona Amadori

 [1] «Non c’erano morti per le strade e nessuno aveva capito quante persone stessero morendo. Uno dei primi indicatori fu che le pompe funebri erano a corto di bare, così come i fioristi di fiori».

Fonti:

BBC News, Historic smog death toll rises, 5 december 2002, reperibile all’URL http://news.bbc.co.uk/2/hi/health/2545747.stm
Peter Brimblecomble, The Big Smoke: A History of Air Pollution in London since Medival Times, Routledge, 2012, New York
Kate Winkler Dawson, Death in the Air, Hachette Books, 2017, New York

domenica 20 maggio 2018

Matrimoni reali inglesi: un romanticismo senza tempo

Ebbene sì, anche il principe Harry è convolato a nozze!


Qualche riflessione in merito è d'obbligo. Innanzitutto, il nome del caro pupillo inglese è Henry Charles Albert David Mountbatten-Windsor e non è propriamente un principe, bensì il duca di Sussex. Da oggi, 19 maggio 2018, ha assunto anche il titolo di Conte di Doumbarton. Questo titolo fu creato solo nel 1675 per Lord George Douglas, fratello minore del primo conte di Selkirk. Stamane, il Duca di Sussex, nato a Londra il 15 settembre 1984, è convolato a nozze e la regina Elisabetta II gli ha conferito questo titolo. La promessa sposa e già consorte Meghan Markle, divorziata dal primo marito Trevor Engelson. Ex modella, ex attrice, da oggi la possiamo chiamare Principessa del Regno Unito per matrimonio. Vanta, da oggi, altri titoli nobiliari: Duchessa di Sussex, Contessa di Doumbarton e Baronessa di Kirkeel.


Secondo la storia delle casate reali inglesi, la consorte dell'erede prende tre titoli: duchessa, contessa e baronessa, titoli nobiliari messi ora in ordine decrescente. Questo avviene perché all'interno della famiglia reale sono molto più importanti i primi consorti e i figli al fronte di altri personaggi o lord esterni. Ma è storia nota. 
Il matrimonio ha fatto scalpore a causa delle ingenti spese e delle grandi cifre che si sono potute rilevare - e sembrava costoso, all'epoca, il matrimonio della Regina Victoria! 
Il numero degli invitati è di 600 ospiti; 2.640 persone invitate a prendere parte alla cerimonia ma non al banchetto regale offerto per pranzo dalla Regina Elisabetta II e che quindi dovranno portarsi il pranzo al sacco; 200 ospiti per la cena offerta dal Principe Carlo; un costo di circa duemila euro a portata; un costo complessivo di due milioni per il ricevimento e le nozze, che sommati ai 34 milioni investiti per la sicurezza fanno salire la cifra a 36 milioni (sempre in euro); circa 100.000 persone che assisteranno all'evento ed infine, per la costruzione della miniatura del castello di Windsor, 60.000 mattoncini. Se non è un matrimonio da favola, sicuramente è uno sposalizio all'insegna dell'opulenza e dei gossip.
Volete un po' di orari di arrivi (secondo l'ora italiana, ovviamente)? Dunque, alle 12.37 cominciano ad arrivare i due eredi al trono, Henry e William. Alle 12.38 entrano alla St. George Chapel di Windsor, dove si terranno poi le nozze. Alle 12.47 parte l'auto della sposa, che arriva alle 13.00 in punto, con una quarantina di minuti di ritardo rispetto all'ora prefissata (ore 12.20). Prima della sposa entra la Regina, alle ore 12.58 in un completo color verde limone, assolutamente appariscente. I paggetti e le damigelle d'onore sono bimbi, tra i quali anche i figli di Catherine Middleton, la futura cognata, moglie del principe William.


Ma vediamo un po' com'era stato il celeberrimo matrimonio della Regina Victoria. Dunque, lei si sposò che aveva già lo scettro in mano e quindi il potere per regnare. Il matrimonio, sebbene fosse combinato a scopo politico dallo zio Leopold della dinastia dei Coburgo, avvenne per amore reciproco dei due promessi. Il principe Albert di Sassonia-Coburgo-Gotha fu infatti ammaliato dalla bellezza della giovane regina e la loro intesa fu rapida e ancor di più la stima e l'amore reciproco che provavano l'un per l'altra, tanto che dopo la sua morte, la Regina prese le distanze dagli altri uomini, ancora legata al marito, per il quale ogni mattina - seppur defunto - faceva preparare dal valletto gli abiti da indossare, come se fosse ancora in vita. Smise questo rito solo alla propria morte: era troppo legata sentimentalmente al Principe Albert per riuscire a porre fine a una, forse anche un po' morbosa, nuova routine.


La cerimonia ebbe costi più contenuti rispetto agli attuali pupilli d'Inghilterra, in quanto in quel momento storico - era il 1840 - c'erano ingenti problemi economici a cui far fronte. Lei stessa lanciò la moda dell'abito bianco per le nozze: mai nessuno prima lo aveva pensato e realizzato: troppo complicato da tenere pulito e difficilissimo da lavare in seguito. L'abito fu confezionato adoperando metri di satin (raso) e accompagnato ad un velo di pizzo Honiton (costosissimo!) , adoperato anche per maniche e scollatura. d'altra parte, era pur sempre la Regina! Si legge che arrivò con uno stuolo di damigelle al seguito, vestite e agghindate per le nozze, tra le quali le sue quattro dame di compagnia, scelte accuratamente grazie ai consigli di Lord Melbourne - visconte - e Sir Robert Peel: dovevano essere in parte della fazione dei tories e in parte dei whigs, onde assicurare l'imparzialità della Regina dal punto di vista politico. Ella non doveva infatti mostrare inclinazioni politiche, così come ora, le mogli dei principi Henry e William hanno il divieto di esporre le proprie idee politiche pubblicamente. 

Si può dire che il suo seguito fu carico di matrimoni avvenuti per amore e non solo per etichetta: si vedano Elizabeth Bowes-Lion e il Principe Alberto (re Giorgio VI); Elisabetta II e Filippo di Mountbatten; Anna e Mark Phillips; Carlo e Lady Diana; Sarah Ferguson e Andrea; il Principe William e Catherine Middleton. 
Se in questa epoca storica abbiamo dubbi in merito al romanticismo, è sufficiente leggere qualche gossip tra i reali delle ultime casate europee per ricredersi. 
Un po' di cronaca, un po' di storia e un po' di giornali mostrano che il 1840 non è poi così lontano dal 2018. 

Di: Anna Maria Vantini.

Fonti:

Deborah Chadler, Learning to weave, Interwave Press, 1995
Jacques Chastenet, La vita quotidiana in Inghilterra ai tempi della regina Vittoria, BUR Rizzoli, Milano, 2017
 
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